Tracce

Quella tempesta che incomincia nel far west

(Photo Ansa/Sir from website https://www.agensir.it/)
11 Nov 2024

di Emanuele Carrieri

Meglio di otto anni fa. Un boom, un trionfo, in realtà un plebiscito su di lui, un esito positivo al di là di ogni misura per un candidato di un partito repubblicano, riadeguato a propria immagine e somiglianza. È una pesante sconfitta per la democratica Kamala Harris: voto dei grandi elettori, quello popolare, conquista del Senato e, forse, anche della Camera. Un blocco sociale –ricchi, bianchi poveri, latinos – che raduna sotto la stessa insegna vincitori e vinti della globalizzazione. In più, in primo piano, Elon Musk, l’avanguardia assai controversa di una tecnocrazia anarchico-conservatrice. Un vasto potere, dunque, fra esecutivo e legislativo, pur all’interno di un sistema istituzionale fatto in teoria di “pesi e contrappesi”, ma in una società fratturata e dallo sguardo all’indietro. Se la prima presidenza di Trump non può essere rimpianta, quella che inizierà il prossimo 6 gennaio promette “una nuova età dell’oro”. L’uomo è imprevedibile e nessun inquilino della Casa Bianca è riuscito a mettere in pratica tutto ciò che aveva annunciato. Meglio così: un mondo impaziente richiede leader che sappiano agire con il senso della misura. L’amministrazione Trump del futuro appare più omogenea e più radicale rispetto a quella del 2017, ma con una sostanziale diversità: allora il partito repubblicano esisteva nella sua identità storica, tentando anche di controllare gli eccessi e le intemperanze della massima autorità. Quel partito, così come il popolo statunitense l’ha conosciuto, non esiste più. Il primo mandato ha stressato l’Occidente e, in particolare, l’Europa, dopo è arrivato il turno di Biden, e lo scontro è rientrato. Il secondo giunge in una fase più tesa: la guerra in Ucraina e a Gaza, le sovreccitazioni nella Nato, il contenzioso economico con la Cina e i contraccolpi sul Vecchio continente per dazi e protezionismi. Il ciclone Trump è nato nell’anno della Brexit e da allora sovranismi e compagnia bella sono transitati dalla protesta chiassosa alla fase di lotta e di governo nelle istituzioni. Potrebbe arrivare un rinnovato effetto domino, nel senso che i veti dei sovranisti europei – vedasi l’entusiasmo di Orban e non solo – troverebbero una sponda al di là dell’Atlantico. Le reazioni nel mondo ripresentano le crepe geopolitiche fra l’ordine liberale e chi, quel mondo, lo vede in decadenza. Zelensky non può essere allegro, perché gli aiuti all’Ucraina non sarebbero più un fatto sicuro: Trump dice di perseguire la pace, ma – è forte il timore – a scapito di Kiev. E Putin? È presto per dire qualcosa. Si dovrà aspettare l’insediamento alla Casa Bianca, dopo il quale, forse, incomincerà qualche trattativa ufficiale. Nel frattempo la Russia, che da agosto ha accelerato la sua avanzata in Donbass anche a scapito di subire immani perdite, avrà la necessità di migliorare la sua posizione negoziale. Lo stesso è per l’Ucraina: l’amministrazione democratica uscente, invece, si leverà i classici sassolini dalle scarpe. Biden darà il via libera all’utilizzazione di armi Usa in territorio russo? Il rischio di un inasprimento è dietro l’angolo. I toni a Pechino paiono calibrati, le parole di von der Leyen rientrano nel garbo diplomatico, Germania e Francia sono costrette a fare buon viso a cattivo gioco e Netanyahu pensa di avere le mani libere. Come saranno le relazioni internazionali con questa America intenzionata a tornare grande in modalità prepotente e unilaterale? Da Obama in poi, Washington vuole limitare il proprio impegno nel mondo per concentrarsi sull’area del Pacifico nell’antagonismo con la Cina e su vicende interne. Da sempre democratici e repubblicani la pensano alla stessa maniera su molti temi, cambiano però i modi di porsi. Il ritiro dall’Afghanistan, negoziato da Trump con i talebani e gestito catastroficamente da Biden, indica una precisa deviazione dall’internazionalismo statunitense, rettificata ma non smentita dal sostegno all’Ucraina e dall’attivismo diplomatico nel Vicino Oriente. Gli Stati Uniti restano in ogni caso il perno di un sistema mondiale a cui aderiscono sessanta paesi alleati. È un mix di potenza militare, a cui aggiungere dollaro, valori, scienza e tecnologia. L’economia è in eccellente salute, ma i tagli fiscali annunciati da Trump sono molto costosi: l’aumento dei dazi su beni e servizi importati accenderebbe altre guerre commerciali e ulteriori crisi valutarie. Il protezionismo e la stretta contro i migranti avrebbero una ricaduta potenzialmente inflazionistica, ritardando nuovi tagli dei tassi. L’agenda di “America first” prevede che alleati e avversari siano valutati in base al surplus commerciale con gli Stati Uniti, con un impatto nocivo per l’Europa, che già ha faticato a seguire il protezionismo alla Biden e si è divisa sui dazi alle auto elettriche cinesi. Ma l’altra questione scivolosa è la Nato, il trattato che definisce il perimetro della sicurezza in Europa. Trump non ama i negoziati globali, ama le trattative bilaterali e agli alleati sollecita più sovvenzioni: la difesa, su cui Parigi e Berlino non si capiscono, è materia delicatissima per governi e per governanti. Il prossimo inquilino della Casa Bianca, proprio su questo argomento, è nelle condizioni di ingrandire le crepe già visibili fra i paesi dell’Ue: metterli nelle condizioni di dover scegliere nell’immediato fra burro e cannoni significa voler rompere un equilibrio precario e destinato a perdurare. C’è proprio da stare poco tranquilli.

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17 Ott 2026