Tracce

Non ci sarà nessuna Canossa

Vatican Media/Avvenire
20 Apr 2026

di Emanuele Carrieri

I ripetuti attacchi di Trump a Leone XIV rientrano a pieno titolo in quella tipologia delle cose impensabili, inaudite, inimmaginabili, mai viste. A tal punto, non erano giunti neppure Stalin, nel corso dei colloqui di Yalta nel 1945 – che domandò “Quante divisioni ha il Papa?” – e Napoleone che voleva distruggere la Chiesa, avvilito dalla risposta del Segretario di Stato di Pio VII, il cardinale Ercole Consalvi: “Non ci siamo riusciti noi preti in diciassette secoli! Non si illuda! Non riuscirà a distruggere la Chiesa!”. Quello commesso da Trump è molto peggio di un peccato o di un reato: esagerare, rompere argini, parlare senza controllo è oramai la sua principale attività quotidiana. E in qualsiasi modo si vogliano leggere le sue affermazioni, non esiste nessuna spiegazione, giustificazione per quelle parole. Si pensi ciò che si vuole del Papa, del Vaticano, del cattolicesimo, del comunismo, del colpo di stato del 18 “brumaio” del 1799: rimane il fatto che la Chiesa c’era prima di Napoleone e di Stalin, che entrambi sono defunti e sotterrati da molto tempo. C’era prima di Trump e ci sarà anche dopo la fine del trumpismo. Trump ha attaccato Leone XIV con la consueta violenza verbale, “debole sulla criminalità”, “terribile in politica estera”, “al servizio della sinistra radicale”. Questa è la risposta, arrivata a poche ore da un richiamo, antico e moderno, quello del perdono, e da una serie di parole che pesano, “l’illusione di onnipotenza”. Leone XIV non lo ha nominato, non lo ha attaccato, non lo ha provocato. Ha parlato di pace, di misura, di limite e ha detto che il Regno di Dio non conosce “spade, droni, vendette”. Un linguaggio che è tipico della tradizione cristiana, ma che appare una critica diretta a un potere che si racconta attraverso la forza. Trump, come al solito, ha ribaltato tutto, non è entrato nel merito, non ha contestato le parole, ha attaccato il Papa. E poi ha pubblicato un’immagine di sé stesso, trasformato in una sorta di entità che fa guarire, con le mani che emanano luce, attorniato da emblemi militari e simboli patriottici. La solita delirante e farneticante narrazione di sé, che oltrepassa e va al di là della politica. In questi ultimi mesi, questa narrazione si è manifestata in decisioni che inseguono una logica sempre più difficile da decifrare: prima la minaccia di “cancellare l’Iran in una notte”, poi la brusca marcia indietro con una tregua di due settimane, senza che Teheran abbia neppure risposto. Un giorno il blocco navale nello Stretto di Hormuz annunciato come imminente, il giorno dopo il più frastornante silenzio. Ha fatto dei dazi uno strumento personale, incrementati, sospesi, aggiornati, ritardati, rimandati, rilanciati a seconda del momento, con l’idea di portarli “al quindici per cento su ogni cosa” e senza passare dal Congresso, ignorando e tralasciando perfino i limiti indicati dalla Corte Suprema. Perfino le alleanze storiche messe in discussione, la Alleanza atlantica pesantemente criticata per non aver aiutato la sua decisione sui bombardamenti all’Iran, la politica interna da tempo diventata una resa dei conti, la caccia a chi ha indagato, i funzionari sostituiti a piacimento, le accuse lanciate senza prove, l’Iran dipinto come prossimo alla bomba nucleare senza riscontri, fino alle insinuazioni su un Papa che accetterebbe quella ipotesi. È riuscito a mostrare ciò che è: un arrogante smisurato, incapace di gestire il ruolo che la storia ha assegnato al suo paese in questi anni terribili e pur meravigliosi, successivi al crollo delle dittature comuniste dell’Urss e dei paesi satelliti. Dopo le sue ultime uscite contro Papa Leone, Putin e Xi Jinping si stanno ancora fregando le mani per la gioia del suo suicidio politico. È giunto a screditare gli Usa e a creare problemi a diversi alleati, in Europa e nel Golfo, dando corda alle mire di Netanyahu che ha sporcato l’immagine dello Stato di Israele, colto “stranamente” di sorpresa dall’attacco di Hamas del 7 ottobre del 2023: un evento che ha sconvolto i già complicati rapporti fra lo Stato ebraico e i palestinesi. Che Trump arrivi a dire che Prevost non sarebbe Papa senza di lui, è il segno di una follia pericolosa, che ricorda il passato: non ci sarà nessuna Canossa, dove stare tre giorni vestito di sacco e con il capo pieno di cenere come fece Enrico IV, nel 1077 per indurre Gregorio VII a togliergli la scomunica, che aveva reso legittima la disubbidienza all’imperatore. Sarebbe saggio che chi fa politica capisse ciò che tanti cattolici – e non solo cattolici – hanno cominciato a capire (e non solo in America!), riflettendo su quanto Pietro, il primo Papa, disse ai membri del Sinedrio che volevano impedire agli Apostoli di diffondere il messaggio salvifico di Cristo: “Bisogna obbedire a Dio piuttosto che agli uomini”. È facile capire l’ostilità che Trump nutre verso Leone XIV: lui vive di comunicazione, era il suo tratto distintivo come imprenditore e lo stesso approccio spiega anche il suo modo di pensare la politica. Nel suo mondo, ciò che conta è essere una celebrità, sempre al centro dell’attenzione. Che Leone XIV, senza volerlo, stia sfidando la sua posizione non è tollerabile. Non è la prima volta che fra Vaticano e Usa i rapporti divengono conflittuali. Basti ricordare la risposta, nel 2003, di George Bush a Karol Wojtyla che gli chiedeva di non attaccare l’Iraq di Saddam Hussein: “Non mi farò influenzare dal Papa”. Mai una polemica al calor bianco come quella di questi giorni: Trump non perdona a Leone XIV il suo dissenso circa le sue politiche sull’immigrazione e non ha ingoiato il rifiuto del Vaticano, a febbraio, di aderire alla iniziativa del Board of Peace per la ricostruzione di Gaza. Il Papa ha brevemente replicato all’invettiva con un telegrafico: “Non ho paura di lui, né voglio farci un dibattito”. Il Pontefice ha dato, con poche parole, due lezioni. Una a Trump: non ha voglia di perdere tempo con lui. L’altra, a gli altri leader: “Non abbiate paura di lui”. Poi, una domanda a tutti: chi è più pazzo, lui o chi dice che pazzo non è?

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