Il fascino del prodigio
Quando lo straordinario apre alla superstizione
Il bastone di Mosè diventa un serpente. Il faraone convoca i suoi maghi e accade qualcosa che rende la scena molto meno semplice di quanto ci aspetteremmo: anche loro riescono a produrre qualcosa di simile.
È un dettaglio sorprendente. Se bastasse un prodigio per riconoscere immediatamente l’azione di Dio, il racconto dell’Esodo ci lascerebbe senza un criterio. E infatti la Scrittura non identifica il divino con ciò che semplicemente impressiona. Più avanti, quando i maghi non saranno in grado di riprodurre la piaga delle zanzare, saranno proprio loro a riconoscere: «È il dito di Dio». Il fenomeno straordinario, dunque, non porta necessariamente impressa in sé la propria spiegazione.
Sant’Agostino si ferma a lungo su questa difficoltà nel terzo libro del De Trinitate. Si domanda come sia possibile che i maghi del faraone abbiano prodotto serpenti e altri fenomeni simili e, soprattutto, quale rapporto esista tra queste azioni e la potenza creatrice di Dio. La risposta appartiene naturalmente alla concezione della natura propria del suo tempo, ma contiene un’intuizione teologica ancora preziosa: ciò che non sappiamo spiegare non diventa, per questo, divino.
Agostino distingue ciò che avviene secondo il corso consueto delle cose da ciò che agli uomini appare straordinario. La differenza, però, non coincide sempre con l’assenza di cause naturali. Talvolta qualcosa ci meraviglia semplicemente perché ne ignoriamo il modo di produzione. Ciò che per noi è difficile o misterioso può dipendere da possibilità della creazione che non conosciamo.
Per spiegarsi, Agostino ricorre all’immagine dei «semi nascosti» presenti nella natura, possibilità che vengono alla luce quando si verificano determinate condizioni. Non occorre assumere questa concezione come una teoria scientifica moderna per comprendere il principio che egli vuole difendere: una creatura può agire sulle realtà create, anche in modi che ci sorprendono, senza diventare per questo creatrice.
Solo Dio crea.
Per chiarirlo Agostino richiama le parole di Paolo: «Io ho piantato, Apollo ha irrigato, ma Dio ha dato la crescita». L’agricoltore prepara il terreno, semina, irriga; la sua azione è reale, ma non è lui il principio ultimo dal quale la vita riceve l’essere. Allo stesso modo, anche davanti a fenomeni insoliti, non bisogna confondere ciò che una creatura può compiere con ciò che appartiene soltanto al Creatore.
È una distinzione importante soprattutto quando lo straordinario entra nell’esperienza religiosa. Il cristianesimo, infatti, non elimina il miracolo. La Scrittura conosce segni, guarigioni, visioni e manifestazioni attraverso le quali Dio si rende presente nella storia. Agostino stesso parla propriamente di «miracoli e segni» quando determinate realtà sensibili vengono assunte, per volontà divina, per «annunciare ai nostri sensi qualcosa».
Proprio questo verbo — annunciare — impedisce di ridurre il miracolo alla semplice eccezionalità.
Un segno non è tale soltanto perché provoca stupore. È segno perché rimanda oltre se stesso, perché diventa portatore di un significato all’interno della storia nella quale Dio si comunica all’uomo. La sua verità non dipende quindi dalla spettacolarità.
Agostino lo spiega con un’immagine particolarmente efficace. Il nome di Dio può essere scritto in oro oppure con l’inchiostro. L’oro è più prezioso, attira maggiormente lo sguardo, suscita una diversa impressione; eppure ciò che viene significato può essere esattamente lo stesso. La preziosità del mezzo non modifica la verità del nome.
Lo stesso vale per il prodigioso.
Ciò che appare più impressionante non è necessariamente più vero. Un fenomeno più spettacolare non è, per questo, più vicino a Dio. La fede non può misurare la presenza divina dalla quantità di meraviglia che un evento riesce a suscitare.
Ed è precisamente qui che il fascino del prodigio può diventare terreno fertile per la superstizione.
Una guarigione inattesa, un’immagine alla quale viene attribuito un fenomeno insolito, una coincidenza sorprendente, un’esperienza che non sappiamo immediatamente spiegare possono certamente porre domande. Non c’è nulla di contrario alla fede nello stupore. Il problema nasce quando la domanda viene trasformata troppo rapidamente in una risposta.
Tra ciò che accade e ciò che significa esiste infatti una distanza che non può essere cancellata.
Possiamo essere certi che un fatto sia avvenuto senza conoscerne ancora la causa. Possiamo ignorarne la causa senza essere autorizzati a dichiararla soprannaturale. E persino quando un evento possiede realmente un significato religioso, resta ancora da comprendere quale sia quel significato.
Il discernimento abita precisamente questo spazio.
La superstizione tende invece ad abbreviarlo. L’insolito viene subito interpretato; ciò che non sappiamo spiegare diventa prova di una causa soprannaturale e quella causa viene rapidamente trasformata in un messaggio di cui crediamo già di conoscere il contenuto.
Agostino invita a una prudenza molto diversa. Dopo essersi confrontato con questioni complesse riguardanti l’azione degli angeli, i prodigi e le manifestazioni divine, avverte che «l’umana debolezza non si spinga oltre il limite di ciò che è sicuro». Poco dopo mette in guardia dal rischio di abbandonare «il solido fondamento della parola divina» per precipitare «negli abissi delle proprie congetture».
È un’espressione particolarmente forte, perché individua una delle radici della superstizione: trasformare la congettura in certezza religiosa.
Non sappiamo perché qualcosa sia accaduto e immaginiamo una causa. Non comprendiamo un fenomeno e lo attribuiamo immediatamente a Dio, oppure al demonio. Una coincidenza ci colpisce e cominciamo a leggerla come un messaggio indirizzato proprio a noi. In poco tempo ciò che era soltanto un’ipotesi assume il peso di una convinzione.
Il problema non consiste quindi soltanto nel poter giungere a una conclusione sbagliata. Riguarda il modo stesso in cui si costruisce quella conclusione.
Agostino, invece, non sembra avere paura di fermarsi. Distingue ciò che ritiene possibile affermare da ciò che rimane difficile da conoscere e riconosce apertamente che l’intelligenza umana non può penetrare ogni aspetto dell’azione divina o delle realtà spirituali.
Questa prudenza non nasce da una riduzione razionalistica del mistero. Nasce esattamente dal contrario: dal riconoscimento che Dio è più grande delle interpretazioni con le quali tentiamo di afferrarlo.
Per questo anche il «non lo sappiamo» può diventare una risposta profondamente teologica.
Non è una resa della ragione e neppure una diminuzione della fede. È il riconoscimento del limite entro il quale il discernimento rimane onesto. Non tutto ciò che resta oscuro deve essere immediatamente riempito da una spiegazione spirituale; non ogni evento insolito deve necessariamente diventare un messaggio.
La fede cristiana conosce il mistero, ma il mistero non coincide con ciò che semplicemente ignoriamo. Il mistero è una realtà che Dio ha realmente fatto conoscere senza che possa essere esaurita dalla nostra comprensione. La superstizione, al contrario, rischia di fare proprio dell’ignoto lo spazio nel quale moltiplicare interpretazioni.
Più un fenomeno appare indecifrabile, più facilmente può essere caricato di significati.
È per questo che il discernimento richiede sobrietà. Non elimina la possibilità del segno, ma impedisce che ogni anomalia venga trasformata in segno. Non nega l’azione di Dio, ma rifiuta di identificare Dio con tutto ciò che non sappiamo spiegare.
Anche il racconto dei maghi del faraone educa a questa cautela. I loro serpenti sono spettacolari. Eppure proprio Agostino osserva che un evento esteriormente più sorprendente può significare qualcosa di inferiore rispetto a un segno apparentemente più semplice. La forza spirituale del segno non dipende dall’effetto che produce sugli occhi.
È una lezione importante anche per la fede contemporanea. Il rischio non è soltanto quello di credere a fenomeni falsi. Esiste un rischio più profondo: cercare continuamente Dio là dove accade qualcosa di eccezionale e diventare progressivamente incapaci di riconoscerlo nella forma ordinaria con cui egli si offre alla fede.
La Scrittura, i sacramenti, la preghiera, la carità, la vita ecclesiale possono apparire meno spettacolari di un prodigio. Ma il fatto che qualcosa sia meno sorprendente non significa che sia spiritualmente meno significativo.
L’immagine scelta da Agostino torna allora con tutta la sua forza: il nome di Dio può essere scritto in oro oppure con l’inchiostro. L’oro colpisce di più, ma non rende quel nome più vero.
Forse il fascino del prodigio comincia a diventare superstizione proprio quando dimentichiamo questa distinzione e trasformiamo lo stupore in una prova, l’inspiegabile in soprannaturale e il soprannaturale in un messaggio di cui pensiamo di conoscere già il significato.
La fede non ci chiede di smettere di meravigliarci. Ci chiede qualcosa di più difficile: non chiamare “segno” tutto ciò che ci sorprende.
Davanti a ciò che non comprendiamo possiamo affrettarci a riempire il vuoto con le nostre interpretazioni oppure avere l’umiltà di custodire una domanda.
La superstizione ha fretta di dare un nome al mistero. Il discernimento, invece, sa attendere.
* referente della comunicazione Gris (Taranto)




