Giubileo2025

L’arcivescovo alla casa circondariale per il Giubileo con i detenuti

14 Mar 2025

di Angelo Diofano

Martedì 11, alla casa circondariale ‘Carmelo Magli’ in occasione dell’Anno santo sono state accese le lampade del Giubileo, alla presenza dell’arcivescovo mons. Ciro Miniero, che ha avuto modo di pregare e di confrontarsi con i detenuti.

“Ci incontriamo in questi giorno particolare che si sta ripetendo in tutte le case circondariali d’Italia ponendo l’attenzione al Giubileo che stiamo celebrando – ha detto mons. Miniero -. Che cos’è il Giubileo? È un’occasione offerta alla comunità cristiana per rinnovarsi profondamente nel proprio intimo. Questo avviene perché abbiamo ricevuto da Dio un dono grande, cioè quello dell’amore che perdona ogni nostro peccato. È chiaro che dobbiamo volere questo perdono, sennò restiamo sempre nella nostra situazione. Il suo amore cancella così ogni colpa, che però lascia sempre nella nostra vita un’ombra. Così il Signore ha dato alla comunità cristiana la facoltà di poter cancellare anche questa traccia, dopo che i nostri peccati son stati perdonati. Ecco perché il Giubileo, che si celebra ogni 25 anni, è un tempo di grazia in cui al fedele, dopo aver confessato i propri peccati e aver compiuto un cammino di riconciliazione, viene concesso di poter liberare il cuore da ogni logica di male. Ciò avviene sia attraverso il pellegrinaggio a Roma sia nella propria realtà, secondo quanto stabilisce la Chiesa, perciò anche nella casa circondariale dove ci troviamo, in un gesto che esprime la volontà di abbandonare definitivamente la via del male per camminare nella luce di Gesù, continuando a rimanere in Lui e a non tradire il suo amore”.

“In voi che siete qui – ha continuato l’arcivescovo – vediamo persone che in qualche momento della loro vita hanno sbagliato e che ora hanno la possibilità di redimersi. Nessuno di noi è perfetto, non lo siamo neppure noi vescovi, però ci sentiamo tutti bisognosi dell’amore di Dio e di crescere nel Suo amore. Allora tutti ripartiamo sempre da zero perché quando entriamo in Gesù possiamo ricominciare a vivere, a sperare e ad amare come Lui”.

“Sono continuamente informato della situazione in carcere attraverso i cappellani – ha evidenziato il presule tarantino -. Questa casa circondariale è come fosse una parrocchia tra le tante, in quanto è formata da una comunità che vive insieme seguita dai sacerdoti. Di tanto in tanto il vostro vescovo viene a incontrarvi. Ricordo sempre però alcuni momenti delle mie visite, come in occasione dell’inaugurazione del laboratorio di pasticceria. Un’altra volta un detenuto mi portò a vedere il presepe che aveva preparato in cella e che riproduceva proprio il posto dove scontava la pena. Questi e tanti altri momenti significativi porterò sempre nel cuore! Certo, conosco la vostra situazione, che non è facile, di cui mi riferì il vostro direttore nel primo incontro con lui. Ritengo però necessario l’apporto di tutti perché le condizioni di vita nell’istituto penitenziario possano migliorare, pur nel contesto di una situazione problematica a livello nazionale. Ma tutti dobbiamo impegnarci per il rispetto della dignità delle persone che vivono e che operano all’interno di questa struttura”.

“Per ottenere tutto questo – ha ribadito mons. Ciro Miniero -, oltre all’impegno dobbiamo coltivare la speranza: se non ci fosse questa oggi tutti noi non saremmo qui. La speranza è la certezza che se ci impegniamo a impiegare meglio la nostra vita, addirittura tutto il mondo potrà cambiare. La speranza è l’esperienza di Gesù e di tutti coloro che credono in Lui e che in ogni parte del mondo sono impegnati nella loro vita per operare il cambiamento. Gli esempi non mancano. Secoli addietro non esistevano le scuole, senza quindi la possibilità di un minimo di formazione e allora i cristiani iniziarono a radunare i ragazzini,soprattutto quelli di strada, insegnando loro a leggere e a scrivere. E dopo tanto, tanto tempo, in quasi tutti gli stati del mondo esistono le scuole. Pensate un po’, inoltre, a San Giovanni Bosco, al suo impegno per i giovani in un contesto particolarmente difficile come quello in cui viveva e che grazie al suo impegno (e all’aiuto del Signore) è stato così ricco di frutti e dirompente. In tutto il mondo infatti i discepoli di don Bosco hanno istituito scuole e oratori per aiutare i ragazzi, soprattutto quelli in situazioni difficili, aiutandoli ad andare avanti con le proprie forze e a coltivare i propri sogni ed ideali. Pensiamo, ancora a una persona  più vicina ai nostri tempi, a un medico: a San Giuseppe Moscati, al quale al quartiere Paolo VI è dedicata una chiesa. Sappiamo tutti cosa ha fatto, impegnandosi perché tutti, soprattutto i più poveri, avessero diritto a essere curati. Andiamo perciò avanti seguendo il loro esempio, lottando per realizzare le nostre aspirazione: vedrete che, con l’aiuto di Gesù, tante cose attorno a voi cambieranno”.

Al termine dell’incontro, dopo un momento di preghiera, i detenuti hanno espresso il loro ringraziamento a mons. Miniero per la sua visita e il suo incoraggiamento.

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