Tracce

Quei pugni nello stomaco

Ansa/Avvenire
02 Gen 2026

di Emanuele Carrieri

Sono pugni nello stomaco. Quei filmati, quei servizi televisivi che fanno vedere la spaccatura ancora adesso in atto a Niscemi, con il versante laterale dell’altura che sta, a poco a poco ma sempre più implacabilmente crollando, con quelle abitazioni scardinate dalle loro fondamenta, con quelle auto a metà sospese nel vuoto, con quelle strade che adesso sembrano andare dritte verso il niente, sono impressionanti. Sì, sono davvero pugni nello stomaco. Ma lo sono innanzitutto, per chi si è fatto convincere che il problema, il solo grande problema della Sicilia sia fondamentalmente quello di oltrepassare quei tre chilometri di mare che la separano dalla Calabria. Chi scrive ha sperimentato quel servizio pubblico, che è uno dei pochi che funzionano davvero: traghetti che prendono il largo e che giungono a riva senza interruzione, a qualsiasi ora del giorno e della notte, sette giorni su sette, dodici mesi all’anno. La loro corsa non è stabilita da orari: giungono e scaricano, caricano e ripartono immediatamente. Ma soprattutto, se non si carica sul traghetto anche l’auto, è molto economico e eccetto pochissimi giorni dell’anno – quelli dell’esodo e del controesodo – realmente non conosce file o attese senza fine. Sì, quei filmati e quei servizi televisivi fanno rumore, molto rumore. Quella altura che s’intride di acqua e che all’improvviso collassa non è una peculiarità della Sicilia. Non si può e non si deve commettere l’errore superficiale di pensare che avvenimenti di quella specie succedono soltanto laggiù. Il dissesto idrogeologico è un dramma del Paese, dal Sud alle Alpi, dalla Costa Adriatica fino alla Campania. Fino, certo, alla Sicilia. È sufficiente un po’ di memoria per scorrere l’album delle foto delle cronache alluvionali, in Italia, in tempi recenti. Niscemi non è un’alluvione: è l’esito di un fatto atmosferico straordinario, il ciclone Harry, che ha devastato la Sicilia e non solo. E di questo disastro, così come delle scosse telluriche che, per tutto gennaio, hanno fatto tremare – per fortuna senza danni – il Messinese, si è parlato poco quanto niente. Come se non si dovesse trasfondere nella pancia del Paese l’irrazionale pensiero che magari in Sicilia sussistono altre urgenze, prima di quei tre chilometri di mare da attraversare in auto penzolando sul mare invece che in traghetto e navigandoci sopra. Perché è così per davvero: la Sicilia ha altri – tanti, tantissimi, troppi e giganteschi – problemi che vengono un po’ prima. Per la gente di quel triangolo d’Italia disteso nel mare Mediterraneo i pugni nello stomaco sono molti: sono i milioni di rubinetti asciutti nelle loro case, anche in pieno inverno. Sono le persone obbligate a fare ricorso ai racket delle autobotti, perché l’acqua non manca, in Sicilia, anzi. Ma in moltissime abitazioni ne arriva pochissima o non arriva proprio: si chiama l’autobotte che è privata e che poi presenta il conto: per diecimila litri da versare in un serbatoio, necessitano, come minimo, cento euro. Non solo: sono gli ospedali ridotti a ruderi quando non proprio chiusi, sono le ferrovie a binario unico (da Catania a Trapani servono almeno otto ore di viaggio), i letti dei corsi d’acqua diventati discariche, i depuratori fermi da anni e anni, frane e smottamenti su strade di cui si è persa perfino la memoria, gallerie e cavalcavia a una sola corsia perché per come stanno … è meglio essere prudenti. E poi le isole minori attaccate al salvavita delle navi cisterne. E infine la mafia, che forse qualcuno si è illuso di avere sconfitta perché si è arrestato un boss, non in buona salute ma in fin di vita. Ma quella terra è molto di più: la Sicilia è di una bellezza struggente. Solo lì si trovano siti archeologici fra i più ricchi del mondo, tesori di arte in ogni chiesa perché quasi ogni chiesa è un vero capolavoro. Ed è per questi motivi che quei video sono pugni nello stomaco. Se a Roma, al di là delle parole e dei rituali, si capisse cosa vuol dire quella spaccatura nel terreno, forse si sentirebbe perfino l’urlo di dolore di quella gente.

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