Ricordo

Goffredo Fofi, l’intellettuale nomade che ha insegnato a dire ‘no’

ph Sir
14 Lug 2025

di Gianluca Arnone

Se ne va con l’estate, come certi maestri che non si annunciano. Goffredo Fofi è morto venerdì 11 luglio, a 88 anni.
Se n’è andato senza clamore, com’era suo costume. Lasciandoci in eredità una voce o, meglio, una posizione: quella di chi non fa mai pace con l’ingiustizia. Fino a poco tempo fa lo si poteva incontrare (sempre meno ultimamente a causa di acciacchi e malanni fisici) con il suo zaino consunto e lo sguardo limpido, attraversare Roma come attraversava le idee. Sempre in cerca di un altrove, di un margine dove ancora valesse la pena seminare. “Ogni venticinque anni bisognerebbe cambiare nome e identità”, scriveva. Era il suo modo di dire che l’intellettuale, per non diventare funzione, deve restare nomade.

Una vita nei margini

Era nato a Gubbio nel 1937, da una famiglia contadina. Ma la sua vera patria fu l’Italia che non si vede: le periferie, le minoranze, gli esclusi. A diciassette anni era già in Sicilia con Danilo Dolci, a battersi contro la miseria e la mafia con gli “scioperi al rovescio”. Da lì in poi, una sola linea, irregolare ma netta: fare cultura come si fa il pane, tra la gente, per la gente, senza mai separarla dall’etica. Fofi non fu mai accademico. Non fece scuole né carriere. Fondò riviste: Quaderni Piacentini, Ombre Rosse, Lo Straniero, Gli Asini. Scrisse reportage, editoriali, saggi, pamphlet. Fu critico cinematografico, letterario, teatrale. Ma più di tutto fu una coscienza. Un disobbediente sistematico. Il suo motto? “Siamo qui per contraddire, non per compiacere”.

Il cinema come gesto di insubordinazione

Nessuno in Italia ha raccontato il cinema con la stessa radicalità di Goffredo Fofi. Per lui non era mai solo linguaggio o forma, ma una questione di posizione. Di giustizia. Un film, diceva, deve essere utile. Non nel senso didascalico, ma in quello esistenziale: deve disturbare, risvegliare, scoperchiare. “Strappare la maschera della borghesia, anche con il pugnale della macchina da presa”. Dal pamphlet Il cinema italiano. Servi e padroni (1971) a Il cinema del no (2015), da Capire con il cinema (1977) alla Breve storia del cinema militante (2023), ha scritto per generazioni di studenti, di insegnanti, di cinefili fuori asse. E ha formato uno sguardo: quello che cerca il vero nel falso, il povero nel rappresentato, il rifiuto nella bellezza. Totò fu il suo profeta laico: “poeta degli ultimi”. Keaton più di Chaplin, perché “metafisico, irriducibile alla storia”. Pasolini, il suo doppio dialettico: “è con lui che ho litigato di più”. Ermanno Olmi, il compagno di viaggio più vicino. Amelio, Rohrwacher, Ciprì e Maresco, gli eredi. Il suo “cinema del no” non è una poetica: è una forma di resistenza al mondo così com’è.

Un cattolicesimo degli ultimi

Eppure, a definirlo solo militante si rischia la caricatura. Fofi è stato anche altro: un laico che ha parlato ai credenti. Anzi, con loro. Collaboratore di Avvenire, ha scritto di santità minori, di evangelismo delle periferie, di figure come don Milani, don Tonino Bello, Dorothy Day. Ha riconosciuto nel cristianesimo “minoritario” — quello che traduce il Vangelo in pane, scuola, accoglienza — una delle forze più vive del Novecento. “Un confronto tra cristianesimo e anarchismo è oggi più che mai necessario”, scriveva. E ancora: “La parabola del seminatore è per me un riferimento politico: si semina senza sapere dove il seme cadrà”. Il suo pensiero — libertario ma spirituale, irriducibile a etichette — ha messo in dialogo il Vangelo e l’utopia, la povertà e la dignità, l’intelligenza e la tenerezza. È anche questo che lascia: una fede laica nell’altro.

 L’eredità

Goffredo Fofi non era un intellettuale ‘organico’. Non era organico a nulla, se non a un’idea di giustizia radicata nella vita concreta. Per questo resta. Resta nei libri e nei documentari, nei cineclub e nelle biblioteche scolastiche, nei lettori giovani che lo scopriranno nelle pagine di Lo Straniero o in una nota a margine di Capire con il cinema. Resta in chi ancora si ostina a leggere il mondo con sguardo laterale. Non lascia una scuola, ma una postura. Non un metodo, ma un’etica. Leggere dentro le pieghe. Prendere parte. Scegliere di essere minoranza. “Resistere, studiare, fare rete. E rompere i coglioni.” L’ha detto lui, e non era una provocazione. Era una dichiarazione d’amore.

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