Tracce

Gli schiavi dell’algoritmo

Foto Raffaele Angius - Avvenire
03 Gen 2025

di Emanuele Carrieri

Abbiamo visto tutti la fotografia del rider in bicicletta sotto il diluvio nella sera del 19 ottobre, nonostante le sollecitazioni del sindaco di Bologna a non uscire di casa. Nel corso delle festività natalizie, i nemici di corrieri, di fattorini, di pony express e di rider, sono stati la folla, il traffico, la occupazione irregolare di posti riservati al carico e allo scarico di merci, ma più di ogni altra cosa l’elevatissimo numero di consegne da effettuare con il cronometro in mano. Da una parte ci sono quelli che contestano e scioperano, spesso senza alcun risultato effettivo, dall’altra chi non ha neanche i diritti minimi e perciò china la testa e va avanti. È pieno zeppo di contraddizioni il mondo del lavoro. È vero, il tema è già stato affrontato in reportage nazionali. L’ultimo in ordine di tempo ha dato la parola a un laureato che, a denti stretti, ha un contratto che scade fra qualche giorno con una azienda che lavora nell’ambito delle vendite online. Sentire lui è stato come scoperchiare il vaso di Pandora, ascoltare dalla viva voce di un trentenne come sono organizzati questi colossi fa venire la pelle d’oca. Prima di tutto, va consegnato un pacco al destinatario ogni pochi minuti, non ci sono né traffico né distanze che tengano. Il tragitto è ordinato da un algoritmo e non si può in nessun modo venire meno. Il ricordo va al film “Tempi moderni”, in cui Charlie Chaplin è un salariato di una fabbrica e la sua mansione è quella di stringere i bulloni di una catena di montaggio ma i gesti e i ritmi di quel lavoro logorano la ragione del poveretto. Beh, ormai siamo ridotti molto peggio. Oltre a essere trattati come veri e propri automi e impegnati a lavorare secondo principi che si addicono più all’intelligenza artificiale che agli esseri umani, i nuovi schiavi –solo così possono essere chiamati – si devono pure prendere la responsabilità dei veicoli che guidano. Qui sta l’assurdo. Se dovessero graffiare la fiancata del furgone sarebbero costretti a pagare di tasca loro con una lauta ritenuta sullo stipendio. Come quando si noleggia una automobile, al mattino il corriere fa le foto del mezzo e le confronta con quelle della sera: se ci sono ammaccature o rigature sulla carrozzeria deve pagare di tasca propria. Quindi, oltre a rischiare in proprio, con città con un traffico sempre più rallentato, con un padrone che controlla addirittura la localizzazione, con un cliente lestissimo a segnalare un disguido, il trentenne laureato percepisce una elemosina e, se va male, finisce anche che va in perdita. Tutto questo succede anche perché le organizzazioni sindacali fanno le fatiche di Ercole a star dietro a tutte le evoluzioni del mondo del lavoro. Quella del lavoro una realtà che versa in un profondo stato di coma e nessuno, nemmeno uno, si accorge che sta crollando tutta la struttura e non solo del mondo del lavoro ma anche dell’apparato dello Stato, che sembra più arrancante che mai. Che, nel tempo passato, collocava il lavoro al primo posto. Ma oggi? Ma quale lavoro? È lavoro quello descritto dal nuovo schiavo di cui si è occupato quel reportage? Oppure è sfruttamento autentico, effettivo, vero e proprio? Cero, non è tutto così, non è sempre così, ci sono delle eccezioni, non moltissime, ma ci sono. Sono giovani super qualificati, super specializzati, che trovano senza sforzo una occupazione e vengono pagati in maniera adeguata ma comunque meno che all’estero. Tutto ciò giustifica i cervelli in fuga, ovvero la migrazione verso l’estero di giovani talenti, con elevate specializzazioni, che si sono formati in Italia e la maggior parte non ci pensa proprio a tornare. È un esodo angosciante perché rischia di rallentare il nostro progresso, ma i grandi centri di ricerca esteri attraggono le eccellenze provenienti dall’Italia. E, quindi, quanti sono in Italia i grandi centri di ricerca? Quanto si investe nel ramo della ricerca? Quanto prendono di stipendio i ricercatori in Italia? È una palude che incatena i giovani e li scaglia nelle mani di chi li sfrutta. C’è una responsabilità collettiva nel denunciare la nuova schiavitù e prima di tutto una responsabilità individuale a ribellarsi di fronte allo sfruttamento. Ma come farlo, se qualcuno nemmeno si rende conto di essere all’interno di un grande sistema globale in cui l’esempio dell’azienda che agisce nell’ambito delle vendite online è solo la punta dell’iceberg di un mondo che è andato in tilt e che dappertutto, in ogni settore, presenta pessimi segnali di schiavitù? Forse bisognerebbe ritornare ai principi che governano la nostra società, ai valori per i quali intere generazioni si sono battute e non possono essere certo dispersi perché sgretolati dentro il meccanismo perverso dell’algoritmo. Andrebbe riconsiderata la dichiarazione universale dei diritti umani quando spiega che “nessun individuo potrà essere tenuto in stato di schiavitù o di servitù”, o l’articolo 4 della Costituzione italiana che proclama che “la Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto”. Forse, anzi molto probabilmente, ci si è scordati di questi punti cardine del nostro essere donne e uomini dentro un mondo che cambia. Forse, perché abbiamo usato troppo il cervello nei social con quel fenomeno dilagante del deterioramento dello stato mentale e intellettuale, come conseguenza di un consumo esagerato di contenuti banali. Forse non è troppo tardi, forse c’è un po’ di tempo per aprire gli occhi e per spazzare via le contraddizioni del mondo del lavoro e quelle che sopravvivono, felici e contente, in questo mondo e in questo tempo.

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