Società

A Reggio Calabria, il primo cimitero per i migranti morti nei naufragi

foto di don Davide Imeneo
03 Giu 2022

di Davide Imeneo

Martedì scorso il ministro degli Interni Luciana Lamorgese ha presieduto il Comitato per l’ordine e la sicurezza pubblica svolto nella Prefettura di Reggio Calabria. L’incontro, in gran parte, è stato concentrato sull’emergenza sbarchi: già da diverse settimane, infatti, sono ripresi gli arrivi dei migranti sulle coste calabresi e la “macchina dell’accoglienza” non ha funzionato al meglio e, in alcuni casi, non ha funzionato affatto. Tuttavia, il mondo del volontariato, del Terzo Settore e della Caritas ha supplito con prontezza ai ritardi delle Istituzioni e degli enti locali.

La visita della Lamorgese, inoltre, si è verificata in occasione di un anniversario fortemente evocativo per la comunità civile dello Stretto: a fine maggio dell’anno 2016, infatti, il Mediterraneo restituì quarantacinque corpi di migranti deceduti a causa di un naufragio.L’accoglienza di quelle salme fu drammatica, il molo del porto fu segnato da una ferita insanabile che immediatamente fu percepita da tutti. La comunità diocesana organizzò subito una veglia di preghiera e si spese per dare una degna sepoltura a quei poveri migranti: fu scelto il cimitero di Armo, frazione collinare del comune di Reggio Calabria che ospitò il monaco basiliano Sant’Arsenio.

Nei mesi che seguirono a quel terribile sbarco vi furono altri arrivi segnati dalla morte: Armo è diventato così il luogo dove la comunità diocesana di Reggio Calabria-Bova affida alla terra le spoglie mortali dei migranti che non sono sopravvissuti alla tratta del Mediterraneo.

foto: don Davide Imeneo

Il Coordinamento ecclesiale per gli sbarchi, una realtà ormai attiva da più di dieci anni a Reggio Calabria, che raccoglie donne e uomini di buona volontà e di diverse confessioni religiose, si è sempre preso cura di quel luogo così come ha fatto con tutte le realtà connesse al fenomeno migratorio. Il Coordinamento esprime la cura e la prossimità di tutta la comunità diocesana reggina, che negli sbarchi trova un’altra ferita da rimarginare: “Quello che noi facciamo – dichiara l’arcivescovo di Reggio Calabria-Bova, mons. Fortunato Morrone – è frutto del rispetto di ogni persona e di ogni vita umana,specialmente di coloro che si sono trovate in grande difficoltà. La Chiesa non vuole fare questi segni per mettersi in mostra, ma solo per coerenza con il Vangelo”.

Proprio il desiderio di restituire dignità e rispetto ad ogni vita umana ha portato la diocesi a costruire, all’interno del camposanto di Armo, un vero e proprio cimitero dei migranti e delle vittime del mare.L’opera, finanziata coi fondi dell’8xmille alla Chiesa cattolica, sarà consegnata venerdì 10 giugno al Comune di Reggio Calabria: “Dare degna sepoltura a queste persone è segno di umanità – spiega l’arcivescovo Morrone, che interverrà alla cerimonia di consegna – per noi è un atto di estrema giustizia: queste persone dovevano ricevere il loro proprio, almeno nella morte dovevano essere riconosciuti come umani”.

Grazie a questo progetto, le loro tombe delle vittime del mare non saranno più anonime e anche dopo la vita terrena la loro dignità sarà rispettata. I lavori eseguiti hanno consentito di rendere l’area veramente dignitosa, bella, è il simbolo di una città che accoglie, di una comunità che non ha confini e che riconosce in ogni uomo, un fratello,senza distinzione alcuna.

Alla consegna – che vedrà la partecipazione del direttore di Caritas Italiana, di autorità civili, militari – saranno presenti anche i rappresentanti di altre religioni: guideranno un momento di preghiera e, insieme all’arcivescovo Morrone, benediranno il nuovo cimitero.

Ecclesia

Convegno nazionale di Pastorale giovanile “La fede nell’imprevedibile”, raccontata dai partecipanti

foto Sir/Marco Calvarese
03 Giu 2022

Politica italiana

Fism: “Il Pnrr è lo strumento che può abbattere il divario tra Nord e Sud”

03 Giu 2022

“Non sono più tollerabili le differenze Nord Sud e Centro periferia che hanno contraddistinto il nostro Paese negli ultimi anni. Esse possono essere superate, fra l’altro, mediante gli investimenti previsti dal Pnrr e mediante i finanziamenti ai costi di gestione previsti dal fondo di solidarietà comunale e da altri strumenti di finanziamenti pubblici”. Così l’avvocato Stefano Giordano, già presidente nazionale della Fism, Federazione italiana scuole materne, oggi responsabile nazionale per le questioni giuridiche della federazione – alla quale in Italia fanno riferimento circa 9mila realtà educative – ha dato conto di una situazione. Lo ha fatto durante un seminario conclusosi sabato scorso presso il complesso Donnaregina a Napoli, città dove pare riconfigurarsi una politica di sostegno al mondo della prima infanzia, in larga parte anche qui costituito da scuole paritarie non profit e servizi educativi integrati oggi alle prese con la chiamata verso il Terzo settore.
“La parità effettiva di queste istituzioni scolastiche passa attraverso la piena tutela della child guarantee che deve mettere bambine e bambini che vivono nel nostro paese nella condizione di accedere gratuitamente ai servizi per il tramite delle istituzioni scolastiche liberamente scelte dai propri genitori”, ha ribadito Giordano, sottolineando la necessità di lavorare con nuovi modelli di cooperazione e coprogettazione fra pubblico e privato.
L’incontro dal titolo “Un passo avanti”, introdotto dai saluti del presidente Fism nazionale, Giampiero Redaelli, e del vescovo ausiliare di Napoli, mons. Francesco Beneduce, ha visto gli interventi della presidente della Fism Campania, Rosaria De Filitto, e di Massimo Pesenti, responsabile del coordinamento delle aree territoriali della Fism, come pure dell’assessore regionale campano alla Scuola, alle Politiche sociali e giovanili, Lucia Fortini. Tra i temi, anche, calo demografico, family act, l’accoglienza dei bimbi ucraini in molte scuole Fism e, attraverso il confronto con esperti qualificati, la conoscenza delle possibilità che si spalancano per la Fism, che in Campania unisce oltre duecento sedi fra Napoli, Salerno, Caserta, Avellino e Benevento.

Cinema

“Il Vangelo secondo Matteo” di Pasolini proiettato a Cafarnao

02 Giu 2022

Giovedì 26 maggio, nell’area archeologica di Cafarnao, la Custodia di Terra Santa ha ospitato la proiezione del film “Il Vangelo secondo Matteo”, opera cinematografica di Pier Paolo Pasolini. L’evento è stato organizzato dall’Istituto italiano di cultura di Haifa (IIC) in occasione degli eventi che in Italia e all’estero stanno accompagnando il centenario dalla nascita del poeta friulano, avvenuta il 5 marzo 1922. Il sito archeologico di Cafarnao, fa sapere la Custodia dal suo sito ufficiale, ospita i resti del villaggio evangelico in cui si ammirano le rovine della casa dell’apostolo Pietro, sormontate dalla moderna chiesa dedicata al santo e affiancate da una sinagoga di epoca bizantina. Il sito è gestito dalla Custodia di Terra Santa e sono i frati francescani dell’adiacente convento della Promessa Eucaristica ad accogliere ogni anno e a prendersi cura dei pellegrini di passaggio. Alla proiezione erano presenti, tra gli altri, l’ambasciatore d’Italia in Israele, Sergio Barbanti e il direttore dell’IIC di Haifa, Davide Denina. L’ambasciatore Barbanti ha reso omaggio a Pasolini ripercorrendo la sua produzione artistica e articolando una riflessione che ha indugiato sull’umanità del regista, espressa nel film per mezzo della scelta dei suoi personaggi e degli artifici tecnici che hanno reso questa pellicola un’opera di cui, dopo decenni dalla sua realizzazione, ancora si parla e che ancora si ammira. Pasolini ambientò a Matera, in Italia, questo film-documentario di oltre due ore, realizzato nel 1964. Tuttavia, l’anno precedente, si recò in Terra Santa accompagnato dal biblista don Andrea Carraro della Pro Civitate Christiana di Assisi, al fine di entrare fisicamente in contatto con i luoghi che Gesù realmente visse e per farsi così un’idea di come sviluppare il più fedelmente possibile il suo “Vangelo secondo Matteo”. L’opera prese il nome di “Sopralluoghi in Palestina per il Vangelo secondo Matteo”.

Mondo

MUTAMENTI CLIMATICI – Caldo e siccità stringono, come in una morsa, il Marocco

A parlarci il card. Cristóbal López Romero, arcivescovo di Rabat: “Quello che dice il papa nella Laudato Si’ è un invito a considerare il pianeta come casa comune di tutti e a tener conto che l’umanità è parte del pianeta, non come dominatori ma come amministratori responsabili”

foto Ansa/Sir
02 Giu 2022

di Maria Chiara Biagioni

“Non è una situazione allarmante ma è un problema permanente e ricorrente. La siccità in Marocco è cronica. E’ un paese con scarsità d’acqua, e questo è un problema soprattutto tenendo in considerazione che una delle principali ricchezze del Marocco è l’agricoltura e la produzione agricola varia molto a secondo della pluviometria, la quantità di pioggia”. Raggiunto telefonicamente, è il card. Cristóbal López Romero, arcivescovo di Rabat, a raccontare come, al di là della sponda del Mediterraneo, il Marocco sta vivendo questo momento di forte caldo e anti-ciclone sub-sahariano. “Quest’anno ci troviamo in un periodo di siccità abbastanza grave”, racconta il cardinale salesiano. “Le dighe che trattengono l’acqua destinata all’agricoltura, sono quest’anno al 33% della loro capacità mentre due anni fa erano al 70%. Il problema è che stiamo andando verso i mesi più critici di luglio e agosto, e con l’estate aumenta il calore. Può essere quindi che ci saranno restrizioni di acqua in alcune città. Ma ripeto, non siamo ancora di fronte ad un problema allarmante. Siamo in una situazione difficile e quello che si teme è che la produzione agricola non sia così buona come negli altri anni.”

Questa situazione cronica ha conseguenze sulla vita del popolo e sull’economica?

Si, soprattutto sull’economica degli agricoltori perché in caso di forte siccità, la produzione è minore e gli introiti diminuiscono. Ma non sono situazioni al limite della sopravvivenza che mettono le persone in pericolo di fame o sete o che in qualche modo obbligano a migrare. La siccità è un problema ciclico e cronico in Marocco. Nell’arco di 10 anni, ci sono 7 anni di siccità e tre anni di più pioggia. Tutto il sistema è costruito tenendo di questi cicli.

Il Marocco non ha quindi ancora situazioni di migranti climatici?

Qui in Marocco la migrazione è provocata da altre cause ma non il clima. Ci sono casi in cui gli agricoltori sono messi alla prova per molti anni di siccità e sono stati obbligati a emigrati nelle città, lasciando il lavoro dei campi. Ma ripeto, siamo in un Paese che è abituato a vivere in un contesto di scarsità di acqua e grazie a questo sistema di dighe che sono state costruite (sono almeno 200 in tutto il Paese ed ogni anno se ne augurano 3 o 4), ora il problema è minore e si può meglio resistere ai tempi di siccità e scarsità di pioggia.

Le cisterne delle dighe sono però attualmente ad una capacità del 30%. C’è preoccupazione?

E’ vero. La situazione è tranquilla ma non troppo. Dovremo aspettare e vedere come passerà l’estate. Potrebbe essere che in alcune città possono essere prese misure di restrizione di acqua con una erogazione di 8 ore al giorno anziché 24. Ma è una situazione che già molti paesi dell’Africa vivono tutto l’anno. In Marocco succede solo che la situazione di siccità lo richiede nel periodo estivo.

E’ vero che nelle moschee il venerdì si prega per il dono della pioggia?

Il Re chiede che si preghi il venerdì per la pioggia. E’ una preghiera abituale, per nulla straordinaria. Succede quasi tutti gli anni. Fa parte della storia del Marocco. E indica che siamo in un paese di credenti. Ma non indica nulla di allarmante né di catastrofico.

Alla luce della vostra esperienza, quanto è preziosa l’acqua?

È fondamentale per la vita umana e la conservazione del pianeta. Il buon uso dell’acqua deve essere compreso anche nell’educazione per formare le persone e soprattutto le giovani generazioni a non sprecare l’acqua e distruggere il pianeta. Stiamo invece assistendo ad una cultura che va purtroppo nella direzione opposta. La desertificazione è un pericolo che sta colpendo molti paesi dell’Africa, a sud del Sahara. In Marocco la questione è molto presente tanto che esiste una istituzione pubblica di lotta contro la desertificazione.

Lei vede che tra i migranti che arrivano in Marocco, cominciano ad arrivare anche quelli che dicono di arrivare da zone colpite dal cambiamento climatico e dalla desertificazione?

Molti migranti vengono dalle regioni del Sahara, dal Mali, Burkina Faso. Paesi che hanno subito già processi di forte desertificazione. Non è però facile qualificare i migranti. E’ difficile dire se siano migranti climatici o meno. In generale le persone che lasciano i loro paesi e vengono qui, lo fanno per motivi economici. Ma l’economia in gran parte dipende dal clima. Un anno buono di pioggia determina un’economia buona. Ma un anno di siccità e senza pioggia provoca un disastro economico nel paese.Il clima ha conseguenze sull’economia e l’economia provoca la migrazione. I fenomeni sono molto uniti tra loro.

Cosa dice l’Africa all’Europa?

In Africa, le terre sono ricchissime di risorse naturali ma è un continente delicato che non possiamo permetterci di distruggere. Quello che dice il Papa nella Laudato Si’ è un invito a prendere in considerazione il pianeta come casa comune di tutti e a tenere conto che l’umanità è parte del pianeta. Non come dominatori ma come amministratori responsabili. Distruggere i boschi o mal gestire l’acqua significa attentare contro la vita del pianeta e contro la vita umana. Tutto è unito. Come dice il Papa, siamo tutti sulla stessa nave che si chiama pianeta terra. Non ci sono alternative: o salviamo tutti e moriremo tutti.

Eminenza, cosa ha pensato dei nuovi cardinali?

Sono molto contento di avere nuovi compagni tra i quali ci sono due della mia congregazione e cioè due salesiani che conosco bene. C’è un cardinale nativo del Paraguay che vive in Paraguay. Ci sono sei asiatici. Qualche africano, qualche latino-americano. Solo due italiani, uno dei quali vive missionario in Mongolia. Credo che il Papa ancora una volta abbia dimostrato la sua intenzione di universalizzare la Chiesa, rendendola più cattolica, anche nel collegio cardinalizio. In questa maniera prosegue il cammino intrapreso da Francesco di una Chiesa in uscita, che va alle periferie. E questo stile si vede chiaramente anche in questo tipo di nomine.

Francesco

ROSARIO PER LA PACE – L’invocazione a Maria di papa Francesco: “Cessi presto la guerra!”

foto Vatican media/Sir
01 Giu 2022

“Concedi il grande dono della pace, cessi presto la guerra, che ormai da decenni imperversa in varie parti del mondo, e che ora ha invaso anche il continente europeo”. È l’invocazione a Maria, con la quale il Papa ha iniziato a Santa Maria Maggiore il Rosario per la pace, al termine del mese mariano. “Siamo consapevoli che la pace non può essere solo il risultato di negoziati né una conseguenza di soli accordi politici, ma è soprattutto dono pasquale dello Spirito Santo”, ha proseguito Francesco: “Abbiamo consacrato al tuo Cuore Immacolato le nazioni in guerra e domandato il grande dono della conversione dei cuori. Siamo certi che con le armi della preghiera, del digiuno, dell’elemosina, e con il dono della tua grazia, si possano cambiare i cuori degli uomini e le sorti del mondo intero. Oggi eleviamo i nostri cuori a Te, Regina della Pace: intercedi per noi presso il Tuo Figlio, riconcilia i cuori pieni di violenza e di vendetta, raddrizza i pensieri accecati dal desiderio di un arricchimento facile, su tutta la terra regni duratura la tua pace”. Le decine del Rosario, a cui parteciperanno in diretta streaming i Santuari e le famiglie di tutto il mondo, saranno pregate da una famiglia ucraina, “in rappresentanza di tutte le famiglie che sperimentano le violenze e i soprusi della guerra”; dai cappellani militari, “per tutte le persone che portano la speranza e il conforto alle popolazioni colpite”; da una volontaria e un volontario, “per tutte le persone che continuano a svolgere il loro prezioso servizio in favore degli altri anche in situazioni di grande pericolo e precarietà”; da “una famiglia siriana e una venezuelana, per quanti soffrono ingiustamente a causa dei conflitti, alcuni profughi, per quanti hanno dovuto lasciare le proprie case e, accolti in altri paesi, cercano di ricostruire la propria vita”.

Solidarietà

Volontariato: tornano i campi estivi per i giovani su pace e giustizia sociale di Mani Tese

foto manitese.it
01 Giu 2022

Torna l’estate di Mani Tese, l’Ong che da oltre 58 anni si batte per la giustizia nel mondo e che durante il periodo estivo propone attività di volontariato e formazione per ragazzi e ragazze. I campi estivi di Mani Tese sono un’occasione preziosa per condividere un impegno di solidarietà e di giustizia. Propongono attività di formazione, lavoro e volontariato sulle grandi sfide globali del nostro tempo – come povertà, crisi ambientali, schiavitù moderne – e permettono di sperimentare buone pratiche di sostenibilità. Tutti i campi sono organizzati nel rispetto dei comportamenti utili alla prevenzione del Covid-19. Il tema della pace sarà comune a tutti i campi estivi, che avranno un unico titolo (“Facciamo la pace, seminiamo giustizia!”) e verrà declinato attraverso approfondimenti sulla giustizia ambientale, economica e sociale e attraverso pratiche di volontariato e sviluppo sostenibile. Tutte le info sui luoghi e modalità dei campi estivi sono sul sito https://www.manitese.it/campi-estivi-mani-tese

 

Cinema

Nasce nel cuore di Taranto un multisala con tante innovazioni tecniche: il Savoia

TARANTO, 01-06-22 PRESENTAZIONE ALLA STAMPA DEL NUOVO CINEMA SAVOIA TRASFORMATO DOPO LA RISTRUTTURAZIONE IN UNA MULTISALA CON N. 6 SALE DI VARIE CAPIENZE
01 Giu 2022

di Silvano Trevisani

Una multisala nel cuore di Taranto? Può sembrare impossibile, vista l’assenza di grandi aree all’interno della città e dopo la scomparsa di una decina di sale negli ultimi anni, compreso l’unico piccolissimo esperimento di multisala, fatto nel Borgo, con la doppia sala Ritz/Rex. E invece è una realtà che già dal 2 giugno apre al pubblico con il primo programma di proiezioni. Si tratta del Savoia. Sì proprio il vecchio cinema di via Leonida che anche i nonni ricordano benissimo, sia per le pellicole che per le riviste di giro, un tempo molto attive.

È una vera sorpresa quella che riserva la visita alla struttura completamente rinnovata che, a prima vista, fa l’effetto della biblioteca del “Il nome della rosa”: ti chiedi, girando e salendo: ma quante sale ci sono? Ebbene, le sale sono sei! Per adesso! Già, perché presto potrebbe essere attivata anche l’arena sul tetto.

È evidentemente una vera e propria scommessa quella fatta dai fratelli Miro, in particolare da Lelio, Antonio e Andrea, sotto la spinta determinante di quest’ultimo, che di cinema vive ormai da anni, essendo impegnato nel settore commerciale a Roma. Dopo aver vagliato diverse opportunità all’esterno della città, hanno spiegato incontrato la stampa, che ha avuto anche toni commossi nel ricordo dei predecessori così legato al mondo del cinema, alla fine hanno deciso di mettere mano alla ristrutturazione del cineteatro che il nonno Catello (proprio come Lelio, che in realtà ha come primo nome Catello) creò nel 1919 in un terreno che, all’epoca, sorgeva nell’estrema periferia della città e che svolse un ruolo importante, anche dal punto di vista sociale, garantendo l’attività anche negli anni difficili della Seconda guerra mondiale.

La realizzazione della multisala, che ha richiesto un investimento superiore ai tre milioni di euro, solo per un quarto sostenuto dai finanziamenti pubblici di settore, e reso possibile grazie ad alcuni istituti bancari, ha coinvolto tecnici, aziende e maestranze della città, a esclusione dell’architetto Celata di Roma, vero esperto del settore, che ha collaborato con gli ingegneri dello studio Vecchi e Greco nella complessa opera di realizzazione, che ha necessitato anche dell’accorpamento dell’adiacente casa Miro e della riorganizzazione di tutti gli spazi che erano destinati in passato alle attività teatrali. Le sei sale, tutte realizzate con i più moderni accorgimenti, dispongono di schermi che vanno dai 6,5 a 10,50 metri a seconda della capienza di ciascuna sala, che va da 190 a 36 posti. Ma proprio quella più piccola presenta una straordinaria innovazione: al posto delle poltrone sono disposti divani a due posti e tavolino che possono consentire l’utilizzo per incontri e happening, visioni riservate e così via. Tre delle sale sono predisposte per visioni 3D.

Molte le innovazioni introdotte, sia dal punto di vista tecnico-costruttivo, sia da quello organizzativo, che i concittadini (e non solo) impareranno meglio a conoscere con la diretta fruizione. Ne segnaliamo alcune: i biglietti potranno essere acquistati online e, nel momento dell’acquisto sarà possibile indicare la necessità di utilizzo dell’ascensore, appannaggio di anziani e disabili; attraverso una convenzione con Kyma sarà possibile fruire di sconti per l’utilizzo del parcheggio ex Artiglieria: il Savoia fornirà agli spettatori che lo richiederanno uno scontrino da utilizzare al momento di pagamento del parcheggio, che sarà ridotto a un euro e cinquanta.

Ma Andrea Miro ha anche preannunciato che la settimana prossima sarà programmata una pellicola mitica restaurata, che è quella che ha staccato più biglietti nella storia del cinema italiano: “Lo chiamavano Trinità”. Una vera chicca per gli appassionati anche se i gestori-proprietari si augurano che la multisala faccia scoprire il cinema anche alle fasce più giovani che sono abituati a una fruizione riduttiva e imperfetta degli spettacoli cinematografici. Ce l’auguriamo anche noi, se non altro per vederli abbandonare, almeno per qualche ora, smartphone e spritz.

Per quanto riguarda gli spettacoli, si comincia con “Jurassic world – il dominio”; “Top Gun: Maverick”, “Nostalgia” e “Doctor Strange nel Multiverso della follia” Prezzo d’ingresso: 7 euro.

Politica italiana

Festa della Repubblica, Mattarella: “Attivare riforme per non dissipare le opportunità offerte dal Pnrr”

foto sir
01 Giu 2022

“Nel trentennale del Trattato di Maastricht, che ha segnato un’importante tappa nel progetto europeo, siamo impegnati in un percorso che, con l’attuazione del Piano nazionale di ripresa e resilienza, sta coinvolgendo in un processo di rinnovamento e sviluppo la società e le istituzioni. È fondamentale non dissipare le opportunità offerte dall’afflusso di risorse dell’Unione europea, attivando riforme che possono incidere positivamente e in modo duraturo sulla vita dei cittadini”. Lo ha scritto il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, nel messaggio ai prefetti d’Italia in occasione della Festa della Repubblica.
“Il ruolo dei prefetti, che operano come laboriosi attori di unità e di coesione sociale, è, ancora una volta, cruciale”, ha osservato il capo dello Stato, rilevando che “nei compiti di garanzia delle libertà civili, come nell’impegno per la tutela della legalità e della sicurezza, nel costante confronto con gli enti locali e nell’azione di mediazione sociale, nella gestione dei fenomeni migratori come delle emergenze, i Prefetti si pongono quali interlocutori essenziali del sistema delle autonomie e della società civile”. “Nel rinnovare ai prefetti e a tutti coloro che rivestono pubbliche responsabilità auguri di buon lavoro, con i sentimenti dell’apprezzamento della Repubblica per la loro azione, esprimo l’auspicio che – conclude Mattarella – la celebrazione del 2 giugno possa costituire per i cittadini una rinnovata occasione di riflessione sui valori costituzionali, ai quali ispirare il quotidiano contributo al servizio del Paese”.

Persone disabili: al via il 3 giugno a Roma il primo convegno del Servizio nazionale della Cei

foto d'archivio Sir
01 Giu 2022

Si svolgerà il 3 e il 4 giugno a Roma il primo convegno nazionale del Servizio nazionale per la pastorale delle persone con disabilità della Cei. Si intitola “Noi non loro. La disabilità nella Chiesa” ed è ospitato al Carpegna Palace. Il primo appuntamento è il seminario precongressuale dedicato alle “forme dell’abitare”. Alle ore 8 mons. Stefano Russo, segretario generale Cei, presiederà la Messa. Alle 9.30, l’introduzione ai lavori della tavola rotonda, a cura del vescovo. Il dibattito sarà un “confronto tra istituzioni, diocesi, associazioni, movimenti e congregazioni”. Interverranno: Erika Stefani, ministro per la disabilità, mons. Giuseppe Baturi, vicepresidente Cei e arcivescovo di Cagliari, Serafino Corti, direttore del Dipartimento disabilità della Fondazione Sospiro, Roberto Speziale, presidente nazionale Anffas, p. Carmine Arice, superiore generale Cottolengo. Modera il giornalista del Sir, Riccardo Benotti.
Nel pomeriggio, il convegno entra nel vivo: alle 14.30, il momento della preghiera. Subito dopo, i saluti istituzionali con suor Veronica Donatelllo, responsabile del Servizio nazionale per le persone con disabilità. Roberto Franchini, docente di Pedagogia all’Università Cattolica Sacro Cuore, parlerà delle “Parole chiave della disabilità: dall’indipendenza all’appartenenza”; John Swinton, professor in Practical Theology and Pastoral care at the University of Aberdeen in Scotland, affronterà il tema “Essere umani significa appartenere: una visione pastorale della disabilità e dell’umanità”. Infine, mons. Erio Castellucci, arcivescovo di Modena-Nonantola e vescovo di Carpi,
consultore della Segreteria del Sinodo dei Vescovi, parlerà del “Cammino sinodale: noi non loro. La disabilità nella Chiesa”. Alle 19, la prima giornata del convegno si conclude con la visita privata ai Musei vaticani.
L’indomani, dalle 8.15 interverrà il gesuita Justin Glyn, Lecturer in Canon Law and General Counsel of the Astralian Province of the Society of Jesus, sul tema “Noi non loro, teologia della disabilità e del ruolo delle persone disabili nella Chiesa”. Dalle 9.10, sarà il momento delle sessioni parallele divise nelle tre aree: operatori pastorali: conoscere, invitare, accogliere, includere; trutture diurne e residenziali: benessere fisico, psicologico e spirituale; associazioni di persone con disabilità e di famiglie: l’azione nel contesto delle transizioni dalla scuola al mondo del lavoro. Infine, dalle 16.30, le conclusioni tracciate da Hans Reinders, docente di antropologia ed etica, e da suor Veronica Donatello, responsabile del Servizio nazionale per le persone con disabilità.

Hic et Nunc

Quarant’anni da prete. Don Carmine Agresta: “Sono volati, Dio mi ha reso tanto felice”

01 Giu 2022

di Marina Luzzi

Quarant’anni e non sentirli. Don Carmine Agresta, parroco della Sant’Antonio e assistente diocesano dell’Azione Cattolica, ha festeggiato il quarantesimo anniversario di sacerdozio domenica scorsa. “Il primo pensiero è stato: ma son già passati? Perché sono volati, non me ne sono accorto e da un certo punto di vista questo è anche segno che è stata una bella avventura, un bel percorso. Vuol dire che sono passati bene, in serenità. E poi, se c’è una cosa che è emersa con chiarezza, per me è stata la misericordia di Dio, intesa come il desiderio di Dio di farmi felice. Questo è quello che ho percepito. Dio ha fatto di tutto per farmi felice e mi ha dato molto di più di quello che potevo immaginare. Mi ha custodito, mi ha protetto, mi ha riempito di doni, mi ha perdonato e anzi se c’è una cosa di cui io mi devo accusare pubblicamente, è che di questa misericordia ne ho pure approfittato. Insomma in questi 40 anni ho sentito quanto Dio sia stato buono con me”. Don Carmine è nella parrocchia del borgo umbertino dall’ottobre del 1996. Dopo aver “governato” sant’Antonio insieme a don Franco Mazza, il primo febbraio del 1998 è diventato parroco.  Nella sua storia, il primo anno di sacerdozio è trascorso alla santa Famiglia di Martina Franca e poi dieci anni a Crispiano, da parroco. Il lungo periodo come riferimento pastorale nel centro cittadino gli ha permesso di cogliere come sono cambiate le cose. “Quello che Papa Francesco dice sul cambiamento di un’epoca – racconta – io l’ho sentito sulla pelle e l’ho visto nel vissuto della gente. Questo è un quartiere vecchio, fatto di poveri e di vecchi, insomma rappresenta le due grandi emergenze del nostro tempo: non si fanno figli, da un lato, dall’altro povertà crescente e diffusa, alla ricerca di un costante sostegno e solitudine. L’invito al cammino sinodale, intuizione di Papa Francesco, è veramente il tentativo di riappropriarsi di un nuovo e al contempo antico modo di essere Chiesa in questo tempo: una Chiesa comunione, che ha riscoperto la propria vocazione e soprattutto la spinta missionaria. I tempi  che ci vorranno non li so ma l’intuizione è straordinaria e si incarna nel mio contesto concreto. Io non so se realmente ci sia riuscito ma stare tra la gente, percepirne le necessità, è stato il mio modo di esercitare questo ministero. La gente sente che almeno in parrocchia può trovare disponibilità di sacerdoti e un piccolo aiuto”. I ricordi si alternano ai bilanci. “Del giorno dell’ordinazione ricordo con grande affetto la mia parrocchia, la Madonna delle Grazie di Taranto e il parroco di allora, don Franco Lucaselli, un bel prete. Ricordo il fermento di quei giorni, con la comunità che diventò co-protagonista dell’evento. Un’ordinazione presbiteriale non riguarda solo il singolo ma la Chiesa intera. Io sono stato un normalissimo chierichetto che intorno ai dieci anni e mezzo disse ai suoi genitori di voler andare in seminario e venne preso sul serio. Sono entrato in seminario in prima media. Ho concluso il percorso 14 anni dopo. Da ragazzo ero vicino agli scout, poi invece nel mio ministero ho scoperto l’Azione Cattolica, di cui oggi sono assistente diocesano. Ho avuto tanto affetto dalle comunità in cui sono stato, a partire dalla comunità di origine per arrivare a quella di oggi. Avevo detto loro che non volevo festeggiare. D’altronde quarant’anni non sono diversi dai  35 ma mi sono ritrovato protagonista di una serie di attenzioni che mi hanno commosso, segno di quell’affetto che sento immeritato. Per esempio i bambini domenica mi hanno accolto con le bandierine e mi hanno consegnato una scatola piena di bigliettini con i loro auguri e pensieri. Quando sei preda della routine, finisce che ti lamenti delle cose che non vanno e poi invece ti accorgi che ci sono tante cose belle. Questa comunità in particolare ha la ricchezza di una tradizione di sacerdoti che si sono spesi, hanno educato il popolo in maniera straordinaria e costruito la comunità”.  Il riferimento è a tre grandi figure in particolare. “Don Angelo D’Ettorre, qui abbiamo uno zoccolo duro di anziani che sono frutto di quello che seminò, don Franco Semeraro e poi don Franco Mazza, che è stato qui per un periodo breve ma ha lasciato una traccia profondissima. Io – prosegue don Carmine – ho avuto da questa parrocchia una testimonianza di vita evangelica vissuta. Ho imparato tanto dalla comunità, sicuramente. Da certe testimonianze, da certe figure che sono state espressione di un Vangelo radicato nella carne. Un’altra cosa che mi ha dato la parrocchia di sant’Antonio è una comunità presbiteriale bella, che mi ha sostenuto, aiutato, incoraggiato, tante volte”. Insieme a don Carmine, da anni sono alla sant’Antonio don Armando Imparato e don Antonio Panico. L’intervista si chiude con un auspicio per il futuro. “Mi piacerebbe continuare a lavorare nel silenzio e in tranquillità, senza grossi clamori, vincendo la mia pigrizia atavica e nella speranza di trovarmi un giorno faccia a faccia con Colui che ho cercato di servire in questi anni”.

 

 

 

 

 

 

 

 

Hic et Nunc

Le scuole coinvolte nella raccolta degli alimenti

01 Giu 2022

Al “Pacinotti” si è tenuto l’evento di presentazione agli istituti scolastici del progetto “SprecoZeroTaranto” con capofila il Comune di Taranto

 

Sensibilizzare alunni e studenti del territorio, e attraverso loro le famiglie, sulla necessità di ridurre lo spreco alimentare recuperando il cibo, nonché avendo un approccio più consapevole all’acquisto e al consumo degli alimenti e, inoltre, dei farmaci.

Questo è uno degli scopi del progetto “SprecoZeroTaranto” che, con capofila il Comune di Taranto, vede all’opera un ampio partenariato comprendente Amici di Manaus, Apmarr, Europa Solidale Onlus, LaRosa Srls, Aps Troisi Project, Noi e Voi, Federconsumatori e Banco Alimentare.

Tra le azioni del progetto, finanziato dalla Regione Puglia mediante l’Avviso pubblico “2018 Sprechi alimentari”, ci sono diverse attività nelle scuole per la sensibilizzazione delle giovani generazioni.

Per questo il progetto “SprecoZeroTaranto” si è presentato agli istituti scolastici del territorio con l’auspicio che questi possano inserire le attività progettuali nella programmazione per il prossimo anno scolastico che stanno predisponendo in questo periodo.

E le scuole hanno risposto in gran numero manifestando interesse per questa opportunità, infatti sono intervenuti i rappresentanti di numerosi istituti scolastici del territorio provinciale: Righi, Pacinotti, Vittorio Alfieri, Archimede, Alessandro Volta, Pitagora, Vico de Carolis, Maria Pia e Carrieri-Colombo.

L’incontro di è tenuto nell‘aula magna dell’Iiss Pacinotti, un istituto scolastico che, come ha sottolineato il dirigente Vito Leopardo aprendo i lavori, da diversi anni ha realizzato numerose iniziative per contrastare lo spreco alimentare, prima autonomamente, poi creando una rete anche con enti del terzo settore, tra questi Amici di Manaus, una esperienza poi interrotta a causa della pandemia.

L’auspicio è che il progetto “SprecoZeroTaranto” possa rappresentare l’occasione per riprendere, con forza e vigore, queste buone pratiche creando nuove collaborazioni e sinergie.

Il progetto è stato illustrato da Veronica Sasso della Direzione Servizi sociali del Comune di Taranto, capofila del partenariato, che ha sottolineato come, oltre alla sensibilizzazione dei giovani, il progetto preveda anche azioni per aumentare la capacità di recupero degli alimenti altrimenti destinati alla discarica, con la loro rapida distribuzione ai bisognosi; il progetto, infatti, prevede una piattaforma per la gestione e il monitoraggio sia del flusso “in entrata” dei conferitori di cibo, sia quello “in uscita” a favore dei soggetti beneficiari.

Durante l’incontro sono state illustrate, con collegamenti video in remoto, due buone pratiche già realizzate in altre città italiane: da Firenze Chiara Medini ha presentato l’esperienza di “NeXt Nuova Economia per Tutti” relazionando su “Economia circolare e spreco alimentare: nuove prospettive”, mentre Giorgio Casagranda, presidente “Trento solidale” e Csv Trento, ha illustrato l’organizzazione realizzata da oltre un decennio con “Trentino Solidale”.

Sono poi intervenuti i rappresentanti degli organismi del partenariato che hanno presentato le azioni che stanno realizzando nell’ambito del progetto per il recupero degli alimenti e l’uso consapevole dei farmaci: Giovanni De Giorgio (Amici di Manaus), Vito Ciaccia (Europa Solidale), Francesco Riondino (Apmarr), Fabrizia di Noi (Banco Alimentare), Don Francesco Mitidieri (Noi e Voi), e Tiziana Coppola (La Rosa Srls).

In ultimo don Ciro Alabrese, parroco della Concattedrale Gran Madre di Dio, e Giovanni De Giorgio, presidente Amici di Manaus, hanno presentato l’emporio solidale che dopo l’estate inizierà le sue attività presso la parrocchia.

È stato Vito Leopardo, dirigente dell’Iiss Pacinotti, a concludere l’incontro con un intervento su “La partecipazione delle scuole e le attività progettuali”.