L’Ascensione del Signore e la presenza del Risorto nella storia
«Perché state a guardare il cielo?» (At 1,11)
I discepoli fissano lo sguardo verso il cielo mentre il Signore viene sottratto ai loro occhi; ma proprio in quell’istante la parola dei due uomini in bianche vesti interrompe il rischio di una fede ripiegata sulla nostalgia: «Perché state a guardare il cielo?» (At 1,11).
La domanda non corregge il desiderio dei discepoli di rimanere con Cristo, ma orienta la loro comprensione del mistero che stanno vivendo. L’Ascensione non coincide con l’assenza del Risorto, né descrive un allontanamento spaziale. Il Nuovo Testamento utilizza un linguaggio simbolico che rimanda alla glorificazione del Figlio e al suo ingresso definitivo nella comunione del Padre. Come ricordava Benedetto XVI, il verbo ‘essere elevato’ richiama il linguaggio regale dell’Antico Testamento: Cristo crocifisso e risorto viene introdotto nella signoria di Dio nella storia.
Per questo motivo il ‘cielo’ non può essere inteso semplicemente come un luogo fisico. Nella prospettiva biblica esso indica la dimensione stessa di Dio, la sua vita, la sua comunione. L’Ascensione rivela allora qualcosa di decisivo per l’antropologia cristiana: nell’umanità del Figlio, l’uomo entra definitivamente nella prossimità divina. In Cristo glorificato, l’umano non viene annullato.
Nel Vangelo di Matteo, inoltre, il mistero dell’Ascensione assume una tonalità profondamente ecclesiale e missionaria. Il Risorto incontra i discepoli sul monte di Galilea, luogo simbolico della rivelazione, e affida loro il mandato universale: «Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli» (Mt 28,19). Non si tratta semplicemente di trasmettere un insegnamento, ma di introdurre ogni uomo dentro la comunione stessa del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.
Matteo, tuttavia, non conclude il suo Vangelo con l’immagine di un distacco. L’ultima parola di Gesù è una promessa: «Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt 28,20). Proprio mentre il Cristo entra nella gloria del Padre, egli inaugura una presenza nuova che accompagna il cammino della Chiesa nella storia. L’Ascensione, dunque, non chiude il tempo di Gesù, ma apre il tempo della testimonianza, sostenuta dalla certezza che il Risorto continua ad abitare la vita dei suoi.
La nube che avvolge Gesù assume, in questo contesto, un significato preciso. Nella Scrittura la nube accompagna le manifestazioni della presenza di Dio: sul Sinai, durante l’esodo, nella tenda dell’alleanza, fino alla Trasfigurazione. Anche nel racconto dell’Ascensione essa non nasconde semplicemente Cristo allo sguardo dei discepoli, ma indica il suo ingresso nella gloria del Padre. Il Risorto non scompare dal mondo; inaugura una modalità nuova della sua presenza.
È in questa prospettiva che si comprende la reazione dei discepoli nel Vangelo di Luca: essi ritornano a Gerusalemme «pieni di gioia» (Lc 24,52). Una simile gioia sarebbe incomprensibile se l’Ascensione fosse stata percepita come perdita o separazione. La comunità apostolica comprende invece che il Crocifisso-Risorto continua ad accompagnare la storia dei suoi. La sua presenza non è più limitata alla visibilità corporea, ma si rende accessibile nella fede, nella Parola, nei sacramenti e nell’azione dello Spirito Santo.
L’Ascensione introduce così il tempo della Chiesa. Prima di salire al Padre, Gesù affida ai discepoli una missione: «Di me sarete testimoni» (At 1,8). La testimonianza nasce però da un dono precedente: «Riceverete la forza dello Spirito Santo». L’evangelizzazione non è anzitutto iniziativa umana, ma partecipazione all’opera stessa di Dio. È lo Spirito a rendere presente Cristo nella vita ecclesiale e a guidare il cammino dei credenti dentro la storia.
Da qui deriva anche una corretta comprensione della relazione tra fede e mondo. L’Ascensione non spinge il cristiano a disinteressarsi della realtàà terrena. Al contrario, proprio perché Cristo è entrato nella gloria del Padre portando con sé l’umanità, ogni dimensione dell’esistenza umana acquista una dignità nuova.
Sant’Agostino, riflettendo sul mistero dell’Ascensione, invitava i credenti a “salire con Cristo” anzitutto attraverso il cuore. La fede rende possibile una comunione reale con il Signore anche nell’invisibilità. «Credi in lui e lo vedrai», afferma il vescovo d’Ippona. La visione cristiana nasce infatti dalla fede e non dall’evidenza immediata.
In questa luce, l’Ascensione, da una parte proclama la piena glorificazione del Figlio; dall’altra apre il tempo della responsabilità della Chiesa, chiamata a vivere nella storia come segno della presenza del Risorto. La comunità cristiana cammina così tra il già e il non ancora: radicata nella terra, ma orientata verso il compimento definitivo della comunione con Dio.
Per questo la liturgia dell’Ascensione non invita a fuggire dal mondo, ma a guardarlo alla luce del destino inaugurato in Cristo. L’umanità del Figlio, assunta nella gloria del Padre, diventa la promessa del compimento ultimo dell’uomo.
E allora la domanda degli angeli rimane aperta anche per il credente di oggi: dove stiamo cercando il Signore? E sappiamo riconoscere la sua presenza dentro il tempo della storia, nella vita della Chiesa e nella concretezza della testimonianza evangelica?
* referente della comunicazione Gris (Taranto)




