Popolo in festa

Festa SS. Crocifisso: giovedì sera solenne adorazione eucaristica

06 Set 2023

di Angelo Diofano

Nell’ambito dei festeggiamenti in onore del Santissimo Crocifisso, a cura dell’omonima parrocchia-santuario al Borgo, giovedì 7 si terrà una solenne adorazione eucaristica in chiesa a partire dalle ore 20 fino a tardi, con possibilità (informa il parroco don Andrea Mortato) di accostarsi al sacramento della Riconciliazione.

In precedenza, alle ore 18.30, ci sarà la santa messa con la partecipazione di sacerdoti e fedeli delle vicarie Taranto Orientale I e Taranto Orientale II.

Le aggregazioni alla confraternita del SS.Crocifisso-Purgatorio (commissario arcivescovile, il prof. Giovanni Mortato) avranno invece luogo mercoledì 13, durante la celebrazione eucaristica delle ore 18.30.

Città

Raccolta differenziata a Taranto, Legambiente: “Se non ora, quando?”

foto Giustizia per Taranto
06 Set 2023

Trattare i rifiuti come risorsa significa  porsi l’obiettivo di arrivare  anche a Taranto a individuare per la Tari il criterio della tariffazione puntuale, basata sulla quantità conferita di rifiuto non recuperabile o indifferenziato, destinata a premiare i cittadini che differenziano meglio e producono meno rifiuti ed a far pagare di più, invece, coloro che continuano a gettare indistintamente nella spazzatura plastica, vetro, alluminio, carta o frazione organica.

Dalla consultazione dell’Osservatorio Rifiuti Regione Puglia, che presenta dati inseriti direttamente dai Comuni e non validati dalla Sezione Regionale, l’ultimo dato disponibile relativo alla raccolta differenziata a Taranto si riferisce al maggio 2023 ed è pari ad un misero 24,04%.

Un dato inferiore a quello dell’anno scorso, chiusosi al  25,88%, e peggiore della rilevazione alla stessa data del 2022 dove ci si era attestati al 26,75%. Un dato peggiore anche rispetto a quello del 2020, superiore, sia pure di poco al 25%. Il confronto con il dato medio pugliese, pari a maggio al 58,60%, fornisce la misura della gravità della situazione: non arriviamo neanche alla metà della media dei comuni pugliesi.

Legambiente è intervenuta più volte su questa questione evidenziando come la raccolta “porta a porta” sia l’unico sistema efficace per garantire una elevata frazione di rifiuti differenziati che ci permetta di essere compresi tra le città che rispettano quel limite minimo del 65%, indicato da una legge ormai da troppi anni disattesa a Taranto. Come associazione abbiamo criticato negli anni interventi che non sono mai riusciti a modificare sostanzialmente i dati sconfortanti di differenziazione dei rifiuti e abbiamo sempre corredato le nostre critiche con proposte concrete che affrontassero il problema anche facendo tesoro di buone pratiche già ampiamente diffuse in tutta Italia e anche in molte città del sud. Già a maggio del 2021 evidenziavamo che il nodo principale risiedeva nella modalità di raccolta sottolineando  come a  Taranto si fosse scelto un sistema misto, ma che -di fatto- in moltissimi casi i contenitori per la raccolta differenziata non fossero custoditi nei condomini, ma risultassero allineati per strada, spesso aperti e traboccanti di rifiuti, mentre il conferimento nei cassonetti “ingegnerizzati” presenti in Città Vecchia e nel Borgo non consentiva l’identificazione del conferitore e scontava problemi oggettivi connessi al dimensionamento dei contenitori ed alla periodicità della raccolta.

“Nei mesi passati il sindaco Melucci ha già indicato che vi sarà una sostanziale modifica del contratto di servizio con Kyma Ambiente affinché si passi alla raccolta differenziata dei rifiuti porta a porta in tutti i quartieri di Taranto. Nei giorni scorsi è stato nominato il nuovo consiglio di amministrazione di Kyma Ambiente e confermato quale presidente Giampiero Mancarelli.  Il nuovo consiglio di amministrazione e il nuovo orientamento dell’amministrazione comunale determineranno finalmente quel cambio di passo da noi auspicato ormai da anni? Taranto avrà una gestione effettivamente sostenibile dei rifiuti urbani?“  si chiede Lunetta Franco, presidente di Legambiente Taranto.

 “Per questo Legambiente chiede si rendano noti al più presto cronoprogrammi e investimenti che diano concretezza  a dichiarazioni che, in mancanza, resterebbero purtroppo solo buoni propositi. Sicuramente l’inciviltà di alcuni cittadini rappresenta un problema grave, ma azioni amministrative corrette ed efficaci possono incentivare i comportamenti corretti. Purtroppo nella gestione della raccolta differenziata le azioni amministrative degli ultimi anni non sono state efficaci “ – continua la presidente di Legambiente Taranto – “Ribadiamo che bisogna superare definitivamente la cultura della discarica riciclando la più grande quantità possibile di rifiuti e  che l’investimento in impianti di economia circolare che assicurino la chiusura del ciclo dei rifiuti nel nostro territorio, almeno per alcune frazioni,  è  una formidabile opportunità per una riconversione possibile in direzione della sostenibilità. Quindi occorre che si facciano gli impianti, senza che la politica si faccia coinvolgere in rifiuti aprioristici e contestazioni spesso immotivate dettati da facili populismi, e che li si faccia e li si gestisca bene, per sottrarre sempre più i rifiuti alle discariche e agli inceneritori. Per realizzare questa svolta, che metterebbe un freno all’illegalità diffusa, è necessaria una raccolta differenziata a livelli perlomeno dignitosi”

Trattare i rifiuti come risorsa significa per Legambiente anche porsi l’obiettivo di arrivare al più presto, anche a Taranto, ad individuare per la Tari, la tassa che i cittadini pagano per lo smaltimento, il criterio della tariffazione puntuale, basata sulla quantità conferita di rifiuto non recuperabile o indifferenziato, destinata a premiare i cittadini che differenziano meglio e producono meno rifiuti ed a far pagare di più, invece, coloro che continuano a gettare indistintamente nella spazzatura plastica, vetro, alluminio, carta o frazione organica che, avviati a recupero, costituiscono una materia seconda utilizzabile e, quindi, un valore. Occorre inoltre una massiccia campagna informativa, unita ad effettivi e costanti controlli e sanzioni, che, insieme, orientino i comportamenti individuali e restringano le sacche di inciviltà.

Diocesi

Venerdì 8, la concelebrazione eucaristica di ringraziamento di mons. Santoro per il suo ministero episcopale a Taranto

06 Set 2023

Venerdì 8 settembre, alle ore 19 nella Basilica Cattedrale di San Cataldo, l’arcivescovo emerito di Taranto, monsignor Filippo Santoro, presiederà la solenne concelebrazione eucaristica di ringraziamento per il suo ministero episcopale svolto a Taranto dal 2012 al 2023.
Parteciperanno clero e fedeli dell’arcidiocesi. Assisterà alla celebrazione eucaristica l’arcivescovo Ciro Miniero che inizierà il suo ministero tarantino il prossimo primo ottobre.

Diritti umani

Migranti, le proposte della Comunità di Sant’Egidio per una migrazione regolare

Marco Impagliazzo insieme ai rifugiati arrivati in Italia con i corridoi umanitari - foto Sir
06 Set 2023

di Patrizia Caiffa

Dalla responsabilità dell’Europa nel salvare vite umane alla valorizzazione dei minori non accompagnati come risorsa per l’Italia. Sono alcune delle proposte che la Comunità di Sant’Egidio sottopone in queste ore all’attenzione delle istituzioni, perché le migrazioni siano affrontate come un fenomeno strutturale e non più come una emergenza.

“Basta morti in mare, la priorità è salvare vite umane”

L’Europa si disinteressa e scarica tutto sull’Italia. Sui salvataggi in mare l’Europa deve essere messa di fronte alle proprie responsabilità, aiutando finanziariamente l’Italia. I fondi ci sono”: è la prima delle proposte per una immigrazione regolare illustrate da Marco Impagliazzo, presidente della Comunità di Sant’Egidio, durante una conferenza stampa che si è svolta oggi a Roma. Facendo riferimento alle ultime normative Impagliazzo ha anche chiesto di “tornare a portare le persone nei porti sicuri più vicini, perché così si aggiunge sofferenza a sofferenza”.
“Bisogna smettere di pensare all’immigrazione come ad una emergenza e mettere in campo invece politiche a medio e lungo termine, perché il fenomeno è strutturale”.

Anche se i numeri sono alti – 131.000 persone sbarcate da inizio anno – “sono sempre più bassi delle 181.000 persone arrivate nel 2016 con la crisi siriana. L’accoglienza di 5 milioni di ucraini in Europa ha dimostrato che si può gestire bene il fenomeno”.

Marco Impagliazzo – foto Sir

Appello ai Paesi Ue, “più reinsediamenti”

Altra richiesta è l’aumento dei reinsediamenti (o resettlement) di chi fugge dalle guerre: “Le cifre sono ancora troppo basse a causa dell’egoismo di alcuni Paesi europei, che non hanno accolto nessuno”.

Accoglienza diffusa in piccoli centri

Per quanto riguarda l’Italia si chiede di favorire l’accoglienza in piccoli centri e diffusa sui territori, anziché in grandi centri sovraffollati, dando priorità allo studio della lingua italiana e alla formazione professionale.

Minori non accompagnati, “investire su di loro con scuola e lavoro”

Un capitolo particolare riguarda i minori non accompagnati, circa 20.000 attualmente nei centri (su 30.000 arrivi): “Un Paese che soffre per la denatalità e lo spopolamento delle aree interne, con mancanza di forza lavoro in alcuni settori, potrebbe investire su questi giovani, favorendo l’inserimento scolastico e l’avviamento al lavoro. Non sprechiamo questa occasione! Altrimenti fuggiranno tutti all’estero o rischieranno di delinquere perché hanno bisogno di mandare soldi alla famiglia”. Impagliazzo ha inoltre invitato a “rendere più rapide” le procedure burocratiche per l’affido di questi minori (attualmente 4.800 sono accolti in famiglie italiane), “tutte buone pratiche da allargare”.

Decreto flussi, “ampliare la quota per le badanti”

Pur apprezzando l’ampliamento del decreto flussi, che prevede 450.000 ingressi dal 2023 al 2025, risulta troppo irrisoria, quindi da aumentare, la quota riservata alle badanti (9.500 ingressi): “E’ sproporzionata rispetto alle necessità delle famiglie italiane, visto che la nostra popolazione è sempre più anziana”. Tra l’altro, ha ricordato Impagliazzo, “migliaia di persone che hanno chiesto la regolarizzazione nel 2020 non l’hanno ancora ottenuta per serie problematiche burocratiche, che potrebbero essere superate semplicemente con un decreto”. Un’altra richiesta riguarda il riconoscimento dei titoli di studio conseguiti all’estero, ad esempio per gli infermieri, di cui c’è grande carenza in Italia.

La famiglia siriana

Presenti in sala tanti rifugiati accolti dalla Comunità di Sant’Egidio nell’ambito dei corridoi umanitari: afgani, siriani, africani sub-sahariani. Tra loro una famiglia siriana con quattro figli: il più piccolo ha 3 anni, la maggiore 10 anni. “Veniamo da Homs, la nostra casa è stata distrutta, come tutta la città  – raccontano i genitori, Marua e Abdel Karim -. Siamo partiti con un visto per l’Egitto poi siamo andati in Libia, dove siamo stati dieci anni. Lì la vita è molto difficile e complicata. Ci sono tanti rapimenti, violenze, se ci si rifiuta di fare quello che vogliono ti uccidono”. Come è accaduto al fratello di Marua, a soli 33 anni: “Lo abbiamo trovato morto in casa”. Sono arrivati 9 mesi fa con i corridoi umanitari dalla Libia. Ora il loro sogno è di far studiare i figli e restare in Italia. “Per noi la cosa più importante è che i nostri figli crescano in un luogo sicuro e vadano a scuola. Insciallah”.

Gil arriva invece dal Camerun, dove è fuggito nel 2019 a causa della situazione politica. Era tra quelli che manifestavano in piazza contro la corruzione. È riuscito ad andare a studiare geografia in una università a Cipro. Però mantenersi agli studi senza un lavoro non è facile. Ha deciso così di spostarsi nella parte greca di Cipro, dove è avvenuto l’incontro con la Comunità di Sant’Egidio, che lo ha inserito nei corridoi umanitari. “Sono qui da soli 4 mesi – dice provando a mettere in pratica le lezioni di italiano che sta seguendo -. L’Italia è un buon Paese, mi sono sentito accolto a braccia aperte. Voglio imparare bene la lingua per integrarmi meglio. Mi piacerebbe continuare i miei studi e fare ricerca in quell’ambito, anche per contribuire al futuro del mio Paese”.

foto Sir

Missione

Il ritorno dal Guatemala di don Mimino Damasi

Dopo quattro anni di missione come sacerdote “fidei donum”

06 Set 2023

di Angelo Diofano

Dopo quattro anni (tolto il periodo della pandemia) è terminata la missione di don Mimino Damasi in Guatemala. Il rientro a Taranto è avvenuto a fine agosto, dopo ben quattro giorni di viaggio e un groppo alla gola per la commozione che ancora tarda a sciogliersi. “Ho dovuto abbandonare l’esperienza, ma l’ho fatto a malincuore in quanto mi ha arricchito molto come uomo e come sacerdote – racconta –. Negli ultimi giorni di permanenza la gente piangeva nel salutarmi, riempiendomi di doni, implorandomi di non partire. Ma non ho potuto fare altrimenti e ora sono pronto per il nuovo incarico affidatomi dall’arcivescovo, cioè quello di parroco al Rosario di Grottaglie”.

La missione guatemalteca di don Mimino, come sacerdote “fidei donum”, ha avuto inizio nel 2019, dopo brevi soggiorni in cui si è alternato con don Luigi Pellegrino (allora suo vice parroco alla Regina Pacis di Lama) e con don Ezio Succa, già missionario saveriano e ora sacerdote diocesano, parroco a San Crispieri. Sua destinazione, la città di Jocotan, in aiuto al parroco padre Edwin Portillo e a due confratelli, fra i quali l’83nne padre Rogerio, nella nazione centroamericana da quasi cinquant’anni.

Sin dal principio il sacerdote tarantino è stato colpito dalla particolarità della sua terra di missione, tra emozionanti paesaggi di montagna, panorami mozzafiato e inimmaginabili bellezze naturalistiche. C’è tanta povertà ma altrettanta laboriosità e voglia di vivere, con serenità e nella gratitudine a Dio di ciò che quotidianamente dona, confidando in Lui senza riserve.

Il territorio in cui servire Dio attraverso gli uomini (d’etnia Chorti, discendenti dagli antichi Maya) è vasto: attorno al capoluogo (25mila i residenti), sono sparse ben 110 comunità rurali da visitare, per complessivi 75mila abitanti. Talvolta i villaggi sono raggiungibili solo attraverso sentieri scoscesi difficilmente percorribili se non con mezzi idonei e, con le piogge, spesso costretti all’isolamento.

In quell’angolo di Guatemala, don Mimino ha riscontrato l’accoglienza calorosa e la generosità degli abitanti che, nelle avversità, non si fanno cogliere dal vittimismo e sono subito pronti a rimboccarsi le maniche. Gli è stato familiare anche il modo di vivere la religiosità popolare, fra feste patronali colorate e rumorose (per via dei botti), le processioni e i riti della Settimana santa, caratterizzati, come da noi, dalle “troccole”, dalle marce funebri eseguite dalla banda, dagli abiti pittoreschi delle confraternite e dai maestosi altari della reposizione, ricchi di fiori e di drappeggi.

“Fra le emergenze maggiori che emergono, c’è quella abitativa, dove spesso le famiglie trovano riparo in povere capanne i cui tetti devono fare i conti con i tornado che distruggono tutto ciò che incontrano – spiega il sacerdote – Ma ancor più grave è la situazione sanitaria, con le cure tutte a pagamento, dove a patirne di più sono soprattutto i bambini e le donne in procinto di partorire, la cui mortalità è alquanto elevata. Ecco perché, con l’aiuto di miei amici benefattori, ho avviato l’esperienza de ‘La cuna de Sant’Anna’, cioè “La culla di Sant’Anna’, una sorta di ambulatorio itinerante per i villaggi, il cui funzionamento è affidato a un medico e a un infermiere”.

Dal punto di vista ecclesiale, don Mimino Damasi evidenzia il ruolo preponderante del laicato che sopperisce, fin dove è possibile e nelle rigorosa distribuzione dei compiti, alla mancanza di sacerdoti: in ogni villaggio, infatti sono presenti i delegati della Parola (che guidano le celebrazioni, domenicali e non), i ministri della comunione (che visitano anche gli ammalati) e i catechisti, cui è affidata la formazione della comunità. “A tutto questo – evidenzia don Mimino – corrispondono comunità vivaci,disciplinate, stimolati alla solidarietà, piene di giovani e che ben rispondono alle provocazioni del Vangelo. Questo potrà essere il modello futuro della nostra Chiesa, quando i sacerdoti (ma ancora non è il caso del nostro meridione) cominceranno a essere sempre di meno”.

La situazione di povertà, attutita in parte dalle rimesse degli emigranti, invece, provoca nelle città più grandi il fenomeno della microcriminalità, che prospera grazie al sottobosco di corruzione e di attività del narcotraffico, in cui il Guatemala è solo territorio di transito con destinazione gli Usa.

“Cosa mi porterò da questa esperienza? Sicuramente questo modello di Chiesa non di massa ma che va verso le persone, desiderose di arricchirsi della Parola di Dio – risponde don Mimino Damasi –. Dall’altro lato, c’è il rimpianto che nessun confratello, in rappresentanza della diocesi tarantina, abbia voluto proseguire la missione, che, ribadisco, per me è stata una vera grazia”.

Udienza generale

L’udienza generale di papa Francesco di mercoledì 6 settembre

Papa Francesco: “Sono stato nel cuore dell’Asia e mi ha fatto bene”. “Dobbiamo dilatare il cuore per essere vicino a ogni persona e a ogni civiltà”

06 Set 2023

“Sono stato nel cuore dell’Asia e mi ha fatto bene. Fa bene entrare in dialogo con quel grande continente, coglierne i messaggi, conoscerne la sapienza, il modo di guardare le cose, di abbracciare il tempo e lo spazio”. È il bilancio del suo recente viaggio apostolico in Mongolia, di cui il papa, durante l’udienza di oggi in piazza San Pietro, ha ripercorso le tappe. “È decisivo saper scorgere e riconoscere il bene. Spesso, invece, apprezziamo gli altri solo nella misura in cui corrispondono alle nostre idee”, ha argomentato Francesco: “È perciò importante, come fa il popolo mongolo, orientare lo sguardo verso l’alto, verso la luce del bene. Solo in questo modo, a partire dal riconoscimento del bene, lo si aiuta a migliorare”. “Mi ha fatto bene incontrare il popolo mongolo, che custodisce le radici e le tradizioni, rispetta gli anziani e vive in armonia con l’ambiente”, ha assicurato il Papa: “È un popolo che scruta il cielo e sente il respiro del creato. Pensando alle distese sconfinate e silenziose della Mongolia, lasciamoci stimolare dal bisogno di allargare i confini del nostro sguardo”. “Per favore, allargate i confini!”, l’appello finale a braccio: “Guardare largo e non cadere prigionieri delle piccolezze: allargare i confini del nostro sguardo, perché veda il bene che c’è negli altri e sia capace di dilatare i propri orizzonti. E anche dilatare il proprio cuore: dilatare il cuore per capire, per essere vicino a ogni persona e a ogni civiltà”.

 

Amministrazione locale

La santa messa dell’arcivescovo per i 100 anni della Provincia

06 Set 2023

Nell’ambito delle celebrazioni per i 100 anni della Provincia, domenica scorsa, in serata,  l’arcivescovo mons. Ciro Miniero ha presieduto la santa messa nella basilica cattedrale di San Cataldo. Particolarmente ricca di significato, è stata la benedizione dei frutti  del territorio  ionico e dei prodotti che lo caratterizzano, come il pane, l’olio ed il vino. Alla funzione religiosa  hanno celebrato il vescovo di Oria, mons. Vincenzo Pisanello (quello di Castellaneta, mons. Sabino Iannuzzi, non ha potuto partecipare per impegni concomitanti) ed il parroco della basilica di San Cataldo, don Emanuele Ferro. 

Il presidente dell’amministrazione provinciale, Rinaldo Melucci, al termine , ha inteso ringraziare le autorità civili e quelle militari, i dipendenti della Provincia ed i cittadini che con la loro presenza hanno manifestato la loro vicinanza all’ente ormai centenario; un ringraziamento in particolare è stato rivolto  all’arcivescovo mons. Miniero per la vicinanza paterna e per la strada che saprà indicare per affrontare e superare i momenti difficili.

Formazione cristiana

Kaladich (Fidae): “Curare le ferite e procedere in cordata perché nessuno cada”

“Stiamo ripensando completamente la scuola; guai a tornare a quella pre-Covid. Occorrono nuovi modelli educativi; dobbiamo mettere i nostri ragazzi al centro”

foto Ansa-Sir
05 Set 2023

di Giovanna Pasqualin Traversa

Una scuola rinnovata, diversa da quella pre-Covid, improntata alla collaborazione tra alunni, docenti e famiglie e aperta a paradigmi capaci di valorizzare l’esperienza e l’incontro con la realtà; una scuola all’interno della quale prendersi cura gli uni degli altri. Pensa a nuovi modelli educativi Virginia Kaladich, presidente nazionale della Fidae (Federazione istituti di attività educative) e preside del Polo educativo Sabinianum di Monselice (Pd). Dal 26 al 29 agosto si è tenuto a Gressoney e a Torino il Consiglio nazionale della Federazione e a breve si tornerà in classe.

Presidente, durante i lavori del Consiglio nazionale il tema del cammino sinodale è stato centrale come elemento che interpella la scuola e le prassi educative, ed è anche la parola chiave del manifesto approvato a conclusione dell’appuntamento.

Il cammino sinodale chiama in causa anche il mondo della scuola, sfidandolo a promuovere reali processi di partecipazione, ascolto, condivisione, corresponsabilità.
Un obiettivo che in quest’ultima fase sinodale diventerà sempre più per i nostri istituti un’importante pista di lavoro per camminare “sinodalmente” a servizio dell’educazione.

foto Vatican media/Sir

Corresponsabilità: se ne è parlato molto. Perché?
Perché interpella la responsabilità di ognuno di noi. Nel nostro agire educativo dobbiamo esprimere amorevolezza e autorevolezza al tempo stesso, creare occasioni di corresponsabilità e, per quanto possibile, coinvolgere in questi processi anche i ragazzi. Ma per questo occorre  essere adulti responsabili, autorevoli, capaci di entrare in dialogo creando autentica corresponsabilità.

Lei sottolinea la necessità di una scuola diversa da quella del periodo antecedente al Covid, in grado di curare le ferite di tutti.
Nel post-pandemia non dobbiamo correre il rischio di rispolverare vecchi modelli, come purtroppo in alcuni casi si sta facendo, ma capire che abbiamo di fronte un’umanità diversa. Ragazzi e adulti portano ferite che vanno curate, e nel curarsi vicendevolmente dobbiamo imparare a prenderci realmente cura dei nostri ragazzi. La scuola nuova non deve essere solo annunciata ma, di fatto, realizzata. L’apatia di molti alunni ci deve interpellare, così come il loro non riconoscere l’autorevolezza degli adulti, anche degli insegnanti.
Occorre mettersi in discussione, interpretare gli avvenimenti e interrogarsi su che cosa modificare nel nostro agire educativo. Come ha ammonito papa Francesco in piena pandemia, non dobbiamo sciupare l’opportunità offerta da questa inedita situazione.

Quando parla di “ferite”, a che cosa allude in particolare?
Soprattutto alle ferite relazionali. Da un lato molti ragazzi fanno fatica ad accettare il quotidiano e sviluppano forme di conflittualità con le figure adulte ed anche con i docenti; dall’altro vi sono insegnanti che non sanno “leggere” queste sofferenze. I nostri allievi hanno bisogno, anzi “si meritano”, come scriviamo nel manifesto, educatori adulti, capaci di fuggire da quella condizione di “adolescenza prolungata” oggi così diffusa; adulti credibili, pronti a conversione, a rivedere i propri stili di vita, ad affrontare responsabilmente le nuove sfide, capaci di instaurare relazioni in grado di sanare la conflittualità che emerge in particolare nella scuola secondaria. Un disagio sfociato in alcuni casi in gesti estremi come quelli riportati di recente dalla cronaca, che probabilmente nascono da un’incapacità di vero ascolto e accompagnamento. Non possiamo sottovalutare la gravità di azioni come le aggressioni agli insegnanti, ma neppure limitarci a giudicare e condannare. I comportamenti “devianti” dei giovani d’oggi nascondono spesso un grido d’aiuto che va ascoltato e al quale occorre dare risposta. Avvieremo dei percorsi per aiutare i docenti in questo compito.

Nel messaggio che vi ha inviato, il ministro Valditara ha sottolineato il valore dell’azione formativa delle scuole paritarie ed ha assicurato “particolare attenzione alla più autentica attuazione delle norme che regolano la parità scolastica”. Quest’ultima appare dunque un obiettivo raggiungibile a breve, come anche l’equiparazione dei docenti?
Per quanto riguarda gli insegnanti, c’è stato un importante passaggio a luglio, quando è stata finalmente riconosciuta la professionalità maturata dai docenti negli anni di servizio svolti anche nelle nostre scuole ai fini dell’acquisizione del titolo abilitante rilasciato dalle Università previsto dal Dl 36/2022, mettendo così fine ad una lunga attesa e superando una annosa discriminazione. In questo modo anch’essi potranno essere stabilizzati con contratti a tempo indeterminato nelle scuole dove lavorano, potendo così garantire continuità didattica ai loro studenti. Per l’altro aspetto stiamo dialogando con il Governo e si intravedono interessanti spiragli. Nelle richieste all’Esecutivo non siamo battitori liberi: le nostre associazioni si stanno muovendo con la Cei e con il Consiglio nazionale della scuola cattolica.

Dopo gli ultimi tragici episodi, con l’avvio dell’anno scolastico dovrebbe partire negli istituti di secondo grado il progetto contro la violenza di genere voluto da Valditara: lezioni di “educazione alla sessualità” da intendere come corsi di formazione specifica sulla parità di genere, le cui linee guida saranno presto comunicate ai dirigenti scolastici.
Noi abbiamo avviato già da tempo percorsi miranti alla parità di genere. Siamo comunque in attesa delle linee guida ministeriali per capire quale possa essere la strada più attenta e rispettosa della nostra identità. Ma questo è un compito che coinvolge tutti, nessuno escluso. A partire dalla famiglia dove il rispetto nei confronti della donna, l’educazione ai sentimenti e alle emozioni si dovrebbero respirare fin dai primissimi anni di vita.

Alla vigilia dell’apertura dell’anno scolastico quali sono le principali sfide che attendono le scuole cattoliche?
L’attenzione ai nostri allievi in questa nuova situazione, la creazione di percorsi formativi attenti alle loro esigenze, l’impegno ad essere per loro guide esperte che infondano fiducia e li accompagnino a scoprire il senso dell’esistenza nell’agire secondo la vita buona del Vangelo. Dobbiamo realmente metterci in cammino con i ragazzi. Procedere in cordata affinché nessuno cada o resti indietro. Parole chiave: amorevolezza e autorevolezza.

Musica

Il maestro Gregucci con il grande Riccardo Muti: Salviamo le bande da giro

05 Set 2023

di Angelo Diofano

“Ripensavo spesso ai suoi racconti dei primi approcci con la musica, quando, da piccolo, a Molfetta, sua città natale, ascoltava le marce funebri durante le processioni della Settimana Santa. In particolare egli ama ricordare che quando ancora oggi dirige l’“Eroica”di Beethoven, ripensa immancabilmente ai tempi in cui la stessa veniva suonata durante i tradizionali riti penitenziali. Perciò mi è sembrato quasi ovvio donargli il cofanetto di cd delle musiche della Settimana Santa e del Natale tarantino, nelle mie elaborazioni, vincitore del bando del Ministero con il progetto di salvaguardia del patrimonio musicale tradizionale, eseguite dalla Grande Orchestra di fiati “Santa Cecilia-Città di Taranto” da me diretta”.

Questo è stato uno dei ricordi più significativi del maestro tarantino Giuseppe Gregucci a proposito della serata svoltasi a fine agosto nel comune barese di Conversano con il grande Riccardo Muti, firmatario nonché testimonial d’eccezione della legge regionale per la tutela delle bande pugliesi, da sempre anima delle feste patronali pugliesi, e non solo. Voglio fare i complimenti alla Regione Puglia, al Comune di Conversano e al sindaco per quello che è stato fatto per questa legge regionale e mi auguro che diventi l’inizio per una legge nazionale” – ha affermato il famoso direttore d’orchestra.

Nell’occasione una rappresentanza degli storici complessi bandistici da giro pugliesi, prima insieme e poi a turno, si sono esibiti in suo onore con i più noti brani di musica marciabile, sinfonica e sunti di opere liriche che si è soliti suonare sulla cassarmonica. Il maestro Muti ha seguito con molta attenzione le esecuzioni che ancora una volta lo hanno riportato alle prime emozioni dell’incontro con la musica in piazza, che, proprio per la peculiarità degli organici, ha detto fermamente, “non è affatto la sorella minore delle grandi orchestre sinfoniche”.

Il maestro Gregucci, che col grande direttore d’orchestra si è anche intrattenuto sulle problematiche e sui progetti futuri delle formazioni pugliesi, in questa occasione aveva sotto la sua direzione i musicisti della banda “Città di Squinzano” intitolata a Ernesto e Gennaro Abbate, in rappresentanza del Salento, la cui prestazione ha riscosso il plauso di Riccardo Muti. Quest’ultimo ha anche mostrato interesse anche per alcuni strumenti particolari, come il  clarinetto piccolo in la bemolle, ormai in uso solo in alcune di queste nostre bande e la cui produzione è abbastanza limitata, tanto da mandarne una foto alla “sua” Chicago Simphony Orchestra.

Organizzata dalla Regione Puglia, di concerto anche con l’Associazione nazionale Bande da Giro l’iniziativa ha avuto lo scopo di riaccendere i riflettori su questa particolare formazione musicale, la banda, una vera eccellenza della nostra regione e che, sopratutto nel dopo-covid, ha necessità di un’ulteriore valorizzazione, affinché la grande musica non scompaia dalle nostre piazze.

“Ma ci sta particolarmente a cuore anche la formazione completa degli esecutori affinché, oltre agli studi individuali nei conservatori e nelle varie scuole musicali, siano avviati alla musica d’insieme, così da iniziare il loro inserimento negli organici delle bande associative, per poi passare in quelle da giro, che purtroppo, entrambe, vivono momenti problematici per la mancanza di ricambi generazionali” – ha concluso il musicista tarantino.

Sport

Yaroslava Ivaniuk, orgoglio ucraino della Nuovi Orizzonti

05 Set 2023

di Paolo Arrivo

Ha tanta energia in corpo. E tutte le ragioni per intendere la pallacanestro non soltanto come espressione del talento di chi gioca, ma anche come sana valvola di sfogo, lei che proviene da Rivne, la città che al confine con la Bielorussia conta tante ferite e tanti orfani: Yaroslava Ivaniuk lascia trapelare tutta la propria determinazione, o meglio risolutezza dalle sue parole. La nuova playmaker della Nuovi Orizzonti sa essere decisa anche sul parquet di gioco. È rapida e grintosa, la giovane cestista non ancora 21enne, riconosciuta tra i migliori talenti emergenti del basket rosa. Taranto l’ha accolta da pochi giorni. Il campo è una conferma: la presa in diretta delle sue giocate che hanno fatto già il giro del web. Piccoletta (non arriva al metro e settanta), con le sue incursioni in area, i canestri anche dalla lunga distanza, sa destabilizzare e farsi beffa della squadra avversaria. Sebbene l’obiettivo della società sia ben figurare nel campionato che Taranto disputerà da neopromossa, la nazionale ucraina Under 20 conosce solamente il linguaggio della vittoria. Non parla italiano. Di primo acchito, può sembrare una donna di ghiaccio e una macchina da guerra. La sua passione per l’arte, però, intesa come strumento di riappacificazione, tradisce la volontà di costruire un mondo migliore per mezzo delle armi della cultura e della Bellezza. Col suo rigore Yaroslava Ivaniuk può dare la propria impronta al gruppo Nuovi Orizzonti ricevendo in cambio l’umanità ed il calore della comunità ionica. L’abbiamo raggiunta al primo allenamento della settimana. Al quale si è presentata in anticipo, naturalmente, per la gioia di coach Orlando, che a tutte le sue ragazze chiede puntualità e rispetto delle regole.

Yaroslava, come procedono gli allenamenti al PalaMazzola?

“Le sessioni di allenamento sono molto intense. E a me piace lavorare duramente, insieme alle compagne. Ci concentriamo sul lavoro di squadra: ognuno di noi fa del suo meglio per iniziare la stagione nel migliore dei modi”.

Tu sei tra le giocatrici più promettenti e forti: dove puoi migliorare ancora?

“Penso che ci sia sempre spazio per migliorare le proprie capacità. Il tempo passa, e pure la pallacanestro cambia: c’è sempre qualcosa da imparare, per migliorare i propri punti di forza, e intervenire su quelli di debolezza. C’è da confrontarsi con allenatori nuovi in campo. Ogni allenatore è speciale, come ogni giocatore: ognuno ha la propria visione del basket e del gioco. Sono sicura che qui a Taranto andrà tutto bene”.

Cosa pensi della guerra in Ucraina? Sul campo di gioco, daresti mai la mano a un’avversaria russa?

“La guerra è terribile e non c’è nulla di buono in essa. Molte persone stanno morendo, sia militari che civili. Alcune città sono completamente distrutte dalle conseguenze dei missili. La gente è rimasta senza casa, ma ogni ucraino non è distrutto: difenderemo la nostra libertà e la nostra indipendenza. E ognuno di noi sa che vinceremo. Quanto alla seconda parte della sua domanda, rispondo che no, non darei la mano a un rivale russo, e credo che la mia risposta sia ovvia”.

Cosa ti piace oltre al basket?

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Viaggio apostolico

Terminato il viaggio apostolico in Mongolia, Francesco: Un Paese che può svolgere “un ruolo importante per la pace”

foto Vatican media/Sir
05 Set 2023

di Gigliola Alfaro

Papa Francesco ha concluso il suo 43° viaggio apostolico internazionale che lo ha visto pellegrino nella capitale della Mongolia, Ulaanbaatar. Partito alle ore 12.03 (ore 06.03 in Italia) dall’aeroporto internazionale Chinggis Khan di Ulaanbaatar, l’aereo è arrivato all’aeroporto Leonardo da Vinci di Roma-Fiumicino ieri pomeriggio, intorno alle 17.

Il viaggio, il primo di un pontefice in Mongolia, è iniziato venerdì 1° settembre (la partenza da Roma era stata la sera del 31 agosto): in quattro giorni Francesco ha incontrato le autorità del Paese nella capitale Ulaanbaatar e la piccola comunità cristiana locale nella cattedrale dei santi Pietro e Paolo, come pure i leader religiosi locali e gli operatori della “Casa della Misericordia”. Un abbraccio globale ad un Paese, stretto tra Russia e Cina, che – come ha detto il papa stesso nel suo primo discorso all’autorità – può avere un “ruolo” fondamentale nello scenario internazionale, soprattutto per la pace globale. La visita ha avuto anche l’obiettivo di rivolgere alla piccola, ma vivace comunità cattolica parole di incoraggiamento e di speranza anche per il suo importante contributo nel campo della convivenza e dello sviluppo umano.

foto Vatican media/Sir

Nell’incontro con le autorità e il corpo diplomatico nel Palazzo di Stato, il 2 settembre, papa Francesco, nel suo primo discorso in Mongolia, presentandosi come “pellegrino di amicizia”, ha auspicato: “Voglia il Cielo che sulla terra, devastata da troppi conflitti, si ricreino anche oggi, nel rispetto delle leggi internazionali, le condizioni di quella che un tempo fu la pax mongolica, cioè l’assenza di conflitti. Come dice un vostro proverbio, ‘le nuvole passano, il cielo resta’: passino le nuvole oscure della guerra, vengano spazzate via dalla volontà ferma di una fraternità universale in cui le tensioni siano risolte sulla base dell’incontro e del dialogo, e a tutti vengano garantiti i diritti fondamentali!”. Poi l’appello: “Qui, nel vostro Paese ricco di storia e di cielo, imploriamo questo dono dall’Alto e diamoci da fare insieme per costruire un avvenire di pace”. E ha rimarcato che “la Mongolia non è solo una nazione democratica che attua una politica estera pacifica, ma si propone di svolgere un ruolo importante per la pace mondiale”.

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Nella cattedrale dei santi Pietro e Paolo, sempre il 2 settembre, il pontefice ha incontrato vescovi, sacerdoti, missionari, consacrati e consacrate e operatori pastorali presenti nella Chiesa in Mongolia. Un incoraggiamento alla piccola comunità nelle sue parole: “Fratelli, sorelle, non abbiate paura dei numeri esigui, dei successi che tardano, della rilevanza che non appare. Non è questa la strada di Dio”. Il santo padre ha anche elogiato l’impegno in oltre trent’anni in una svariata quantità di iniziative di carità: “Vi incoraggio a proseguire su questa strada feconda e vantaggiosa per l’amato popolo mongolo. Al tempo stesso vi invito a gustare e vedere il Signore, a tornare sempre e di nuovo a quello sguardo originario da cui tutto è nato. Senza di esso, infatti, le forze vengono meno e l’impegno pastorale rischia di diventare sterile erogazione di servizi, in un susseguirsi di azioni dovute, che finiscono per non trasmettere più nulla se non stanchezza e frustrazione”. Una rassicurazione poi alle autorità: “I governi e le istituzioni secolari non hanno nulla da temere dall’azione evangelizzatrice della Chiesa, perché essa non ha un’agenda politica da portare avanti, ma conosce solo la forza umile della grazia di Dio e di una Parola di misericordia e di verità, capace di promuovere il bene di tutti”.

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Due i momenti salienti di domenica 3 settembre. L’Incontro ecumenico e interreligioso all’Hun Theatre e la messa celebrata nella “Steppe Arena”. L’impegno che il papa ha chiesto alle diverse fedi, pronte ad offrire la bellezza rappresentata dagli insegnamenti dei “rispettivi maestri spirituali”, è questo: “In società pluralistiche e che credono nei valori democratici, come la Mongolia, ogni istituzione religiosa, regolarmente riconosciuta dall’autorità civile, ha il dovere e in primo luogo il diritto di offrire quello che è e quello che crede, nel rispetto della coscienza altrui e avendo come fine il maggior bene di tutti”. Non solo: “La nostra responsabilità è grande, specialmente in quest’ora della storia, perché il nostro comportamento è chiamato a confermare nei fatti gli insegnamenti che professiamo – ha osservato -; non può contraddirli, diventando motivo di scandalo. Nessuna confusione dunque tra credo e violenza, tra sacralità e imposizione, tra percorso religioso e settarismo. La memoria delle sofferenze patite nel passato – penso soprattutto alle comunità buddiste – dia la forza di trasformare le ferite oscure in fonti di luce, l’insipienza della violenza in saggezza di vita, il male che rovina in bene che costruisce”. E ancora un appello per la pace: “Le tradizioni religiose, nella loro originalità e diversità, rappresentano un formidabile potenziale di bene a servizio della società. Se chi ha la responsabilità delle nazioni scegliesse la strada dell’incontro e del dialogo con gli altri, contribuirebbe in maniera determinante alla fine dei conflitti che continuano ad arrecare sofferenza a tanti popoli”.

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Nella messa Francesco ha sottolineato che “tutti, tutti noi siamo ‘nomadi di Dio’, pellegrini alla ricerca della felicità, viandanti assetati d’amore” e che “la fede cristiana risponde a questa sete; la prende sul serio; non la rimuove, non cerca di placarla con palliativi o surrogati: no! Perché in questa sete c’è il nostro grande mistero: essa ci apre al Dio vivente, al Dio Amore che ci viene incontro per farci figli suoi e fratelli e sorelle tra di noi”. Alla fine della celebrazione il Pontefice, con un gesto a sorpresa, facendo avvicinare a sé, John Tong Hon e Stephen Chow, l’emerito e l’attuale vescovo di Hong Kong, quest’ultimo cardinale designato che riceverà la porpora nel Concistoro del prossimo 30 settembre, ha rivolto “un caloroso saluto al nobile popolo cinese”.

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E ha continuato: “A tutto il popolo auguro il meglio, e andare avanti, progredire sempre! E ai cattolici cinesi chiedo di essere buoni cristiani e buoni cittadini”. Nel saluto al termine della messa, anche un ringraziamento alla Mongolia, un popolo particolarmente caro al Papa, come lui stesso ha detto commentando l’indirizzo di omaggio del card. Giorgio Marengo, prefetto apostolico di Ulaanbaatar: “Fratelli e sorelle della Mongolia, grazie per la vostra testimonianza, bayarlalaa! [grazie!]. Dio vi benedica. Siete nel mio cuore e nel mio cuore rimarrete”. E, rivolgendosi ai membri delle altre confessioni cristiane e religioni, ha consegnato questo compito: “Continuiamo a crescere insieme nella fraternità, come semi di pace in un mondo tristemente funestato da troppe guerre e conflitti”.

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Nell’ultimo giorno del viaggio apostolico, 4 settembre, il pontefice ha incontrato gli operatori della carità e ha benedetto e inaugurato la Casa della Misericordia, che “si propone come punto di riferimento per una molteplicità di interventi caritativi, mani tese verso i fratelli e le sorelle che faticano a navigare tra i problemi della vita. È una sorta di porto dove attraccare, dove poter trovare ascolto e comprensione. Questa nuova iniziativa, però – ha evidenziato il santo padre -, mentre si aggiunge alle numerose altre sostenute dalle varie istituzioni cattoliche, ne rappresenta una versione inedita: qui, infatti, è la Chiesa particolare a portare avanti l’opera, nella sinergia di tutte le componenti missionarie ma con una chiara identità locale, come genuina espressione della Prefettura apostolica nel suo insieme”. E, ha aggiunto, mi piace molto il nome che avete voluto darle: Casa della Misericordia. In queste due parole c’è la definizione della Chiesa, chiamata a essere dimora accogliente dove tutti possono sperimentare un amore superiore, che smuove e commuove il cuore: l’amore tenero e provvidente del Padre, che ci vuole fratelli, ci vuole sorelle nella sua casa”. Francesco ha anche ricordato: “Il vero progresso delle nazioni non si misura sulla ricchezza economica e tanto meno su quanto investono nell’illusoria potenza degli armamenti, ma sulla capacità di provvedere alla salute, all’educazione e alla crescita integrale della gente”.

foto Vatican media/Sir

Dopo la cerimonia di congedo in aeroporto, il papa è partito e, dopo il decollo, ha fatto pervenire al presidente della Mongolia, Khürel Sükh Ukhnaa, un telegramma in cui ha espresso “ancora una volta, il senso di gratitudine” alle autorità e al popolo mongolo “per la calorosa accoglienza e la generosa ospitalità riservatami in questi giorni”. Infine, ha assicurato le sue “continue preghiere per la pace, l’unità e la prosperità della nazione”.

Ecclesia

Programma Retrouvaille, per salvare il matrimonio

Weekend residenziale per le coppie in crisi dal 22 al 24 settembre a Santeramo

foto Sir/Marco Calvarese
05 Set 2023

di Angelo Diofano

Per tutte le coppie che soffrono per una relazione lacerata, oppure si sentono fredde, sole e distanti o non riescono più a comunicare, quindi in procinto di separarsi o lo sono già, Retrouvaille offre un’opportunità per ricostruire il rapporto in crisi. Questo è possibile iniziando a partecipare a un weekend residenziale di incontri che avrà luogo a Santeramo (in provincia di Bari) dal 22 al 24 settembre in cui le coppie imparano a ristabilire la comunicazione e ad acquisire nuove conoscenze su loro stessi sia come individui sia come coppia. Questa parte del programma è presentata da un sacerdote e da tre coppie che a loro volta hanno vissuto le medesime difficoltà e hanno partecipato al programma, offrendo così la consapevolezza che non si è soli nella lotta per la salvezza dell’unione. Il week end (informano gli organizzatori) non è un ritiro spirituale, una terapia di gruppo o di coppia, un seminario né una consulenza, senza alcuna richiesta di condividere i problemi con gli altri partecipanti, incoraggiando tuttavia a mettere alle spalle il passato doloroso e a guardare oltre le ferite,per ritrovarsi in un modo nuovo e positivo. Tale opportunità aiuterà a scoprire come l’ascolto, il perdono,la comunicazione e il processo di dialogo sono strumenti efficaci per la costruzione di un rapporto d’amore duraturo. Naturalmente il weekend costituirà solo un primo passo. Successivamente, infatti, si darà luogo a un percorso di 12 incontri settimanali (oppure sei sessioni da due incontri quindicinali) per approfondire i temi iniziati a trattare nel week end: si tratta del “cuore” stesso del programma per la guarigione della crisi del matrimonio, con cui inizia il vero cambiamento. In tutte le fasi del percorso è assicurata la massima riservatezza.

Per le iscrizioni i coniugi devono telefonare separatamente al numero verde 800.123958 o al 351.8566874, dove verranno fornite maggiori informazioni.