Emergenze sociali

Davide, dieci anni e un dolore indicibile

A seguito del femminicidio di Anguillara, il bimbo ha perso madre, padre e nonni paterni in poche ore. Un trauma enorme che mette a rischio il suo equilibrio emotivo

ph Ansa-Sir
28 Gen 2026

di Giovanna Pasqualin Traversa

Il primo pensiero va a lui, al piccolo Davide che a soli dieci anni ha perduto all’improvviso e in poche ore la mamma e i nonni paterni, mentre il padre è in carcere. Che ne sarà di lui? Come potrà affrontare un carico emotivo così pesante? Potrà crescere in modo equilibrato e sereno? Ne abbiamo parlato con Tonino Cantelmi, psichiatra e psicoterapeuta specializzato in neurosviluppo, docente alla Pontificia Università Gregoriana.

ph Siciliani Gennari-Sir

Professore, quando un bambino così piccolo perde la mamma in circostanze drammatiche come questa, che cosa accade nel suo mondo interiore? 
In questo caso il bambino non perde solo la madre, uccisa in modo violento, ma anche il padre, che inevitabilmente sconterà una pena in carcere, e i nonni paterni, coinvolti in modo altrettanto drammatico. È un carico emotivo enorme per chiunque, figuriamoci per l’assetto cognitivo ed emotivo-affettivo di un bimbo, che per decodificare il mondo ha ancora bisogno di adulti in grado di mettere ordine nel suo caos interiore. Anche se gli adulti cercheranno di comunicargli quanto accaduto nel modo più delicato possibile, prima o poi il bambino verrà a conoscenza della verità attraverso social, web e smartphone. Si tratta di una situazione potenzialmente devastante.

Come si manifesta un trauma precoce in un bambino che non ha ancora gli strumenti cognitivi per comprendere ciò che è successo? 

Un bambino così piccolo non dispone né degli strumenti cognitivi né di quelli emotivi per poter collocare un’esperienza traumatica di questa portata.
Il trauma potrebbe non essere evidente subito: esistono sintomi acuti che riguardano l’umore o addirittura aspetti comportamentali gravi, ma la vera potenza lesiva del trauma si manifesta nel tempo. Normalmente le persone cercano di dissociare il trauma dalla vita quotidiana, ma questa dissociazione può avere conseguenze importanti in futuro.

Chi potrà spiegargli, un giorno, ciò che è accaduto? Esiste un modo “giusto” per raccontare una verità così dolorosa? 
Non esiste un modo giusto. Esiste soltanto il meccanismo della compassione: qualcuno che in qualche modo si faccia carico del dolore del bambino. La psicoterapia contemporanea attribuisce grande valore alla compassione, che è il processo attraverso cui entriamo in relazione con il nostro dolore. Non c’è dolore che non possa essere affrontato con un percorso compassionevole.

Di che tipo di supporto ha bisogno, concretamente, un bambino che vive una perdita così devastante? 
Ha bisogno di ricostruire punti di riferimento e sperimentare relazioni affettuose, sicure e stabili, nelle quali sentirsi protetto. Serve un equilibrio tra protezione e compassione.

Quanto è importante la continuità affettiva e la stabilità quotidiana in una situazione del genere? 
Sono fondamentali. Solo adulti capaci di offrire cura stabile, affetto, assenza di giudizio, compassione, incoraggiamento e serenità possono aiutarlo a gestire il dolore. È necessaria una rete di adulti affettuosi ed anche coraggiosi.

Davide è stato per ora affidato ai nonni materni: quali risorse possono offrire e quali limiti possono incontrare, dato il loro dolore? 
Si tratta di figure già conosciute, con le quali è più semplice ricostruire legami efficaci. Tuttavia, anche loro hanno bisogno di supporto, di professionisti con cui elaborare il proprio dolore perché la perdita di una figlia è qualcosa di sconvolgente. Per questo è indispensabile un sostegno personale significativo, capace di stimolarli verso un obiettivo: salvare la vita del nipote.
Un obiettivo benefico sia per il bambino sia per loro, perché restituisce senso e significato alla loro esistenza.

È realistico pensare che una famiglia ferita possa diventare anche una famiglia che “cura”?
Non senza un aiuto adeguato. È necessario un sostegno psicologico, una rete amicale e un contesto sociale non giudicante e compassionevole.

Una ferita così profonda può rimarginarsi? Che cosa significa “guarire” in questi casi? 

Entrare in relazione con il proprio dolore, anche devastante, non significa cancellarlo, ma imparare a gestirlo evitando di esserne travolti. Questo è possibile.

Quali fattori possono favorire un percorso di resilienza? 
Solo una rete relazionale benevola, solida, affettuosa e compassionevole può stimolare una risposta resiliente. Ma chi sostiene il bambino e i nonni deve saper sospendere il giudizio, e non è semplice. Tuttavia, è questo l’obiettivo.

Questo caso riporta al centro il tema dei figli delle vittime di femminicidio: quali strumenti mancano oggi in Italia per tutelarli? 
Il numero degli “orfani due volte” è in aumento: bambini che perdono un genitore e che non potranno più considerare l’altro come tale a causa del suo gesto orribile. È necessario investire in servizi specializzati e, se occorre, pensare a strutture di accoglienza capaci di offrire contesti nuovi e protetti a questi bimbi.

Che cosa dovremmo imparare, come società, da tragedie come questa? 

Dovremmo riflettere sull’aumento della crudeltà nelle relazioni interpersonali. Sembra che l’equilibrio tra umano e disumano si stia incrinando, favorendo forme di disumanizzazione che trasformano l’altro in un oggetto. Puntare a ricostruire comunità basate su relazioni buone, fiduciose nell’altro e soprattutto non disumanizzanti mi sembra una riflessione doverosa.

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