Eventi culturali in città

Confraternita dell’Addolorata, le mostre in San Domenico e al Castello aragonese

11 Mar 2024

di Angelo Diofano

Mercoledì 13 marzo nella chiesa di San Domenico saranno esposte le opere partecipanti al concorso fotografico “La lunga notte della Madre”, indetto dalla confraternita dell’Addolorata, la cui premiazione si terrà il Lunedì di Passione in occasione del concerto della Fanfara della Marina Militare diretta dal maestro Michele Di Sabato. Contemporaneamente alla mostra si terrà l’esposizione dei simboli del pellegrinaggio della Beata Vergine Addolorata; le visite saranno possibili fino a venerdì 15 marzo dalle ore 9 alle 19, con numerose prenotazioni di scolaresche già pervenute.

La mostra sul concerto del Lunedì di Passione

Sempre mercoledì 13, ma al castello aragonese, alle ore 17 sarà inaugurata la mostra “Fra Fede e Musica” sui cinquant’anni del concerto del Lunedì di Passione in San Domenico, a cura della confraternita dell’Addolorata e dell’associazione storico-musicale “Vittorio Manente e la storia della Banda della Marina Militare”. Nell’occasione sarà presentato un opuscolo scritto da Michele Fiorentino che ripercorre la storia del celebre concerto, (“U Cuncert“, per i confratelli e gli appassionati) e il grande connubio culturale nato dal 1975 fra la confraternita e la Marina Militare.

Si potranno ammirare numerose foto d’epoca relative alle esibizioni della gloriosa Banda Centrale diretta dal maestro Vittorio Manente, del quale saranno esposti spartiti originali. Le visite saranno possibili dalle ore 9 alle ore 19 fino al 15 marzo, nella cui serata la mostra chiuderà i battenti.

Vita sociale

Il deserto per la Ferragni

Auguriamo a Chiara, al marito Federico (col quale speriamo che si riconcili), e a tutti noi, di saper leggere nel modo più costruttivo possibile le crisi e i fallimenti, senza difese vittimistiche o giustificazioni dettate dalla paura

11 Mar 2024

di Alessandro Di Medio

Un anno fa affrontammo la vicenda della scomparsa e ricomparsa di Fedez dai social, tentando un’analisi dell’evento nel senso della possibilità costruttiva del trapelare della fragilità, che avrebbe potuto portare i Ferragnez a una rivisitazione generale delle loro motivazioni e priorità rispetto alla loro continua sovraesposizione. Allora concludevamo scrivendo: “Cari Federico e Chiara, spegnete quelle telecamere, chiudete i ‘profili’ (che per definizione non permettono mai di vedersi in volto, tant’è che nelle icone solo i cattivi sono raffigurati di profilo), e godetevi la vostra vita agiata, finché vi è dato dalla Provvidenza: l’accoglienza della vita dei vostri bambini, l’attraversamento dell’esperienza della malattia, e il bisogno di reciproco sostegno vi hanno probabilmente reso sufficientemente maturi per poter finalmente entrare nel mondo adulto, riponendo balocchi che per voi, e per chi vi segue, si rivelano sempre più le trappole che sono”.

Che non fosse esattamente quello il trend che la coppia aveva raccolto dall’esperienza della crisi e della malattia lo si poté evincere da quanto accaduto un paio di mesi dopo, con la polemica esplosa dopo che delle foto osé della Ferragni avevano suscitato l’indignazione di alcune bambine presto censurate da Instagram (le bambine, non le foto), ma che nondimeno avevano dato l’avvio a un primo esodo di ammiratori delusi. Anche di questo ci toccò scrivere, presagendo e auspicando che il risveglio delle coscienze prima o poi sarebbe arrivato dai più giovani: “Hai ragione Chiara: è un bene che i puritani di undici anni si arrabbino, perché sarà la loro rabbia, un giorno, a buttare via tutto il pattume che il sistema che ti usa e ti arricchisce gli propala, e così, forse, sarai libera anche tu di essere davvero te stessa, finalmente”.

In qualche modo sembra che i fattori di crisi più o meno artificiosamente comparsi in questi episodi menzionati oggi presentino il conto alla coppia più esposta d’Italia, e nel giro di pochi mesi la Ferragni è stata travolta dallo “scandalo dei pandori”, con tanto di incriminazioni, accuse, necessari mea culpa, e da una crisi che sembra irreversibile con il marito. E in tutto ciò, un’emorragia continua di followers, direttamente proporzionale alla crescita degli haters, che ormai hanno reso il brand dell’occhio azzurro più esiziale di quello di Medusa per qualunque azienda osi solo accennare al fatto che Chiara è passata dalle sue parti, come è accaduto a fine gennaio all’Hotel de Mascognaz in Val d’Aosta, costretto a rimuovere le foto della Ferragni dal proprio profilo Instagram per la valanga di insulti ricevuti dopo averle postate: “O fortuna, velut luna!”.

Nemmeno l’intervista da Fazio, avvenuta domenica 3 marzo e che ha meritato quasi un 15% di share alla trasmissione, è servita di fatto ad alcunché: i “seguaci” continuano ad abbandonare, l’incantesimo è rotto.

Nel libro del profeta Isaia c’è un passo che può aiutare a decifrare in una chiave più spirituale questa vicenda, così da darci spunti non tanto sulla situazione di una specifica persona (o di una coppia), le cui sorti sono sempre nelle mani di Dio, bensì, più in generale, sulla nostra vita e le nostre illusioni. Isaia si rivolge alla grande Babilonia, tronfia del suo potere economico e militare, nonché della sofisticatezza dei suoi saperi arcani:

Tu pensavi: “Sempre/ io sarò signora, in perpetuo”./ Non ti sei mai curata di questo,/ non hai mai pensato quale sarebbe stata la sua fine./ Ora ascolta questo,/ o voluttuosa che te ne stavi sicura,/ e pensavi: “Io e nessun altro!/ Non resterò vedova,/ non conoscerò la perdita di figli”./ Ma ti accadranno queste due cose,/ d’improvviso, in un sol giorno;/ perdita di figli e vedovanza/ piomberanno su di te in piena misura,/ nonostante la moltitudine delle tue magie,/ la forza dei tuoi molti scongiuri./ Confidavi nella tua malizia, dicevi:/ “Nessuno mi vede”./ La tua saggezza e il tuo sapere/ ti hanno sviato./ Eppure dicevi in cuor tuo:/ “Io e nessun altro!”./ Ti verrà addosso una sciagura/ che non saprai scongiurare;/ ti cadrà sopra una calamità/ che non potrai evitare./ Su di te piomberà improvvisa una catastrofe/ che non avrai previsto (Isaia 47, 7-11).

Quando si raggiunge l’apice delle sicurezze ottenute attraverso la forzatura del reale, che si tratti di violenza fisica o ideologica, di imposizione di sé allo sguardo o di manipolazione, o di altri stratagemmi che la tentazione suggerisce alla nostra paura e ai nostri vuoti, proprio allora inizia la caduta.

“Io e nessun altro!”. E proprio allora, quando ci sentiamo il centro dell’universo, quanto temevamo si realizza, perché quelle strategie impiegate per affermarci, per stare tranquilli e sazi, per vincere, in realtà portavano in sé il seme della loro stessa rovina, in quanto erano suggerite dalla paura, e la paura realizza sempre se stessa – e la potente città viene rasa al suolo, e l’influencer diventa uno zimbello.

Perché Dio permette questo? Per risentimento? Per “dare una lezione”?

Ovviamente no. Dio ci ama teneramente, e se permette le crisi è solo per farci fare un cammino che, man mano, ci faccia spogliare dei nostri autoinganni, manie e sovrastrutture, e ci consenta di tornare a Lui. È un altro profeta, Osea, a suggerircelo:

Perciò ecco, ti chiuderò la strada con spine,/ la sbarrerò con barriere/ e non ritroverà i suoi sentieri./ Inseguirà i suoi amanti,/ ma non li raggiungerà,/ li cercherà senza trovarli./ Allora dirà: “Ritornerò al mio marito di prima,/ perché stavo meglio di adesso”./ Non capì che io le davo/ grano, vino nuovo e olio,/ e la coprivo d’argento e d’oro,/ che hanno usato per Baal./ Perciò, ecco, io la sedurrò,/ la condurrò nel deserto/ e parlerò al suo cuore (Osea 2, 8-10.16).

Auguriamo a Chiara, al marito Federico (col quale speriamo che si riconcili), e a tutti noi, di saper leggere nel modo più costruttivo possibile le crisi e i fallimenti, senza difese vittimistiche o giustificazioni dettate dalla paura, bensì imparando a vedere in ogni fine un nuovo possibile inizio in una maggiore, genuina libertà di amare e di essere se stessi.

Sport

Futsal A2, la New Taranto aggancia la vetta

Il gruppo di mister Bommino - foto G. Leva
11 Mar 2024

di Paolo Arrivo

 

Un pareggio che vale quanto la vittoria. Un risultato positivo per la New Taranto, che approfittando del passo falso dell’Atletico Canicattì, raggiunge la stessa formazione in cima alla classifica, a quota quarantuno. Merito del punto conquistato contro la Kredias Audace Monopoli tra le mura amiche del PalaMazzola nella 19esima giornata del campionato di calcio a 5 serie A2 – girone D. Il bottino sarebbe potuto essere pieno, se il gruppo di mister Bommino si fosse aggiudicato il derby della Puglia; il sentimento dominante è la soddisfazione, tuttavia.

Il match New Taranto – Audace Monopoli

I padroni di casa sbloccano subito la partita. Dopo due minuti e mezzo, infatti, ci pensa il brasiliano Murilo Miani ad andare a rete, grazie a una triangolazione con Bottiglione. La New Taranto continua a costruire gioco e va al raddoppio con Rodrigo Lopes. Il match point, poi, lo ha Rosato: il fallo in area di Juan Cruz su Giannace viene sanzionato con il calcio di rigore; ma il portiere Caramia respinge il tiro. Nel secondo tempo è lo stesso portiere ospite a rendersi protagonista. Ad accorciare le distanze, al minuto 9, è il neo entrato Lapertosa. Passano pochi secondi e Juan Cruz colpisce il legno. Il goal del pareggio lo firma Rodrigo Jorge al 15’. Taranto crea un paio di occasioni, ma non capitalizza, e deve accontentarsi del 2-2. Il bicchiere è mezzo pieno per i ragazzi allenati da Angelo Bommino.

Il campionato

La prossima sfida della New Taranto sarà sul campo di gioco del Mascalucia. Proprio contro la formazione che ha sconfitto in trasferta Canicattì per 5-3. Sarà, pertanto, una partita difficile, e una tappa importantissima per il prosieguo della stagione. Perché mancano solamente tre partite al termine della regular season. Il morale è alto nella compagine ionica, alla quale va riconosciuto il merito di un ottimo cammino (su 19 gare disputate sono state perse solamente 2 partite) e di aver trovato il riscatto, sia pure parziale, dopo la sconfitta inflitta dal Dream Team Palo del Colle. L’auspicio è che la New Taranto continui a vincere regalando soddisfazioni in riva allo Jonio agli appassionati di tutte le discipline sportive.

Intervista al Santo padre

La precisazione della Santa sede in merito alle parole di Francesco sul “coraggio di negoziare”

Dettata dalla strumentalizzazione dell’intervista rilasciata dal santo padre sulla necessità di cessare le ostilità

foto Sir-Marco Calvarese
11 Mar 2024

di Riccardo Benotti

“È più forte chi vede la situazione, chi pensa al popolo, chi ha il coraggio della bandiera bianca, di negoziare. E oggi si può negoziare con l’aiuto delle potenze internazionali. La parola negoziare è una parola coraggiosa. Quando vedi che sei sconfitto, che le cose non vanno, occorre avere il coraggio di negoziare. Hai vergogna, ma con quante morti finirà? Negoziare in tempo, cercare qualche Paese che faccia da mediatore. Oggi, per esempio nella guerra in Ucraina, ci sono tanti che vogliono fare da mediatore. La Turchia, si è offerta per questo. E altri. Non abbiate vergogna di negoziare prima che la cosa sia peggiore”: così papa Francesco in un’intervista alla Radio televisione svizzera (Rsi): “Il negoziato non è mai una resa. È il coraggio per non portare il Paese al suicidio. Gli ucraini, con la storia che hanno, poveretti, gli ucraini al tempo di Stalin quanto hanno sofferto…”. Quanto alla situazione in Terra santa, il santo padre afferma: “La guerra la fanno due, non uno. Gli irresponsabili sono questi due che fanno la guerra. Poi non c’è solo la guerra militare, c’è la ‘guerra-guerrigliera’, diciamo così, di Hamas per esempio, un movimento che non è un esercito. È una brutta cosa”.

In serata, la precisazione di Matteo Bruno, direttore della sala stampa della Santa sede: “Il papa usa il termine bandiera bianca, e risponde riprendendo l’immagine proposta dall’intervistatore, per indicare con essa la cessazione delle ostilità, la tregua raggiunta con il coraggio del negoziato. Altrove nell’intervista, parlando di un’altra situazione di conflitto, ma riferendosi a ogni situazione di guerra, il papa ha affermato chiaramente: ‘Il negoziato non è mai una resa’”.

 

Diocesi

Faggiano, i festeggiamenti in onore di San Giuseppe

11 Mar 2024

di Angelo Diofano

Nella parrocchia Maria Santissima Assunta di Faggiano sono iniziate le celebrazioni in onore di San Giuseppe, iniziate domenica 10 marzo con l’intronizzazione del simulacro del santo.

Ecco il programma:

Giovedì 14, dopo la santa messa delle ore 18 che sarà animata dalla confraternita del Rosario, alle ore 19.30 avrà luogo la proiezione del film e una serata comunitaria. Venerdì 15: alle ore 16 primo torneo di calcio a 5 “San Giuseppe” ai campetti comunali in via Collina; alle ore 18, santa messa animata dalla Rete mondiale di preghiera del papa-Sacro Cuore di Gesù. Sabato 16: alle ore 16, finali del torneo di calcio a 5 ai campetti comunali in via Collina; ore 18, santa messa animata dalla comunità parrocchiale di San Crispieri e presieduta dal parroco don Ezio Succa.

Domenica 17: ore 8.30, santa messa; ore 10.30, santa messa del fanciullo con la consegna del premio dedicato alla scuola ‘San Giuseppe custode’ e del torneo di calcio; alle ore 12, tavole della solidarietà al cento di accoglienza notturna “San Cataldo vescovo”; ore 17, in chiesa, inaugurazione della mostra in onore del santo con i lavori dei bambini e dei ragazzi; ore 18, santa messa; ore 19, giro per la benedizione impartita dal parroco don Francesco Santoro degli altarini e delle tavolate di San Giuseppe; ore 20, serata karaoke a cura di Orazio dj Dem con il cantante Mimmo D’Italia.

Lunedì 18: alle ore 16, raduno dei bambini in piazza Vittorio Veneto per la processione delle fascine verso la zona del falò “Li mannuchi ti San Giseppu”; ore 18, santa messa presieduta dall’arcivescovo mons. Ciro Miniero, con la consegna delle chiavi della città al santo da parte del sindaco Antonio Cardea; ore 19.30, cerimonia del 2. Premio San Giuseppe Custode conferito a don Mimino Damasi; ore 20.30, accensione del falò.

Martedì 19: ore 8, santa messa; ore 10, celebrazione eucaristica presieduta da don Pino Leone con l’affidamento a San Giuseppe di tutti i papà; alle ore 11, processione per le vie del paese, ore 18, santa messa; ore 20, spettacolo musicale “Violin Live Show” del Francesco Greco Ensemble; ore 22.30: gran finale con i fuochi artificiali della ditta Friscira Fireworks 

Rigenerazione di Taranto

Parco della musica, una città che si riappropria della sua storia

Abbiamo chiesto ad Alfredo Cervellera di raccontarci cosa hanno rappresentato gli ex Baraccamenti Cattolica per gli arsenalotti e per l’intera città

11 Mar 2024

di Alfredo Cervellera *

Che emozione!
Ho assistito all’inaugurazione del Parco della musica negli ex Baraccamenti Cattolica e nella mente si affastellano i ricordi di come erano quei luoghi oltre 60 anni fa, quando ero allievo-operaio. Lungo via Di Palma – dove mi sono fermato per far correre più velocemente la mente -, nei pressi del cinema Arsenale, vi erano le baracche al cui interno preparavano panini squisiti, che compravamo prima di entrare in fabbrica. Sotto un leccio storico – oggi colpevolmente tagliato -, sostavamo con i compagni fino al fischio della sirena.
Alcuni di noi si bevevano il caffè al Bar dell’Arsenale (foto al lato).
A fianco c’era l’ingresso del Cral: la sua sigla significava Circolo ricreativo assistenza lavoratori, che era stato rivendicato ed ottenuto dal sindacato nel 1947 per dare agli arsenalotti un luogo fisico dove svagarsi con tutta la famiglia dopo il lavoro. Quella ‘A’ di Assistenza era importante per l’epoca: gli arsenalotti percepivano stipendi da fame e a stento arrivavano a fine mese, per cui a qualsiasi evento fuori dall’ordinario, felice o luttuoso che fosse, non erano in grado di provvedervi. Pensate alle nascite, i battesimi, le cresime, i matrimoni, le malattie o i funerali improvvisi in famiglia. Per questo vi era nel Cral una palazzina, dove era ubicata la Cassa prestiti, che serviva a venire incontro a questi eventi erogando un prestito, a lunghissimo termine e senza interessi, ai lavoratori. Allora non c’era neanche l’assistenza medica e qualsiasi visita o medicinale andava pagato!

Anni ’60: il matrimonio di Michele Altomare al Cral

Non solo, il Cral metteva a disposizione degli arsenalotti una sala per festeggiare i matrimoni (foto a sinistra), battesimi, cresime ecc. ecc. Ci si poteva servire per rifocillarsi anche nel bar-ristorante all’interno o per ascoltare le orchestrine che venivano di solito invitate per allietare le serate danzanti, che si organizzavano e si svolgevano nel cinema Arsenale.

La prima festa della Befana del Cral dell’Arsenale di Taranto

In questo immobile, come ho scoperto, ricostruito nel 1951 unendo due preesistenti capannoni, si celebrò la prima Festa della Befana (foto sotto). Allora non esisteva Babbo Natale e ai figli degli arsenalotti il Cral donava in quel giorno dei regali organizzando la distribuzione in questo luogo.
Mia moglie, figlia di un arsenalotto ricorda ancora con emozione quando ricevette la sua prima bambola pettinabile proprio nell’evento del 1963 immortalato dalla foto in testata, dove il mio amico e compagno, il consigliere del Cral Tanino Talamo sta consegnando dei doni.

Il cinema Arsenale, che conteneva 450 posti (300 in platea e 150 in galleria) era il simbolo del Cral e negli anni fu utilizzato per varie funzioni (convegni, assemblee, spettacoli teatrali, balli, ecc. ecc.). Si proiettavano al costo di un biglietto irrisorio pellicole famose. Io ricordo ancora “Ieri, oggi e domani”, il capolavoro di De Sica con la Loren e Mastroianni. D’estate quando l’afa incombeva, il proiettore del cinema, scorrendo su due binari, si portava verso l’esterno e si creava l’Arena Arsenale con spettacoli all’aperto.
All’interno degli edifici, oggi ristrutturati dal Comune e dalla Asl, c’era la direzione del Cral, la barberia, la biblioteca e le sale gioco. Qui si formavano campioni nazionali di dama, degli scacchi e di biliardo. Ma quelli che davano più soddisfazioni erano i giocatori di bocce, che vincevano tanti titoli nazionali e stavano sempre sulle copertine dei giornali sportivi. Vi erano tre campi di bocce curati direttamente dai giocatori, che riponevano i loro attrezzi nei due ricoveri antiaerei a fianco della palazzina direzionale. Se posso avanzare una critica al magistrale recupero effettuato dall’amministrazione comunale è di non aver rispettato la storia di quei luoghi: bastava ricreare un campo di bocce destinando uno dei tre ricoveri ai suoi giocatori: Il borgo è il quartiere con la popolazione più anziana della città e non esiste un Centro di aggregazione sociale (Cas) per gli anziani in quel territorio, perché allora non destinare uno spazio per noi vecchietti in una di quelle strutture che ci vedevano attivi dopo la pensione?! Va bene ideare la piazza per i giovani ed avviare il progetto Calliope, ma anche noi anziani abbiamo dei diritti di cittadinanza!

Solo il dottor Michele Conversano ci ha pensato con la predisposizione, nell’ex Cral, di una palestra ginnica, che sarà attiva a breve per 100 anziani indicati dai Cas. L’Asl, infatti, grazie a questo attivo dirigente – guarda caso figlio di un arsenalotto che frequentava il Cral da piccolo – ha recuperato ottimamente il cinema e gli edifici più vicini per la direzione di Prevenzione salute. Fra breve terremo insieme, proprio nella sala conferenze all’interno dell’ex cinema, un’iniziativa culturale per ricordare la storia del Dopolavoro Arsenale e inaugurare la mostra permanente, organizzata in quel luogo dalla Soprintendenza e dall’Asl, con i ritrovamenti archeologici a seguito dei lavori effettuati.

Scusate il piccolo accenno polemico: non è personale data l’età, ma sono sempre stato per il rispetto della storia di un territorio. Credo, però, che ancora sia possibile recuperare questa lacuna e per non essere frainteso rifaccio i miei più sentiti complimenti all’amministrazione comunale e in particolare al direttore dei lavori, il mio amico geom. Enzo Piccolo, figlio di arsenalotto, per il magistrale lavoro effettuato nell’area. Mi auguro che questa piazza ritrovata, che in passato si chiamava Piazza d’armi, diventi la Piazza dei giovani, della musica e possa intitolarsi Piazza della pace.

Consentitemi, però, di ricordare agli amministratori smemorati che hanno inaugurato quelle opere che l’idea iniziale per quel recupero nasce da un arsenalotto doc: infatti, nel 2008 quando ero vice sindaco di Taranto e assessore all’Urbanistica nella giunta Stefano, affidai all’architetto Massimo Prontera in Area Vasta tarantina la redazione un progetto di massima su tutti i Baraccamenti Cattolica. Poi la seconda amministrazione Stefano ha avuto i finanziamenti nel 2014 ed ha proseguito sulla strada da me tracciata.

I complimenti vanno estesi, nella continuità amministrativa, al sindaco Melucci e ai suoi assessori per aver creduto ed essersi attivati per portare a termine quel progetto.

Adesso bisogna completare l’opera con il teatro dell’ex Circolo marinai e con l’acquisizione di tutta l’area della ex Caserma Mezzacapo dalla Marina, vitale per i parcheggi a ridosso del centro cittadino e per la vivibilità del Borgo.

Al mio giudizio positivo per questo recupero aggiungo che è bello vedere Taranto risorgere nel rispetto della sua millenaria Storia!

 

* arsenalotto storico

Diocesi

L’omelia dell’arcivescovo Ciro Miniero per l’arrivo del reliquiario

foto G. Leva
09 Mar 2024

Riportiamo l’omelia dell’arcivescovo mons. Ciro Miniero pronunciata venerdì sera, 8 marzo, nella santa messa celebrata nella chiesa di San Domenico, in occasione dell’arrivo del reliquiario della Madonna delle lacrime di Siracusa.

foto G. Leva

“Il Vangelo di questa sera ci narra l’incontro tra Gesù e uno degli scribi, che in Israele avevano un compito veramente grande all’interno della struttura della comunità ebraica. Erano infatti tra coloro che interpretavano la Sacra Scrittura, la leggevano con attenzione e la spiegavano al popolo. Lo scriba parla a Gesù e gli chiede qualcosa: questo vuol dire che egli portava nel cuore un desiderio e cioè quello di comprendere chi fosse il suo interlocutore. Egli fa una domanda in apparenza semplice per noi, ma non lo era a quel tempo, nella interpretazione delle Sacre Scritture: Qual è il più grande dei comandamenti? E Gesù risponde con versetti della Scrittura: la prima parte è presa dal Deuteronomio e l‘altra dal libro del Levitico: Ama Dio al di sopra di tutto e ama il tuo prossimo come te stesso. Sembra che non ci sia altro da dire. Gesù però vediamo che riconosce nello scriba una persona che è alla ricerca di quello che veramente può far crescere il cuore dell’uomo e dell’umanità secondo il progetto e l’Amore del Signore. Che cosa significa amare Dio al di sopra di tutto? Che cosa significa amare il prossimo come ti ama Dio? Qui si tratta di fare continuamente un cammino che ci porta a vivere bene e amare il prossimo, perché non è scontato. Evidentemente lo scriba stava compiendo questo cammino, cercando con la sua vita di amare Dio, con tutto il cuore, con tutta la sua anima, con tutta la sua mente e con tutte le sue forze, e di amare il prossimo come se stesso. Per questo egli dice: Hai risposto bene, Maestro. Il Signore, elogiando questo scriba, indica a tutti noi quale deve essere in tutti noi l’atteggiamento perché ogni giorno possiamo amare Dio e amare il prossimo. Molte volte noi pensiamo di amare, ma non riusciamo a farlo nel modo giusto, altrimenti tante cose non andrebbero così male nella nostra vita, nelle relazione tra le persone, tra le comunità, tra i popoli. Perché c’è la guerra? Per interessi egoistici, perché ognuno pensa a sé. E perché ognuno pensa a sé? Potremmo arrivare all’infinito. Ma quale Dio? Io sono il mio dio. Tante volte ragioniamo proprio in questi termini. E ciò pur avendo un atteggiamento religioso e cioè compiendo delle pratiche che assomigliano al modo di fare di chi ha fede, però il cuore muta. Ecco perché la centralità del brano che abbiamo ascoltato consiste proprio nell’atteggiamento dello scriba che gli chiede conferma del percorso che lui sta compiendo. Ed il Signore confermandolo nel suo cammino lo rinvia nuovamente indicandogli l’esempio e il modello. Ecco l’impegno di tutti quanti noi miei cari. Vivere come amici di Gesù significa amarlo, volergli bene, ma non solo perché abbiamo bisogno di qualcosa ogni qualvolta glielo chiediamo. No perché Lui ci ha dato la Sua vita e lo fa sempre anche quando non glielo chiediamo. Alla Passione e Morte di Gesù non erano presenti tutti gli apostoli e tutti quelli che lo seguivano continuamente. Gesù era solo con Maria e Giovanni. Non c’era nessun’altro. Quelle lacrime che Maria ha versato sotto la croce rappresentano quell’umanità che fa l’esperienza della solitudine anche nella storia della Chiesa. E non sempre il conforto dei fratelli e sorelle sono di aiuto perché magari qualcuno ha da fare altro anche di importante. Anche quel momento di solitudine davanti alla tragicità della croce ci è d’insegnamento. Le lacrime di Maria rappresentano le lacrime di tutte le nostre delusioni, ma rappresentano anche la nostra speranza, rappresentano la partecipazione alla vita degli altri, ai dolori come alle gioie, perché anche quando si gioisce si piange. L’impegno allora davanti a questo Mistero di Amore di Dio per noi è quello di corrispondergli quanto più possiamo e sempre meglio. Senza dire: ho già fatto tanto, basta così. È necessario invece continuare giorno per giorno a scrivere, anche se non perfettamente, la storia tra noi e Dio, tra noi e i fratelli. Solo così potremo guardare con speranza il nostro futuro e quello del mondo, solo se ci mettiamo a scrivere con la vita e con le nostre esperienze il bene che vogliamo a Dio e ai fratelli. Qui non c’è bisogno di convincere nessuno. C’è chi per amore ha dato tutto. Alle volte pensiamo che siano sempre gli altri  a sbagliare e non riusciamo a percepire che anche con una piccola ironia feriamo gli altri, perché siamo egoisti e pensiamo solo a noi stessi. Quante volte diciamo al Signore veramente di volergli bene e poi invece non siamo capaci di ascoltare, di aprire il cuore e di compiere le azioni che Lui ci chiede. Dobbiamo tutti crescere nell’Amore. Le nostre vite siano vite d’amore affinché possiamo rendere possibili solo le lacrime della gioia, della speranza. Per questo invochiamo Maria, perché lei ha conosciuto la gioia e la sofferenza. Ci aiuti Maria a decifrare in ogni nostra situazione i progetti di Dio per l’umanità e ad impegnarci a far crescere il bene dentro ciascuno di noi”.

† Ciro Miniero

Diocesi

L’arrivo in San Domenico del reliquiario della Madonna delle lacrime di Siracusa

foto G. Leva
09 Mar 2024

di Angelo Diofano

Una giornata ventosa ha caratterizzato venerdì 8 l’arrivo del reliquiario della Madonna delle Lacrime di Siracusa nella piazza d’armi del castello aragonese, dove erano in attesa i confratelli e le consorelle dell’Addolorata, il padre spirituale mons. Emanuele Ferro e don Mattia Santomarco che guidavano la recita del rosario e, naturalmente,  tanta gente. Poi il caloroso applauso è risuonato fra le antiche mura, accompagnato dallo stridìo dei gabbiani in volo, quando il reliquiario, giunto in auto, è stato brandito in alto come un trofeo da don Aurelio Russo, rettore del celebre santuario siracusano a forma di goccia, proprio come una lacrima di Maria. Il reliquiario è poi passato nelle mani di don Emanuele che, al canto “Mira il tuo popolo” accompagnato dalla banda, ha guidato la processione lungo via Duomo. In cattedrale si è sostato per il saluto di don Aurelio, che ha ricordato come la lacrimazione della Madonna a Siracusa sia stato il miracolo più documentato nella storia, segno della vicinanza del Signore e di Sua Madre accanto a ognuno di noi ogni giorno, nei momenti belli ma soprattutto in quelli difficili. Successivamente il sacerdote ha raccontato la cronaca del prodigioso evento. Era il 21 marzo del 1953 quando in un’umile abitazione in via degli Orti, a Siracusa, andò ad abitare una giovane coppia di sposi, Antonina ed Angelo, ai quali, per le nozze, fu donato un  quadretto della Madonna, appeso sopra il capezzale del letto. Dopo un po’ la donna si ritrovò incinta, fra la gioia dei familiari, trasformatasi in angoscia quando i medici le diagnosticatrono una  malattia che allora poteva causare la morte: la tossicosi. Le fu consigliato l’aborto, ma Antonina rifiutò, anteponendo la vita del figlioletto in grembo alla sua, affidandosi alla Madonna. La donna ebbe una grave crisi epilettica quasi perdendo la vista. Qualche giorno dopo, esattamente il 29 agosto, Antonina, al risveglio, si accorse che il capezzale era bagnato: erano le lacrime che miracolosamente scendevano dall’immagine mariana. Immaginabile lo scompiglio fra il vicinato, giunto a conoscenza dell’avvenimento, soprattutto alla notizia della guarigione della donna. La lacrimazione continuò fra lo stupore di tutti e venne anche ripresa da un cineoperatore amatoriale. Il primo settembre il vescovo si convinse a inviare in quella casa una commissione scientifica, presieduta da un professionista notoriamente ateo, per verificare la veridicità della lacrimazione. I coniugi, inizialmente diffidenti ma poi convinti dal parroco che aveva benedetto le loro nozze, accettarono di mostrare il quadretto, estratto da un cassetto dov’era custodito e liberato da alcuni panni che lo avvolgevano, ovviamente zuppi d’acqua. Asciugata l’immagine, questa prese a lacrimare davanti ai loro occhi. Dall’analisi venne fuori che quel liquido conteneva urati e proteine: proprio come le lacrime umane, come infatti la commissione dichiarò.

Per la cronaca, il 25 dicembre il bambino venne alla luce e fu chiamato Mariano Natale.

La Chiesa, attraverso la voce dei vescovi siciliani, dopo aver valutato gli esiti dello studio contenuto in un dossier di ben duecento pagine, successivamente si espresse positivamente su quel prodigio: si trattava proprio delle lacrime della Madonna! E 17 ottobre del 1954 papa Pio XII, ancora affranto per gli orrori della guerra, ebbe a chiedere al popolo di Dio: “Ma comprenderemo mai perché la Madonna piange?”. Un interrogativo che tuttora mantiene la sua drammaticità.

Quindi, dopo la proiezione di un documentario sulla lacrimazione, davanti al quale la folta assemblea ha mostrato grande commozione, la processione ha ripreso il suo cammino, fra tante mani che cercavano di toccare quella preziosa testimonianza dell’avvenimento soprannaturale, difeso faticosamente da don Emanuele. All’arrivo in San Domenico, il reliquario è stato posto ai piedi dell’Addolorata. Dopo il santo rosario, l’arcivescovo mons. Ciro Miniero ha celebrato la santa messa (https://www.nuovodialogo.com/2024/03/09/lomelia-dellarcivescovo-ciro-miniero-per-larrivo-del-reliquiario/). Al termine, ha avuto luogo la “24 ore per il Signore”, con molti fedeli che si sono accostati al sacramento della Riconciliazione. Il tutto, fino alla mezzanotte, quando la chiesa ha chiuso i battenti.

Il programma della peregrinatio prevede nel pomeriggio di sabato 9 marzo la vista del reliquiario alle case degli ammalati; dopo la messa delle ore 18.30, si svolgerà la veglia mariana di preghiera con gruppi e confraternite.

Domenica 10, sante messe alle ore 10 e alle ore 11; dopo quest’ultima ci sarà il saluto alla reliquia sulle note di “Mamma!”, la marcia funebre di Rizzola, appropriata per l’evento, che sarà eseguita dalla Grande Orchestra di fiati “Santa Cecilia-Città di Taranto”. È la stessa musica che fra qualche giorno accompagnerà, la notte di Giovedì Santo, il lentissimo incedere della Madre Addolorata lungo il pendio San Domenico. Nei suoi occhi si leggerà il dolore per il Figlio che si avvia al Golgota e anche il dolore per l’umanità che ancora non riesce a trovare la via del bene. Ma in quelle lacrime c’è anche amore, tanto, per ognuno. La Mamma però non dispera: non tutto è perduto. Proprio come ebbe a dire papa Francesco nel 2017: “Nelle lacrime della Madonna c’è speranza per i figli che torneranno a vivere”. Quella speranza che in queste ore ognuno ha potuto ritrovare negli occhi di Maria.

Hic et Nunc

L’omelia di Mons. Ciro Miniero per l’arrivo del reliquiario della Madonna delle Lacrime

09 Mar 2024

Di seguito, l’omelia dell’arcivescovo mons. Ciro Miniero pronunciata venerdì sera nella santa messa celebrata in San Domenico, in occasione dell’arrivo del reliquiario della Madonna delle Lacrime di Siracusa. Per la trascrizione, ringraziamo la prof.ssa Elena Falcone per la consueta e generosa disponibilità.

 

 

“Il Vangelo di questa sera ci narra l’incontro tra Gesù e uno degli scribi, che in Israele avevano un compito veramente grande all’interno della struttura della comunità ebraica. Erano infatti tra coloro che interpretavano la Sacra Scrittura, la leggevano con attenzione e la spiegavano al popolo. Lo scriba parla a Gesù e gli chiede qualcosa: questo vuol dire che egli portava nel cuore un desiderio e cioè quello di comprendere chi fosse il suo interlocutore. Egli fa una domanda in apparenza semplice per noi, ma non lo era a quel tempo, nella interpretazione delle Sacre Scritture: Qual è il più grande dei comandamenti? E Gesù risponde con versetti della Scrittura: la prima parte è presa dal Deuteronomio e l‘altra dal libro del Levitico: Ama Dio al di sopra di tutto e ama il tuo prossimo come te stesso. Sembra che non ci sia altro da dire. Gesù però vediamo che riconosce nello scriba una persona che è alla ricerca di quello che veramente può far crescere il cuore dell’uomo e dell’umanità secondo il progetto e l’Amore del Signore. Che cosa significa amare Dio al di sopra di tutto? Che cosa significa amare il prossimo come ti ama Dio? Qui si tratta di fare continuamente un cammino che ci porta a vivere bene e amare il prossimo, perché non è scontato.

 

 

Evidentemente lo scriba stava compiendo questo cammino, cercando con la sua vita di amare Dio, con tutto il cuore, con tutta la sua anima, con tutta la sua mente e con tutte le sue forze, e di amare il prossimo come se stesso. Per questo egli dice: Hai risposto bene, Maestro. Il Signore, elogiando questo scriba, indica a tutti noi quale deve essere in tutti noi l’atteggiamento perché ogni giorno possiamo amare Dio e amare il prossimo. Molte volte noi pensiamo di amare, ma non riusciamo a farlo nel modo giusto, altrimenti tante cose non andrebbero così male nella nostra vita, nelle relazione tra le persone, tra le comunità, tra i popoli. Perché c’è la guerra? Per interessi egoistici, perché ognuno pensa a sé. E perché ognuno pensa a sé? Potremmo arrivare all’infinito. Ma quale Dio? Io sono il mio dio. Tante volte ragioniamo proprio in questi termini. E ciò pur avendo un atteggiamento religioso e cioè compiendo delle pratiche che assomigliano al modo di fare di chi ha fede, però il cuore muta. Ecco perché la centralità del brano che abbiamo ascoltato consiste proprio nell’atteggiamento dello scriba che gli chiede conferma del percorso che lui sta compiendo. Ed il Signore confermandolo nel suo cammino lo rinvia nuovamente indicandogli l’esempio e il modello. Ecco l’impegno di tutti quanti noi miei cari. Vivere come amici di Gesù significa amarlo, volergli bene, ma non solo perché abbiamo bisogno di qualcosa ogni qualvolta glielo chiediamo. No perché Lui ci ha dato la Sua vita e lo fa sempre anche quando non glielo chiediamo. Alla Passione e Morte di Gesù non erano presenti tutti gli apostoli e tutti quelli che lo seguivano continuamente. Gesù era solo con Maria e Giovanni. Non c’era nessun’altro. Quelle lacrime che Maria ha versato sotto la croce rappresentano quell’umanità che fa l’esperienza della solitudine anche nella storia della Chiesa. E non sempre il conforto dei fratelli e sorelle sono di aiuto perché magari qualcuno ha da fare altro anche di importante.

 

Anche quel momento di solitudine davanti alla tragicità della croce ci è d’insegnamento. Le lacrime di Maria rappresentano le lacrime di tutte le nostre delusioni, ma rappresentano anche la nostra speranza, rappresentano la partecipazione alla vita degli altri, ai dolori come alle gioie, perché anche quando si gioisce si piange. L’impegno allora davanti a questo Mistero di Amore di Dio per noi è quello di corrispondergli quanto più possiamo e sempre meglio. Senza dire: ho già fatto tanto, basta così. È necessario invece continuare giorno per giorno a scrivere, anche se non perfettamente, la storia tra noi e Dio, tra noi e i fratelli. Solo così potremo guardare con speranza il nostro futuro e quello del mondo, solo se ci mettiamo a scrivere con la vita e con le nostre esperienze il bene che vogliamo a Dio e ai fratelli. Qui non c’è bisogno di convincere nessuno. C’è chi per amore ha dato tutto. Alle volte pensiamo che siano sempre gli altri a sbagliare e non riusciamo a percepire che anche con una piccola ironia feriamo gli altri, perché siamo egoisti e pensiamo solo a noi stessi. Quante volte diciamo al Signore veramente di volergli bene e poi invece non siamo capaci di ascoltare, di aprire il cuore e di compiere le azioni che Lui ci chiede. Dobbiamo tutti crescere nell’Amore. Le nostre vite siano vite d’amore affinché possiamo rendere possibili solo le lacrime della gioia, della speranza. Per questo invochiamo Maria, perché lei ha conosciuto la gioia e la sofferenza. Ci aiuti Maria a decifrare in ogni nostra situazione i progetti di Dio per l’umanità e ad impegnarci a far crescere il bene dentro ciascuno di noi”.

Città

Inaugurato il Parco della musica negli ex Baraccamenti Cattolica

08 Mar 2024

di Silvano Trevisani

Con una manifestazione aperta alla cittadinanza, è stato inaugurato il piazzale dei Bac – Parco della Musica, nell’area degli ex Baraccamenti cattolica, in via Di Palma. Con l’apertura della nuova infrastruttura, è stata riconsegnata alla comunità cittadina la piazza di questa importante area, oggetto di un intervento di riqualificazione urbana, che prevede il recupero complessivo degli immobili presenti e una nuova destinazione d’uso dedicata alla cultura, all’arte e allo sviluppo tecnologico.

Al taglio del nastro da parte del sindaco Rinaldo Melucci e la benedizione impartita dal vicario generale monsignor Alessandro Greco in rappresentanza dell’arcivescovo Miniero, è seguito un breve intermezzo musicale a cura dell’Orchestra giovanile della Magna Grecia. Nel momento istituzionale, sono intervenuti il sindaco Rinaldo Melucci e l’assessore ai lavori pubblici, Cosimo Ciraci, che ha illustrato lo stato di avanzamento del cantiere complessivo dei Bac, che prevede nel 2025 l’apertura al pubblico del nuovo teatro. L’assessore alla Cultura, Angelica Lussoso, ha annunciato un bando destinato a operatori economici e culturali per l’allestimento di un cartellone di eventi in vista della stagione estiva, tutti rigorosamente gratuiti. A tale scopo, sarà allestito un palco smontabile e disposte 500 sedie per la platea, da depositare dopo l’utilizzo in uno dei tre ex bunker, già riqualificati.

Per l’occasione sono stati allestiti spazi espositivi per talk tematici di approfondimento, con un focus particolare sulla “Giornata internazionale della donna”. Il dipartimento prevenzione dell’Asl di Taranto ha promosso attività a favore delle donne, in particolare vaccinazioni e screening oncologici, mentre l’Associazione Alzaia ha illustrato le opportunità offerte dal Centro antiviolenza del Comune in cogestione con SudEst Donne. La Biblioteca comunale “Pietro Acclavio” ha promosso le proprie attività a favore della cittadinanza. Presente anche uno stand del progetto Calliope – Casa delle tecnologie emergenti.

Nell’occasione abbiamo rivolto alcune domande al sindaco Melucci.

Che significato assume in questo momento l’inaugurazione del parco della musica?

Questa non è un’operazione di semplice riqualificazione urbana. Ma rientra in un piano strategico dell’amministrazione, un piano che serve per trasformare il nostro modello di convivenza, il nostro modello economico e il sostrato culturale. Dobbiamo andare a grandi passi verso la solidarietà, la circolarità, la socializzazione, l’innovazione. Questo è un luogo che, oltre a farsi di nuovo bello attrattivo nel cuore della città, si presta all’attuazione di progetti come il distretto dell’innovazione, oltre che a un nuovo teatro da quasi cinquecento posti, che quindi duplicherà la piattaforma del Fusco, che già ha avuto tanto successo in questi anni. Un luogo che è un esplicito segnale che ce la possiamo fare anche noi a risalire la china. Iniziative come queste sono altra cosa da quelle che abbiamo visto negli ultimi 50 anni. C’è tanta cultura, tanta innovazione, spazio verde, penso che sia la risposta alla transizione giusta che l’Europa ci chiede di fare.

Dica la verità: non sente una sorta di affievolimento all’attenzione, in conseguenza della situazione che il Comune sta vivendo?

Io non vedo nessuna situazione. Io vedo un gruppo di persone che fa politica e vive l’istituzione in una maniera molto vecchia, pensando alle rendite di posizione, alle antipatie, al gossip, a come interferire con l’attività del sindaco, della giunta e del consiglio comunale. E poi vedo un gruppo di persone che non sta facendo politica, sta facendo l’amministrazione nell’interesse dei cittadini. Noi siamo quella categoria di persone, che continua a lavorare e a fare i fatti, come quelli di oggi. Se qualcuno vuole spendere il suo tempo e il suo ruolo pubblico secondo un’altra traiettoria, lo facciano pure, per me sono fuori dal tempo. Rispondono a interessi che non sono interessi tarantini. I cittadini possono stare tranquilli noi siamo quelli di Bac.

La giunta Melucci va avanti per la sua strada, quindi. Ma ci sono altri grandi spazi all’interno della città che aspettano di essere rimessi in circuito.

Dopo due anni di lavoro, quasi ottanta tavoli a Roma, abbiamo presentato il master plan della città e i cantieri ormai sono partiti. Quest’anno noi consegniamo Palazzo Troilo che è un altro grandissimo contenitore di cultura e di impresa culturale. Stiamo al lavoro per il secondo lotto di Palazzo Archita: entro fine anno dovremmo appaltare le nuove facciate. Insomma: il centro storico di Taranto, tra città vecchia e borgo, si sta già trasformando… Poi servono altre misure, ma abbiamo una programmazione così vasta per i prossimi dieci anni e abbiamo attratto così tanti investimenti europei che se solo qualcuno la smette di interferire con la risalita di questa città noi le riportiamo a casa per i tarantini.

Appuntamenti di Quaresima

Mercoledì 13, a Pulsano, Concerto di Passione

08 Mar 2024

di Angelo Diofano

Mercoledì 13 marzo, a Pulsano, alle ore 19, nella chiesa Santa Maria La Nova, organizzato dall’arciconfraternita del Purgatorio, si terrà il Concerto di Passione che sarà eseguito dal gran concerto bandistico ‘Giovanni Paisiello-Città di Taranto diretto dal maestro prof. Vincenzo Simonetti.

Questi i brani in programma:  Pater (Vincenzo Simonetti), A Maria Santissima Addolorata (Michele Ventrelli), Giovedì Santo (Adolfo Bonelli), Angoscia (Vincenzo Canale), Sulla tomba dei cagnottisti (Domenico Bastia), A Rinaldo (Vincenzo Simonetti), Madre dei dolori (Vincenzo Simonetti). 

La serata sarà presentata da don Andrea Mortato, parroco al SS.Crocifisso di Taranto.

Ricorrenze

8 marzo, Nili Bar Sinai (Kibbutz Be’eri): “Il futuro di palestinesi e israeliani passa per le donne e per l’educazione che daranno ai loro figli”

Qual è il ruolo delle donne in un contesto di guerra? A dare la sua testimonianza è una psicologa di 73 anni, sopravvissuta alla strage del 7 ottobre 2023

foto Sir
08 Mar 2024

di Daniele Rocchi

Palestinesi e israeliane “come le donne giapponesi, americane, tedesche e inglesi dopo la Seconda Guerra mondiale”. “Le donne giapponesi sono cresciute come kamikaze e ora non lo sono più. Ho un’amica in Germania che ha mandato la figlia a studiare in un liceo in Inghilterra. Sarebbe stato possibile pensare una cosa del genere 70 anni fa? Che si potesse mandare una ragazza tedesca in Inghilterra?”.

“Ci sono state due Guerre mondiali ma il tempo è passato. Le persone hanno ripreso a ragionare. Il Giappone e l’America ora sono alleati”.

foto Afp-Sir

Guarda avanti, oltre il 7 ottobre 2023, giorno dell’attacco terroristico di Hamas ad Israele che è costato la vita a più di 1.200 civili israeliani e il rapimento di 253 ostaggi, 134 dei quali ancora detenuti a Gaza. Nili Bar Sinai, 73 anni, israeliana, abitante sopravvissuta del kibbutz di Be’eri, teatro di una delle stragi più efferate compiute da Hamas in quel giorno, ne è certa: “C’è speranza per il futuro a condizione che Hamas venga sconfitta” e che “le donne diano una formazione diversa ai loro figli, educati a convivere e non ad odiare. Abbiamo bisogno di un cambio di politica, diversamente non avremo speranza per il futuro”. Ma ricorda: “Tutto, però, dipenderà dalle donne, dalle madri, da come cresceranno i loro figli, da come li educheranno, se a uccidere o a convivere”.

A Gaza, a pesare come un macigno, è la presenza di Hamas che, ricorda Nili, “con tutti i soldi che ha ricevuto e riceve dai suoi finanziatori, avrebbe potuto dare ai gazawi il meglio dell’istruzione, una vita migliore invece di costruire tunnel sotterranei e insegnare ai bambini come uccidere. Questo vuole dire avere un destino segnato. Io credo che le madri palestinesi, come tutte, desiderino bambini che vanno a scuola, all’Università, che aiutino l’umanità a crescere e a svilupparsi”.

Kibbutz Be’eri – foto Sir

Ricordo di Vivian. Nella settimana in cui si celebra la Giornata internazionale della donna, Nili vuole ricordare una sua amica, Vivian, uccisa il 7 ottobre. Un esempio di convivenza da seguire. “Vivian, insieme ad altre persone del kibbutz, portava i malati di Gaza a curare negli ospedali israeliani, ‘scortava’ i palestinesi della Cisgiordania e di Gaza per impedire ai coloni di fare loro del male. Si occupava di promuovere la collaborazione arabo-israeliana in tutto il mondo. Organizzò anche una conferenza con giovani israeliani e palestinesi, ma dovette farlo in Grecia o a Cipro, non ricordo bene di preciso dove, perché non era possibile farlo in Israele né a Gaza. Prima che Hamas prendesse il potere ci recavamo a Gaza per svolgere insieme delle attività. Quindi penso che le donne debbano resistere. Ci dovrebbe essere un movimento civile anche a Gaza”. Il futuro dei due popoli passa, secondo Nili, per le donne perché, ribadisce, “sono le donne che crescono i figli insegnando loro a vivere e non a uccidere, a convivere e non a odiare. Io ne sono certa le donne israeliane e palestinesi sono in grado di farlo”.

foto Ansa-Sir

“Lo sono perché credo che ogni madre desideri un futuro migliore per il proprio figlio. E l’unico modo per avere un futuro migliore è imparare ad accettare la realtà e realizzare il cambiamento necessario. È sufficiente adattarsi alla realtà. E la realtà dei fatti è che noi siamo qui e loro sono qui, e dobbiamo condividere ciò che abbiamo. Se loro capiscono questo, lo capiamo anche noi. Le donne nel mondo – conclude – possono aiutarci in questo sforzo. Quindi l’educazione e l’istruzione sono dei mezzi per fermare la guerra, per costruire un futuro migliore” e per “tornare a ragionare come le donne giapponesi, americane, tedesche e inglesi dopo la Seconda Guerra mondiale”.