Europa

Forti (Caritas italiana) sui siriani morti di sete e fame: “Assurda l’assenza di risposte, le soluzioni ci sono”

Un dispositivo di ricerca e soccorso in mare; evitare ritardi eccessivi nell’assegnare i porti; ristrutturare l’hot spot di Lampedusa per adeguarlo ai numeri e prevedere un sistema di trasferimento veloce verso altri porti; incentivare vie legali e sicure come quelle dei corridoi umanitari

foto Ansa/Sir
14 Set 2022

di Patrizia Caiffa

Sei siriani, tra cui due bambini di uno e due anni e un dodicenne, sono stati trovati morti di fame e sete su una imbarcazione approdata ieri a Pozzallo, in Sicilia. “La modalità con cui sono morti questi bambini ha un tratto simbolico. Dà la dimensione di quello che sta accadendo: oggi, nel 2022, vedere nel Mediterraneo, alle porte dell’Europa, dei bambini che muoiono di sete e di stenti è qualcosa di insopportabile dal punto di vista emotivo e assurdo per l’assenza di risposte alle diverse richieste di aiuto rimaste inascoltate”. Lo afferma al Sir Oliviero Forti, responsabile dell’ufficio immigrazione di Caritas italiana. Tutto ciò mentre continuano gli sbarchi, grazie al mare calmo, e il centro di Contrada Imbriacola a Lampedusa è di nuovo affollato con 1.000 presenza, mentre la capienza normale è di 350 persone. Su un barchino soccorso dalla Guardia di finanza è stato trovato anche il cadavere di un giovane migrante, probabilmente del Bangladesh.

La morte dei siriani per fame e sete è una tragedia nella tragedia, ma l’opinione pubblica sembra abbastanza indifferente…
Nei fatti è indifferenza ma è vero anche che si registra in un momento storico molto difficile, con una guerra alle porte e bambini che muoiono sotto le bombe. Quanto sta accadendo alle porte dell’Europa dovrebbe essere di stimolo per un ragionamento ad ampio spettro, dove il sistema della tutela dei diritti e della vita umana diventi un punto cardine. Ma il tema migrazioni è assente anche dal dibattito politico della campagna elettorale. Tutto questo non aiuta la consapevolezza. Se ne parla poco e si stimolano anche poco le riflessioni.

Oltre all’impatto emotivo cosa servirebbe?
Non si tratta solo di provare pathos. Essere lucidi e cercare insieme le risposte dovrebbe essere l’obiettivo. La tragedia di questi giorni è quella che viviamo da vent’anni. La consapevolezza c’è ma in assenza di risposte c’è una sorta di assuefazione all’ineluttabile. Quando invece avremmo gli strumenti e le possibilità per evitare questi drammi.

Alcune forze politiche ogni tanto invocano il blocco navale. Servirebbe?
La richiesta di un blocco navale è sintomatica del fatto che il tema nella sua gravità viene sempre affrontato in una cornice di contrapposizione, di uno contro l’altro, italiani contro migranti. Bisognerebbe invece abituarsi anche nella narrazione pubblica ad usare più il plurale “noi” perché il tema va affrontato insieme.

Molti accusano l’Europa di non agire per evitare altre morti in mare. È così?
Ci sono raccomandazioni e impegni vaghi ma non c’è un vero piano europeo rispetto agli ingressi regolari. C’è solo l’impegno di continuare a finanziare altri Paesi per trattenere i profughi. Ma non basta: l’assenza di futuro e prospettive spinge le persone a tentare comunque il viaggio. Ci sarà sempre qualcuno che si mette in mare, quindi un dispositivo di ricerca e soccorso in mare è necessario e doveroso, come pure evitare ritardi eccessivi nell’assegnare i porti. Va trovata, in maniera dialogante, una via che possa essere sostenibile. Il fatto di ritardare il permesso agli sbarchi, se non è dovuto a motivi tecnici, rischia di essere una cattiveria gratuita, visto che prima o poi li fanno sbarcare.

L’hot spot di Lampedusa è di nuovo al collasso: anche lì la situazione è cronicizzata.
Le critiche mosse da una parte e dall’altra di chi ha governato non hanno permesso che la situazione di Lampedusa migliorasse. Diventa quasi un’autocritica, visto che da vent’anni la situazione è in stallo e nessuno ha voluto mai realmente dare una svolta al sistema di accoglienza sull’isola, che è sempre in affanno.

Cosa sarebbe necessario?

Intervenire sul centro ristrutturandolo per adeguarlo ai numeri e prevedere un sistema di trasferimento veloce da Lampedusa verso altri porti. Creare un sistema, che piaccia o non piaccia, fluido e rispettoso dei migranti e dei lampedusani. Investendo pochi milioni di euro si potrebbe fare un salto di qualità che sarebbe riconosciuto anche a livello europeo. Invece spesso siamo additati per come gestiamo la situazione quando invece avremmo tutte le competenze e le risorse per migliorare. Potremmo presentarci all’estero come i primi della classe, non sarebbe difficile. I migranti continueranno ad arrivare ma accoglierli in una struttura dove le condizioni sono dignitose e il servizio offerto è di qualità e i trasferimenti veloci è possibile.

Poi c’è la via dei corridoi umanitari. Quali sono le novità?
Andremo in Pakistan a fine settembre per organizzare altri corridoi umanitari per gli afgani, è parte del protocollo firmato con il governo italiano. Ora stiamo parlando anche con il governo turco e continua l’impegno per mantenere attivi i corridoi dall’Africa. Queste sono le risposte che noi società civile possiamo dare con le nostre forze. L’auspicio è che queste operazioni vengano sempre più emulate. Perché se si crea un sistema istituzionale a livello nazionale ed europeo, nel quale le vie legali d’ingresso diventano la norma, diminuirebbero di tanto le morti in mare e la necessità che le persone debbano partire. Voglio ricordare che negli stessi giorni in cui muoiono le persone in mare c’è un pezzo di società civile che rimane attiva e vigile sulla possibilità di far arrivare in maniera sicura e legale le persone.

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