La manipolazione e l’onestà
Il giorno è il 24 luglio, un venerdì, giorno di festa per i musulmani. Un gruppo di israeliani entra nella periferia della borgata di Tell, a ovest di Nablus, vicino alla moschea. Il resoconto delle autorità di Israele precisa che “hanno incontrato dei palestinesi che li hanno attaccati”. L’esito dell’“incontro” è di sei morti, quattro palestinesi e due israeliani. Questo fatto è stato intenzionalmente esposto in modo sintetico allo scopo di cogliere le sfumature della cronaca. Velinando quanto dichiarato dalle autorità israeliane, nei notiziari tv quegli israeliani sono diventati “escursionisti”. Non coloni, non un gruppo proveniente dall’insediamento di Havat Gilad, colonia nella zona vicino a Nablus. Semplicemente “escursionisti”, parola che evoca l’apparenza di una scampagnata fuori porta con tutta la famiglia in uno dei giorni non lavorativi del fine settimana. È la fotografia di gente innocente, perché improbabile che qualcuno che fa una escursione, con moglie e prole al seguito, possa dare il via ad azioni di violenza. Quando il resoconto afferma che “hanno incontrato dei palestinesi che li hanno attaccati”, l’intera scena è stata già tracciata: c’era una gita all’aria aperta, un sentiero e una compagnia di escursionisti del fine settimana. Poi, all’improvviso, sono comparsi i palestinesi. A dire il vero, le incursioni dei coloni, armati di tutto punto, nei villaggi della zona e i tanti tentativi dei palestinesi di fermarli erano già stati svelati e, da giorni. Durante l’“incontro” a Tell, quattro palestinesi sono rimasti uccisi, insieme a un membro della squadra di sicurezza dell’insediamento e a un membro dell’esercito. Le vittime israeliane sono state descritte in dettaglio, inclusi nomi, età, dimore e quadretti familiari. Invece, le vittime palestinesi sono state ridotte soltanto a una reputazione: “terroristi”. È un termine generico attribuito, dopo un omicidio, a qualsiasi palestinese che cagioni danno a un israeliano, anche se questi stesse cercando di difendere la casa e la famiglia da coloni armati. Segue poi la solita descrizione, che di per sé fornisce una interpretazione retrospettiva: “il terrorista è stato eliminato”. Tale definizione precede l’indagine e, in pratica, la rende superflua. Le domanda si sovrappongono. E se la stessa scena si fosse svolta al contrario, il vocabolario sarebbe rimasto lo stesso? Se un gruppo di palestinesi armati fosse entrato in un insediamento israeliano – è successo il 7 ottobre 2023 – qualcuno li avrebbe definiti degli “escursionisti”? Ma la manipolazione della realtà e la utilizzazione del linguaggio della negazione non sono certo fenomeni recenti o tralasciati. Durante il “processo di riorganizzazione nazionale”, il nome con cui si definì la sanguinaria dittatura militare argentina di Jorge Rafael Videla, “trasferimento” era solo un eufemismo per indicare il prelievo di prigionieri per essere trucidati. Tanti furono gettati vivi nelle insenature atlantiche di Santa Teresita e Mar del Tuyú, circa duecento chilometri a sud di Buenos Aires, durante i cosiddetti voli della morte. Ufficialmente irreperibili, diventarono noti come “desaparecidos”, che vuol dire “scomparsi”, cioè come se fossero semplicemente evaporati, volatilizzati. Termini simili si sono consolidati anche negli Stati Uniti, ciascuno all’interno di un determinato contesto storico. L’espressione “danni collaterali” ha assunto sempre maggiore importanza durante e dopo la guerra del Vietnam, quando i militari ebbero necessità di quantificare la uccisione di civili senza chiamarla con il nome adatto. Fu proprio così dopo lo sterminio di My Lai, villaggio a nord di Saigon, in cui soldati statunitensi uccisero oltre cinquecento civili disarmati, in gran parte anziani, giovani donne, bambini e neonati. E dopo gli attentati dell’11 settembre, la Casa Bianca e il governo americano adoperarono l’espressione “tecniche di interrogatorio rafforzate” per indicare pratiche repressive che includevano la tortura. Negli ultimi anni, Putin ha ideato “l’operazione militare speciale”. Ma si fa ricorso talvolta anche alla grammatica della scuola primaria: la forma passiva dei verbi cancella gli autori di un crimine e, quindi, lascia visibili solo le vittime: “i palestinesi sono stati uccisi”. Ma chi li ha uccisi? Le costruzioni con il “si” impersonale trasformano un evento in un processo avvenuto di per sé: “si sono sviluppati vari scontri”; “si è verificata una recrudescenza”. È evidente: i mezzi di comunicazione di massa dispongono di un gergo progettato per impiantare descrizioni eufemistiche dei crimini nella mente delle persone. Ecco, allora, che le stragi a Gaza diventano delle “attività operative”, la distruzione di quartieri diventa “ripulire il prato”, un bombardamento aereo mirato che ammazza decine di innocenti viene descritto come una “neutralizzazione”, un’area di continuo bombardata viene definita “zona umanitaria”. Quando decine di palestinesi sono uccisi, viene fornito solo un numero e talvolta la fonte della notizia, “secondo il Ministero della Sanità di Gaza”, con l’insinuazione che l’informazione non dovrebbe essere creduta. E come credere a quanto detto dallo Stato che ha distrutto la gran parte delle case nella Striscia di Gaza, ha interrotto le forniture di cibo, acqua, elettricità e medicinali, ha boicottato la ricostruzione e ha ripetutamente sfollato un milione di persone? Forse, invece di manipolazione della realtà e utilizzazione del linguaggio della negazione si dovrebbe parlare di qualcos’altro: di onestà. E quella non si può ingannare: c’è una idea di onestà nel rapporto con gli altri che non si può ingannare. L’onestà è quella di chi ha visto, di chi dichiara la realtà per ciò che è, senza negazioni e senza bugie. L’onestà è non dire il falso per trarne vantaggi, avere un rapporto con la realtà cercando sempre e comunque la verità. C’è un mare di ingiustizie che vengono contrabbandate per giuste. L’onestà è vederle e denunciarle, è vedere la disonestà di chi ricusa la realtà, la manipola e ne escogita un’altra, falsa, truffaldina, immaginaria.




