Sport

Taranto-Foggia, uno spettacolo dentro lo spettacolo: il calcio è fiamme e fuoco

La festa rovinata allo Iacovone - foto G. Leva
04 Set 2023

di Paolo Arrivo

La prima partita di campionato ha un sapore speciale. Sempre. Anche quando, magari per un legittimo impedimento, e lieto, non hai potuto raggiungere lo stadio dove si affrontano sportivamente due formazioni: già a partire dalla vigilia, puoi sentire l’adrenalina, il carico di aspettative, l’ebbrezza di un nuovo inizio da benedire. Il Taranto ha inaugurato alla grande la sua stagione sconfiggendo il Foggia per 2-0. Sul campo, non poteva esserci esordio migliore, domenica sera: la squadra di mister Capuano ha legittimato le sue ambizioni, i sogni di gloria (disputare un campionato di vertice, per lo meno), grazie alle reti messe a segno nel secondo tempo al 65’ da Antonini e all’85’ da Kanoute. Uno spettacolo al quale hanno assistito 10mila spettatori.

Un pubblico da serie A, ha animato la festa sino al 90esimo minuto di gioco. Prestazione solida, brillante sulla distanza, il successo porta la firma dell’allenatore riconfermato in questa stagione; dell’attaccante senegalese Mamadou Kanoute, accreditato come il match winner. All’intero gruppo va riconosciuto il merito di aver letto bene la partita e fatto il possibile per vincere. Lo ha dichiarato lo stesso mister.

Taranto-Foggia, l’epilogo

Le immagini che non avremmo mai voluto vedere sono quelle delle fiamme divampate allo stadio nel post partita. Il rogo che ha avvolto la Curva Sud. Uno spettacolo dentro lo spettacolo, in negativo. Ma così è il calcio, metafora della vita, un contenitore plurimo: non fai in tempo a goderti la vittoria, un risultato positivo, che devi fare i conti con una nuova incombente e inaspettata preoccupazione. La causa dell’incendio potrebbe essere stata un fumogeno lanciato dai tifosi del Foggia. I quali peraltro, in numero di circa 250 supporter, avevano raggiunto lo stadio in ritardo, a causa di un incidente sulla statale 106. Il fumogeno gettato su materiale di plastica ha poi dato origine al rogo.

Le indagini delle forze dell’ordine stanno facendo piena luce sull’accaduto. La nota lieta è che non c’è stato alcun ferito: a farsi male è stato lo Iacovone, con danni ingenti alla struttura. Di questo si rammaricano anche i rossoneri. Il club dauno, infatti, ha espresso la propria vicinanza alla società e alla città di Taranto.

Il campionato

Tornando al calcio giocato, oltre alla vittoria del Taranto, che non ha preso goal, i successi più larghi della prima giornata della serie C – girone C sono stati quelli della Juve-Stabia (3-1 sul campo del Monterosi Tuscia) e della Turris contro il Benevento. Sorpresa quest’ultima che fa il paio con il ko dell’Avellino. Per i rossoblu il prossimo avversario sarà il Picerno. Che ha battuto in trasferta la Virtus Francavilla. Il match si giocherà lunedì undici settembre, e su Rai Sport, a partire dalle ore 20.45, sarà trasmesso in diretta televisiva. In vista della prossima gara tra le mura amiche c’è da valutare lo stato di salute dello stadio Erasmo Iacovone – l’inagibilità del campo sportivo rischia di portare al rinvio anche la partita in programma tra Catania e Brindisi.

Taranto-Foggia, la photogallery di Giuseppe Leva

 

Festival

Venezia80: in gara “The Killer” di David Fincher e “La Bête” di Bertrand Bonello

foto Netflix
04 Set 2023

di Sergio Perugini

Altro giorno di proiezioni all’80a Mostra del cinema della Biennale di Venezia. Al Lido c’è il regista statunitense David Fincher che presenta un crime-action targato Netflix con protagonista Michael Fassbender. Nel cast anche Tilda Swinton. C’è tutto il Fincher capace di abitare l’azione, l’adrenalina, le maglie del male; a latitare però sembra essere la sostanza della storia. Una confezione formale ottima, dallo stringato contenuto. È il giorno anche del regista francese Bertrand Bonello con “La Bête. The Beast” con Léa Seydoux e George MacKay. Una intensa storia d’amore contrastata dalle manipolazioni dell’intelligenza artificiale. Un film che si inserisce nel binario del mélo fantastico-distopico, che possiede guizzi interessanti ma anche snodi un po’ forzati. Bene, ma non benissimo.
Infine, alla Mostra, sono stati presentati i progetti di ricerca della Fondazione Mac – Memorie audiovisive del cattolicesimo presieduta da mons. Dario E. Viganò. Focus speciale legato alla memoria dei pontefici veneti, con messaggi dal ministero della Cultura e dalla Regione Veneto.

The Killer. Michael Fassbender as an assassin in The Killer. Cr. Netflix ©2023

 “The Killer” – In Concorso

Denver classe 1962, David Fincher è un autore hollywoodiano che si è affermato con forza e incisività nel decennio ’90. Tra i suoi titoli più noti: “Seven” (1995), “Fight Club” (1999), “Il curioso caso di Benjamin Button” (2008), “The Social Network” (2010) e “Mank” (2020). Il suo è sempre stato un cinema vigoroso, visionario, spiazzante. A Venezia80 si presenta in competizione con il crime-action “The Killer” tratto dalla graphic novel di Alexis Nolent e con illustrazioni di Luc Jacamon. Protagonista assoluto è il divo irlandese-tedesco Michael Fassbender, affiancato anche dal Premio Oscar Tilda Swinton. Una vicenda serrata, claustrofobica, dove non ci sono lampi di luce.
La storia. Parigi, oggi. Un killer di professione sulla quarantina è appostato in un edificio in costruzione, monitorando ogni movimento della sua prossima vittima. Come sempre è stato pagato profumatamente per non lasciare tracce e non commettere errori. È una macchina senza sosta. Durante l’operazione qualcosa va storto e manca il bersaglio, si apre così per lui una corsa contro il tempo per salvarsi e sottrarsi dalle rivendicazioni dei clienti delusi. Un viaggio che lo porterà in molti continenti…
Scritto dallo sceneggiatore Andrew Kevin Walker – spalla anche di altri registi dallo stile ben definito come Joel Schumacher e Tim Burton –, il film di David Fincher è un serrato viaggio on the road intorno al globo, alternando pagine introspettive a livello esistenziale. “The Killer” è infatti un diario di bordo che prende vita nella mente dell’assassino, che scandisce le sue giornate impostando tutto sull’orologio digitale al polso e ripetendosi in continuazione, come training, di non aprire alla debolezza, alla pietà, all’errore. Basta una distrazione è la sua vita ovattata si può trasformare in inferno. Seguiamo così il protagonista nella sua fuga di vendetta e salvezza, abile nello sparire e al contempo a freddare ogni persona sul suo tragitto. In lui l’umanità è rinchiusa in un cassetto blindato, che apre solo in presenza della moglie dominicana.
Fincher piace come sempre per ritmo, azione, narrazione e gestione del pathos, ben sorretto da un Fassbender in ottima forma. A mancare è la densità della storia, l’articolazione problematica: sembra una bellissima composizione con poca anima. Peccato. Complesso, problematico, per dibattiti.

“La Bête. The Beast” – In Concorso

Il regista francese Bertrand Bonello, Nizza 1968, spiazza in Concorso con un dramma sentimentale di matrice mélo che si apre al distopico. Protagonisti la nuova diva del cinema francese Léa Seydoux e il britannico George MacKay (visto in “1917”). Bonello, anche sceneggiatore, disegna una storia dall’andamento enigmatico e irregolare, che si muove su diverse epoche.
La storia. Francia ‘800, l’avvenente Gabrielle e il giovane Louis sono innamorati ma tenuti distanti da continui ostacoli familiari e sociali. Ben presto ci si accorge che l’azione si svolge in un futuro fosco, nel 2044, dove l’intelligenza artificiale ha preso il comando e spinge gli esseri umani a purificare il proprio Dna per diventare cittadini “migliori”, addomesticati…
Come dichiara il regista: “Volevo ritrarre una donna e occuparmi di amore e di melodramma. Dopodiché, inserire il tutto nel cinema di genere, visto che secondo me le storie d’amore e il cinema di genere sono una buona combinazione. Ho voluto mescolare l’intimo e lo spettacolare, classicismo e modernità, il noto e l’ignoto, il visibile e l’invisibile”.
Il film ha fascino e spessore, capace di tenersi lontano dal facile ripetitivo o banale. La costruzione narrativa si squaderna progressivamente con l’avanzamento della storia. A ben vedere, l’incedere spesso sembra perdersi in lungaggini e forzature, al punto da domandarsi se non sia un mero esercizio di stile. Approdando alla fine dell’opera (146’), si coglie tutta la complessa costruzione e ci si dimostra più “pacificati” a livello spettatoriale. “La Bête” è un film che punta a inquietare, ma anche un po’ ad affaticare. Di certo da vedere. Complesso, problematico, per dibattiti.

La nota critica di Massimo Giraldi: la Fondazione Mac a Venezia80 e i papi veneti

“Non solo film alla Mostra – sottolinea Massimo Giraldi, presidente Cnvf, nel suo commento quotidiano – ma anche progetti dai riverberi storico-culturali e sociali. Si è tenuta nello Spazio della Regione Veneto, con i saluti del ministro Gennaro Sangiuliano, del governatore Luca Zaia e dell’assessore Cristiano Corazzari, la presentazione della Fondazione Mac – Memorie audiovisive del cattolicesimo presieduta da mons. Dario E. Viganò. Nata tra il 2022 e il 2023 con l’incoraggiamento di papa Francesco, il Mac riunisce le principali realtà istituzionali e conservative del settore audiovisivo italiano (Cinecittà-Luce, CSC – Cineteca Nazionale, Università UniNettuno, Museo nazionale del cinema di Torino, ecc.), con l’obiettivo custodire e preservare per il domani i principali e più significativi documenti cinematografici e audiovisivi riconducibili al rapporto tra Italia e Santa sede. Dopo aver sostenuto il restauro della “Porta del cielo” della coppia artistica De Sica-Zavattini, tra i prossimi progetti ci sono i documenti sui tre pontefici proveniente dal territorio veneto: Pio X, Giovanni XXIII e Giovanni Paolo I”. Sempre Giraldi indica: “Come ha sottolineato il Ministro Sangiuliano: ‘La Fondazione Mac viene a colmare nell’ambito del panorama internazionale e nazionale un importante vuoto storico-culturale, grazie a progetti che si caratterizzano per il loro alto livello istituzionale e scientifico’. Non ci rimane, dunque, che rivolgere i migliori auguri al Mac e al suo rilevante impegno per la memoria condivisa”.

Tracce

Il coraggio e la levatura del Comandante

Pierfrancesco Favino (Credits Enrico De Luigi) Da agensir.it
04 Set 2023

di Emanuele Carrieri

Il terzo canale televisivo non era ancora nato, la televisione a colori incominciava a muovere, sia pure con notevole ritardo rispetto agli altri paesi europei, i primi indecisi, timidissimi passi. La ammiraglia della Rai, la rete uno, la faceva da padrona e offriva quelli che erano considerati autentici capolavori. I titoli? Don Giovanni in Sicilia, Un delitto per bene, Lo scandalo della banca romana, Le uova fatali, La villa, Valentina, Gesù di Nazareth, Chiunque tu sia, Il terzo invitato, L’uomo del tesoro di Priamo, L’ultimo aereo per Venezia, Gli ultimi tre giorni, Una donna, Una devastante voglia di vincere, Traffico di armi nel Golfo, Ligabue, Castigo, L’inseguitore. Di uno, dal titolo non proprio corto, si ricordano, a parte chi scrive, solo altre due persone: è “Supermarina commissione di inchiesta speciale SMG 507”. Viene descritta l’inchiesta dello Stato Maggiore della Regia Marina su un episodio di salvataggio di naufraghi di una nave nemica da parte di un sommergibile italiano. La vicenda era già stata descritta nel 1954 nel film “La grande speranza” di Duilio Coletti. Un fatto dimenticato, adesso evocato dal film “Comandante”, diretto dal regista Edoardo De Angelis con l’interpretazione dell’attore Pierfrancesco Favino. È la storia, la vita di un cavaliere del mare, di un uomo vero: Salvatore Todaro. Durante la Seconda guerra mondiale era il comandante del “Cappellini”, un sommergibile che faceva parte della base oceanica di Bordeaux da dove salpavano gli u-boot germanici e i sottomarini italiani impegnati nell’Atlantico. Nell’ottobre del 1940, mentre era al largo di Madera, il suo periscopio avvistò il mercantile belga Kabalo che trasportava armamenti per gli inglesi: fu affondato dopo alcune ore di combattimento a galla. La regola della guerra avrebbe voluto che il sommergibile andasse sotto, allontanandosi al più presto, per non essere intercettato dal nemico. Ma Todaro ordinò ai suoi di fare rotta per recuperare i naufraghi e di fare il possibile per metterli in salvo. Il Cappellini tentò, allora, una impresa inconcepibile: trainare le lance dei naufraghi verso la costa più vicina, che si trovava a oltre cento miglia di distanza. Dopo un giorno di mare, il cavo di traino si ruppe. Todaro ordinò di fare salire i naufraghi sul sommergibile e di ospitarli nell’unico spazio disponibile, la torretta, per condurli poi in salvo nelle Azzorre, in una zona pattugliata dagli inglesi. Solo allora Todaro rientrò alla base e fu duramente ammonito dall’ammiraglio tedesco Karl Dönitz, che lo ingiuriò definendolo un “Don Chisciotte del mare” e lo minacciò di conseguenze per aver salvato i naufraghi mettendo a rischio il suo equipaggio e il suo sommergibile. Todaro, invece di dire “signorsì”, a testa alta e con lo sguardo fiero, contestò con risolutezza: “Noi siamo marinai italiani, abbiamo duemila anni di civiltà sulle spalle, e noi queste cose le facciamo”. Salvare vite in pericolo, non lasciare affogare i naufraghi, era un dovere che veniva prima di qualsiasi altra esigenza, anche bellica. Lui aveva solamente ascoltato la sua coscienza, tenendo fede ai più alti principi etici. Nei suoi 34 anni di vita, Todaro riuscì a collezionare una medaglia di oro e una di argento al valore militare, due di argento sul campo, una di bronzo al valore militare e una di bronzo sul campo. Ma l’autentico riconoscimento lo ricevette quando arrivò allo Stato Maggiore una lettera non firmata, da Lisbona, scritta in francese e a lui indirizzata: “Felice è la Nazione che ha degli uomini come Voi. I nostri giornali hanno riferito del Vostro comportamento con l’equipaggio di una nave che era Vostro dovere affondare. Esiste un eroismo barbaro e un altro di fronte al quale l’anima si mette in ginocchio: il Vostro! Siate benedetto per la Vostra bontà che ha fatto di Voi un eroe non soltanto dell’Italia ma dell’Umanità. Una donna portoghese”. Venne ritrovata nel portafogli di Todaro, vittima nel mitragliamento aereo inglese del suo natante, il Cefalo, in missione in acque tunisine nel dicembre del 1942. Significativo, che quelle frasi, scritte dalla moglie sconosciuta di un marinaio di un equipaggio di un natante silurato dal Cappellini, fossero da lui ritenute più importanti delle medaglie di argento e di bronzo conferitegli. Una lettera da tenere stretta al cuore, avendo rischiato la propria vita e quella del suo equipaggio, trainando per centinaia di miglia, in pieno Atlantico, le scialuppe di salvataggio dell’equipaggio della nave nemica affondata e sbarcarli in un porto sicuro, invece di lasciarli al loro destino, secondo le leggi di guerra. Quelle parole, scritte su un pezzo di carta, confermavano il coraggio e la levatura di un uomo che era riuscito a non smarrire la propria umanità neanche di fronte ai combattimenti più violenti della Seconda guerra mondiale e alle logiche guerrafondaie volute da un alleato privo di scrupoli. Un gesto, quello di Salvatore Todaro, che fece scrivere il suo nome sul fusto di un albero del Giardino dei Giusti nel Mondo. Una menzione che non avrà mai chi ha barattato duemila anni di civiltà con una manciata di voti e qualche decina di like sui social, presupponendo che ciò sia tutto, proprio tutto.

Popolo in festa

A Casa Madre Teresa si festeggia la santa che tanto si adoperò per gli ultimi di Calcutta

Martedì 5 nel centro d’accoglienza migranti e di spiritualità ubicato accanto al seminario arcivescovile

04 Set 2023

di Angelo Diofano

Martedì 5 a “Casa Madre Teresa”, il centro d’accoglienza migranti e di spiritualità ubicato dov’era il monastero di clausura delle carmelitane scalze (affianco al seminario arcivescovile) si celebra la festa in onore dell’indimenticata suora che tanto si adoperò per i poveri di Calcutta.

Alle ore 19 si terrà l’adorazione eucaristica guidata da don Francesco Mitidieri, presidente di “Noi & Voi”, l’associazione che gestisce il centro; seguirà un momento di fraternità.

“Casa Madre Teresa” fu inaugurata il primo ottobre del 2017 per favorire un processo d’integrazione dei migranti (ne sono ospitati una trentina provenienti diverse nazioni africane) attraverso la formazione professionale, grazie ai laboratori di artigianato, di pasticceria, pizzeria e per l’apprendimento di lavori agricoli, non prescindendo dallo studio della lingua e delle leggi della nazione che li ospita.

Nata a Skopje, in Albania, il 26 agosto 1910, Madre Teresa di Calcutta fu caratterizzata dalla vita all’insegna del lavoro instancabile fra i più miserabili della metropoli dell’India, traendo forza dalla preghiera e dal totale affidamento al Signore. Questo suo impegno in favore degli ultimi la rese una delle persone più famose al mondo e le valse numerosi riconoscimenti, tra cui il premio Nobel per la pace nel 1979.

Morta a Calcutta il 5 settembre del 1997, la religiosa fu proclamata beata da papa Giovanni Paolo II il 19 ottobre 2003 e canonizzata da papa Francesco il 4 settembre 2016.

A una parete di “Casa Madre Teresa” è ancora visibile la lapide che ricorda la storica visita di Giovanni Paolo II al monastero nell’ottobre 1989 e riportante le parole rivolte in quell’occasione alle carmelitane.

La ricorrenza del 5 settembre potrà anche fornire l’occasione per ricordare due religiose che a Taranto  tantissimo s’impegnarono in favore degli ultimi: suor Miriam Dessupoiu, delle suore del Sacro Costato, amata dai bambini della Città vecchia, e suor Piercelestina Vendramin, delle Sorelle della Misericordia di Verona, ricordata come “l’angelo del Paolo VI”.

Popolo in festa

Il significato della Croce illustrato dall’arcivescovo nella santa messa d’apertura della festa del SS. Crocifisso

foto F. Paolo Occhinegro
04 Set 2023

di Angelo Diofano

“Ringrazio innanzitutto il parroco don Andrea Mortato per l’invito particolare insieme a don Marco Morrone per la preparazione alla festa del Santissimo Crocifisso e a voi tutti per quello che fate in questa comunità parrocchiale”: così sabato sera l’arcivescovo mons. Ciro Miniero ha esordito nella santa messa d’apertura della festa del Santissimo Crocifisso, nell’omonimo santuario al Borgo, particolarmente affollato nonostante il gran caldo.

“Perché dobbiamo amare, anche quando non veniamo contraccambiati o almeno sembra? Chissà quante volte ce lo siamo detti! – ha continuato prendendo spunto dal Vangelo domenicale – In realtà non è così. Il profeta Geremia nella prima lettura racconta il suo rammarico mentre era in carcere per aver dato testimonianza al Signore: ‘Non penserò più a lui, non parlerò più nel suo nome!’. Ma poi si rende conto che Dio non può non ascoltare il grido di chi chiede giustizia e riconoscenza della propria dignità. Per questo poi aggiunge “Ma nel mio cuore c’era come un fuoco ardente”. C’era qualcosa che lo incoraggiava, gli dava fiducia nel continuare la sua missione. Questa forza la sentiva così forte che non poteva contenerla: era la passione per l’amore di Dio che poi gli è costato la vita, come a tutti i profeti”.

foto F. Paolo Occhinegro

Mons. Miniero ha spiegato che Gesù ci rivela il segreto di tutto questo per farlo nella vita di ogni giorno, prendendo spunto dal rimprovero a Pietro quando Egli gli profetizzò la propria morte, sottolineando che chi ama non si preoccupa del male che riceve, non perché piace soffrire ma perché vuole a tutti i costi diffondere l’amore di Dio, nonostante gli attacchi del demonio. Il Signore ci invita perciò a prendere la propria croce, cioè le difficoltà e le resistenze quando ci prodighiamo per il bene, raggiungendo il cuore di chi amiamo, dandogli sollievo, fiducia e speranza a chi amiamo. “Noi possiamo essere felici – ha continuato – solamente se comprendiamo che è nella logica di Dio dare se stessi senza riserve. Se invece ti chiudi in te stesso e stai a guardare non realizzerai mai i tuoi progetti, la tua esistenza. Questo vale nell’affetto, di lavoro, di impegno sociale. Allora noi troveremo la felicità solo se prendiamo le nostre croci, accogliendo la potenza di Dio che ci fa vivere ogni difficoltà”.

L’arcivescovo ha riferito che tutto ciò è possibile guardando il Crocifisso con la sua espressione di sofferenza ma anche di serenità, preludio di una gioia che non avrà mai più fine. “Quella sofferenza – ha proseguito – non è vana perché Egli prende su di sé la sofferenza dell’umanità trasformandola e facendola diventare il senso della vita, segno di un amore che non viene sconfitto dal male ma che risorgendo dà forza e vita. Questa potenza fa crescere in noi il desiderio di amare. Ecco perché per noi la croce non è un elemento decorativo, anche perché non avrebbe senso appendere sulle pareti uno strumento di morte per decorarle. In ogni vita donata sentiamo la potenza di quell’amore che ci spiega anche perché tanta gente ama fino al sacrificio di sé, come i martiri di tutti i tempi e dei nostri, come i giudici Borsellino e Levatino, fra i tanti. Di queste persone si continua a parlare e si riceve forza nella propria testimonianza”.

“La logica di Dio è: ama e basta – ha concluso – Ama e fai quel che vuoi, diceva Sant’Agostino. Senza sacrificio non realizzi, e non sentirai mai il cuore felice. L’adorazione della Croce ci aiuti tutti ad essere amati da un Dio che si è fatto povero e croce per la salvezza di ciascuno di noi. Questo strumento ci aiuti a essere amore, portatori di gioia nel nostro vivere quotidiano”.

Viaggio apostolico

Francesco in Mongolia: “A tutto il nobile popolo cinese auguro il meglio”

foto Vatican media/Sir
04 Set 2023

di Gigliola Alfaro
foto Vatican media/Sir

“Questi due fratelli vescovi, l’emerito di Hong Kong e l’attuale vescovo di Hong Kong: io vorrei approfittare della loro presenza per inviare un caloroso saluto al nobile popolo cinese”. Lo ha detto papa Francesco, nel saluto al termine della messa presieduta alla “Steppe Arena” di Ulaanbaatar, nel suo penultimo giorno di viaggio apostolico in Mongolia, facendo avvicinare a sé, con un gesto a sorpresa, John Tong Hon e Stephen Chow, l’emerito e l’attuale vescovo di Hong Kong, quest’ultimo cardinale designato che riceverà la porpora nel Concistoro del prossimo 30 settembre. E ha continuato: “A tutto il popolo auguro il meglio, e andare avanti, progredire sempre! E ai cattolici cinesi chiedo di essere buoni cristiani e buoni cittadini. A tutti. Grazie”.

 

Fede & cultura

Ritorna al Villaggio di Sant’Agostino di Martina la tela restaurata di Sant’Orsola

04 Set 2023

di Ottavio Cristofaro

Il dipinto di Sant’Orsola torna fruibile alla comunità. È nuovamente visitabile nella pinacoteca del Villaggio di Sant’Agostino di Martina Franca, presso l’ex convento delle agostiniane, dopo i recenti lavori di restauro che hanno riportato alla luce la bellezza della tela di Sant’Orsola, restaurata da Maria Di Capua, grazie alla generosità della professoressa Enza Buonfrate.

Nell’opera è raffigurata la Santa incoronata con un manto rosso, lo sguardo rivolto verso l’alto mentre reca la palma del martirio nella mano destra e con la mano sinistra sostiene una bandiera crucisignata di rosso. Il dipinto di forma rettangolare, è realizzato ad olio su tela di lino apprettata con preparazione bruna. Tra i colori utilizzati c’è la lacca di garanza che rappresentava uno dei colori più pregiati usati dai pittori nel seicento e nel settecento. Prima del restauro il supporto tessile era allentato e presentava evidenti segni delle incisioni determinate dal telaio ligneo nel tempo. Il telaio ligneo originale presentava attacco da parte di insetti xilofagi è stato restaurato e conservato. La pellicola pittorica piuttosto decoesa in più punti, era caratterizzata dal fenomeno della craquelure (crettatura da essiccamento). Una vernice fortemente ingiallitasi alterava le cromie originarie non permettendo la giusta fruizione dell’opera.

Formazione

Monsignor Savino, vicepresidente Cei, tra i relatori della “Tre giorni di fine estate”

03 Set 2023

di Silvano Trevisani

Dal 5 al 7 settembre, nella sede della comunità dei missionari Saveriani (strada per Lama) si svolgerà la “Tre giorni di fine estate” organizzata dall’associazione “La città che vogliamo”. L’associazione, che è coordinata da Gianni Liviano, riprende così il suo intenso calendario di incontri e riflessioni sui temi della socialità e dell’impegno umano, solidale e politico, che quest’anno avrà come titolo: “L’Umano necessario”. Una riflessione ad ampio raggio che, partendo dalle fonti di ispirazioni scritturali e religiose, affronta temi di attualità stringente, come la povertà sempre in aumento nella nostra società, e la pace che è sempre strettamente connessa alla giustizia e alla pace.

Tra gli ospiti della “Tre giorni” quest’anno ci saranno, tra gli altri, monsignor Francesco Savino (nella foto), vicepresidente della Conferenza episcopale italiana per l’area Sud, monsignor Giovanni Ricchiuti (presidente nazionale di Pax Christi), il presidente della Fondazione La Pira, professoressa Patrizia Giunti e il coordinatore dell’Istituto Luigi Sturzo, dottor Luigi Giorgi.

La “tre giorni”, che celebra quest’anno la 27ma edizione, ha avuto nelle precedenti edizioni ospiti illustri: tra gli altri si ricordano: Rosy Bindi, Luciano Violante, Mino Martinazzoli, Fausto Bertiinotti, don Luigi Ciotti, don Maurizio Patriciello, Nichi Vendola, Giancarlo Caselli, Graziano Del Rio, Giovanni Impastato, l’ex sindaco di Torino Valentino Castellani, l’ex sindaco di Bilbao Manuele Areso e tanti altri.

Il programma

Riportiamo di seguito il programma dettagliato della tre giorni, che si apre martedì 5 con la prima giornata che avrà per tema: “Sulle strade di Isaia”. Dopo il raduno, previsto per le 17, dai missionari saveriani, i lavori si apriranno alle 17,30 con la relazione di Luigi Giorgi. “La politica come Missione”. Seguirà, alle 18,30, l’intervento di don Giuseppe Bonfrate, docente ordinario dell’Università Gregoriana: “Sentinella, quanto resta della notte?”.

Si riprenderà mercoledì 6, alle 17,30, con il tema conduttore: “L’economia di fraternità” Aprirà la relazione di Giancesare Romagnoli, docente ordinario dell’Università di Roma Tre, su: “L’economia di fraternità”. Alle 18,30 monsignor Francesco Savino, vescovo di Cassano allo Jonio, parlerà sul tema: “Spezzare il pane”. L’ultima giornata, il 7 settembre, avrà per tema: “Le attese della povera gente”, tema che sarà affrontato, a partire dalle 17,30, da Patrizia Giunti, presidente della Fondazione La Pira. Concluderà i lavori monsignor Giovanni Ricchiuti, presidente nazionale di Pax Christi, su un tema particolarmente attuale: “La pace”.

Le iscrizioni alla tre giorni sono aperte. Per iscriversi è possibile contattare questo numero di telefono: 3484680830.

Ricorrenze

Fragagnano rende omaggio al gen. Carlo Alberto Dalla Chiesa

02 Set 2023

di Angelo Diofano

Sabato sera, 2 settembre, alle ore 20, Fragagnano renderà omaggio alla figura del gen. Carlo Alberto dalla Chiesa, in occasione del 41° anniversario dell’attentato, avvenuto il 3 settembre del 1982. Ai Giardini Carducci Agustini Dell’Antoglietta, sarà infatti proposta l’interpretazione, in forma recitata, di “Memo e il generale”, il testo di Cristiano Gatti, ispirato all’evento, a cura della Proloco Fragagnano con il gruppo di lettura Ipazia della biblioteca N.D. Elena Dell’Antoglietta, sotto la regia di Alfredo Traversa.
“È un’opera che affascina e forse va contro corrente – dichiara Traversa – Si cercano e si dibatte sui valori da perseguire nella vita, quelli non legati al contingente. Può un ragazzo comprendere e sentire sue le vicissitudini accadute ad un adulto di nome Carlo Alberto Dalla Chiesa? È possibile capire come la mafia sia soprattutto un modo di vivere ben preciso che può annidarsi anche nelle istituzioni e tra persone lontane, a prima vista, da un mondo fatto di lupare ed assassinii? Quanto amore e passione verso gli altri può esserci in un lavoro come quello del carabiniere? Quanto amore e passione verso gli altri bisogna avere nella vita per essere sempre testimoni di umanità?”.

“Memo e il generale” racconta un’Italia fatta di contrasti, è, infatti, l’estate della vittoria dei Mondiali in Spagna. Mentre l’Italia vive la sua stagione di travolgente euforia, due storie lontane s’intrecciano casualmente nella vita e nei pensieri di un giovane professore di montagna. Proprio in quel periodo, il protagonista sta seguendo con passione civile e coinvolgimento morale la disperata missione del generale Dalla Chiesa in Sicilia. Nel frattempo, sta cercando di convincere Memo, l’alunno dall’intelligenza viva e aperta, a non abbandonare gli studi, come gli viene richiesto dal padre e dai costumi secolari della sua terra. L’insegnante, ormai prossimo alla pensione, rivive il singolare incrocio che anni prima si creò tra i fatti della grande cronaca e le scelte nel suo mondo piccolo, tra il leggendario Generale e l’adolescente Memo, tra una vita spesa bene e una vita ancora tutta da costruire. Nella certezza che un filo invisibile e sottile, ma più forte della barbarie e del cinismo, le ha legate indissolubilmente per sempre.

“Ricordare la figura di Carlo Alberto Dalla Chiesa – ha dichiarato Nunzia Digiacomo, presidente della Proloco – significa non lasciar cadere nell’oblio ciò che è accaduto; anzi, la morte di Dalla Chiesa dev’essere per tutti noi e soprattutto per le giovani generazioni come un monito per rafforzare quei valori di giustizia, libertà e democrazia per i quali egli si è battuto, affinché facciamo proprio il suo insegnamento”.

Alla serata porteranno i saluti istituzionali il sindaco, Giuseppe Fischetti e l’assessore alla cultura, Lucia Traetta.

Viaggio apostolico

Papa in Mongolia: atterrato a Chinggis Khaan; è iniziato il 43° viaggio apostolico del suo pontificato

foto Vatican media/Sir
01 Set 2023

Papa Francesco è giunto a Ulaanbaatar, la capitale della Mongolia, atterrando alle 9.51 (ora locale) all’aeroporto internazionale Chinggis Khaan. A partire da oggi 1° fino al 4 settembre, si snoderà il 43° viaggio apostolico del suo pontificato. Il primo viaggio di un papa in questa terra dell’Asia centrale.
Nelle strade della città difficile ritrovare striscioni e cartelli come durante ogni viaggio internazionale del pontefice, tantomeno bagni di folla. È un’accoglienza sobria quella riservata al papa ma profondamente sentita, con un senso di gratitudine da parte soprattutto del “piccolo gregge” cattolico.
L’incaricato d’affari della Nunziatura apostolica, mons. Fernando Duarte Barros Reis, e il capo del protocollo sono saliti a bordo dell’aereo dalla scala anteriore per salutare il papa, che in seguito è sceso con l’ascensore. Ai piedi della scala anteriore, lo ha atteso il ministro degli Esteri, Batmunkh Battsetseg: in Mongolia è sempre questa carica ad accogliere i capi di Stato stranieri.

Un’altra donna, una giovane vestita con un deel rosso (è l’abito nazionale in seta e cotone), ha offerto al papa una coppa con yogurt secco, pietanza tradizionale del luogo dal sapore acidulo prodotta con il latte di yak, tra gli animali più comuni insieme a mucche, capre e cavalli. Francesco ha toccato con la mano la coppa e poi ha preso un pezzo di yogurt. Non ci sono stati discorsi, ma solo la Guardia d’Onore con i militari nella tradizionale divisa rossa, blu e gialla (i colori della bandiera mongola) e il saluto delle rispettive delegazioni. Era presente anche mons. José Luis Mumbiela Sierra, vescovo della diocesi della Santissima Trinità ad Almaty, in qualità di presidente della Conferenza episcopale dell’Asia centrale.

Il papa e la ministra hanno poi raggiunto la Vip Lounge per un breve colloquio. Al termine, il saluto e il trasferimento di Francesco in auto alla Prefettura apostolica di Ulaanbaatar, a sud della città, nel distretto di Khan Uul, tra le principali aree industriali della regione. In questo palazzo di quattro piani in mattoni arancioni, dove nei giorni scorsi è stato apposto uno striscione blu di benvenuto, Jorge Mario Bergoglio risiederà durante i giorni di viaggio, facendo tappa solo nella capitale. La cerimonia di accoglienza ufficiale si svolgerà domani mattina, 2 settembre, in piazza Sukhbaatar, dove sorge il Palazzo di Stato e dove si terrà l’incontro con le autorità civili, primo appuntamento della trasferta di papa Francesco. Intanto all’ingresso nella Prefettura, un gruppo di bambini lo ha salutato e omaggiato con dei fiori.

Cinema

Comandante, la vita del mio nemico è sacra

Piefrancesco Favino interpreta Salvatore Todaro nel film diretto dal regista Edoardo De Angelis
01 Set 2023

Ci sono almeno due buoni ragioni per vedere questo film importante. Il primo, da italiano, è l’ammirazione che non si può non avere per Pierfrancesco Favino, forse il miglior attore italiano confermatosi qui straordinario; il secondo è legato al territorio che viviamo: il “Comandante” è stato girato per otto settimane a Taranto. Una grande produzione di tutt’altro genere rispetto al film spettacolare che nel 2018 vide protagonista la stessa città dei due mari. Ovvero “Six Underground” di Michael Bay. Di tutt’altra sostanza. Non a caso, il “Comandante”, firmato dal regista Edoardo De Angelis, è stato accolto positivamente dalla critica all’inaugurazione dell’80esima edizione della Mostra del Cinema di Venezia. Non poteva essere diversamente, in considerazione della storia da cui la pellicola è stata tratta. Una grande lezione di umanità, fuori moda e inaspettata, al netto delle letture politiche che se ne possono dare. Ci riporta alla più profonda interiorità dell’essere umano. Alle sue contraddizioni, ai tormenti, ai travagli, alla capacità di saper distinguere il bene dal male anche nei contesti più disperati. Che potrebbero fargli perdere lucidità. Ma il seme del bene, sappiamo, è piantato persino dentro il più perfido degli individui, capace di riscattarsi.

Comandante, la trama

Siamo negli anni della Seconda guerra mondiale (1939-1945). Salvatore Todaro, capitano di corvetta della Regia Marina, è al comando del sommergibile Comandante Cappellini, quando potrebbe starsene a casa – non ha accettato la pensione di invalidità, dopo i forti dolori alla schiena che un incidente gli ha provocato. La navigazione è turbata dai colpi di cannone provenienti da un mercantile a largo dell’Atlantico. Si tratta del belga Kabalo. Nave che procede a luci spente, al punto da poter essere fatto oggetto di attacco – alle navi neutrali è vietato procedere in oscuramento totale. Scoppia una breve, intensa battaglia. Salvatore Todaro affonda il Kabalo. Fa il proprio dovere di militare, ma pure, poi, qualcosa di straordinario: decide di sottostare alla legge del mare, di trarre in salvo i ventisei naufraghi belgi avvistati, correndo il rischio massimo. Seguono tre giorni di navigazione e di incontri inaspettati. Con i naufraghi rimorchiati su una zattera.

Un faro sulla città dei due mari

Il set del Comandante è stato montato a Taranto. Nelle sue acque sono state fatte le riprese, ed è stato riprodotto un sommergibile lungo ben 73 metri, che ha stazionato all’interno dell’Arsenale della Marina Militare, dove è stato ricreato un vero e proprio teatro di posa a cielo aperto. Il film, che sarà in sala dal primo novembre, dimostra quanto siano importanti gli investimenti sul cine-turismo, e il lavoro offerto da Fondazione Apulia Film Commision ogni anno. La crescita del settore giova all’economia del territorio. Alla qualità del cinema, nello specifico caso. Per questo film Taranto, la città delle contraddizioni, delle prospettive rosee e delle ferite non rimarginabili, si dimostra location ideale – il Belgio per soli quattro giorni di riprese subacquee.

Salvatore Todaro, eroe dimenticato della Seconda guerra mondiale

Altra ragione per cui interessarsi al Comandante è rappresentato dal tentativo riuscito di portare alla ribalta una figura non troppo nota al grande pubblico. Un uomo che ha trovato la morte in combattimento nel dicembre del 1942. Prima di andare incontro al proprio destino (fu ucciso da una scheggia durante il mitragliamento con uno Spitfire inglese), egli ha preso coscienza del valore inestimabile della vita umana. Anche di quella del nemico da combattere. Così il messinese Salvatore Todaro (1908-1942) è stato capace di sfidare le regole del “gioco”: di andare contro gli ordini ai quali dovevano attenersi i sottomarini nelle zone di guerra. Il militare ricevette diverse decorazioni. Al netto delle battaglie, sicuramente il successo più grande è stato il salvataggio delle 26 persone coinvolte nella vicenda del Kabalo. Operazione per la quale il capitano della Regia Marina ricevette la medaglia di bronzo al valor militare.

Tragedie

Incidente ferroviario a Brandizzo, card. Zuppi: “Non assistiamo rassegnati a queste tragedie“

foto Ansa/Sir
01 Set 2023

“La tragica morte di cinque operai al lavoro sui binari, in un cantiere ferroviario a Brandizzo (Torino), accende ancora una volta i riflettori sul dramma delle morti bianche. Purtroppo, ogni giorno nel nostro Paese piangiamo perdite incomprensibili di vite umane strappate alle loro famiglie e alla comunità”. Lo dichiara, oggi, il card. Matteo Zuppi, arcivescovo di Bologna e presidente della Cei, in merito aldisastro ferroviario di Brandizzo. “Ci uniamo alla voce dell’arcivescovo di Torino, mons. Roberto Repole, per esprimere profondo dolore per quanto avvenuto e manifestare la vicinanza delle Chiese in Italia ai familiari dei cinque operai. Nel pregare per loro e per il macchinista coinvolto nell’incidente, invitiamo a non assistere rassegnati a queste tragedie che si ripetono: non si tratta di una media statistica (che ogni giorno vede tre vittime), ma di volti, di persone. È una grave perdita per tutti”.
Il presidente della Cei evidenzia: “È in gioco la dignità di noi stessi: la sicurezza nei luoghi di lavoro è frutto di tante responsabilità sociali, economiche e politiche che devono convergere al servizio dei lavoratori. La più grande ricchezza sono le persone. Come ha ricordato papa Francesco: ‘La sicurezza dei luoghi di lavoro significa custodia delle risorse umane, che hanno valore inestimabile agli occhi di Dio e anche agli occhi del vero imprenditore’ (20 gennaio 2022)”.
Il card. Zuppi conclude: “Eleviamo la nostra preghiera alla Madonna che a Torino è venerata come Vergine della Consolata perché dia conforto ai familiari delle vittime e a quanti sono coinvolti in questa tragedia”.