Angelus

La domenica del Papa – Vieni fuori!

ph Vatican media-Sir
23 Mar 2026

di Fabio Zavattaro

Ancora un nuovo appello per la fine del conflitto che insanguina il Medio Oriente, e un nuovo sostantivo compare nelle parole di Papa Leone all’Angelus in questa quinta domenica del tempo di quaresima: sgomento. Non è solo preoccupazione ma c’è angoscia, turbamento per una situazione che viviamo senza sapere quanto ancora continuerà. Così nelle parole che pronuncia dopo la preghiera dell’Angelus il Papa afferma di “seguire con sgomento” quanto accade in Medio Oriente e “in altre regioni lacerate dalla guerra e dalla violenza”. Non si può rimanere in silenzio, afferma ancora, “di fronte alla sofferenza di così tante persone, vittime inermi di questi conflitti. Ciò che li ferisce, ferisce l’intera umanità”. Queste guerre, la morte e il dolore di questi confitti per Leone XIV “sono uno scandalo per tutte la famiglia umana e un grido al cospetto di Dio”. Preservare nella preghiera è l’invito che il Papa rivolge a quanti lo ascoltano, affinché “cessino le ostilità e si aprano finalmente cammini di pace fondati sul dialogo sincero e sul rispetto della dignità di ogni persona umana”. Il cristiano, aveva detto nei saluti in lingua araba mercoledì 18 marzo, “è chiamato a essere strumento di pace, amore e riconciliazione, affinché la vera pace possa prevalere tra tutti i popoli”.

Messaggio che in questa domenica di Quaresima, con il Vangelo di Giovanni, ci porta a riflettere sul tema della morte, un muro per noi uomini oltre il quale non siamo capaci di andare; nel commentare questa pagina giovannea, Papa Benedetto XVI metteva in luce la “vera novità” per il credente, e cioè Cristo “che abbatte il muro della morte, in lui abita tutta la pienezza di Dio che è vita, vita eterna”. Ecco che la risurrezione di Lazzaro diventa messaggio di speranza, “segno che parla della vittoria di Cristo sulla morte e del dono della vita eterna, che riceviamo con il battesimo”. Lazzaro, l’amico morto da quattro giorni, diventa per Gesù anticipo del venerdì al Calvario; piange Lazzaro, ma in fondo piange per tutti gli uomini che si trovano in situazioni di morte, come dire, fisica, spirituale; guarda in faccia la morte per parlare di vita che non muore.

Nel Vangelo di Giovanni troviamo un’assonanza con le parole del profeta Ezechiele che si rivolge al popolo ebraico in esilio e annuncia: il Signore aprirà le tombe e farà uscire il popolo dai sepolcri, “vi farò riposare nella vostra terra”, nel paese di Israele. Antico e Nuovo Testamento che si “incontrano”.

Domenica prossima troveremo Gesù che entra a Gerusalemme accolto da una folla festante che, presto, gli volterà la faccia. In queste ultime domeniche lo abbiamo incontrato al pozzo di Sicar, il desiderio di un’acqua che disseta il corpo, ma, soprattutto, disseta lo spirito; Giovanni ci ha raccontato l’incontro con il cieco dalla nascita: nella guarigione, il passaggio dal buio alla luce, Cristo che porta luce per far uscire dalle tenebre ogni uomo. La liturgia ci invita a rivivere in questa luce nella Settimana Santa “gli eventi della Passione del Signore – l’ingresso a Gerusalemme, l’ultima cena, il processo, la crocifissione, la sepoltura – per coglierne il senso più autentico e aprirci al dono di grazia che racchiudono”. Avvenimenti che trovano in Cristo risorto “il loro compimento, per la nostra salvezza e pienezza di vita”.

Nelle parole che pronuncia all’Angelus, Papa Leone ci chiede di riflettere su questa “grazia” che illumina questo nostro mondo che, dice, “sembra in continua ricerca di novità e di cambiamento, anche a costo di sacrificare cose importanti – tempo, energie, valori, affetti – come se fama, beni materiali, divertimenti, relazioni effimere, potessero riempirci il cuore o renderci immortali”.

Per il vescovo di Roma tutto questo è “il sintomo di un bisogno di infinito che ciascuno di noi porta in sé, la cui risposta però non può essere affidata a ciò che passa”. Ecco che torna l’immagine del pozzo di Sicar e con le parole di Sant’Agostino nelle Confessioni il vescovo di Roma dice: “niente di finito può estinguere la nostra sete interiore, perché noi siamo fatti per Dio e non troviamo pace finché non riposiamo in lui”.

La pagina di Giovanni che ricorda l’episodio della risurrezione dell’amico Lazzaro “ci invita a metterci in ascolto di tale profondo bisogno e, con la forza dello Spirito Santo, a liberare i nostri cuori da abitudini, condizionamenti e modi di pensare che, come macigni, ci chiudono nel sepolcro dell’egoismo, del materialismo, della violenza, della superficialità. In questi luoghi non c’è vita, ma solo smarrimento, insoddisfazione e solitudine”. E quel “vieni fuori” che Gesù grida a Lazzaro è anche un invito rivolto a tutti spronandoci a “uscire, rigenerati dalla sua grazia, da tali spazi angusti, per camminare nella luce dell’amore”, donne e uomini nuovi capaci di sperare e amare “senza calcoli e senza misura”.

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