Tracce

Una pesante sconfitta sui dazi

Avvenire
23 Feb 2026

di Emanuele Carrieri

La Corte suprema degli Stati Uniti ha deciso che i dazi imposti da Trump ai paesi del mondo sono illegali e il motivo è semplice: per vararli ha violato la legge federale. Una bocciatura senza appello, con sei voti a favore e tre contrari. Una decisione attesa da diversi mesi durante i quali Trump aveva minacciato a scopo preventivo, invitando i giudici a dargli ragione. Apriti cielo! Trump ha definito “una vergogna” la sentenza e ha parlato di un “piano di riserva”. Il motivo della pronuncia della Corte è che Trump, da quando è in carica, ha varato i dazi senza l’approvazione del Congresso. Lo ha fatto appellandosi a una legge federale del 1977, la “International Emergency Economic Powers Act”, che conferisce al presidente il potere di identificare qualsiasi minaccia abbia origine al di fuori degli Stati Uniti e che garantisce dei poteri straordinari in casi di emergenza. In realtà, Trump si è spesso appigliato a inconfutabili pretesti o molto generiche definizioni per affermare che ci fosse una emergenza in corso. È una sentenza enorme nel merito, e di deciso peso simbolico, in quanto rara sentenza avversa emanata dal più alto organo di giurisdizione federale degli Stati Uniti, che conta al suo interno tre giudici nominati da Trump. Ma, anzitutto e soprattutto, perché travolge una materia su cui il tycoon ha, fin dall’inizio del suo secondo mandato, fabbricato una componente centrale della supremazia statunitense sul mondo, dichiarando i dazi strumenti di rivalsa americana su un immaginato complotto di tutti gli altri paesi. Nell’inventata rappresentazione conflittuale, i pedaggi commerciali erano quindi una giusta e punitiva rivalsa. Senza avventurarsi troppo nello specifico, la sentenza respinge la facoltà del presidente di valutare il disavanzo commerciale come “minaccia alla sicurezza nazionale” e, su tale principio, invocare il potere di imporre per decreto, regole commerciali che spettano, solo ed esclusivamente, all’organo legislativo, cioè al Congresso. In questo caso i dazi, per quanto Trump li abbia sempre descritti come sanzioni sui paesi produttori, sono pagati da importatori e dai cittadini sotto forma di prezzi maggiorati, costituendo perciò una forma di tassazione, che esige una approvazione legislativa. La conseguenza è che i dazi saranno annullati, con ripercussioni anche per l’Unione europea e per il nostro Paese. Il nocciolo della questione, quello in fondo di tutta la sua presidenza, sono i limiti del potere esecutivo che Trump e suoi strateghi hanno allargato oltre misura e che la Corte suprema ha, fino a questo momento, avvallato sulla base della teoria dell’esecutivo unitario, contenuta nell’articolo due e secondo la quale, il presidente degli Stati Uniti ha autorità esclusiva sul ramo esecutivo. La sentenza emessa nei giorni scorsi ha spaccato il fronte della dottrina che attribuisce al potere esecutivo delle facoltà maggiori di quelli degli altri poteri, in virtù del mandato ottenuto con l’elezione. Trump, all’inizio del suo secondo mandato, aveva approfittato di quella teoria con lo scopo di travolgere le sponde costituzionali con allontanamenti, cacciate, critiche, deportazioni, destituzioni, espulsioni, minacce, estorsioni e repressioni, culminate con gli omicidi di Renee Good e di Alex Pretti. I dazi invece sono stati imposti illegalmente, non come strumento di politica economica e commerciale, ma come vettori del dominio statunitense, superpotenza di cui tutti hanno bisogno, secondo il Trump pensiero. In alcuni casi le motivazioni sono state incomprensibili e del tutto estranee all’economia, per esempio i dazi accresciuti a Canada, Messico e Cina per non aver fermato l’export di droga degli “zombie” verso gli Stati Uniti. Altri hanno raggiunto la vera e propria follia: è il caso dell’aumento dei dazi sulle importazioni dalla Svizzera, dopo una telefonata con la presidente Keller-Sutter in quanto “non mi è piaciuto il tono che aveva”. Un fatto è sicuro: essendo un soggetto astioso, livoroso e vendicativo, ma, anzitutto, permaloso come un bambino, Trump proseguirà sulla via lastricata di ripicche e ritorsioni e rafforzerà il suo pugno di ferro con procedure giuridicamente più salde. Quel che si profila all’orizzonte è la continuazione e la radicalizzazione del combattimento istituzionale e costituzionale fra Trump e gli altri rami del governo, con linee di demarcazione adesso davvero un po’ più definite e precise. I futuri, quasi imminenti, tentativi di abusare del potere esecutivo (oltre ai tentativi di reimporre i dazi e a una possibile nuova guerra in Medioriente intrapresa senza la valutazione del Congresso) concerneranno la legge che il Senato discuterà nella prossima settimana che sconvolgerebbe l’assetto elettorale centralizzando il potere dagli stati all’amministrazione federale imponendo, a pochissimo tempo dalle elezioni di metà mandato (novembre prossimo), leggi, norme e regole idonee ad esautorare potenzialmente milioni di votanti democratici con la falsa motivazione di dilaganti brogli elettorali. Sono giornate più che nere per Trump: aveva già dovuto incassare le notizie molto negative sul fronte economico. In effetti, il prodotto interno lordo statunitense è avanzato, negli ultimi tre mesi dello scorso anno, a un ritmo di poco più dell’uno per cento, in deciso rallentamento rispetto all’oltre quattro per cento del trimestre precedente. E su Truth, il suo social network, Trump aveva subito scaricato tutte le colpe sui democratici e sulla banca centrale degli Stati Uniti. Per insulti, offese e insolenze, basta solo attendere le dichiarazioni di Karoline Leavitt, la sua (porta) voce dal profondo.

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