Cinema

“Nuovo Cinema Paradiso”, giù le mani dal capolavoro

Jacques Perrin (1941-2022) nel film di Tornatore
06 Giu 2023

di Paolo Arrivo

Trasformare il film in una serie tv. Ci abbiamo creduto la scorsa estate, come ad una possibilità concreta, con tanto di titolo, puntate e argomenti. Il progetto di lavorare su “Nuovo Cinema Paradiso” resta in piedi ma allo stadio puramente embrionale. Lo ha chiarito, qualche settimana fa, Giuseppe Tornatore. Diceva che si tratta di un progetto “di cui si parla soprattutto sulla stampa”. Il motivo è ben chiaro: il film piace. Un cult che non ci stancheremmo mai di rivedere. Un film potente, con elementi di ilarità ed altri di denuncia; struggente anche in forza della colonna sonora, la musica di Ennio Morricone (1928-2020), che non andrebbe riprodotta per scopo pubblicitario in alcuno spot per la televisione.

Tra realtà e finzione

“Nuovo Cinema Paradiso è un film molto personale e in buona parte anche autobiografico, ci sono cose frutto di fantasia ma quel mondo della sala cinematografica io l’ho vissuto fino in fondo per l’epoca in cui l’ho frequentato”. Così il premio Oscar si interroga sull’attualità del prodotto di maggior pregio che ha realizzato nella sua fortunata carriera – tanti i premi ricevuti, un successo internazionale di pubblico e critica. Quel mondo lo ha vissuto in quegli anni e per quegli anni, “ma in qualche modo anche per epoche precedenti, perché ho conosciuto talmente tanti esercenti, proiezionisti, attacchini, maschere, cassieri, distributori dai quali ho raccolto storie incredibili”.

Nuovo Cinema Paradiso, il sequel

Tornando alla serie, l’impegno c’è, ma può essere procrastinato. “Poi si vedrà”, ha chiosato il Maestro Tornatore. E forse fare un passo indietro potrebbe essere la scelta migliore. Perché lo stesso film che ha emozionato e fatto riflettere il pubblico, adulto o giovane, va lasciato incontaminato, perché possa rivivere nella memoria personale e collettiva. Al limite sono i ricordi dello stesso regista a poter essere integrati. Le storie non vanno necessariamente attualizzate. La serie resta un’opportunità: “Se si dovesse fare, visto che il mondo e l’epoca restano quelle, avrebbe nella tessitura narrativa dei ricordi miei personali, e delle testimonianze raccolte nella mia vita”.

Lo stupore in sala

La magia che lega lo schermo allo spettatore non può venir mai meno. Così, particolari, uniche, sono le alchimie emotive che questo luogo crea: è il pensiero di Giuseppe Tornatore per il quale il cinema, come tutte le attività che riguardano la collettività, può andare incontro a stagioni incerte. Il pubblico segue le mode. Ma i gusti restano trasversali alle epoche nel confronto tra generazioni. Allora, come oggi, la promozione di un messaggio passa attraverso la sua capacità di affascinare lo spettatore. Così i contenuti di Nuovo cinema paradiso nella pellicola originale del 1988. Tematiche che vanno dalla storia d’amore al potere del cinema che, nella sua funzione sociale, didattica o di evasione, si fa strumento di ricostruzione; dal motivo dell’amicizia al confronto ineludibile con il passato della persona; alle differenze che, ancora oggi, separano le terre del Sud dal centro-nord Italia, in termini di opportunità e di risorse.

Diocesi

Con don Dino Lepraro, rivive a Martina il culto di “Cristo alla Grotta”

06 Giu 2023

di Angelo Diofano

Ai confini di Martina Franca, a due passi dal meraviglioso affaccio sulla Valle d’Itria, ma soffocata dai palazzoni di edilizia popolare sorti attorno gli anni sessanta circa, rivive la chiesetta di “Cristo alla Grotta”, divenuta importante punto di riferimento per gli abitanti della zona. Fra i luoghi di culto cittadini più pittoreschi ma alquanto sconosciuto, la chiesetta da circa due anni è stata affidata dall’arcivescovo mons. Filippo Santoro alle cure di don Dino Lepraro, che vi celebra ogni giorno alle ore 19, rendendosi  sempre disponibili per colloqui e il sacramento della confessione. L’anziano sacerdote (89 anni a luglio) continua a mantenere una vivacità intellettuale e spirituale davvero sorprendente per l’età, incantando l’assemblea con le sue omelie ricche di contenuti, così come quando era parroco alla Sant’Antonio e facendosi aiutare all’occorrenza da padre Gabriele Ghebru.

Risalente al XVII secolo, la chiesetta porta questa intitolazione  perché interamente ricavata da una grotta, come testimoniato visibilmente dalle pareti interne, e conserva la pregevole scultura lignea del Cristo deposto dalla Croce, rappresentato in modo molto realistico con le ferite ancora sanguinati, un tempo custodita nel vanto sottostante l’altare e attualmente riposta in una teca nella navata laterale. Da ammirare anche l’affresco del Cristo Crocifisso, del 1700.

I più anziani ricordano i tempi in cui era l’apertura era garantita nel fine settimana dall’anziano don Celestino Semeraro, di origine martinese e parroco di Fragagnano dal 1937 al 1951, passato agli onori delle cronache per il suo impegno, dopo la fine della guerra, in favore dei prigionieri (militari della Repubblica sociale italiana) del campo di concentramento “Sant’Andrea”, nei pressi dell’Ipercoop, in attività per un anno. Ancor prima di lui alle cure della chiesetta provvedeva don Vincenzo Basta, detto “il prete contadino”.

Con la morte di don Celestino, la chiesetta fu aperta solo nella giornata della sua festa (ultima domenica di quaresima). In tale circostanza vi si svolge una Via Crucis cantata con una particolarità: i testi delle meditazioni sono in dialetto martinese redatti da Giovanni Nardelli, presidente dell’”Accademia d’a Cutezze”, che si occupa di cultura popolare.

Giornata mondiale

Giornata per l’ambiente: la Puglia liberata da 78 chili di mozziconi di sigarette grazie ai volontari di ‘Plastic free’

06 Giu 2023

Una vera e propria impresa per celebrare la Giornata mondiale dell’Ambiente, la ricorrenza istituita dal Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente (Unep) nel 1972 per sensibilizzare sui temi della tutela e della salvaguardia della Terra. I volontari di Plastic Free Onlus, l’organizzazione di volontariato impegnata dal 2019 nel contrastare l’inquinamento da plastica, nel fine settimana hanno raccolto da terra oltre 120mila mozziconi di sigaretta, pari a più di 490 chilogrammi, in 100 appuntamenti in tutta Italia. La Puglia ha “contribuito al bottino” con quasi 78 chilogrammi raccolti in 12 appuntamenti tenutisi nelle province di Bari, Brindisi, Lecce e Taranto. Un risultato eccezionale ottenuto grazie al supporto di MINI, partner che sposa i valori legati alla sostenibilità e all’attenzione all’ambiente, portato avanti con l’obiettivo di sensibilizzare tutti i cittadini e, in particolar modo, i fumatori sul corretto smaltimento e sui rischi connessi all’inquinamento e alla salute dell’incivile gesto di gettare per terra i mozziconi.

Ringrazio le migliaia di volontari che si sono adoperati in una impresa titanica ma, al contempo, concreta a beneficio dell’ambiente e del nostro amato Paesedichiara Luca De Gaetano, presidente di Plastic Free OnlusIn Italia si stima che, ogni anno, vengano dispersi nell’ambiente 14 miliardi di mozziconi di sigarette, ognuno con 4.000 sostanze chimiche, molte delle quali tossiche e cancerogene, compresi arsenico, formaldeide, ammoniaca, acido cianidrico e nicotina. Parliamo di tossine che danneggiano gravemente gli ecosistemi marini, finendo spesso nella catena alimentare”.

Big Love è l’ispirazione di MINI a fare del nostro meglio per creare un futuro migliore per tutti noi e anche per il pianeta – dichiara Federica Manzoni, Head of MINI Italia  L’amore per la terra e l’attenzione all’ambiente, tradotti in gesti concreti come quello di ripulire l’ambiente dai rifiuti dispersi sono valori che accomunano MINI e Plastic Free. Per questo abbiamo deciso di unirci alla Onlus e di coinvolgere tutta la community MINI per sensibilizzare il maggior numero di persone a partecipare a questa iniziativa di volontariato”.

Le statistiche indicano che circa il 65% dei fumatori non smaltisce correttamente i mozziconi delle sigarette, i quali finiscono nei mari e divengono causa di avvelenamento da tossine o soffocamento per uccelli, pesci, tartarughe e altri animali marini, impattando negativamente nella catena alimentare.

“Questo tema ci sta molto a cuore e, infatti, è stato inserito nella mozione Plastic Free che abbiamo presentato alla Camera lo scorso 30 maggio – conclude il presidente Luca De Gaetano – Chiediamo la creazione di smoking area per il rispetto dell’ambiente e delle persone, risorse per enti e associazioni per contrastare il fenomeno con controlli e sensibilizzazione nonché l’inasprimento delle multe per i trasgressori”.

Formazione

Formazione e Lavoro: attivi a Statte gli sportelli di orientamento “Punti Cardinali”

06 Giu 2023

È ufficialmente partito il primo segmento del progetto “Punti Cardinali” nel comune di Statte, con due desk di orientamento, attivi da oggi,  che saranno aperti presso la biblioteca comunale dal lunedì al venerdì, di mattina dalle ore 9 alle 13, e nella fascia  pomeridiana 16/19.  Quattro gli enti formativi coinvolti: Programma Sviluppo, Formare Puglia, Its Logistica Puglia e Left, che garantiranno la rotazione di operatori , a seconda delle richieste. Tra i partner anche la Uil di Taranto. Il progetto si completerà entro il mese di ottobre ed è la risposta del territorio al bando della Regione Puglia da  cui prende il nome.

Punti Cardinali conta già diversi Comuni della Provincia di Taranto che hanno fatto partire l’attività rivolta a ragazzi delle scuole superiori, ma anche a giovani fino a 29 anni. Attività che risulta essere fondamentale, in un contesto come quello attuale, in cui è assolutamente prezioso avere indicazioni precise per fare la scelta giusta per quel che riguarda i percorsi formativi da intraprendere e quindi il settore professionale, in base alle proprie personali inclinazioni, ma anche della domanda del mondo del lavoro.  Accanto agli orientation desk , è prevista l’organizzazione di job days, giornate di orientamento al lavoro realizzate in collaborazione con gli stakeholder del territorio, ma anche di laboratori didattici, esperienziali o narrativi realizzati con tecniche di scrittura, verbali, visive, artistiche o digitali.

Franco Andrioli, sindaco di Statte:
“Un progetto di assoluto valore che mira ad accogliere i giovani affinché possano trovare risposta alle loro domande. Realizziamo così il concetto di  “comunità educante” che si propone di intercettare tra i giovani le risorse di cui il territorio ha bisogno. Il comune di Statte ha voluto cogliere questa interessante opportunità offerta dalla Regione Puglia, auspicando che i ragazzi ne colgano la reale  importanza e vi aderiscano ottenendo indicazioni importanti, come  primo passo verso un futuro lavorativo stabile e gratificante.  Faccio dunque un  appello affinché partecipino numerosi raggiungendo gli sportelli presso la biblioteca comunale di Statte”.

Vita sociale

Anziani non autosufficienti, Caritas e uffici Cei: “Bene l’istituzione del sistema unico per la presa in carico. Ora stanziare opportune risorse”

foto di Use at your Ease da Pixabay
06 Giu 2023

Valutazione positiva sul superamento della frammentazione del sistema di presa in carico delle persone anziane e apprezzamento per la presenza di contenuti innovativi e attenzione agli adulti con disabilità che invecchiano. Con una serie di proposte per il futuro: continuare a lavorare insieme, dare sostanza alla riforma e aumentare i finanziamenti con lo stanziamento di 5/7 miliardi di euro annui già nella legge di bilancio per il 2024. Sono queste, in sintesi, le considerazioni contenute nel documento che Caritas italiana, il Servizio nazionale per la pastorale delle persone con disabilità e l’Ufficio nazionale per la pastorale della salute hanno presentato oggi durante l’audizione a Palazzo Chigi ai tavoli di ascolto e di confronto sui provvedimenti attuativi e le tematiche connesse alla Legge 33/2023. Con questa legge il governo italiano è delegato ad adottare, entro il 31 gennaio 2024, uno o più decreti legislativi finalizzati a definire la persona anziana e a promuoverne la dignità e l’autonomia, l’inclusione sociale, l’invecchiamento attivo, la promozione dell’autonomia, la prevenzione della fragilità, l’assistenza e la cura delle persone anziane anche non autosufficienti, con riferimento alla condizione di disabilità.

Il Patto per un nuovo welfare sulla non autosufficienza

Caritas, gli uffici Cei e molte realtà cattoliche (tra cui Acli, Aris, Uneba), hanno aderito da tempo al Patto per un nuovo welfare sulla non autosufficienza, che riunisce 58 organizzazioni e associazioni impegnate con gli anziani non autosufficienti. Hanno lavorato insieme con un metodo partecipato, presentando una serie di proposte condivise ai governi. Molte sono state recepite. Oggi rilanciano con una valutazione dei provvedimenti adottati finora e consigli per fare in modo che

“la legge delega contenga e renda effettivamente operative soluzioni adeguate alla situazione delle persone non autosufficienti e delle loro famiglie, fenomeno crescente e di difficile gestione per famiglie, territori, comunità e istituzioni”.

Aspetti positivi

Nel documento viene apprezzata l’istituzione dello Snaa, un sistema unico per la presa in carico delle persone anziane, finora fortemente frammentato tra misure sociali, socio-sanitarie e sanitarie: ”È notevole, dunque, che la legge istituisca il Comitato interministeriale per le politiche in favore della popolazione anziana (Cipa), con il compito di promuovere il coordinamento e la programmazione integrata delle politiche nazionali in favore delle persone anziane”. Parere positivo viene dato anche alla definizione di nuovi modelli d’intervento che mirino ad uno sguardo complessivo sulla condizione dell’anziano non autosufficiente e sull’ampliamento dell’offerta di servizi.

Gli adulti con disabilità che invecchiano

Grande importanza ha il riconoscimento del tema degli adulti con disabilità che invecchiano, garantendo loro “il diritto di ricevere, e di mantenere nel tempo, ogni tipo di risposta legata alla condizione maturata in precedenza e di ricevere gli interventi destinati agli anziani non autosufficienti, nel modo più semplice possibile (cioè senza ripetere valutazioni o procedure già realizzate)”. Caritas e i due uffici Cei sottolineano la necessità di continuare a lavorare insieme (Patto e istituzioni) per rendere la riforma “una scommessa a tutti gli effetti vinta”. “Una sfida resa particolarmente ardua dal fatto che i tempi sono molto stretti”.

Prospettive di lavoro e budget di cura

Il documento offre alcuni consigli metodologici sulle procedure di presa in carico degli anziani non autosufficienti: “rivedere in profondità l’itinerario di accesso ai servizi, a partire dalla fase iniziale e sino alla progettazione personalizzata, passando attraverso la valutazione dei bisogni (si tratta dei seguenti elementi: punti unici di accesso (Pua), valutazione multidimensionale unificata, secondo criteri standardizzati e omogenei a livello nazionale, Piano individualizzato, budget di cura e prestazione universale graduata)”.  In particolare si sottolinea la necessità di introdurre la possibilità di basare il budget di cura non su criteri algoritmici e formule prestabilite ma di “spendere in base ai bisogni”.

Finanziamenti

Si chiede di irrobustire in legge di bilancio per il 2024 i finanziamenti per iniziare a dare concretezza alla riforma: “imprescindibile”, secondo Caritas e uffici Cei, è lo stanziamento di opportune risorse, tra i 5 e i 7 miliardi di euro annui, “sostenibili per il bilancio pubblico, ma al contempo in grado di avviare un piano per l’attuazione progressiva della riforma, con una crescita progressiva della spesa dedicata e questo sia per la spesa sanitaria che per quella sociale”. “Nel 2024 – conclude il documento – si potrebbero iniziare a realizzare alcune indicazioni della riforma, sempre nella logica di sistema a cui essa si ispira e dunque con azioni nelle filiere principali del settore: assistenza domiciliare, servizi residenziali e trasferimenti monetari”.

Sport

Motori, in corsa con Flavio Renna: un pezzo di Taranto alla “Mille Miglia”

05 Giu 2023

di Paolo Arrivo

Confermarsi nei risultati e tendere al gradino più alto del podio. È l’obiettivo di due piloti tra i più apprezzati e preparati in questo roboante mondo: Flavio Renna e Guido Ceccardi. I quali sono attesi dalla “Mille Miglia”. Non un appuntamento qualsiasi, ma l’incontro con la corsa automobilistica più acclamata e prestigiosa, in partenza il 13 giugno. Così, la 1000 Miglia, che oltre ad essere affascinante è pure faticosa, si colora del territorio in cui è nato Flavio Renna: il tarantino sarà al volante di una Fiat 514 Mille Miglia del 1930, appartenente allo stesso Guido Ceccardi.

Il percorso

Partenza da Brescia, in viale Venezia, direzione centro Italia fino a Roma; passaggio da Asti e rientro a Brescia passando da Milano e Bergamo. Nel corso degli anni la manifestazione è cresciuta. E oggi offre diverse gare parallele: dalla Mille Miglia Green, riservata ai veicoli 100 per cento elettrici, alla Coppa delle Alpi, alla Mille Miglia Experience, dedicata a supercar e hypecar che possono fare lo stesso percorso delle auto storiche. Cinque le tappe in programma per la regina. Da Brescia a Cervia – Milano Marittima, il tredici giugno; nella seconda tappa l’arrivo a Roma, a Parma il giorno dopo, attraverso gli Appennini e il passo dell’Abetone; epilogo a Milano ventiquattrore dopo, poi Brescia sabato 17.

La Fiat 514 Mille Miglia

Tornando a Flavio Renna e Guido Ceccardi, Taranto li ringrazia per la loro presenza sul palcoscenico internazionale del motor sport, alla gara più bella del mondo. E naturalmente fa il tifo per la Fiat 514 Mille Miglia. Una vettura che fu voluta per prendere parte alla MM anteguerra: particolarmente performante e veloce, dotata di motore Siata, auto di grande valore. La stessa deve dare soddisfazioni ai due piloti impegnati nel Campionato Italiano Grandi Eventi, e compagni nella scuderia della Promotor Classic di Ferrara. Il loro percorso procede nel migliore dei modi. Infatti, dopo la Milano Sanremo e il Circuito del Mugello, i primi due appuntamenti che li ha visti protagonisti, hanno ottenuto piazzamenti preziosi. Buon vento a loro.

Ecclesia

Chiesa e disabilità: è ora di fare il salto dall’inclusione all’appartenenza

foto Siciliani-Gennari/Sir
05 Giu 2023

Come in famiglia, la persona con disabilità dovrebbe sentirsi parte del resto della cittadinanza. Un membro strettamente collegato agli altri, proprio come in una famiglia. È sul senso dell’appartenenza alla comunità che si è concentrato il secondo convegno nazionale promosso a Roma, dal 1° al 3 giugno, dal Servizio nazionale per la pastorale delle persone con disabilità della Cei, dal titolo “Noi, non loro”.

foto Siciliani-Gennari/Sir

Per i relatori che si sono avvicendati nella tre giorni, l’inclusione sociale non basta più: è necessario porsi l’obiettivo di raggiungere per tutti la partecipazione. A invitare a compiere il grande salto è suor Veronica Amata Donatello, responsabile del Servizio della Cei e organizzatrice dell’evento. “Abbiamo lavorato tanto – spiega – sul cammino di iniziazione cristiana delle persone con disabilità. A volte però credo che dovremmo anche accompagnarle. A volte, infatti, finito il cammino, la persona viene delegata alle associazioni e ai movimenti, invece, la spiritualità fa parte della vita, è l’humus, è il respiro. Non è vero che basta la salute. Se non hai una vita nello spirito, se non hai una vita spirituale, non hai la pienezza. A volte, alle persone con disabilità non viene data questa possibilità”.

Per mons. Francesco Savino, vescovo di Cassano all’Jonio e vice presidente della Cei, intervenuto in videocollegamento, coloro che hanno altre abilità sono coprotagonisti e corresponsabili. “Dobbiamo riconoscere . afferma – che sono soggetti attivi nella missione evangelizzatrice. Non sono solo destinatari ma anche soggetti della missione. Lo dico con convinzione profonda: lo Spirito chiama queste sorelle e fratelli a realizzare una particolare opera per la vita della Chiesa”.
Fra i principali fautori della partecipazione delle persone con disabilità nelle comunità di fede, il fondatore e direttore emerito dell’Istituto di teologia e disabilità, il Disability Ministry Network (Stati Uniti), Bill Gaventa, rammenta come la spiritualità sia presente in tutti gli aspetti della persona. “Ai professionisti suggerisco di reinterpretare ciò che significa esserlo, aumentare il rapporto con le persone con disabilità, assicurare che continuino ad avere dei legami, dei collegamenti, che siano persone che costruiscono comunità e infine riconoscere la spiritualità come una dimensione importante nella vita delle persone che sosteniamo”.

foto Siciliani-Gennari/Sir

Nella seconda giornata del convegno che si è tenuta presso la sede della Fondazione Santa Lucia di Roma, sono intervenuti l’arcivescovo di Bologna e presidente della Cei, il card. Matteo Zuppi, e la ministra per la Disabilità, Alessandra Locatelli. “Non so cosa sia peggio, se il paternalismo o il rifiuto. Abbiamo ancora molto da fare, soprattutto perché è proprio roba nostra. Il ‘noi’ è costitutivo del cristiano, perché l’altro è tuo fratello”, osserva il porporato. A proposito della legge delega sulla disabilità, che si concentra sulla necessità di costruire un progetto di vita per ciascuna persona con disabilità, il cardinale aggiunge: “Il progetto di vita non è elemosina, né un progetto altalenante sulla base delle risorse. Nemmeno però deve essere una camicia di forza. Deve essere un progetto che ha la capacità dell’adattamento, che dia la sicurezza e l’impegno che la debolezza è aiutata non a spot o in base a qualche giro di ruota. È un progetto individuale, mirato a capire cosa serve a ciascuno, che aiuta anche il noi”.

foto Siciliani-Gennari/Sir

Riguardo all’applicazione in Italia della legge 68 del 1999, che promuove l’inserimento delle persone con disabilità nelle aziende, la titolare del dicastero afferma che presto verrà istituito un tavolo interministeriale. “La legge 68 – dichiara Locatelli – non è stata in grado di rispondere a pieno per raccordare le competenze con le necessità delle aziende. Serve un accompagnamento. Non possiamo andare avanti con le borse lavoro. Qualcosa si sta muovendo nel privato rendendo legittimo questo sforzo”.

Ricordo

Quando frate Egidio diventò santo: il ricordo di don Luigi Trivisano

05 Giu 2023

di Angelo Diofano

Sono trascorsi ventisette anni da quando frate Egidio fu proclamato santo in piazza San Pietro. Così ricorda l’avvenimento don Luigi Trivisano, primo parroco della chiesa intitolata al fraticello tarantino, a Tramontone. “Di quella giornata del 2 giugno 1996 ricordo soprattutto  l’urlo di entusiasmo e l’applauso scrosciante dei tantissimi tarantini (e anche napoletani) in piazza San Pietro quando San Giovanni Paolo II dichiarò santo il ‘nostro’ Egidio. Tanti pullman giunsero a Roma per la cerimonia, fra cui ben sette della nostra parrocchia”.

Il sacerdote ammette che cominciò a conoscere la  vita del fraticello nato sulle rive di Mar Piccolo solo quando nel 1986 l’arcivescovo mons. Guglielmo Motolese gli affidò l’incarico di costruire la prima chiesa dedicata al santo, nel nuovo quartiere di Tramontone, fra Lama e Talsano. “Profeticamente egli mi annunciò che avrei guidato la parrocchia più grande della diocesi, come infatti lo è ora, con ben 17mila abitanti “ – racconta, ricordando con nostalgia il fervore dei primi tempi, quando le celebrazioni avvenivano in una villetta, con un container  utilizzato come sacrestia.

“Del fraticello mi colpivano soprattutto l’umiltà, la dedizione ai poveri  e la capacità di confortare gli afflitti assieme all’obbedienza alla Chiesa e all’amore per l’eucarestia e per Maria Santissima. Tante volte ricorrevo alla sua intercessione quando mi trovavo in difficoltà” – dice.

Don Luigi rammenta ancora, con viva emozione , quando  padre Ludovico Isceri (poi divenuto promotore della causa di canonizzazione) gli comunicò la notizia del miracolo ‘dimenticato’, consistente in una guarigione prodigiosa di una donna di Massafra, che avrebbe consentito a frate Egidio di essere elevato agli onori degli altari.   “Sollecitati da mons. Salvatore De Giorgi, successore di mons. Motolese, io e padre Ludovico ci attivammo per il riconoscimento del miracolo. E quando dal Vaticano comunicata la data della canonizza zione suonarono a festa le campane di tutte le chiese della diocesi” – ricorda.

Immediatamente iniziarono i preparativi per la “spedizione” a Roma, con massiccia adesione, e non poteva essere altrimenti, della parrocchia intitolata ad Egidio. “La sera precedente alla proclamazione partecipammo a una veglia di preghiera nella chiesa di San Gregorio a Roma. Poi l’indomani ci svegliammo di buon ora per ritrovarci davanti alla grande immagine del fraticello tarantino appesa alla basilica di San Pietro: ci appariva quasi sorridente , come ci stesse ringraziando di quanto avevamo lavorato per farlo conoscere, dopo essere stato nel dimenticatoio per tanto tempo” – racconta don Luigi, al quale, nell’udienza generale nell’Aula Nervi, San Giovanni Paolo II raccomandò di far pregare intensamente Sant’Egidio perché grande dispensatore di grazie.

“Per tutto il tempo in cui sono stato parroco a Tramontone, cioè fino al 2017, per ben 31 anni – conclude – mi sono impegnato a lungo per far conoscere il santo, facendo anche giungere a Taranto le sue spoglie per ben due volte. Ma ora sembra che in città non se ne parli più: ed è un peccato in quanto egli avrebbe tanto da insegnare e tanti miracoli in serbo per la sua città, che vanno però chiesti. E solo il Cielo sa quanto ne avremmo bisogno!”.

Don Luigi Trivisano non mancherà di ringraziare ulteriormente Sant’Egidio quando il 30 giugno, in Concattedrale,  celebrerà i cinquant’anni di sacerdozio assieme a don Nicola Frascella, don Nino Borsci e al saveriano padre Gianni Zampini.

Editoriale

Sprofondata negli abissi degli orrori

Primo piano di Giulia da www.avvenire.it
05 Giu 2023

di Emanuele Carrieri

Quattro giorni di attesa. E di speranza. Per quattro giorni, tutti noi abbiamo sperato fosse fuggita, fosse scappata, fosse ritrovata. No, è precipitata, sprofondata nell’orrore dell’animo umano, insieme alla creatura che portava nel suo grembo. Giulia, neanche trenta anni, al settimo mese di gravidanza, e il bambino che portava in grembo, sono stati uccisi da lui, da Alessandro, compagno di Giulia e papà della creatura. E, secondo la sua stessa confessione, assassino. C’era una volta il latin-lover italiano. Di quel mito, molto cinematografico e molto poco reale, sono rimasti i brandelli di belve che minacciano, picchiano, ammazzano amiche, fidanzate, compagne, mogli e figli. Faceva il barista in uno degli alberghi più principeschi di Milano, in via Manzoni, a breve distanza da piazza della Scala. E aveva anche una doppia vita sentimentale. Da dietro il bancone sfiorava il lusso dei clienti. Ma fuori di lì, a trenta anni, ancora non sapeva scegliere fra un avvenire di marito e padre e un presente di eterno teenager. Alla fine ha deciso di diventare un assassino. Il sicario di Giulia, del loro figlio, del suo e loro futuro. Ma al di là degli aspetti giudiziari del caso, il tema generale è proprio questo: il ritardo di maturità spinto fino alla massima violenza. Una democrazia, un Paese emancipato, una potenza industriale che rischia di diventare ex, può reggersi su una parte della popolazione maschile permanentemente fragile e immatura e troppo spesso aggressiva, fino al femminicidio? Si può dare la colpa alla decadenza della famiglia, ai modelli di vita imposti dai social, alle agiatezze, al benessere e alla scarsa propensione alla fatica e finanche alla risposta reazionaria di una società maschilista che non vuole cedere la sua supremazia? Non si può schematizzare quale sia, fra le tante possibili, la ragione prevalente. La sensazione, nel momento in cui è stato comunicato l’allarme sulla scomparsa di Giulia, era quella di una storia già scritta, già letta, già vista. Quando in Italia una donna scompare, è raro che abbia scelto di rifarsi una vita da qualche altra parte. È più probabile che un partner, l’attuale o un ex, abbia deciso di mettere fine alla sua esistenza. Nonostante gli omicidi volontari siano in permanente calo, la violenza contro le donne continua a mantenersi stabile o addirittura ad aumentare. Il copione è spesso sempre lo stesso: una donna decide di porre fine a una relazione e il suo compagno cerca di riaffermare un ultimo e definitivo possesso attraverso l’omicidio. Spesso questa conclusione è preceduta da una serie di soprusi, violenze e abusi, magari anche da qualche denuncia, ma il destino di queste donne sembra ormai scritto, così come le reazioni dei mezzi di comunicazione di massa: le donne dovrebbero imparare a difendersi, a riconoscere i segnali, a lasciare al primo schiaffo, così via. Mai nessuno che invece consigli agli uomini di non uccidere le proprie compagne, le proprie mogli. Anzi, è più facile che cominci il balletto – ipocrita e sgradevole – del ragazzo perbene, dell’insospettabile, che aveva un buon lavoro, che guadagnava un buono stipendio, che non aveva mai mostrato un atteggiamento violento. Ma ormai dovrebbe essere evidente che la violenza di genere non ha etnia, non ha età oppure classe sociale: a uccidere sono italiani e stranieri, lavoratori, pensionati, disoccupati, guardie giurate, poliziotti, da 0 a 90 anni. La diffusione dell’hashtag #losapevamotutte è il segnale di come la violenza sulle donne sia ormai un fatto accettato e normalizzato, una circostanza aspettata, perché la vicenda ha sempre la stessa conclusione, anche perché non c’è davvero nessuno strumento per riscriverla. Certo, le misure di sicurezza, l’innalzamento delle pene, l’introduzione di nuovi reati non hanno fermato la violenza di genere e non la fermeranno mai, perché il problema certamente risiede altrove. Giulia è stata uccisa durante quello che doveva essere un incontro di chiarimento e di confronto, come spesso capita nei casi di femminicidio. Ma anziché cercare e trovare gli strumenti per affrontare la portata emotiva di questo incontro, “lui” non ha saputo utilizzare altri strumenti se non quello della violenza. C’è da sorprendersi in un Paese rappresentato al Parlamento europeo da chi si astiene dal voto per chiedere all’UE di ratificare il trattato del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne e la violenza domestica, più noto come convenzione di Istanbul? Sicuro, non sono quelle astensioni ad aver ucciso quarantacinque donne in questi primi sei mesi del 2023. Sono uomini che non possono, non vogliono e non sanno fare i conti con sé stessi, non sanno rappacificarsi con rimpianti, rancori, insicurezze, fallimenti, debolezze e colpe, agevolati e protetti da un clima di assoluzione complessiva e che preferisce colpevolizzare le donne, incapaci di scegliersi i fidanzati anziché i “campioni” che le ammazzano. Legittimati da una cultura che minimizza la violenza implicita e si meraviglia quando, poi, diventa esplicita, che definisce mostri o pazzi i violenti che concepisce, solamente dopo che hanno commesso una violenza. Mentre il corpo di Giulia era ancora caldo, è arrivata una new: poliziotto ammazza la collega, ex amante, e poi si suicida. E le vittime di questo eccidio sono diventate quarantasei.

Emergenze sociali

L’Osservatore di strada: nel numero di giugno storie ai margini

foto Siciliani-Gennari/Sir
05 Giu 2023

“Mi chiamo Corrado e ogni domenica vengo in Piazza San Pietro per distribuire L’Osservatore di strada. Nella mia vita ne ho passate tante e so cosa significa vivere ai margini. In queste pagine abbiamo cercato di raccontarlo parlando delle periferie, quelle geografiche e quelle dell’anima, attraverso i nostri ricordi, condividendo le nostre esperienze e soprattutto le nostre speranze. Accetta questo giornale come un dono che, se vorrai, potrai ricambiare con un’offerta a chi te lo ha dato o a un povero che incontrerai sulla tua strada. Ma non limitarti a questo. Parlaci, guardaci, ascoltaci. Non siamo invisibili!”. Così, in una “finestra” nella prima pagina de L’Osservatore di strada di giugno, Corrado sintetizza il senso e la mission del mensile de L’Osservatore Romano dedicato ai poveri e alle persone senza fissa dimora che si autodefinisce “il giornale dell’amicizia sociale e della fraternità”. L’Osservatore di strada è online sul sito de L’Osservatore Romano ed è distribuito in versione cartacea da ieri mattina in Piazza San Pietro. Alla Madonnella di San Marco, cappella affidata alla cura delle suore Figlie della Chiesa, una congregazione che non ha la carità come elemento centrale nel proprio carisma, è dedicato l’editoriale. “Una periferia al centro di Roma” dove “i gesù”, presenti in ogni povero vengono aiutati con “qualche soccorso materiale spicciolo”, ma soprattutto accolti, ascoltati e chiamati per nome.
Con il numero di giugno prende il via “I volti della povertà in carcere”, un “viaggio di ascolto, voci di donne e uomini che vivono l’esperienza della reclusione” dove sei solo un nome scritto su un pezzo di carta”. E poi le storie di chi vive per strada e la rubrica “Parole e gesti di Papa Francesco” che ribalta le prospettive e porta al centro gli esclusi e gli emarginati.

Angelus

Papa Francesco all’Angelus: “Con il segno della croce, ci ricordiamo di quanto Dio ci ha amato”

foto Vatican media/Sir
05 Giu 2023

“Stare a tavola con Dio per condividere il suo amore”. Con questo invito il papa, durante l’angelus di domenica 4 giugno – al quale secondo la gendarmeria vaticana hanno partecipato circa 20mila persone – ha sintetizzato il senso dell’incontro di Gesù con Nicodemo. “Questo è ciò che succede in ogni messa, all’altare della mensa eucaristica, dove Gesù si offre al Padre e si offre per noi”, ha proseguito Francesco: “Il nostro Dio è comunione d’amore: così ce lo ha rivelato Gesù. E sapete come possiamo fare a ricordarlo? Con il gesto più semplice, che abbiamo imparato da bambini: il segno della croce. Tracciando la croce sul nostro corpo ci ricordiamo quanto Dio ci ha amato, fino a dare la vita per noi; e ripetiamo a noi stessi che il suo amore ci avvolge completamente, dall’alto in basso, da sinistra a destra, come un abbraccio che non ci abbandona mai. E al tempo stesso ci impegniamo a testimoniare Dio-amore, creando comunione nel suo nome”. “Oggi allora possiamo chiederci: noi testimoniamo Dio-amore?”, l’invito finale: “Oppure Dio-amore è diventato a sua volta un concetto, qualcosa di già sentito, che non smuove e non provoca più la vita? Se Dio è amore, le nostre comunità lo testimoniano? Sanno amare? Le nostre comunità sanno amare? E la nostra famiglia, sappiamo amare in famiglia? Teniamo la porta sempre aperta, sappiamo accogliere tutti, sottolineo tutti, come fratelli e sorelle? Offriamo a tutti il cibo del perdono di Dio e la gioia evangelica? Si respira aria di casa o assomigliamo più a un ufficio o a un luogo riservato dove entrano solo gli eletti? Dio è amore, Dio è Padre, Figlio e Spirito Santo e ha dato la vita per noi, per questo facciamo il segno della croce”.

Francesco

Il card. Zuppi a Kiev il 5 e 6 giugno per cercare “possibili vie di pace”

Il presidente della Cei compirà una visita a Kiev come inviato di papa Francesco

foto Sir/Marco Calvarese
05 Giu 2023

Il card. Matteo Maria Zuppi, arcivescovo di Bologna e presidente della Conferenza episcopale italiana, compirà una visita a Kiev quale inviato di papa Francesco nei giorni 5 e 6 giugno.
Lo rende noto la sala stampa della Santa Sede: “Si tratta di una iniziativa che ha come scopo principale quello di ascoltare in modo approfondito le autorità ucraine sulle possibili vie per raggiungere una giusta pace e sostenere gesti di umanità che contribuiscano ad allentare le tensioni”.