Editoriale

La fine della guerra non coincide con la pace

Foto ANSA/Sir
13 Giu 2022

di Emanuele Carrieri

Il conflitto determinato dalla barbarica invasione delle milizie russe in Ucraina si trascina da oltre cento giorni e la situazione sul campo rimane confusa mentre, purtroppo, non si vedono aperture per una soluzione diplomatica della guerra. In situazioni come queste viene naturale diminuire l’attenzione rispetto alle notizie che arrivano dal fronte della guerra, visto che la diffusione di informazioni analoghe ogni giorno tende a generare una qualche assuefazione rispetto al tema che, comunque, rimane altamente drammatico, se non altro per il numero delle vittime che vengono inghiottite da un conflitto che appare sempre più violento e quasi impossibile da fermare. Si può rivelare utile il tentativo di capire la situazione sul campo, che non è del tutto chiara, anche perché, durante una guerra, le parti si combattono con la propaganda e non solamente con le armi. Così le sconfitte vengono minimizzate e le vittorie massimizzate, mentre le accuse di atrocità rimbalzano fra le due parti in lotta, molte volte non avvalorate da prove e spesso difficili da verificare, proprio per il fatto che la guerra rende difficile il lavoro dei giornalisti. Si può dire che le forze armate russe, dopo il disastro dal punto di vista militare, del tentativo di invasione della regione settentrionale dell’Ucraina e della capitale Kiev, abbiano deciso di ridurre la portata dell’offensiva e concentrato la loro azione nella zona del Donbass. Una offensiva, fra l’altro, che non è più affidata a carri armati e a truppe corazzate, come nella prima parte della guerra, ma all’impiego dell’artiglieria, chiamata a far terra bruciata prima dell’avanzata delle truppe. Una tattica, che utilizza anche l’aviazione per sganci di bombe a caduta libera, che permette dei guadagni crescenti e non spettacolari ma che, con la sua pressione, dovuta al volume di fuoco, indebolisce gli avversari anche dal punto di vista psicologico e riduce le perdite di chi attacca. Questo di tipo di strategia avvantaggia chi ha l’esercito più numeroso e una maggior potenza di fuoco, cioè, almeno per il momento, le truppe russe. Gli ucraini, benché molto motivati, sono in numero inferiore e, se le armi che l’Occidente ha promesso non arrivano in fretta, hanno una minore potenza di fuoco. Quindi sono destinati a perdere terreno. Le sorti potrebbero mutare se l’esercito ucraino disponesse delle armi che sono state promesse. Ma anche in tale caso resta il fatto che missili e cannoni, se tecnologicamente avanzati, hanno bisogno di addestramento per essere utilizzati ma, soprattutto, devono arrivare al fronte insieme alle munizioni che, fra l’altro, hanno un calibro diverso da quelle usate finora dalle truppe di Kiev e devono arrivare dall’estero. E anche questo è un problema quando le vie di accesso non sono molto sicure. Sugli altri fronti per ora la situazione sembra più stabile, anche se, nella zona di Kherson è in atto un tentativo degli ucraini di riconquistare posizioni, anche approfittando dello sforzo dei russi nel Donbass che lascia scoperte le posizioni nel sud. In ogni caso resta il fatto che mentre al nord e all’ovest l’Ucraina è ancora integra territorialmente, nel sudest, cioè nel Donbass, e nella costa del sud del Paese i russi hanno occupato una vasta parte del territorio e sarà difficile riuscire a farli sloggiare da lì, almeno seguendo una logica puramente militare. Ecco, il vero problema è veramente questo. Ormai è inoppugnabile che molto difficilmente sarà una soluzione militare a mettere fine alla guerra, ma, dall’altro lato, le due parti direttamente in causa e la diplomazia internazionale per il momento non riescono a trovare una possibile soluzione di negoziato. Tutti aspettano un migliore posizionamento sul terreno per iniziare i colloqui di pace da posizioni di forza. E non si può nemmeno affermare che questa sia una scelta irragionevole. Per l’Ucraina, per esempio, una posizione di forza vuol dire azzerare o diminuire al minimo le porzioni di territorio da cedere all’invasore russo. D’altra parte, però, va registrato che, sul terreno, le cose sono più complicate e, anzi, almeno in questi ultimi giorni i russi riescono a ottenere qualche risultato, anche se non così essenziale e gravato da perdite pesanti. Se nei prossimi giorni, l’afflusso delle armi che l’Occidente ha promesso non modificherà la situazione sul campo, in quel caso il problema si prospetterà in tutta la sua drammaticità, per la ragione che le pressioni per raggiungere l’obiettivo minimo di una tregua sul terreno diventeranno sempre più intense.

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