Tracce

Con lui è morta anche la pietà

(Foto ANSA/SIR)
17 Set 2024

di Emanuele Carrieri

C’è qualche cosa, o forse tutto, di terrificante, di raccapricciante, di agghiacciante nella tragedia notturna di via Michele Coppino, una strada del centro di Viareggio, nelle nebulose e sfuocate immagini che sembrano raccontare un pauroso incidente stradale – un’auto fuori controllo – e che invece testimoniano qualcosa di mostruoso, di spaventoso, di terribile. Il filmato dura pochi secondi: i fari di una macchina chiara, di un suv di colore bianco, illuminano la sagoma di un uomo che cammina veloce per la strada. La macchina sterza e lo travolge, lo schiaccia contro una vetrina: poi, fa una brevissima retromarcia e va in avanti. È una manovra eseguita per tre volte: si nota il leggero sobbalzo provocato dal passaggio degli pneumatici su qualcosa che è a terra. Infine dall’auto scende una donna che si china un attimo, prende una borsa e se ne va. A terra resta il corpo di un uomo in fin di vita o forse morto sul colpo, uno di quei poveri cristi, presentati nel linguaggio corrente come ‘senza fissa dimora’, ‘senza tetto’, clochard, barboni, homeless, vagabondi, ‘sans papier’. Pochi momenti prima, aveva sottratto la borsa a quella donna, una imprenditrice, che stava salendo in automobile. Nella semioscurità di una strada di Viareggio vanno in onda delle scene tratte dal film Safari di Ulrich Seidl, una sorta di battuta di caccia grossa: la donna insegue l’uomo, lo travolge e dopo, per essere sicura di metterlo in condizione di non nuocere, lo ‘stira’ con le gomme dell’automobile per ben tre volte. Poi, si ripiglia il maltolto, se ne va a casa sua, non prima di essere passata al vicino ristorante per restituire, cittadina esemplare e ammirevole di questo nostro Paese, l’ombrello avuto in temporaneo prestito nella sera piovigginosa. È una vicenda che nelle persone dotate di buon senso origina molta preoccupazione per come sembra si stia sviluppando la nostra società. Da più parti sono arrivate parole di condanna, nette e convinte, sia per avere, la donna, reagito, sia per la reazione smisurata e sproporzionata, che va contro ogni principio morale e civile. Sono quei principi che, nel nostro corpo sociale, dovrebbero collocare al primo posto il valore della vita umana. Quella preoccupazione non è provocata soltanto dal fatto in sé stesso, ma è alimentata anzitutto dai numerosissimi commenti sui social, dove tanti utenti inneggiano a questo tipo di reazione giustificando questo brutale atto. Sembra quasi che ci sia la volontà di sostituire la giustizia delle istituzioni con una giustizia assai più terra terra: la giustizia fai da te. Non ci si rende conto che assecondare questo genere di reazione sconsiderata, incoraggiare la vendetta – non contemplata nel complesso di norme universali e necessarie, preesistenti rispetto alle norme degli stati, che fanno parte del patrimonio etico, razionale e religioso di ogni comunità – può solo portare a una escalation della violenza, con conseguenze disastrose per tutti. Si colloca in primo piano la giustizia sommaria rispetto alla morale e al rispetto della vita. È evidente che la fiducia nelle istituzioni si stia nel tempo erodendo sempre più, ma episodi come questo non possono che minacciare ulteriormente la fiducia nelle istituzioni. Festeggiare o normalizzare avvenimenti di questo tipo non possono che portare a un incremento di gesti di vendetta individuale. Possiamo immaginare un mondo in cui ognuno di noi, preso dalla rabbia decide di farsi “giustizia” da solo? Ma c’è un altro aspetto da considerare. Ora – dice il difensore – la donna, arrestata per omicidio volontario, si dispera. “Non volevo fargli del male, non volevo ucciderlo: solo riprendermi la borsa con documenti e chiavi. Temevo che l’uomo potesse seguirmi fino a casa”. Di conseguenza con queste frasi, ecco spiegate le brevi e sobbalzanti manovre: per spezzargli le gambe e avere così la sicurezza di non essere seguita. La faccenda è di una gravità impensata e impensabile: carica di un nuovo orrore e dello smarrimento di una sia pur minima umanità. Non voleva uccidere, dice la donna. È “legittima difesa” da parte di una donna sola nella notte, derubata da un pericoloso straccione? Una piccola botta o un vero e proprio investimento con andirivieni ripetuto? Solo le gambe spezzate o l’uomo è stato ammazzato sul colpo? Certo, la donna non voleva ucciderlo: voleva solo eliminarlo dalla circolazione, almeno per un po’ di tempo. È morto? Sì, un po’ di dispiacere … ma … “Ma se fosse stato un cittadino normale non si sarebbe trovato in quella situazione e non sarebbe stato ucciso” è stato il commento di Salvini. A forza di ingerire violenza e crudeltà, abbiamo perduto la consapevolezza del valore della vita umana. E la orribile notte di Viareggio ci dice che la pietà è morta. Sperare in un riscatto morale è un dovere civile che va coltivato da tutti e con tutte le forze possibili e immaginabili.

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