Diocesi

Presentato il libro che racconta mons. Motolese negli ultimi 20 anni di scritti

24 Giu 2026

di Silvano Trevisani

“Oggi è il tempo del sì” è il titolo eloquente del libro che contiene, come spiega il sottotitolo “scritti di monsignor Motolese Arcivescovo emerito di Taranto (1987-2005) nel XX anniversario della morte”.
Il volume, curato dallo storico Vittorio De Marco e edito da Scorpione, è stato presentato nella chiesa inferiore della Concattedrale, fornendo l’occasione per riflettere su una delle figure chiave del XX secolo nella diocesi, che un grande sondaggio tra i lettori del “Corriere del giorno” scelse come tarantino del secolo. Dopo i saluti di monsignor Ciro Alabrese, parroco della grande chiesa che Motolese volle fortemente e la cui fabbrica è stata illustrata con immagini e documenti nel corso della presentazione, è intervenuto Piero Massafra, che ha ricordato i suoi rapporti con l’arcivescovo emerito e i contatti che portarono alla pubblicazione di un libro intervista, al termine della sua missione pastorale. È toccato naturalmente al curatore del volume illustrarne i contenuti, attraverso un affascinante racconto fatto di immagini e documenti che hanno ripercorso tutta la vita, del tutto coincidente in pratica con la vocazione sacerdotale di monsignor Motolese. Questo lavoro – ha detto De Marco, ordinario di storia contemporanea all’Università del Salento – ci dice che, dopo vent’anni, c’è ancora da scoprire qualcosa sull’attività di monsignor Motolese. È una sorta di quinto volume del suo magistero nel quale ho raccolto il il magistero da vescovo emerito, perché anche i vescovi emeriti continuano ad operare, continuano ad essere testimoni nella Chiesa. Esso contiene interviste, omelie, introduzioni, ricordi di venticinquesimi e altro, appartenenti al periodo compreso tra il 1987 e il 2005. In appendice poi ho inserito anche 100 lettere significative che hanno scritto a lui, a partire dal 1987, perché specularmente ci riportano la figura dell’arcivescovo, la sua attenzione agli altri, dai vescovi, confratelli ai singoli sacerdoti, ai singoli fedeli.

Che cosa si rileva di particolare noi nel Motolese della terza età avanzata? Abbiamo chiesto al curatore.

Il Motolese della terza età innanzitutto non si sente emerito, non si sente in pensione, si sente una persona attiva, ha la responsabilità della Cittadella. Mi dice: adesso posso dedicarmi anche lo scrigno dei ricordi, alla memoria, a un’intensa preghiera e quando mi inviteranno i parroci andrò a fare, diciamo così, un servizio pastorale. Si rivela, in questo modo, una personalità sempre dinamica dal punto di pastorale che tale resta anche quando non tocca a lui scrivere lettere pastorali. Però, diciamo, l’aspetto pastorale si può anche vedere nell’attenzione ai malati, al volontariato, a cui teneva molto, a spingere i sacerdoti e giovani a conoscere, tra virgolette, il Concilio, perché si era perso un po’ per strada l’orizzonte conciliare. Da questo punto di vista è stato sempre un vescovo che ha voluto mantenere un contatto vivo con la città e col territorio.

Al termine della presentazione è intervenuto l’arcivescovo Ciro Miniero che ha espresso apprezzamento per il lavoro svolto e ha rimarcato il grande patrimonio spirituale e architettonico che ha consegnato alla Chiesa di Taranto. Per l’occasione gli abbiamo rivolto alcune domande.

Eccellenza, il ricordo di monsignor Motolese, a vent’anni dalla dalla sua dipartita sembra abbia ancora qualcosa da insegnarci. Lei ne avverte l’eco nella diocesi?

Certamente, monsignor Motolese ancora oggi è un punto di riferimento perché la sua opera è stata veramente un’opera importantissima. Non solo per la Chiesa, ma per la stessa città di Taranto, e sia nelle costruzioni delle chiese che sono diventate il punto di riferimento dei quartieri di Taranto, sia per quanto riguarda l’attenzione che ha avuto verso le persone, verso le situazioni di sofferenza. Conosciamo tutti l’opera della Cittadella della Carità, come conosciamo Casa San Paolo, il seminario, quindi delle opere che non solo sono state importanti durante il suo ministero e immediatamente dopo, ma continuano ancora oggi ad essere centri propulsori.

Una eredità che possiamo anche definire impegnativa, che richiede la costante attenzione in una società che comunque è molto cambiata negli ultimi anni.

È vero, è una società che è cambiata, ma nello stesso tempo una società che ha ancora necessità
di avere dei riferimenti che richiamano la nostra attenzione sui valori importanti della vita,
come il centro di una comunità, la costruzione di una chiesa o come una casa di cura. E
questi elementi sono stati importanti non solo per quell’epoca lì, ma li sentiamo ancora vivi oggi.

L’ultima eredità che ci ha lasciato è, diciamo, nel Concilio, perché lui è stato padre conciliare e in qualche modo sentiva come esso fosse ancora in parte inattuato,

Certamente, come per tutti i padri conciliari. Hanno vissuto quel tempo con grande entusiasmo, ma l’applicazione poi di quanto hanno deciso lì al Concilio Vaticano Secondo, ha richiesto un lavoro impegnativo per poter rendere vivo il dettame conciliare. Come tutti i padri conciliari certamente avrà pensato a quanto importante fosse stato quel momento, per poi constatare, col passare degli anni, che l’attuazione era qualche cosa di complesso, che richiedeva tempi lunghi. Ancora oggi ci stiamo sforzando di poter attuare quanto il Vaticano Secondo ha stabilito.

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