Quaresima

‘Sino alla fine’: il Triduo pasquale, rivelazione dell’amore che salva

ph Gris
01 Apr 2026

di Luana Comma

Nel cuore dell’anno liturgico, il Triduo pasquale si offre alla coscienza credente non come una semplice successione rituale, ma come un unico evento salvifico, nel quale la Chiesa è resa contemporanea al mistero della passione, morte e risurrezione del Signore. Più che tre giorni distinti, esso costituisce un’unica ‘ora’, nella quale — secondo una prospettiva cara anche al magistero di Benedetto XVI — si manifesta la forma compiuta dell’amore di Dio, un amore che entra nella storia per trasfigurarne il senso più profondo.

Il Giovedì Santo apre questo itinerario con il segno della lavanda dei piedi, nel quale il Vangelo di Giovanni condensa il senso dell’intero mistero pasquale: «Avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine» (Gv 13,1). Questa ‘fine’ non indica soltanto un termine cronologico, ma la misura stessa dell’amore divino, che giunge fino al dono totale di sé.

In tale contesto, il gesto di Gesù non si limita a proporre un modello etico-morale, ma rivela il volto stesso di Dio: Egli, pur essendo il Signore, si pone davanti ai discepoli con la semplicità di chi serve. Non si tratta di un gesto puramente simbolico, ma dell’espressione concreta di una dinamica inedita, nella quale Dio si fa vicino all’uomo fino a toccarne la fragilità, per purificarla e restituirla alla comunione.

E tuttavia, proprio nel cuore di questo dono, emerge con forza il dramma della libertà umana: «Voi siete mondi, ma non tutti» (Gv 13,10). L’amore, infatti, non si esige; esso chiede accoglienza. La figura di Giuda rende visibile la possibilità reale di sottrarsi alla logica del dono, scegliendo criteri di autosufficienza che, lungi dal liberare, chiudono l’uomo alla verità dell’amore.

Il Venerdì Santo conduce questo dinamismo al suo vertice, là dove il kérigma cristiano si mostra nella sua forma più paradossale: la gloria di Dio si manifesta nell’abbassamento della Croce. Come sottolinea Benedetto XVI, la Croce non è un incidente della storia, ma l’atto nel quale l’amore divino assume fino in fondo il peso del male, percorrendolo senza restarne vinto. In essa si rivela una giustizia che non si oppone alla misericordia, ma si compie in essa: Dio prende sul serio il male, ma lo vince non con la forza, bensì con la sovrabbondanza dell’amore (cf. Rm 5,20).

Nel cuore di questa contemplazione si lascia intravedere una dimensione discreta ma decisiva: il silenzio del Venerdì Santo, luogo di singolare densità spirituale. La liturgia stessa lo custodisce e lo consegna come spazio essenziale di comprensione del mistero. Fin dall’ingresso della celebrazione — segnato dalla prostrazione silenziosa — fino alla sua conclusione senza congedo, tutto sembra sospeso in un’attesa carica di significato. È il compimento della parola profetica: «Era come agnello condotto al macello; maltrattato, non aprì bocca» (Is 53,7).

Questo silenzio non è semplice assenza di suono, né espressione di lutto sterile. Esso è, piuttosto, la forma stessa attraverso cui la Chiesa partecipa al mistero della consegna del Figlio. Come il seme che cade nella terra e muore per portare frutto (cf. Gv 12,24), così il Cristo, nel silenzio della Croce e del sepolcro, compie un’opera invisibile agli occhi dell’uomo, ma decisiva per la salvezza. Si tratta di un silenzio gravido, segnato da una tensione escatologica: non chiusura, ma attesa; non vuoto, ma promessa.

Il Sabato Santo prolunga e radicalizza questa esperienza. È il giorno del “grande silenzio”, nel quale la Chiesa, priva di celebrazioni eucaristiche, rimane come in sospensione tra la morte e la vita. In questa pausa liturgica si riflette il riposo di Dio dopo la creazione (cf. Gen 2,2), ora trasfigurato nel riposo del Figlio nel grembo della terra. Ma è un riposo che prepara un nuovo inizio: come nel grembo materno la vita cresce nel nascondimento, così nel sepolcro matura la novità della risurrezione.

Il silenzio, dunque, si configura come una grande inclusione che avvolge l’intero Triduo: esso apre la celebrazione e la conduce verso il suo compimento, fino a essere infranto dal grido luminoso della Veglia pasquale — «Luce di Cristo» — nel quale la Chiesa proclama la vittoria della vita sulla morte. Dal silenzio nasce il canto nuovo, e il buio della notte si lascia attraversare dalla luce del Risorto.

In questa unità profonda, il Triduo pasquale rivela la struttura stessa della fede cristiana: un movimento discendente e ascendente insieme. Discendente, perché Dio prende l’iniziativa e si abbassa fino alla condizione umana; ascendente, perché l’uomo, raggiunto da questo amore, è chiamato a rispondere, entrando in una dinamica di conversione e di comunione.

La domanda che attraversa questi giorni santi rimane, allora, radicale e personale: siamo disposti a lasciarci introdurre in questo silenzio, ad abitare questo amore che si dona “sino alla fine”? In tale disponibilità si gioca non soltanto la comprensione del mistero pasquale, ma la verità stessa dell’esistenza cristiana, chiamata a diventare, nella storia, eco viva di quella misericordia che, in Cristo crocifisso e risorto, ha definitivamente aperto all’uomo la via della vita.

 

* referente della comunicazione Gris (Taranto)

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