Tracce

Vincoli che sfumano sempre più

ph Avvenire
05 Giu 2026

di Emanuele Carrieri

È una parola, anzi è un concetto che sopravvive a tutto e a tutti. È la parola superpotenza, che negli ultimi tempi ha subito notevoli mutamenti nel significato a causa delle politiche estere, interne, economiche e militari attuate da Trump. Mutamenti il cui peso si è percepito nel discorso, al forum economico mondiale del 2026, del primo ministro canadese Mark Carney, che ha dichiarato che l’ordine mondiale è stato rotto. Perché la verità è che il concetto non è mai scomparso. Il mondo viene ancora una volta plasmato meno dalle regole internazionali che dalla condotta disordinata e inaffidabile di potenze sovradimensionate, convinte della propria importanza, del proprio ruolo e perfino del proprio diritto di fare qualsiasi cosa. Il problema non è soltanto la rivalità fra gli stati. È, soprattutto, la sempre più crescente incompetenza dei leader di diversi stati, abbastanza grandi, tanto da destabilizzare anche gli altri stati. L’America con Trump ha trasformato la imprevedibilità in dottrina: gli alleati vengono trattati come subordinati, le intese e gli accordi sono considerati scritti su salviette usa e getta, i dazi come vera e propria filosofia strategica. Gli Stati Uniti possiedono ancora una capacità militare senza eguali, una forte supremazia tecnologica ma, soprattutto, il privilegio spropositato del dollaro. Ciò nonostante, la loro capacità di considerazione strategica si è assolutamente ridotta. Quella che un tempo era potenza leader mondiale si comporta, sempre più, come un attivista o come un azionista, come un bimbo offeso, che conduce la propria politica estera attraverso impulsi, slogan e teatralità online. La Russia, nel frattempo, mantiene i riflessi dell’impero zarista ma senza le basi economiche al fine di sostenerlo. Putin ha trasformato il declino in una nostalgia militarizzata: l’occupazione dell’Ucraina avrebbe dovuto riconsegnare a Mosca lo status di attore globale decisivo. Al contrario, ha messo in piena luce tutta la fragilità strutturale di una potenza nucleare la cui importanza oggi si basa fortemente su interruzioni, leve energetiche e coercizioni. La storia offre vari esempi: poteri indeboliti continuano a essere poteri pericolosi. La Cina di rado scambia rumore con strategia: eppure la sua ascesa crea sicuramente ansie. Una economia in fase di rallentamento, una contrazione demografica e una crescente sfiducia all’estero complicano le ambizioni di Xi Jinping. Il dragone cinese proietta forza, ma teme anche accerchiamenti e stagnazione interna. La sua crescente presenza in Africa, America latina e in alcune parti dell’Asia non è solo commerciale. È un autentico posizionamento geopolitico ma su una scala diversa, sulla scala della espansione della civiltà e della cultura millenaria che ha nel suo dna. L’Africa sta diventando centrale nella nuova competizione geopolitica: il continente contiene riserve di minerali strategici essenziali per la transizione verde, dal cobalto alle terre rare. La Cina lo capiva già anni fa; la Russia lo comprendeva tanto da sfruttare la instabilità per mezzo di mercenari e accordi di sicurezza mentre l’Europa e l’America oscillano ancora fra il menefreghismo e il paternalismo. Ma l’ordine emergente non è modellato solo dalle superpotenze. C’è un secondo livello, piuttosto affollato, che turba sempre più il quadro. L’India cerca autonomia strategica mentre si bilancia più o meno verso la Cina, il Pakistan rimane volatile e dotato di armi nucleari, l’Arabia Saudita si comporta sempre più come potenza regionale, l’Iran sopravvive grazie alla resilienza e al nazionalismo nonostante le sanzioni e le alterne previsioni di collasso, la Corea del Nord, grottesca e pericolosa, ha imparato che le armi nucleari acquisiscono rilevanza, l’Iraq ha ancora le ferite degli esperimenti fra grandi potenze. Potrebbe rivelarsi uno degli attori decisivi del futuro il Giappone, che da anni appare strategicamente assopito sotto l’ombrello protettivo della sicurezza americana. Eppure una ritirata statunitense dall’Asia costringerebbe Tokyo a opzioni mai sentite e mai viste dall’epilogo della seconda guerra mondiale. Il Giappone è una superpotenza economica con una straordinaria capacità industriale e tecnologica: una sua maggiore autonomia trasformerebbe interamente gli equilibri del continente asiatico. L’Europa resta la grande incompiuta: enorme ma frammentata, l’Ue parla il linguaggio dei diritti e delle norme in un mondo ogni giorno più plasmato dalla rozzezza della forza, le divisioni interne, le ansie demografiche e le decisioni scomode la rendono sempre più vulnerabile, proprio quando la coerenza conta di più. Eppure l’Europa ha ancora una influenza latente se sceglie l’integrazione piuttosto che la paralisi. Il sistema internazionale emergente non è quindi né bipolare né propriamente multipolare. È qualcosa di più caotico: è un mondo di giganti vacillanti, di potenze regionali arrabbiate e prepotenti e di istituzioni indebolite. La architettura del dopoguerra – costruita dopo il 1945 e modificata dopo il 1991 – esiste ancora sulla carta, ma gran parte della sua autorità morale si è persa. Il pericolo non è soltanto il conflitto: è l’analfabetismo, l’incompetenza, il dilettantismo, ai vertici del sistema. Gran parte delle superpotenze del ventesimo secolo talvolta non erano veri e propri esempi di democrazia, ma molte erano amministrate da élite formate dalla storia, dalla diplomazia e dalla guerra. Le classi di leadership odierne confondono sempre più lo sconvolgimento radicale degli equilibri con l’arte di governare. Usano attrezzature e strumenti tecnologici e militari, imponenti e incommensurabili, esibendo e ostentando una disciplina intellettuale in decrescita. Questa potrebbe diventare l’instabilità del futuro: la permanenza di una politica inaridita, in preda a un disagio di rappresentanza, che parla un linguaggio vuoto, prigioniera della tecnocrazia e del peggiore immobilismo, corrosa dalla mancanza di valori e di una visione condivisa, ma, principalmente, senza adulti nella stanza a contenere le tendenze selvagge di una banda di piccoli teppisti.

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