Otium

In sala “Jurassic World. Il dominio” e in piattaforma la miniserie “Obi-Wan Kenobi” (Disney+)

(© 2022 Universal Studios and Amblin Entertainment. All Rights Reserved)
06 Giu 2022

di Sergio Perugini
A quasi trent’anni dal debutto, si ricompone il cast originario di “Jurassic Park” (1993). L’occasione è il sesto e ultimo titolo della saga, “Jurassic World. Il dominio”, diretto da Colin Trevorrow, che vede tornare gli iconici volti di Laura Dern, Sam Neil e Jeff Goldblum. Il binario narrativo è lo stesso di sempre, tra scene d’azione mozzafiato, dinosauri iperrealistici e una linea di racconto che si gioca tra thriller, action e inserti ironici. Un altro gradito ritorno si registra poi in piattaforma: su Disney+ è stata rilasciata la miniserie “Obi-Wan Kenobi” diretta da Deborah Chow, sei episodi che raccontano il celebre maestro Jedi della saga “Star Wars”. Nel ruolo di protagonista torna Ewan McGregor.

Dopo “Top Gun: Maverick”, ecco un’altra reunion hollywoodiana. A quasi trent’anni dal debutto, si ricompone il cast originario di “Jurassic Park” (1993). L’occasione è il sesto e ultimo titolo della saga, “Jurassic World. Il dominio”, diretto da Colin Trevorrow, che vede tornare gli iconici volti di Laura Dern, Sam Neil e Jeff Goldblum. Il binario narrativo è lo stesso di sempre, tra scene d’azione mozzafiato, dinosauri iperrealistici e una linea di racconto che si gioca tra thriller, action e inserti ironici. Un altro gradito ritorno si registra poi in piattaforma: su Disney+ è stata rilasciata la miniserie “Obi-Wan Kenobi” diretta da Deborah Chow, sei episodi che raccontano il celebre maestro Jedi della saga “Star Wars”. Nel ruolo di protagonista torna Ewan McGregor. Il punto Cnvf-Sir.

“Jurassic World. Il dominio” (al cinema dal 2 giugno)
Il tracciato è il romanzo di Michael Crichton pubblicato all’inizio degli anni ’90, “Jurassic Park”. Da lì si è attivato un proficuo filone cinematografico inizialmente diretto e prodotto da Steven Spielberg, che ha raggiunto incassi da primato nella storia del cinema. Dopo i titoli iniziali – “Jurassic Park” (1993) e “Il mondo perduto. Jurassic Park (1997) diretti da Spielberg, mentre “Jurassic Park III” (2001) vede alla regia Joe Johnston –, il mondo giurassico sembrava aver esaurito la sua spinta di originalità, di attrazione.

A distanza però di oltre un decennio Hollywood ha ripreso in mano il progetto ottenendo nuovi record al botteghino: nel 2015 “Jurassic World” di Colin Trevorrow (con Spielberg sempre produttore esecutivo) ha raggiunto la soglia di 1,7 miliardi di dollari, piazzandosi nella top ten dei maggiori incassi di sempre. Dopo “Jurassic World. Il regno distrutto” nel 2018, punto di approdo finale è ora il sesto titolo della saga: “Jurassic World. Il dominio” diretto ancora una volta da Trevorrow, anche produttore insieme al veterano Spielberg. Cosa ha di speciale questo nuovo capitolo? Anzitutto l’operazione nostalgia, l’abbinamento tra le star di ieri e quelle di oggi:i primi, iconici, protagonisti Laura Dern, Sam Neil e Jeff Goldblum con i nuovi divi degli anni Duemila Chris Pratt e Bryce Dallas Howard, che hanno rilanciato il franchise.

La storia: I dinosauri non sono più custoditi nell’atollo Isla Nublar, ormai si sono diffusi e (più o meno) integrati nel resto del mondo. Fenomeni strani (un’invasione di locuste aggressive) si stanno verificando in più parti degli Stati Uniti, minacciando così l’equilibrio alimentare della popolazione. La paleobotanica Ellie Sattler (Dern) coinvolge il collega Alan Grant (Neil) in un’indagine presso l’influente società di biogenetica Biosyn, dove si sospetta che avvengano manipolazioni genetiche tra creature animali ed esseri umani. Nel frattempo, Owen e Claire (Pratt e Dallas Howard), due esperti in comportamenti di dinosauri, sono diretti anche loro al centro Biosyn dove è stata rinchiusa la loro figlia adottiva Maisie Lockwood (Isabella Sermon), adolescente nata come clone genetico dalla famiglia di sir. Benjamin Lockwood.

(© 2022 Universal Studios and Amblin Entertainment. All Rights Reserved)

Molti gli elementi in campo in questo atteso capitolo finale. Oltre al citato effetto nostalgia, che rappresenta un chiaro elemento d’attrazione verso la sala per gli spettatori di ieri e di oggi, torna il fascino mai sopito verso la paleontologia e le creature giurassiche. Punto di forza sono gli effetti visivi, davvero accurati e dal realismo convincente, se non stupefacente. Le scene d’azione, l’alto tasso di adrenalina, fanno il resto.A ben vedere, però, il racconto non spicca per originalità, in quanto molto è stato già detto e rappresentato. Infatti, il plot appare di respiro corto, abbastanza circoscritto: elemento scatenante è il rapimento di Maisie Lockwood e lo sconfinamento della scienza genetica in terreni pericolosi, che aprono questioni etiche di non poco conto.

Offrendo il film anche un chiaro messaggio ecologico, il bisogno di rispettare l’equilibrio naturale e il senso di una coesistenza pacifica tra creature,“Jurassic World. Il dominio” si conferma un giocattolone cinematografico un po’ fracassone che tiene bene la tensione del racconto in una sequela di colpi di scena, muovendosi però su un copione pressoché basilare e a tratti “telefonato”. Se non ci fosse l’effetto reunion con il cast originario – dove volteggiano le celebri note composte da John Williams, facendo esplodere il brivido emozionale – il risultato sarebbe di certo modesto. Nell’insieme “Jurassic World. Il dominio” è consigliabile, problematico per i temi in campo e adatto per dibattiti.

“Obi-Wan Kenobi” (Disney+)
Primo assaggio della miniserie “Obi-Wan Kenobi”. Su Disney+ sono stati rilasciati dal 27 maggio i primi due episodi (sei in tutto) della serie dedicata al mitico maestro Jedi Obi-Wan Kenobi dalla galassia cinematografica di “Star Wars”, colui che ha schiuso le vie della “Forza” al giovane Anakin Skywalker –passato poi al lato oscuro, nei sentieri del Male, con la nuova identità di Darth Vader – e al contempo ha addestrato suo figlio Luke Skywalker. Nella trilogia iniziale, gli episodi I-III di “Star Wars”, girata da George Lucas tra il 1999 e il 2005, Ewan McGregor era stato scelto come volto trentenne del maestro Jedi, che nella stagione adulta era stato reso celebre da Alec Guinness. A distanza di quasi due decenni McGregor ritorna a impugnare la spada laser.

Va ricordato che, esaurito il ciclo primario, i nove titoli che compongono la saga ideata da George Lucas (1977-1983; 1999-2005; 2015-19), la Disney – proprietaria della Lucas Film – sta rilanciando al massimo il franchise con degli spin-off tematici e serie Tv dedicate.In particolare, dopo il successo di “The Mandalorian” (due stagioni su Disney+), ecco arrivare uno dei titoli di maggiore interesse, lo sguardo ravvicinato sul solitario Obi-Wan Kenobi.

La storia. A dieci anni distanza dagli avvenimenti dalla “Vendetta dei Sith”, che si chiudeva con la semi-morte di Anakin (Hayden Christensen) e la nascita dei suoi figli Luke e Leila, avuti con la compianta regina Padmé Amidala, Obi-Wan (McGregor) vive nell’anonimato, rinnegando il suo passato Jedi e vegliando a distanza su Luke. L’uomo di sente responsabile della deriva di Anakin, di non aver saputo cogliere i segni di squilibrio che lo hanno portato ad avvitarsi nella vertigine del potere. Il misterioso rapimento della principessa Leila è l’occasione per Obi-Wan di fare i conti con il proprio passato irrisolto.

(Disney+. © 2022 Lucasfilm Ltd. & ™. All Rights Reserved.)

A un primo sguardo, osservando i soli due episodi iniziali, non possiamo celare di certo apprezzamento ed entusiasmo per l’ennesima operazione Disney nel mondo di “Star Wars”. Forse rispetto a “The Mandalorian” il risultato qui appare più riuscito, incisivo e intrigante, perché la forza del racconto risiede proprio nel personaggio di Obi-Wan Kenobi, ammantato sin dalla prima trilogia lucasiana da diffuso fascino e magnetismo.Grazie al talento di un attore di peso come Ewan McGregor, l’operazione sembra poggiare su gambe solide, agili, con la speranza però che la linea narrativa tenga adeguatamente il passo. L’atmosfera di fatto c’è, in continuità con il passato, garantendo negli appassionati della prima ora, ma anche nei millennials, immediato brivido e trasporto. Se sono buone le premesse, attendiamo il termine delle sei puntate per tracciarne un bilancio puntuale. E comunque bentornato maestro Obi-Wan!

Catechesi

PENTECOSTE – Lasciamoci di nuovo lambire dalle lingue di fuoco e ricreiamole in ogni istante della nostra esistenza

Il dono dello Spirito, come ci narra Luca, viene effuso “Nel compimento del giorno di Pentecoste” in cui “si trovavano tutti insieme nello stesso luogo” i centoventi fratelli, la prima comunità di Gerusalemme

foto Sir/Mauro Monti
06 Giu 2022

di Cristiana Dobner

Il dono dello Spirito, come ci narra Luca, viene effuso “Nel compimento del giorno di Pentecoste” in cui “si trovavano tutti insieme nello stesso luogo” i centoventi fratelli, la prima comunità di Gerusalemme. Pentecoste, cioè Shavuot, la festa delle settimane, in cui si mieteva il grano. Nella storia del popolo d’Israele ci si riferiva all’alleanza e al dono della Torah.
Assistiamo ad una teofania, ad una manifestazione che non dipende dall’azione umana: lo Spirito scende su tutti i popoli, popoli e persone sono disposte ad accoglierLo, riconoscerLo e a giocare la propria libertà, proprio come Israele quando ricevette il dono della Torah sul Sinai.
Siamo dinnanzi alla prima convocazione ecumenica in cui tutti i popoli ricevono non un dono ma il Dono.
Lo stupore incalza e suscita l’interrogativo “Che cosa significa questo?”
Toccherà a Pietro, per la prima volta, prendere la parola ed annunciare quella chiave che consentirà di comprendere e liberamente accettare quanto stava avvenendo: il Risorto e il suo kerigma.
Per Luca il compimento si dimostra non solo cronologicamente, quando la messe viene raccolta, ma teologicamente perché ci troviamo al culmine della storia.
Vento e fuoco irrompono, quindi nulla sale dalla comunità che nulla può produrre, ma invece riceve dall’alto lo Spirito che agisce come vuole.Ezechiele profeta aveva annunciato questo irrompere che avrebbe portato a compimento la nuova alleanza, Luca afferma che sta avvenendo e si serve di un’immagine suggestiva e potente: le lingue di fuoco che vanno dividendosi e posandosi su tutti i presenti.
Forza potente del fuoco che non distrugge e ferisce ma crea e rende capaci di parlare nuove lingue, di comunicare con tutti, non rinchiudendosi nel proprio guscio mentale e linguistico.I Maestri d’Israele insegnavano (ed insegnano) che sul Sinai, quando venne donata la Torah, la voce dell’Altissimo si divise in 70 lingue proprio per far sì che tutte le nazioni fossero in grado di comprenderne il dono.
Un irrompere che squarcia il cuore, la mentalità umana, la apre dilatandola universalmente e creando un cuore nuovo in una linea geografica avvolgente tutti i popoli del mondo.
Non si tratta di un potere politico, di una nuova forza economica ma solo dei “doni dello Spirito”, di quella potenza creatrice dello Spirito che raggiunge la libertà di ciascuno e lo lega a tutti i ciascuno del mondo con un legame nuovo: l’amore del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.
Tutto è donato per il bene di tutti. Nessuno escluso.La presenza dello Spirito del Risorto ci dona e ci fa conoscere che Gesù e il Padre sono uno, nella pienezza d’amore, e in questa comunione dello stesso Spirito, noi discepoli, pure noi inclusi e partecipi della teofania discesa sui 120, attraverso l’amore che unisce ed integra, siamo uno con Lui.
Le lingue di fuoco trapassano chi le accoglie e si riversano come salvezza su tutta l’umanità. Scaturisce allora la gioia di Dio e la gioia di ciascuno e di tutti insieme, perché è proprio lo Spirito ad essere la gioia dell’Altissimo e di tutti coloro che Egli ha creato.
A noi oggi il compito, arduo ma coinvolgente, di lasciarci lambire dalle lingue di fuoco, di ricrearle in ogni istante della nostra esistenza,soprattutto in un momento storico, quale il nostro, in cui un altro fuoco dannoso e violento, contrario all’annuncio evangelico pare imperare. Non riuscirà ad estinguere il Fuoco perché gesti di fratellanza e di amore disinteressato, accesi da sconosciuti alimentano queste lingue salvifiche.

Editoriale

La scuola è “finita”?

06 Giu 2022

di Silvia Rossetti

La scuola non può essere una scatola sigillata. Deve guardare il mondo senza pregiudizi e inserirsi nel flusso vitale della popolazione a cui si rivolge

La scuola è allo sprint finale, ormai i giorni che separano dalla fine delle lezioni sono davvero pochissimi. Gli ultimi voti pubblicati nelle caselline del registro elettronico decreteranno l’esito dell’anno scolastico per molti studenti ancora “appesi” al risultato dell’interrogazione last minute o della verifica di recupero. Sarà un’estate felice e spensierata anche per loro? La prima settimana di giugno pare rivelatoria.
Poi, oltre il traguardo della campanella che sancirà la fine delle lezioni, ecco gli esami di Stato pronti ai nastri di partenza. Gli studenti coinvolti, tra scuola secondaria di primo e secondo grado, saranno circa un milione. L’edizione “maturità 2022” sancisce un ritorno alla semi-normalità, con un incremento delle prove rispetto agli ultimi due anni fortemente segnati dall’emergenza pandemica.
Nella scuola secondaria di primo grado gli alunni affronteranno due prove scritte (in luogo delle tre tradizionalmente previste nell’era pre-Covid): italiano e matematica le discipline interessate. A esse seguirà un colloquio orale su tutte le materie curriculari. Anche nella secondaria di secondo grado le prove scritte quest’anno saranno due, riguarderanno l’italiano e una delle materie d’indirizzo. Il colloquio orale sarà incentrato sull’analisi di un materiale scelto dalla commissione (testo, documento, immagine, progetto). Gli esaminatori approfondiranno poi la preparazione degli studenti nell’ambito del percorso effettuato in educazione civica e valuteranno le esperienze di PCTO.
Insomma, non resta che aprire le danze e affrontare questi passaggi così importanti in una situazione di “quasi” normalità.
Giugno è anche tempo di bilanci, non solo di scrutini ed esami. Da settembre a oggi il tempo è trascorso in fretta, eppure è stato denso e pieno di questioni da risolvere. Il Covid non ha dato tregua fino alla primavera inoltrata e la didattica ne ha senz’altro risentito. I ragazzi hanno sopportato con pazienza i protocolli di sicurezza e la rigidità legata alla prevenzione dei contagi. Orari scaglionati, distanziamento, quarantene, DAD e DDI, sconforto e abbattimento… Momenti di criticità che hanno fatto emergere lacune nell’organizzazione scolastica, oberata nelle sue mansioni e chiamata a svolgere compiti per i quali insegnanti e operatori non sono adeguatamente formati, financo estranei alla professione stessa.
Questo surplus di procedure e protocolli ha contribuito a burocratizzare sempre più le scuole, facendo perdere pericolosamente di vista la missione pedagogica che ogni istituto dovrebbe perseguire prioritariamente, gli obiettivi educativi e l’autentica formazione di docenti e operatori.
Il dato che maggiormente preoccupa è lo scollamento che pare sempre più evidente tra didattica e interessi degli studenti, il divario fra i linguaggi, i valori e i codici di riferimento antitetici. La scuola è nel pieno della crisi che investe l’intera società e cerca di attraversarla con i suoi mezzi di fortuna, spesso finendo ingenuamente tra le spire di attacchi mediatici strumentali.
Ma l’istituzione scolastica è anche un po’ vittima di sé stessa, chiusa e arroccata ancora in posizioni anacronistiche. C’è bisogno di una comunicazione più chiara, di metodologie più efficaci, di ambienti più stimolanti e inclusivi, di formazione di qualità, di un sistema di reclutamento che non chieda agli aspiranti insegnanti soltanto di crocettare risposte a domande nozionistiche. Occorre una revisione dei contenuti e del sistema delle discipline, una maggiore flessibilità e soprattutto è urgente uscire dal magico perimetro della cattedra.
Serve “motivazione” e questo aspetto non riguarda soltanto i ragazzi. Molti insegnanti sono abbrutiti e sfiduciati e non credono più in quello che fanno.
La scuola non può essere una scatola sigillata. Deve guardare il mondo senza pregiudizi e inserirsi nel flusso vitale della popolazione a cui si rivolge. Il gioco dei ruoli non funziona più, ma la preparazione e la professionalità sono ancora riconosciute e valorizzate da studenti e famiglie. Portano buoni frutti se applicate al cambiamento e sono in grado di dare a esso un volto umano.

 

Pianeta verde

Emergenza climatica: un modello di sviluppo più inclusivo sul piano sociale

foto Siciliani-Gennari/Sir
06 Giu 2022

Il 92,2% degli italiani ritiene che siano necessari rapidi e drastici cambiamenti per affrontare l’emergenza climatica in corso negli ultimi anni attribuendo il principale dovere di guidare questo cambiamento alle istituzioni internazionali. (34%), alle imprese che devono modificare i processi produttivi (25,5%) ai cittadini (23,9%) consapevoli che il raggiungimento della transizione ecologica dipende anche dai comportamenti di acquisto.

Dal 1° rapporto Censis sulla transizione ecologica emergono tra i molti questi dati che indicano una crescente e diffusa consapevolezza dell’urgente necessità di un sussulto di responsabilità, fatta di gesti concreti ed efficaci, per salvare il pianeta e l’umanità che lo abita.

Giorgio De Rita, segretario generale del Censis scrive che “La transizione ecologica è più avanti e più matura di quanto forse non avevamo immaginato” anche se il 61% degli italiani ritiene che questo processo è ancora troppo lento e c’è il timore che questa lentezza, dovuta anche alla pandemia e alla guerra, porterà a conseguenze negative.

Nel rapporto è di particolare interesse il quadro relativo alle province italiane dove vengono messe in risalto quelle più avanzate nel processo ecologico non per stilare una classifica ma per stimolare quelle più arretrate ad affrettarsi per raggiungere la situazione ideale.

Chi avanza più velocemente non si pone come primo della classe ma come testimone della possibilità di raggiungere obiettivi per troppo tempo sottovalutati o ritenuti irraggiungibili.

Sono i territori e i governi dei territori a essere stimolati grazie alla crescita di una cultura che sceglie un modello di sviluppo più inclusivo sul piano sociale, più rispettoso dell’ambiente naturale, più deciso a denunciare ogni guerra, più orientato alla qualità della vita delle generazioni che salgono.

Dal rapporto Censis si coglie come sul territorio “non solo la consapevolezza dei cittadini sulle grandi epocali trasformazioni sia in progressiva accelerazione ma lo sia anche la forza concreta dei processi locali di sviluppo”.

Le guerre, le carestie, le diseguaglianze sono nel mondo la prova che il traguardo è ancora lontano e quello che sta accadendo sullo scenario mondiale lo sta allontanando. Riusciranno i territori a cambiare la direzione della storia, riusciranno i piccoli Davide a sconfiggere i giganti Golia? Una risposta potrà venire dalla rete attiva che i territori sapranno tessere e dalla forza che questa alleanza sarà di stimolo alle istituzioni nazionali e internazionali istituite per la tutela della casa comune.

Cei

“Noi non loro”: la disabilità che velocizza e non rallenta

Più che un titolo è un manifesto quello scelto per il primo convegno nazionale, promosso dal Servizio per la pastorale delle persone con disabilità della Cei

06 Giu 2022

di M. Elisabetta Gramolini

“Noi non loro”. Più che un titolo è un manifesto quello scelto per il primo convegno nazionale, promosso dal Servizio per la pastorale delle persone con disabilità della Cei. Sì perché anche nella Chiesa c’è bisogno di parlare di accoglienza piena, partecipazione attiva e cura reciproca dell’altro che non ponga barriere. Nella due giorni a Roma, a cui hanno partecipato oltre 300 persone, più che menzionare gli ostacoli, i relatori hanno cercato di trovare i punti di incontro per portare avanti un cammino condiviso. Come primo nodo c’è l’esigenza di porre tutti nelle condizioni di dare risposta ai propri bisogni. Innanzitutto, avere una casa o la possibilità di accedere facilmente agli spazi. “L’abitare è connesso ed è essenziale al tema del progetto individuale”, commenta il ministro per la Disabilità Erika Stefani che ha partecipato alla tavola rotonda dedicata alle forme dell’abitare.

“Nessuno – aggiunge – ha una sua vita se non ha individuato qual è la sua casa e la sua casa sarà decisa da lui stesso, valutando i vari profili e le sfaccettature poiché il lavoro non è disgiunto dalla casa o dai sostegni”.

Il ministro ricorda il percorso che sta proseguendo dopo l’approvazione all’unanimità da parte del Parlamento, nel dicembre scorso, la legge delega sulla disabilità che rappresenta l’attuazione di una delle riforme previste dalla missione 5 “Inclusione e Coesione” del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr). “La strada introdotta – afferma – è la migliore per creare un sistema basato su un nucleo di valutazione multidimensionale e multidisciplinare, per costruire la vita della persona con la persona e la sua famiglia, rendendola finalmente protagonista. Nel Pnrr ci sono delle risorse destinate alla qualità dell’abitare. È importante perché il degrado urbanistico va ad influire sui propri percorsi. C’è molto da fare, abbiamo iniziato e spero che i prossimi governi porteranno avanti questi temi che sono fondamentali e hanno bisogno di tanti anni di costruzione. Da troppo tempo il tema è lasciato all’iniziativa e alla buona volontà del singolo”.
Sulle risposte molteplici attese dalle persone disabili sul tema dell’abitare, apre suor Veronica Donatello, responsabile del Servizio che ha promosso l’evento: “Nella sua diversità la disabilità ha mille sfaccettature, come le abbiamo tutti, e ha sicuramente delle caratteristiche intrinseche che modellano le forme dell’abitare, ma non sfugge alla necessità di risposte multiple. Spostiamo – suggerisce – l’attenzione dal dove al perché.

Restiamo aperti al fatto che quando si parla di esseri umani le risposte non possono essere univoche e insindacabili.

Lasciamo che a parlare sia la vita e le necessità della persona con disabilità (con la specificità assicurata ad ogni essere umano) perché non c’è una risposta sola che garantisca le esigenze di tutti”.

Al progetto di vita della persona con disabilità dovrebbero aderire tutti: dalle istituzioni alle diocesi, dai movimenti alle associazioni. A sostenere questo lavoro di squadra è il segretario generale della Cei, moons. Stefano Russo, che in apertura del convegno esorta tutti gli attori della rete “a interagire, confrontarsi, ascoltarsi e come dice il papa ‘collaborare armonicamente’, per il bene di tutti e di tutta la società perché nessuno deve rimanere senza risposte che generino vita. Diamo corpo a quello che il Santo Padre ha definito ‘efficace sinergia, capace di incidere a fondo sulla società”.
La società è abituata a pensare che una persona con disabilità possa rallentare e diminuire l’efficienza. Nel caso del cammino sinodale invece è l’esatto opposto, come spiega Erio Castellucci, arcivescovo di Modena-Nonantola e vescovo di Carpi, consultore della segreteria del sinodo: “la persona con disabilità velocizza il percorso perché porta a concentrarsi su ciò che è essenziale, senza perdere tempo in questioni secondarie. Noi spesso perdiamo tempo ed energie in qualcosa che ha poco a che fare con l’essenziale. Tante volte sono davvero delle quisquiglie, invece gli amici con disabilità ci fanno fermare un momento”. Quindi un’unità di misura diversa, espressa da un’altra metrica, segue il cammino: “La velocità – sostiene mons. Castellucci – è misurata dalla profondità delle relazioni che si creano. Credo – sottolinea – che il cammino sinodale debba trovare delle zone buone mettendosi in ascolto.

Il papa ci chiede di rovesciare lo schema: come posso ascoltare anche chi dice cose scomode? Come posso imparare da una persona che vive in modo diverso da me? Lo Spirito ci sta chiedendo questo: ascoltare in maniera profonda. Ci possiamo – conclude – arricchire tutti insieme, membra diverse, eliminando i toni compassionevoli, che Gesù non ha mai usato, e usando quelli promozionali”.

Francesco

LA DOMENICA DEL PAPA – Le due azioni dello Spirito

06 Giu 2022

di Fabio Zavattaro

Si compiono i cinquanta giorni dalla Pasqua: Pentecoste, la fiamma che arde, lo Spirito Santo che si manifesta come fuoco, vento. Dalla Pasqua gli apostoli si erano sempre ritrovati assieme nel Cenacolo per ascoltare le scritture e pregare. Le porte chiuse per paura. Improvvisamente “un fragore, quasi un vento che si abbatte impetuoso e riempì tutta la casa dove stavano”. Negli Atti degli Apostoli leggiamo cosa accadde, mentre calava la sera. Un terremoto il cui fragore è avvertito anche fuori, tanto da richiamare molta gente davanti la porta di quella casa. Potremmo dire che si è trattato di una grande scossa, ma interiore, un processo di cambiamento di coloro che per cinquanta giorni sono rimasti chiusi dentro le mura della casa: la paura lascia spazio al coraggio, l’egoismo all’amore. E quella porta chiusa si apre al mondo, rappresentato, negli Atti, da quell’elenco di popoli che abitavano la città. Il “crollo” avviene dunque dentro le persone.

Un vento impetuoso, questo l’auspicio, dovrebbe scuotere le coscienze per cercare di fermare il conflitto nell’Ucraina, giunto ormai a 102 giorni; invece, sull’umanità “è calato nuovamente l’incubo della guerra, che è la negazione del sogno di Dio”. Mai un appello così drammatico. Al Regina caeli si rivolge, il papa, ai responsabili delle nazioni: “non portate l’umanità alla rovina, per favore, non portate l’umanità alla rovina”. Voce di uno che grida nel deserto: “popoli che si scontrano, popoli che si uccidono, gente che, anziché avvicinarsi, viene allontanata dalle proprie case. E mentre la furia della distruzione e della morte imperversa e le contrapposizioni divampano, alimentando una escalation sempre più pericolosa per tutti”, Francesco ripete con forza il suo appello alla pace: “si mettano in atto veri negoziati, concrete trattative per un cessate il fuoco e per una soluzione sostenibile, Si ascolti il grido disperato della gente che soffre, si abbia rispetto della vita umana e si fermi la macabra distruzione di città e villaggi”. Così rinnova l’invito a pregare e a impegnarsi per la pace “senza stancarci”.

In questa domenica Francesco assiste, in sedia a rotelle, alla messa di Pentecoste celebrata dal cardinale Giovanni Battista Re, decano del Sacro collegio. Nell’omelia ricorda che “lo Spirito ci fa vedere tutto in modo nuovo, secondo lo sguardo di Gesù”; nel grande cammino della vita, “egli ci insegna da dove partire, quali vie prendere e come camminare”. Lo Spirito, infatti, in ogni epoca “ribalta i nostri schemi e ci apre alla sua novità, sempre insegna alla Chiesa la necessità vitale di uscire, il bisogno fisiologico di annunciare, di non restare chiusa in sé stessa”. Al Regina caeli il vescovo di Roma indica le due azioni dello Spirito: insegnare e ricordare.

Dapprima insegnare. Lo Spirito ci aiuta a “superare un ostacolo che si presenta nell’esperienza della fede: quello della distanza”. Non c’è distanza tra Vangelo e vita di tutti i giorni, non è “superato” il Vangelo, né “inadeguato a parlare al nostro oggi con le sue esigenze e con i suoi problemi”, in questo tempo di internet e della globalizzazione. Lo Spirito Santo “è specialista nel colmare le distanze, ci insegna a superarle” afferma Francesco; è lui “che collega l’insegnamento di Gesù con ogni tempo e ogni persona”. Noi rischiamo di fare della fede “una cosa da museo”; lo Spirito Santo l’attualizza, la mantiene “sempre giovane” e la mette “al passo con i tempi”.

Poi l’altra azione: ricordare, che vuol dire “riportare al cuore”. Ecco Pentecoste: con lo Spirito Santo gli apostoli “ricordano e comprendono. Accolgono le sue parole come fatte apposta per loro e passano da una conoscenza esteriore a una conoscenza di memoria, a un rapporto vivo, un rapporto convinto, gioioso nel Signore”; è lo Spirito Santo che ci aiuta “a far passare dal ‘sentito dire’ alla conoscenza personale di Gesù che entra nel cuore”. Senza lo Spirito, il rischio è una “fede smemorata”, un “ricordo senza memoria”.

È sempre lo Spirito, ha detto nell’omelia, che “ci libera dall’ossessione delle urgenze e ci invita a camminare su vie antiche e sempre nuove, quelle della testimonianza, della povertà, della missione, per liberarci da noi stessi e inviarci al mondo”.

Diocesi

Don Francesco Tenna: “Pentecoste nel segno della comunità”

05 Giu 2022

di Marina Luzzi

Proprio in queste ore nella parrocchia Spirito Santo, in zona Taranto due, terminano gli attesi festeggiamenti di Pentecoste, con la messa, presieduta dal primo sacerdote la cui vocazione è nata in questa comunità, don Luca Lorusso e la processione per le vie limitrofe, il tradizionale momento di festa all’esterno, stavolta con lo spettacolo comico di Uccio De Santis, i fuochi d’artificio. La festa di una solida comunità che si è costruita e rafforzata negli anni e che accoglie tante nuove famiglie di giovani coppie con figli. Dopo il lungo periodo sotto la guida di don Martino Mastrovito, da un anno l’incarico di amministratore parrocchiale è affidato a don Francesco Tenna, che i suoi parrocchiani non esitano a definire “un vulcano di idee e di entusiasmo”.  Con lui, il vice parroco don Luis Antonio Antonazzo e il diacono Antonio Di Reda. Arrivato da diacono la sera del 7 dicembre del 2015 come collaboratore parrocchiale, don Francesco è diventato sacerdote il 28 dicembre del 2016 rimanendo nella parrocchia di Taranto due come viceparroco fino alle fine dell’estate del 2019. Poi l’esperienza di formatore nel seminario minore arcivescovile di Poggio Galeso e da un anno il ritorno allo Spirito Santo. “Ci siamo preparati a questa festa, che torna dopo il Covid19, con una settimana di riflessione spirituale. Ogni sera – spiega don Francesco – abbiamo ospitato un sacerdote diverso, sul tema della funzione dello Spirito Santo nella comunità cristiana. Con ciascuno abbiamo approfondito i diversi atteggiamenti che siamo chiamati a sviluppare: la testimonianza, la comunione, l’impegno, la profezia. I festeggiamenti sono iniziati venerdì scorso con la cena comunitaria a base di tubettini con le cozze e un momento di animazione tra noi con canti, balli. Ieri sera invece la veglia di Pentecoste, uno spazio di preghiera per la comunità, dedicato anche ai volontari impegnati in queste giornate così intense. Questa mattina abbiamo portato la banda nelle zone più esterne e periferiche del quartiere, con l’Orchestra di Fiati santa Cecilia Città di Taranto, diretta dal maestro Giuseppe Gregucci. Poi con i bambini, alla fine della Messa delle 10.00, abbiamo fatto volare i colombi, simbolo dello Spirito Santo ma anche della pace, della fraternità. Alle 17.00 la Messa presieduta da don Luca Lorusso, poi la processione per il quartiere, gli sbandieratori, la sagra della salsiccia, lo spettacolo di Uccio De Santis e infine i fuochi d’artificio”. I momenti di festa proseguiranno fino all’8 giugno, quando verranno celebrati i 20 anni dall’inaugurazione della nuova chiesa (prima per le celebrazioni eucaristiche veniva utilizzato l’auditorium accanto e ancora prima una piccola chiesetta oggi demolita, su viale Jonio) e sarà mons. Benigno Papa  a celebrare la Messa(ai tempi era arcivescovo della diocesi di Taranto, ndr). Quel giorno ringrazieremo i benefattori vivi e ormai deceduti, che si sono dati tanto da fare per raggiungere un risultato titanico”. Un periodo, quella di organizzazione della festa di Pentecoste, molto intenso e che mette alla prova la comunità.  Tante le energie da spendere e talvolta le disponibilità capita che latitino. “Non è però questo il nostro caso – spiega don Francesco – perché da parte dei laici della comunità c’è stato un grande aiuto e un grande entusiasmo. La festa si può dire che l’hanno organizzata loro, io mi sono occupato soprattutto della documentazione necessaria per i permessi e tutto quello che serve per l’organizzazione di eventi pubblici partecipati come questi.  Con la lotteria di Pentecoste, fatta per non fare il classico giro porta a porta, hanno creato movimento e desiderio di collaborare alla realizzazione. L’estrazione avverrà stasera prima dello spettacolo pirotecnico.  Sono contento di questa comunità. In questo anno non credo di aver fatto nulla di straordinario ma loro mi dicono che abbiamo lavorato molto. Io non avverto il peso o la fatica. Io quello che chiedo a Dio è sempre questa gioia, perché l’entusiasmo passa, la gioia resta”. La zona di Taranto 2 è in continua espansione e dopo i due anni di isolamento forzato, si torna a vivere la socialità. “Il polso della situazione è stato chiaro con la benedizione delle case, che viviamo durante il periodo di Quaresima e in cui le famiglie si ritrovano giù, nell’androne del loro palazzo, per un momento di preghiera comune prima di salire nei singoli appartamenti. Devo dire che c’è stato il desiderio di ritrovarsi. Non ho avvertito una situazione drammatica, di isolamento. Sì, la comunità è cambiata molto. Molte donne che un tempo frequentavano la parrocchia ormai sono anziane e vado a trovarle io però il quartiere, per quanto in alcune palazzine sia un po’ più svuotato, ha voglia di tornare alla normalità. Il desiderio di aggregazione c’è ma mancano dei luoghi che svolgono questa funzione. Menomale che da qualche tempo c’è un campo da basket dove i ragazzi si incontrano e socializzano o la piazzetta di via Attica ma serve qualcosa di fortemente aggregante. La parrocchia cerca di esserlo ma siamo chiamati al servizio missionario, a far sentire ciascuno importante, ad invitarlo, a fargli capire che lo abbiamo a cuore. Basta poco, basta un saluto per strada, un come stai. Comunque non è di certo un quartiere abbandonato a se stesso”.

 

 

 

 

 

 

Vita sociale

Corte costituzionale: “Nel cognome dei figli l’eguaglianza fra genitori”. “Fratelli e sorelle abbiano lo stesso cognome”

foto Sir
04 Giu 2022

L’automatica attribuzione del solo cognome paterno “si traduce nell’invisibilità della madre” ed è il segno di una diseguaglianza fra i genitori, che “si riverbera e si imprime sull’identità del figlio”. Ciò comporta la contestuale violazione degli articoli 2, 3 e 117, primo comma, della Costituzione, quest’ultimo in relazione agli articoli 8 e 14 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo. È quanto si legge nella sentenza n. 131 depositata oggi (redattrice la giudice Emanuela Navarretta), con cui la Corte Costituzionale ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’articolo 262, primo comma, del Codice civile “nella parte in cui prevede, con riguardo all’ipotesi del riconoscimento effettuato contemporaneamente da entrambi i genitori, che il figlio assume il cognome del padre, anziché prevedere che il figlio assume i cognomi dei genitori, nell’ordine dai medesimi concordato, fatto salvo l’accordo, al momento del riconoscimento, per attribuire il cognome di uno di loro soltanto”. L’illegittimità costituzionale è stata estesa anche alle norme sull’attribuzione del cognome al figlio nato nel matrimonio e al figlio adottato.
Con la sentenza, le cui motivazioni erano state anticipate lo scorso 27 aprile, la Consulta ha stabilito che il cognome del figlio “deve comporsi con i cognomi dei genitori”, nell’ordine dagli stessi deciso, fatta salva la possibilità che, di comune accordo, i genitori attribuiscano soltanto il cognome di uno dei due. Sarebbe, infatti, in contrasto con i principi costituzionali invocati impedire “ai genitori di avvalersi, in un contesto divenuto paritario”, dell’accordo per rendere un unico cognome segno identificativo della loro unione, capace di farsi interprete di interessi del figlio. Di conseguenza, viene precisato, l’accordo è imprescindibile per poter attribuire al figlio il cognome di uno soltanto dei genitori. In mancanza di tale accordo, devono attribuirsi i cognomi di entrambi i genitori, nell’ordine dagli stessi deciso. Qualora vi sia un contrasto sull’ordine di attribuzione dei cognomi, si rende necessario l’intervento del giudice, che l’ordinamento giuridico già prevede per risolvere il disaccordo su scelte riguardanti i figli. Tutto ciò, fintantoché il legislatore non decida di prevedere, eventualmente, altri criteri.
La Corte ha inoltre rivolto un duplice invito al legislatore. In primo luogo, ha auspicato un “impellente” intervento per “impedire che l’attribuzione del cognome di entrambi i genitori comporti, nel succedersi delle generazioni, un meccanismo moltiplicatore che sarebbe lesivo della funzione identitaria del cognome”. Pertanto è opportuno che il genitore titolare del doppio cognome scelga quello dei due che rappresenti il suo legame genitoriale, sempre che i genitori non optino per l’attribuzione del doppio cognome di uno di loro soltanto. In secondo luogo, ha rimesso alla valutazione del legislatore “l’interesse del figlio a non vedersi attribuito – con il sacrificio di un profilo che attiene anch’esso alla sua identità familiare – un cognome diverso rispetto a quello di fratelli e sorelle”. Anche al riguardo la sentenza segnala una possibile soluzione, e cioè che la scelta del cognome attribuito al primo figlio sia vincolante rispetto ai figli successivi della stessa coppia.

Pianeta verde

Biodiversità – Nella tenuta di Castelporziano, s’inaugura il Villaggio diffuso di educazione ambientale

04 Giu 2022

Educazione ambientale dedicata alla biodiversità: è il progetto al quale hanno aderito scuole di ogni ordine e grado partecipando all’iniziativa lanciata dal ministero della Transizione ecologica (Mite) e da quello dell’Istruzione (Mi). Un percorso che trova compimento venerdì 3 e sabato 4 giugno, in occasione dell’inaugurazione del Villaggio diffuso di educazione ambientale, nell’ambito della due giorni organizzata nella tenuta presidenziale di Castelporziano, per celebrare la Giornata mondiale dell’ambiente del 5 giugno.
Tutto è iniziato il 19 maggio a Palazzo Rospigliosi, nell’ambito dell’evento “Nature in mind” organizzato dai Carabinieri forestali: in quella giornata è stata presentata la Carta per l’educazione alla biodiversità, una carta di impegni poi trasmessa alle scuole italiane e alle aree protette nazionali. E da quel momento è partita l’adesione al progetto.
Tra il 19 maggio e il 3 giugno, gli istituti scolastici del Paese e le aree protette nazionali hanno lavorato per la realizzazione di attività formative sul tema della biodiversità, in modo sinergico tra docenti e operatori di tutela della natura. Contemporaneamente è stata attivata una raccolta di firme per la sottoscrizione degli impegni.
Oggi, presso la Tenuta presidenziale di Castelporziano è inaugurato il Villaggio diffuso di educazione ambientale: gli stand espositivi e i laboratori sono allestiti grazie alla collaborazione con il Mite, il Ministero dell’Istruzione, i Carabinieri del Comando unità forestali, ambientali e agroalimentari, i Parchi nazionali, il Wwf, Legambiente, Lipu, l’Ispra.
Il Villaggio è aperto alle visite di alunni e studenti tra gli 8 e i 14 anni, provenienti da Roma e dalla Regione Lazio; sono previsti anche – in collaborazione con il Servizio per la società civile e la coesione sociale del Sgpr – i bambini delle case famiglia del Comune di Roma.
Questa mattina, dalle ore 10 è previsto l’evento istituzionale: alla presenza dei ministri Roberto Cingolani e Patrizio Bianchi e del comandante Arma dei carabinieri, gen. Teo Luzi, una rappresentanza di studenti guidata dal portavoce delle consulte studentesche riconsegnerà la Carta alle autorità il programma prevede gli interventi dei Ministri, dell’Ispra e poi rappresentanti delle scuole e delle aree protette presenteranno progetti di educazione ambientale realizzati nelle scuole e nei parchi.
Oggi pomeriggio, in collaborazione con l’Accademia nazionale delle Scienze detta dei XL, si prosegue con un evento di divulgazione tecnico scientifica, in occasione anche dei 30 anni dal summit di Rio. In tale sede verranno presentati i volumi scientifici editi dall’Accademia a conclusione dello scorso settennato e la piattaforma “Castelporziano laboratorio aperto”.

Diretta streaming a questo link: https://youtu.be/YkSLzxcBe-Q

Mondo

Guerra e crisi alimentare – Nuovi modelli di sviluppo per garantire il diritto al cibo

foto Ansa/Sir
03 Giu 2022

di Marco Pagniello *

È uno scandalo intollerabile che l’accesso al cibo e all’acqua – oltre che essere già in molti contesti occasione per nuovi fronti di guerra – siano ora usati vigliaccamente come strumento di ricatto bellico.
Dalle esportazioni del grano dall’Ucraina dipende la vita di milioni di persone, specialmente nei Paesi più poveri e proprio per questo papa Francesco ha lanciato un appello a non usare “il grano, alimento di base, come arma di guerra”.

Già con la pandemia e la conseguente crisi economica, oltre alla perdita di posti di lavoro, si era verificata una crescita dei prezzi dei beni alimentari che, soprattutto nel Sud del mondo, ha fatto crescere le persone che non riescono ad alimentarsi in modo adeguato.

I bambini hanno sofferto un’ulteriore conseguenza: l’impossibilità di andare a scuola, l’unico posto in cui avevano garantito un pasto nutriente, a causa delle chiusure.

La guerra in Ucraina ha aggravato ancora di più la situazione, con un aumento del 30% del prezzo del grano e ora con il blocco delle esportazioni che va assolutamente superato per consentire il rispetto del fondamentale diritto all’alimentazione.

Aggiungo poi una riflessione più ampia: la relazione tra conflitto e fame è sempre stato un tema complesso e di rilevanza globale in cui si intrecciano aspetti sociali, economici e politici, locali e globali. A masse ingenti di persone prive del necessario si contrappone una sempre maggiore diffusione dello spreco dei beni alimentari. E – come ci ricorda papa Francesco – “il cibo che si butta via è come se lo si rubasse dalla mensa del povero”. (LS 50).

È quindi urgente affrontare la questione del diritto al cibo analizzando questi elementi di squilibrio globale: scelte politiche ed economiche, dinamiche di produzione, distribuzione, e sistemi di commercio internazionale.

Servono nuovi modelli, in grado di garantire il diritto al cibo, favorendo il protagonismo dei gruppi più svantaggiati, puntando su sistemi di produzione basati sulla valorizzazione del territorio e sul legame tra produzione agricola e gestione degli ecosistemi.
Liberare il mondo dalla fame si può e si deve. Ma è un obiettivo raggiungibile solo attraverso percorsi di pace, giustizia, rispetto delle persone, cura per il pianeta.

* direttore Caritas Italiana

Politica italiana

Festa della Repubblica – Mattarella: “L’Italia si muove per la pace”

foto Ufficio per la stampa e la comunicazione della presidenza della Repubblica
03 Giu 2022

“L’Italia si muove per la pace”. In un messaggio inviato al capo di Stato Maggiore della Difesa, l’ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone in occasione della Festa della Repubblica, il presidente Sergio Mattarella ha voluto direttamente fare riferimento alla Guerra che ormai da 99 giorni si consuma in Ucraina. Ricordando quanto accadde il 2 giugno del 1946, Mattarella ha ribadito che, con la scelta della Repubblica, il popolo italiano scelse di incamminarsi sulla strada della pace, archiviando le avventure belliciste proprie di un regime autoritario come quello fascista. Una opzione che venne poi solennemente ratificata nella Costituzione. Il nostro contributo — e in esso delle Forze Armate — alla causa della pace e della cooperazione internazionale si è caratterizzato con l’adesione al Trattato del Nord-Atlantico sottoscritto fra Paesi amanti della libertà, con la costruzione graduale e crescente della unità europea, con la partecipazione all’Onu e alle sue iniziative.”

Nel suo messaggio, Mattarella sottolinea che di fatto, l’attacco russo ha cambiato il mondo. “L’attuale contesto internazionale – scrive ancora il presidente – ci interroga profondamente su come sia possibile garantire oggi il bene indivisibile della pace. Le aggressioni ai civili, le devastazioni delle città nel cuore della nostra Europa, pensavamo appartenessero a un passato remoto, ma la drammatica cronaca di questi giorni ci ricorda come stabilità e pace non sono garantite per sempre. La pace non si impone da sola ma è frutto della volontà e dell’impegno concreto degli uomini e degli Stati. Una pace basata sul rispetto delle persone e della loro dignità, dei confini territoriali, dello stato di diritto, della sovranità democratica; una pace basata sull’utilizzo della diplomazia come mezzo di risoluzione delle crisi tra Nazioni; una pace basata sul rispetto dei diritti umani”.

Mattarella poi non ha mancato quindi di ribadire quanto sia importante il ruolo dell’Italia e della comunità internazionale che, in un contesto come quello attuale “hanno un ruolo centrale nel favorire il dialogo. Dobbiamo farlo uniti, insieme. La nostra esperienza ci ha mostrato come si possa costruire una convivenza stabile e duratura, anche all’indomani di conflitti sanguinosi. Lo ribadiamo oggi mentre siamo a fianco dell’aggredita Ucraina. La Repubblica è impegnata a costruire condizioni di pace e le sue Forze Armate, sulla base dei mandati affidati da governo e Parlamento, concorrono a questo compito. Come settantasei anni fa ribadiamo le ragioni che hanno spinto il popolo italiano, dopo le sofferenze di due guerre mondiali e della dittatura, a percorrere il lungo cammino verso uno Stato democratico, i cui valori di libertà, pace, uguaglianza e giustizia, diventarono i principi di supremo riferimento per i cittadini e il Paese”.

Mattarella ha quindi concluso il suo messaggio facendo riferimento alle Forze Armate, definendole “protagoniste di questo percorso” e “risorsa preziosa in Italia e all’estero come evidenziato come evidenziato anche dalle vicende della gestione della pandemia”.

Vita sociale

Festa della Repubblica – Garofalo (Centro studi La Pira): “Una scelta che portò a non essere più sudditi, ma cittadini”

ph ufficio per la stampa e la comunicazione della presidenza della Repubblica
03 Giu 2022

“Il 2 giugno 1946, 76 anni fa, gli italiani scelsero la Repubblica. Con il loro voto uomini e donne, finalmente liberi dopo il ventennio fascista e l’occupazione nazista, vollero aprire una nuova fase costituente, rifondando il nostro Paese”. Lo afferma Francesco Garofalo, presidente del Centro studi “Giorgio La Pira” di Cassano all’Jonio. “Gli italiani con il loro libero voto avevano scelto di non essere più sudditi, ma cittadini. La transizione pacifica verso la Repubblica fu possibile anche grazie alle tante donne e ai tanti uomini che sostennero attivamente l’opera di quanti si sono battuti per l’affermazione della democrazia e della libertà”.
Lo sguardo di Garofalo è rivolto anche all’oggi: “Tocca a noi – prosegue – mantenere fede a quei valori, custodirli, alimentarli e tramandarli alle nuove generazioni, atteso anche il particolare momento che viviamo, con riferimento a quanto sta accadendo nel cuore dell’Europa: una guerra assurda, contro ogni logica, in disprezzo della normale convivenza civile e della violazione dei diritti umani”.