L'argomento

Libera dopo atti intimidatori a cooperative sociali

ph diocesi di Gaeta
15 Lug 2025

di Raffaele Iaria

Negli ultimi due mesi “abbiamo assistito a numerosi attacchi a beni confiscati alle mafie gestiti da cooperative sociali, in Campania, Lombardia, Calabria e Sicilia”: lo ha denunciato Libera Terra informando che a essere colpite sono state in particolar modo due cooperative del circuito di Libera Terra in Calabria e in Sicilia. Cooperative che “hanno subito gravi intimidazioni: incendi, tagli di ulivi secolari, furti, danneggiamenti ai mezzi agricoli”.
La cooperative Valle del Marro Libera Terra che coltiva oltre cento ettari di terreni confiscati ai principali clan della ‘ndrangheta della Piana di Gioia Tauro, tra i comuni di Oppido Mamertina, Rosarno, Rizziconi, Gioia Tauro e Taurianova e la cooperativa Beppe Montana Libera Terra che gestisce 95 ettari sui Comuni di Belpasso, Ramacca, Motta Sant’Anastasia e Lentini, con il supporto del Consorzio etneo per la legalità e lo sviluppo. È di oggi la notizia – sottolinea Libera Terra in una nota – di “un nuovo incendio doloso che ha colpito l’uliveto confiscato di 11 ettari in località Baronello, frazione di Castellace, nel Comune di Oppido Mamertina, distruggendo circa 830 alberi su quasi 4 ettari dell’appezzamento. Le fiamme hanno interessato in particolare la parte pianeggiante, dove si concentrava la maggior parte del raccolto. Il danno – continua la nota – è stato ingente: si stima la perdita di circa 20.000 kg di olive con relativo calo produttivo delle piante, che recupereranno la piena produttività entro i prossimi tre anni. Fiamme che fanno seguito agli incendi di oltre 5 ettari di grano biologico pronti per la mietitura coltivati a Gioia Tauro, e gli oltre 20 ettari bruciati di grano a Coccumella nell’agro del comune di Lentini”. Libera si dice “vicina” alle cooperative ma è “chiaro che il susseguirsi di tali atti sono il segnale di una strategia intimidatoria sistematica, con il chiaro intento di colpire chi lavora con dignità per restituire alla collettività ciò che la criminalità organizzata aveva sottratto e sta realizzando un’economia giusta e sana nel nostro paese . C’è una verità – sottolinea l’associazione – che non viene cancellata con il fuoco: quelle terre sono tornate libere e il nostro impegno non verrà mai meno. È la risposta più bella che abbiamo imparato a dare: noi ci siamo, accanto a tutti quei percorsi di corresponsabilità che ora hanno bisogno di sostegno, con l’obiettivo di incidere sempre di più nei contesti che attraversiamo”.

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Mondo

Capi cristiani di Gerusalemme: “I coloni israeliani siano chiamati a rispondere delle loro azioni”

Dopo i ripetuti attacchi israeliani a Taybeh, in Cisgiordania

ph B.F. Taybeh
15 Lug 2025

di Daniele Rocchi

“Una minaccia diretta e intenzionale alla nostra comunità locale, in primo luogo, ma anche al patrimonio storico e religioso dei nostri antenati e ai luoghi santi. Di fronte a tali minacce, il più grande atto di coraggio è continuare a chiamare questa città ‘casa vostra’. Siamo al vostro fianco, sosteniamo la vostra resilienza e potete contare sulle nostre preghiere”. Non hanno usato mezzi termini i patriarchi e i capi delle Chiese di Gerusalemme per denunciare gli attacchi dei coloni israeliani dei giorni scorsi contro il villaggio palestinese di Taybeh, l’unico interamente cristiano rimasto in Cisgiordania. L’ultimo, lo scorso 7 luglio, quando diversi coloni provenienti da insediamenti vicini hanno intenzionalmente appiccato un incendio nei pressi del cimitero della città e della chiesa di San Giorgio, risalente al V secolo.

Chiesa di san Giorgio attaccata dai coloni israeliani – ph credit: Nabd ElHaya


Atto subito stigmatizzato dai tre parroci locali, quello latino, greco cattolico melkita e greco ortodosso, in un comunicato congiunto in cui si chiedeva sostegno per fronteggiare questi ripetuti e sistematici attacchi. A leggere il messaggio è stato il patriarca greco-ortodosso Teofilo III arrivato a Taybeh insieme al patriarca latino di Gerusalemme, card. Pierbattista Pizzaballa, e agli altri capi delle Chiese gerosolimitane, in una visita di solidarietà.

Chiesa presente da 2000 anni

Quelli del 7 luglio e dell’11 luglio sono solo gli ultimi di una lunga serie di attacchi che, si legge nella dichiarazione, “hanno visto i coloni israeliani portare il loro bestiame a pascolare nelle fattorie dei cristiani sul lato est di Taybeh, la zona agricola, rendendole inaccessibili e danneggiando e gli uliveti da cui dipendono le famiglie”. Il mese scorso, inoltre, “diverse case sono state attaccate dai coloni che hanno appiccato incendi e hanno esposto un cartellone che diceva, tradotto in inglese, ‘non c’è futuro per te qui’”, rivolto agli abitanti di Taybeh. Davanti a questa frase i Capi cristiani ribadiscono che “la Chiesa è presente fedelmente in questa regione da quasi 2.000 anni. Respingiamo fermamente questo messaggio di esclusione e riaffermiamo il nostro impegno per una Terra Santa che sia un mosaico di diverse fedi che convivono pacificamente in dignità e sicurezza”.

ph B.F Taybeh

Indagini trasparenti

Dai patriarchi e dai capi delle Chiese arriva la richiesta alle autorità israeliane affinché “questi coloni siano chiamati a rispondere delle loro azioni. Anche in tempo di guerra, i luoghi sacri devono essere protetti.
Chiediamo un’indagine immediata e trasparente sul motivo per cui la polizia israeliana non ha risposto alle chiamate di emergenza della comunità locale e sul perché queste azioni abominevoli continuino a rimanere impunite”.

“Gli attacchi dei coloni contro la nostra comunità, che vive in pace, devono cessare, sia qui a Taybeh che altrove in Cisgiordania”, viene rimarcato dal consiglio dei patriarchi e capi delle Chiese di Gerusalemme, per i quali “questo fa chiaramente parte degli attacchi sistematici contro i cristiani che vediamo diffondersi in tutta la regione. Inoltre, chiediamo a diplomatici, politici e funzionari ecclesiastici di tutto il mondo di dare voce alla nostra comunità ecumenica di Taybeh, affinché la sua presenza sia garantita e possa vivere in pace, pregare liberamente, lavorare senza pericoli e vivere in una pace che sembra essere fin troppo scarsa. Ci uniamo ai nostri confratelli di Taybeh nel ribadire questa speranza di fronte a una minaccia persistente”.

La visita

I patriarchi e capi delle Chiese di Gerusalemme sono arrivati questa mattina a Taybeh da Gerusalemme. Nella sede della municipalità hanno incontrato una delegazione locale ed esponenti dei villaggi vicini di Kufur Malek e Almazra’ Al-Sharqiyeh. A loro si sono uniti rappresentanti del corpo diplomatico e dei media. Un breve discorso di saluto dei tre parroci di Taybeh ha preceduto la proiezione di un video su Taybeh e la sua terra. Dopo la lettura del messaggio, da parte di Teofilo III, si è svolta una processione verso la chiesa bizantina di San Giorgio dove i capi cristiani hanno pregato insieme prima di rientrare a Gerusalemme.

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Emergenze sociali

Povertà minorile, Save the children: “Dati Istat allarmanti”

ph Siciliani Gennari-Sir
15 Lug 2025

di Patrizia Caiffa

“È un quadro allarmante che deve spingere le istituzioni a mettere il contrasto alla povertà minorile al centro dell’agenda della politica. Perché i dati evidenziano che in Italia sono proprio bambini, bambine e adolescenti le prime vittime delle disuguaglianze sociali e territoriali che pregiudicano le opportunità di crescita e di futuro”: lo dichiara Raffaela Milano, direttrice ‘Ricerca’ di Save the Children, commentando i dati sulla condizione di vita dei minori di 16 anni diffusi lunedì 14 luglio dall’Istat.

Secondo il report, in Italia più di un minore di 16 anni su 4 (il 26,7%) è a rischio povertà o esclusione sociale, un dato che – sebbene in lieve miglioramento rispetto al 2021 – cresce notevolmente al Sud e nelle Isole – dove raggiunge il 43,6% – e tra i minori con cittadinanza non italiana (43,6% rispetto alla percentuale del 23,5% registrata tra i loro pari con cittadinanza italiana). A incidere in modo significativo sulla condizione dei minori sono anche il titolo di studio dei genitori e la composizione del nucleo familiare. Oltre un minore di 16 anni su due (51,8%) i cui genitori hanno al massimo la licenza di scuola secondaria inferiore è a rischio povertà o esclusione sociale, rischio che scende al 27,6% tra quanti hanno genitori con un diploma di scuola secondaria di secondo grado e interessa un minore su 10 (10,3%) se i genitori hanno una laurea o un titolo di studio superiore.

“Preoccupa inoltre la trasmissione intergenerazionale della povertà – più alta in Italia rispetto alla media europea -, e il fatto che il rischio aumenti con l’aumentare del numero dei figli e che colpisca in particolare le famiglie monogenitoriali con madri sole, visti gli ostacoli che le mamme incontrano nel mondo del lavoro”, prosegue Milano. Tra le famiglie monogenitore, infatti, il rischio di povertà o esclusione sociale è più elevato quando è presente solo la madre, e interessa quasi un minore su due (48,4%), mentre scende al 30,9% nei casi in cui è presente solo il padre.

“Servono misure concrete e strategiche, come un sostegno adeguato alle famiglie con figli minorenni e all’occupazione femminile, e il potenziamento strutturale dell’offerta educativa, a partire dalla prima infanzia, per evitare che la povertà materiale generi povertà educativa e viceversa, in un circolo vizioso che finisce per pregiudicare inevitabilmente le opportunità dei minori”, conclude Milano, invitando a “dotare di risorse adeguate il Fondo per il contrasto della povertà alimentare a scuola, istituito dall’ultima Legge di Bilancio”, per “consentire a tutti i bambini e le bambine in povertà di accedere almeno ad un pasto sano ed equilibrato ogni giorno gratuitamente a scuola”.

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Ricordo

Goffredo Fofi, l’intellettuale nomade che ha insegnato a dire ‘no’

ph Sir
14 Lug 2025

di Gianluca Arnone

Se ne va con l’estate, come certi maestri che non si annunciano. Goffredo Fofi è morto venerdì 11 luglio, a 88 anni.
Se n’è andato senza clamore, com’era suo costume. Lasciandoci in eredità una voce o, meglio, una posizione: quella di chi non fa mai pace con l’ingiustizia. Fino a poco tempo fa lo si poteva incontrare (sempre meno ultimamente a causa di acciacchi e malanni fisici) con il suo zaino consunto e lo sguardo limpido, attraversare Roma come attraversava le idee. Sempre in cerca di un altrove, di un margine dove ancora valesse la pena seminare. “Ogni venticinque anni bisognerebbe cambiare nome e identità”, scriveva. Era il suo modo di dire che l’intellettuale, per non diventare funzione, deve restare nomade.

Una vita nei margini

Era nato a Gubbio nel 1937, da una famiglia contadina. Ma la sua vera patria fu l’Italia che non si vede: le periferie, le minoranze, gli esclusi. A diciassette anni era già in Sicilia con Danilo Dolci, a battersi contro la miseria e la mafia con gli “scioperi al rovescio”. Da lì in poi, una sola linea, irregolare ma netta: fare cultura come si fa il pane, tra la gente, per la gente, senza mai separarla dall’etica. Fofi non fu mai accademico. Non fece scuole né carriere. Fondò riviste: Quaderni Piacentini, Ombre Rosse, Lo Straniero, Gli Asini. Scrisse reportage, editoriali, saggi, pamphlet. Fu critico cinematografico, letterario, teatrale. Ma più di tutto fu una coscienza. Un disobbediente sistematico. Il suo motto? “Siamo qui per contraddire, non per compiacere”.

Il cinema come gesto di insubordinazione

Nessuno in Italia ha raccontato il cinema con la stessa radicalità di Goffredo Fofi. Per lui non era mai solo linguaggio o forma, ma una questione di posizione. Di giustizia. Un film, diceva, deve essere utile. Non nel senso didascalico, ma in quello esistenziale: deve disturbare, risvegliare, scoperchiare. “Strappare la maschera della borghesia, anche con il pugnale della macchina da presa”. Dal pamphlet Il cinema italiano. Servi e padroni (1971) a Il cinema del no (2015), da Capire con il cinema (1977) alla Breve storia del cinema militante (2023), ha scritto per generazioni di studenti, di insegnanti, di cinefili fuori asse. E ha formato uno sguardo: quello che cerca il vero nel falso, il povero nel rappresentato, il rifiuto nella bellezza. Totò fu il suo profeta laico: “poeta degli ultimi”. Keaton più di Chaplin, perché “metafisico, irriducibile alla storia”. Pasolini, il suo doppio dialettico: “è con lui che ho litigato di più”. Ermanno Olmi, il compagno di viaggio più vicino. Amelio, Rohrwacher, Ciprì e Maresco, gli eredi. Il suo “cinema del no” non è una poetica: è una forma di resistenza al mondo così com’è.

Un cattolicesimo degli ultimi

Eppure, a definirlo solo militante si rischia la caricatura. Fofi è stato anche altro: un laico che ha parlato ai credenti. Anzi, con loro. Collaboratore di Avvenire, ha scritto di santità minori, di evangelismo delle periferie, di figure come don Milani, don Tonino Bello, Dorothy Day. Ha riconosciuto nel cristianesimo “minoritario” — quello che traduce il Vangelo in pane, scuola, accoglienza — una delle forze più vive del Novecento. “Un confronto tra cristianesimo e anarchismo è oggi più che mai necessario”, scriveva. E ancora: “La parabola del seminatore è per me un riferimento politico: si semina senza sapere dove il seme cadrà”. Il suo pensiero — libertario ma spirituale, irriducibile a etichette — ha messo in dialogo il Vangelo e l’utopia, la povertà e la dignità, l’intelligenza e la tenerezza. È anche questo che lascia: una fede laica nell’altro.

 L’eredità

Goffredo Fofi non era un intellettuale ‘organico’. Non era organico a nulla, se non a un’idea di giustizia radicata nella vita concreta. Per questo resta. Resta nei libri e nei documentari, nei cineclub e nelle biblioteche scolastiche, nei lettori giovani che lo scopriranno nelle pagine di Lo Straniero o in una nota a margine di Capire con il cinema. Resta in chi ancora si ostina a leggere il mondo con sguardo laterale. Non lascia una scuola, ma una postura. Non un metodo, ma un’etica. Leggere dentro le pieghe. Prendere parte. Scegliere di essere minoranza. “Resistere, studiare, fare rete. E rompere i coglioni.” L’ha detto lui, e non era una provocazione. Era una dichiarazione d’amore.

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Giubileo2025

Giubileo dei giovani: è on line il vademecum dei pellegrini

ph Siciliani Gennari-Sir
14 Lug 2025

di Daniele Rocchi

È online il vademecum generale del Giubileo dei giovani (https://www.iubilaeum2025.va/it/pellegrinaggio/calendario-giubileo/GrandiEventi/Giubileo-dei-Giovani/vademecum.html), contenente tutte le informazioni utili “per prepararsi a vivere al meglio questo grande evento” in programma a Roma dal 28 luglio al 3 agosto 2025.

Il Giubileo dei giovani, spiegano dal dicastero per l’evangelizzazione, che ne ha in carico l’organizzazione, “prevede un ricco programma di celebrazioni, incontri e momenti di festa che coinvolgeranno centinaia di migliaia di giovani provenienti da ogni parte del mondo. Ci sarà, per tutti, la possibilità di recarsi in pellegrinaggio alle Porte sante, e di ricevere l’indulgenza giubilare accostandosi al sacramento della riconciliazione”. In più, i giovani avranno l’occasione di incontrare papa Leone XIV, nella veglia di preghiera di sabato 2 agosto e nella messa di domenica 3 agosto a Tor Vergata, da lui presieduta.

“Il Vademecum fornisce indicazioni pratiche su programma, mobilità, kit del pellegrino, pass del Giubileo, con informazioni su trasporti e pasti. A breve, saranno pubblicati sul sito del Giubileo anche il vademecum con informazioni specifiche per le giornate del 2 e 3 agosto a Tor Vergata e per i partecipanti ospitati alla Nuova Fiera di Roma”.

Il dicastero invita i pellegrini in arrivo a leggere il vademecum con attenzione, verificando regolarmente gli eventuali aggiornamenti, e a scaricare l’app ufficiale ‘Iubilaeum25’, disponibile su tutte le piattaforme.

 

foto Siciliani  Gennari-Sir

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Tracce

Mai più Srebrenica? E Gaza?

Foto Ansa/Avvenire
14 Lug 2025

di Emanuele Carrieri

Ogni anno l’11 luglio i corpi dei morti estratti dalle fosse comuni e identificati sono sepolti nel cimitero di Potocari, pochi chilometri a nord di Srebrenica. È una commemorazione importante, a cui partecipano i familiari delle persone uccise, insieme a tantissima altra gente. L’eccidio del luglio del ’95 – oltre ottomila musulmani bosniaci trucidati – non è una cicatrice: è una ferita aperta, è una lesione profonda, ancora adesso, dopo trenta anni, sanguinante. Ma che cosa era Srebrenica prima del massacro? Una sacca fuori controllo, ingrossata all’inverosimile da disperazione e resistenza, nelle spinose vicende della pulizia etnica lungo il fronte bosniaco. Un territorio isolato, un’area circondata, una enclave musulmana sacrificata perché fuori dalla logica di spartizione territoriale degli accordi di pace. Srebrenica fu abbandonata da tutti, proprio tutti, inclusa l’ONU, che nel 1993, con una risoluzione, aveva dichiarato “Srebrenica zona protetta”. Fu una pagina spaventosa della storia degli ultimi secoli perché la guerra in Bosnia ed Erzegovina ebbe il suo corso, anzi il suo sporco gioco, sugli aiuti umanitari: i serbo-bosniaci partirono con il favore delle armi, portando i musulmani sull’orlo della fame e manipolando gli aiuti allo scopo di fare, così, spostare la popolazione. La maggior parte degli assedi, Sarajevo compresa, mirava all’erogazione dell’acqua, al pane e al mercato nero. I protagonisti erano i cecchini – come dimenticare a questo proposito il tristemente famoso viale dei cecchini di Sarajevo – e i mortai. Proprio come oggi: ridurre alla fame e terrorizzare per poi trasferire in altro luogo. La sorte fu tragica per chi fuggì e per chi si illuse di poter essere protetto dall’ONU: in almeno tre occasioni le truppe serbe bombardarono la colonna in marcia, arrestarono migliaia di maschi fra i 16 e i 65 anni, i prigionieri furono detenuti in strutture provvisorie e poi liquidati. Alla base ONU di Potocari – poi diventata memoriale e cimitero per quei martiri – il generale olandese Thom Karremans, capo del contingente di caschi blu di protezione dell’enclave, fu costretto a negoziare l’evacuazione di civili da dentro e davanti la sua base con quel criminale di guerra di Ratko Mladic, ben determinato a umiliarlo con tanto di riprese televisive. Srebrenica è stata una tragedia per le Nazioni Unite, la cui credibilità è stata seriamente compromessa. È morta su quei monti l’idea che si possano allestire operazioni di mantenimento della pace là dove una pace da mantenere non c’è, sperando che i belligeranti rispettino le truppe dell’ONU semplicemente per le insegne che portano. Dopo ben ventinove anni, il 23 maggio del 2024, l’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha proclamato l’11 luglio Giornata Internazionale di Riflessione e Commemorazione del genocidio di Srebrenica del 1995. Trenta anni dopo, in Serbia, regna un clima tutt’altro che commemorativo: per la leadership serba tutte le parti coinvolte nel conflitto hanno commesso vari crimini, e tutti e nessuno sono responsabili. Una posizione vicina a quella sostenuta dopo la guerra da un altro criminale di guerra, l’ex presidente della Repubblica Slobodan Milosevic. E poi ci sono paesi che sostengono che non si debba parlare di singolo atto di genocidio e fra questi c’è Israele. La linea è ridurre l’accaduto alla nozione di crimini di guerra adoperando slealmente l’attenuante della separazione di donne e di minori, prima delle esecuzioni di massa. Forse l’unicità della Shoah non ammette pluralità oppure attacchi al primato: il timore è che la gravità del crimine ne risulti sminuita. O, forse, c’è il timore che la risonanza della violenza sui civili possa dare vigore a dei precedenti. La Corte Internazionale di Giustizia dell’Aia e il Tribunale Penale Internazionale per la ex-Jugoslavia, hanno infatti chiamato genocidio un massacro che è stato attuato mentre la comunità internazionale era impegnata a intervenire nel più ampio contesto della guerra in Bosnia, vale a dire che ci può essere un genocidio in un luogo, all’ombra di un più ampio contesto bellico. Da mesi ormai il ministro della Difesa israeliano Israel Katz dichiara che gli abitanti di Gaza dovrebbero poter andarsene se lo desiderano e che il governo di Netanyahu è pronto a collaborare con gli Usa per trovare paesi disponibili a offrire ai palestinesi un avvenire, garantendo loro libertà di scelta. Si può definire scelta? Andarsene o morire di stenti in un grande campo di concentramento fra le macerie? Gli storici della nostra epoca sostengono che non si può guardare al Ventesimo secolo senza collocare la Shoah al centro del divenire storico: sicuro, ma è anche vero che va guardata la trasformazione radicale che tale memoria ha subito, diventando arma per sostenere – alle volte in modo sproporzionato e spesso in modo incondizionato – l’azione di Israele, quasi fosse una prova attitudinale per essere accolti fra le forze politiche sedicenti “democratiche e rispettabili” e per non finire nell’elenco delle “canaglie”. È chiaro che ci sono in gioco dei rapporti di forza e di dipendenza militare e anche tecnologica, in uno scenario mondiale che ripropone delle contrapposizioni per blocchi geopolitici. L’attacco in corso contro la relatrice dell’ONU, Francesca Albanese, può essere letto come il preannuncio di un mondo spudoratamente senza regole, senza norme, in cui alcuni stati rivendicando il diritto di commettere crimini senza doverne rendere conto, rispondere, spiegare, giustificare, motivare. E per di più non si sentono in alcun modo limitati. Il massacro di luglio del ’95 non rimase impunito: tredici imputati furono condannati a pene pesantissime. Sfuggì soltanto Milosevic, chiamato da Dio a ben altro giudizio. Da trenta anni, il mondo convive con questa ferita aperta, con questa lesione profonda, che non finisce mai di sanguinare, alimentata dalle “riflessioni” di un dibattito pubblico strumentale.

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Diocesi

Madonna del Carmine a Pulsano, alla riscoperta della bellezza della fede, della tradizione e della fraternità

ph G. Leva
14 Lug 2025

La comunità di Pulsano vivrà un significativo momento di fede con la festa della Beata Vergine Maria del Monte Carmelo, una delle devozioni mariane più antiche e care alla Chiesa universale, a cura della venerabile arciconfraternita del Purgatorio, fondata nel 1687 sotto il titolo della Madonna del Carmine.

“In occasione della ricorrenza della Beata Vergine Maria del Monte Carmelo – riferisce il parroco e padre spirituale del sodalizio, don Davide Errico – siamo lieti di invitarvi a partecipare con gioia ai momenti di preghiera e di festa che ci accompagneranno in questi giorni speciali. Sarà un’occasione per ritrovarci, rafforzare i legami tra di noi e riscoprire insieme la bellezza della fede, della tradizione e della fraternità”.

Il programma prevede per martedì 15 alle ore 19 la celebrazione eucaristica presieduta dall’arcivescovo mons. Ciro Miniero; alle ore 20, la veglia di preghiera e i vespri solenni.

Mercoledì 16 luglio, alle ore 17 si terrà il rito di aggregazione dei nuovi confratelli e consorelle, con imposizione dello scapolare; alle ore 17.30, il santo rosario con la supplica e alle ore 18 la messa solenne. Al termine, il simulacro della Beata Vergine sarà portato in processione per le vie del paese.

A rendere ancora più viva la festa, ci saranno le iniziative civili con l’accensione musicale delle luminarie artistiche della ditta Faniuolo da Putignano (il 15 e il 16) e gli spettacoli musicali in piazza Castello: lunedì 14, la ‘Loveplay – Coldplay tribute band’; martedì 15,’I Papiers – Live music concert’; mercoledì 16, per tutta la giornata e alla processione, i complessi bandistici di Rutigliano e di Conversano. La festa si concluderà con un suggestivo spettacolo pirotecnico della ditta Di Matteo da Sant’Antimo – Napoli nella zona industriale.

 

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Politica internazionale

Trump impone all’Ue dazi al 30% dal 1 agosto

ph Ansa-Sir
14 Lug 2025

di Paolo Zucca

Dazi al 30% per le merci prodotte nell’Unione europea e acquistate negli Usa. Il presidente americano, Donald Trump, ha diffuso la sua lettera minacciosa ai Paesi del vecchio continente ( i 27 che partecipano all’Unione europea) definendo una zavorra di costo che sarà la base per una trattativa già avviata da settimane. L’appesantimento per le merci è confermato, notevole, scatterà dal primo agosto e ci sono quindi meno di 20 giorni per trovare un’intesa che non produca sconquassi produttivi da una parte e dall’altra. È evidente che a questo punto l’Unione europea risponderà su merci e servizi, tecnologici (e forse anche finanziari) Made in Usa. Ursula von der Leyen, presidente della Commissione Ue, ha definito “sconvolgente” la nuova condizione. La premier italiana, Giorgia Meloni, ha assicurato l’appoggio a Bruxelles.
In queste settimane tutto rimarrà indefinito e la mancanza di punti di riferimento non piace all’economia, a chi deve importare e a chi esporta. A chi deve programmare investimenti. Un’incertezza che Trump mette in conto anche se le Borse subiscono scossoni ed emergono perplessità nel suo schieramento.

Cosa accadrà alle imprese italiane che hanno una parte rilevante del fatturato legata alle vendite negli Usa? Molto dipenderà dagli accordi definitivi tra le due aree continentali. Le ricadute potranno essere più o meno rilevanti se i prodotti saranno immediatamente sostituibili o se invece il consumatore manterrà, a un prezzo maggiore, le sue preferenze. Si pensa sempre al Parmigiano Reggiano o altri marchi alimentari di qualità. Ma lo stesso ragionamento vale per le componenti meccaniche di qualità (valvole sofisticate ad esempio) perché nei grandi impianti di produzione Usa non sarà così facile introdurre ‘pezzi’ locali. Rischiano di più pelletteria, auto, articoli di lusso e altro, per un impatto minimo (se l’accordo alla fine verrà trovato su un appesantimento del 10%) di circa 20 miliardi. È la stima di Confindustria per il 2026 con 118 mila posti di lavoro a rischio. Gli imprenditori italiani e le loro associazioni, lo stesso Governo, sono impegnati a cercare mercati alternativi agli Usa: India, Paesi asiatici in genere, l’area del Mercosur (Argentina, Brasile, Uruguay, Paraguay) e tutti gli altri mercati che la vitalità italiana saprà conquistare. Una diversificazione dei clienti che richiede investimenti e attesa di adeguati ritorni. Da seguire è l’andamento del dollaro che Trump lascia indebolire per favorire la competitività delle sue aziende nazionali. Qualche beneficio agli altri Paesi deriverebbe dal minor prezzo dell’energia.

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Confraternite

Taranto, Beata Vergine del Monte Carmelo:
le celebrazioni di mercoledì 16

14 Lug 2025

di Angelo Diofano

Grande attesa per la cerimonia conclusiva dell’Anno santo particolare concesso da papa Francesco all’arciconfraternita del Carmine di Taranto, per i 350 anni dalla fondazione, che si terrà giorno 16 in piazza Giovanni XXIII, in occasione della festa della Beata Vergine del Monte Carmelo.

Martedì 15, in preparazione all’evento, alle ore 19 in piazza Giovanni XXIII si terrà la liturgia della Parola presieduta dal padre spirituale mons. Marco Gerardo con i Battesimi dei figli delle consorelle e dei confratelli e la professione delle nuove consorelle; seguirà alle ore 21.15 l’offerta dell’incenso da parte dei novizi e quella del cero da parte dei fedeli. Per l’occasione la chiesa resterà aperta fino all’una di notte.

Mercoledì 16, solennità della Beata Vergine del Monte Carmelo, sante messe si terranno alle ore 7 e alle ore 8; alle ore 10 avrà luogo la celebrazione eucaristica con la professione dei nuovi ventiquattro confratelli; seguirà a mezzogiorno la supplica: Alle ore 18.30 in piazza Giovanni XXIII l’arcivescovo mons. Ciro Miniero presiederà la celebrazione eucaristica con la chiusura del giubileo straordinario e la benedizione apostolica. Al termine si snoderà la processione per via D’Aquino, piazza Immacolata, via Berardi, via Anfiteatro, corso ai Due mari, con sosta per lo spettacolo dei droni luminosi che si leveranno dagli spalti del castello aragonese. Il rientro avverrà per via D’Aquino e piazza Giovanni XXIII, dove si esibirà il complesso bandistico ‘Giuseppe Chimienti’ di Montemesola diretto dal m° Lorenzo De Felice, che presterà servizio alla processione assieme alla banda musicale ‘Michele Lufrano’ di Triggiano diretto dal m° Davide Abbinante.

L’anniversario confraternale vero e proprio sarà celebrato domenica 10 agosto con la santa messa di ringraziamento (ore 18.30), la venerazione del simulacro della Beata Vergine del Monte Carmelo (ore 19.30) e il concerto del gruppo musicale ’Gen Rosso’ al teatro all’aperto di Villa Peripato (ore 21).

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Angelus

La domenica del Papa – Questione di sguardo

ph Marco Calvarese-Sir
14 Lug 2025

di Fabio Zavattaro

Mancava da dodici anni il Papa a Castelgandolfo, qui Benedetto XVI ha trascorso i primi giorni da Papa emerito da quel 28 febbraio 2013; qui ha accolto il 23 marzo di quell’anno Francesco, il quale non ha mai passato un periodo di riposo a Castelgandolfo. Domenica Leone XIV ha celebrato messa nella parrocchia di San Tommaso da Villanova, un agostiniano, e ha pronunciato l’Angelus – l’ultima volta Francesco il 15 agosto 2013 – nell’affollata piazza davanti la villa pontificia: “cari fratelli e sorelle, sono contento di trovarmi qui in mezzo a voi a Castel Gandolfo, e ringrazio tutti voi per l’accoglienza calorosa”. In auto elettrica e a piedi percorre le strade del borgo sui castelli romani, le campane suonano a festa, e le persone, i fedeli, si stringono attorno alla sua persona.

Domenica in cui la liturgia propone la figura del Samaritano che non conosce la legge, ma a differenza del sacerdote e del levita si ferma a soccorrere l’uomo malmenato dai briganti e lasciato sul bordo della strada. Luca, nel suo Vangelo propone un comportamento da imitare, diceva papa Francesco, che “indica uno stile di vita” il cui baricentro non è la nostra persona “ma gli altri con le loro difficoltà” quanti incontriamo “sul nostro cammino e ci interpellano”. Di fronte all’uomo sofferente il Samaritano, “uno straniero ed eretico”, non ha incertezze e “si fa prossimo dell’uomo ferito”, afferma Leone XIV nell’omelia nella chiesa di San Tommaso.

“La compassione è al centro della parabola” afferma ancora, che riflette sullo sguardo delle tre persone citate da Luca; lo sguardo “esprime ciò che abbiamo nel cuore: si può vedere e passare oltre oppure vedere e sentire compassione”. C’è uno sguardo “esteriore, distratto e frettoloso” e c’è un “vedere, invece, con gli occhi del cuore, con uno sguardo più profondo, con un’empatia che ci fa entrare nella situazione dell’altro […] ci tocca, ci scuote, interroga la nostra vita e la nostra responsabilità”.

L’uomo assalito dai briganti scendeva da Gerusalemme verso Gerico, ricorda il vescovo di Roma, “l’umanità discendeva negli abissi della morte e, ancora oggi, spesso deve fare i conti con l’oscurità del male, con la sofferenza, con la povertà, con l’assurdità della morte”. Dio, però, “ci ha guardati con compassione”, è “disceso in mezzo a noi e, in Gesù, buon samaritano, è venuto a guarire le nostre ferite, versando su di noi l’olio del suo amore e della sua misericordia”.

E oggi “c’è bisogno di questa rivoluzione dell’amore”, afferma il Papa, perché quella strada che da Gerusalemme scende verso Gerico, città sotto il livello del mare, “è la strada percorsa da tutti coloro che sprofondano nel male, nella sofferenza e nella povertà; è la strada di tante persone appesantite dalle difficoltà o ferite dalle circostanze della vita; è la strada di tutti coloro che ‘scendono in basso’ fino a perdersi e toccare il fondo; ed è la strada di tanti popoli spogliati, derubati e saccheggiati, vittime di sistemi politici oppressivi, di un’economia che li costringe alla povertà, della guerra che uccide i loro sogni e le loro vite”.

Cosa facciamo, chiede Leone XIV, “vediamo e passiamo oltre, oppure ci lasciamo trafiggere il cuore come il samaritano? A volte ci accontentiamo soltanto di fare il nostro dovere o consideriamo nostro prossimo solo chi è della nostra cerchia, chi la pensa come noi, chi ha la stessa nazionalità o religione”. Gesù capovolge la prospettiva “ci chiede di fare lo stesso”.

Poi l’angelus non dal Palazzo apostolico, ma in piedi dal portone d’ingresso, ai lati due Guardie svizzere. Nelle parole che accompagnano la preghiera mariana, il Papa chiede di “pregare per la pace e per tutti coloro che, a causa della violenza e della guerra, si trovano in uno stato di sofferenza e di bisogno”. Gesù, ricorda, “è la rivelazione del vero amore verso Dio e verso l’uomo: amore che si dona e non possiede, amore che perdona e non pretende, amore che soccorre e non abbandona mai.

Tra le tante persone e i gruppi presenti, anche i ragazzi dell’oratorio che gli hanno chiesto di giocare a basket e magari a tennis. Pronta la risposta di papa Leone: “aspettiamo che si calmino le acque”.

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Diocesi

Martedì 15 evangelizzazione a Montedarena

foto G. Leva
14 Lug 2025

Nella serata di martedì 15 si terrà un momento speciale di evangelizzazione nella rettoria della Maris Stella, a Montedarena, in località Marina di Pulsano, dal titolo ‘Li mandò ad annunciare il Regno di Dio e a guarire gli infermi (Lc 9,2)’ a cura del gruppo ‘Ruah’ del Rinnovamento nello Spirito (parrocchia San Giovanni Bosco, Taranto).
Alle ore 19.15 ci sarà l’accoglienza in chiesa; alle ore 20 il rettore don Gerardo Dante Veneziani celebrerà la santa messa cui seguirà l’adorazione eucaristica e l’evangelizzazione all’esterno.

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A Taranto

Piano rifiuti e decoro urbano: ora servono azioni concrete

ph Giustizia per Taranto
11 Lug 2025

Riceviamo e pubblichiamo una nota diramata dall’Ops – Osservatorio permanente Salinella, sul ‘piano rifiuti’ e il decoro urbano’:

Apprendiamo con interesse dalla stampa locale della riunione operativa tra Kyma Ambiente, Polizia locale e amministrazione comunale per definire una nuova strategia sulla gestione dei rifiuti. Salutiamo positivamente l’intenzione di migliorare il decoro urbano e di rilanciare la raccolta differenziata, con un’attenzione iniziale ai quartieri Salinella e Tamburi.

L’impegno a potenziare i servizi, riaprire un punto informativo e intensificare i controlli per contrastare l’abbandono dei rifiuti è un segnale che va nella direzione giusta. La collaborazione dei cittadini è un pilastro fondamentale per una città più pulita, ma non può essere l’unico. Le buone pratiche dei singoli devono essere supportate da infrastrutture adeguate, funzionanti ed efficienti.

Per questo, come comitato di quartiere che vive e raccoglie quotidianamente le istanze dei residenti, riteniamo che qualsiasi piano, per essere davvero efficace, non possa più prescindere da due interventi strutturali attesi da troppi anni.

1. Apertura del Centro comunale di raccolta (Ccr) di via Golfo di Taranto: l’annunciata riapertura del solo punto informativo è una notizia del tutto insufficiente. Chiediamo all’amministrazione un impegno formale e un cronoprogramma certo per l’apertura immediata dell’intero Centro di Raccolta. Questa struttura è cruciale per il decoro: incentiverebbe il corretto smaltimento dei rifiuti ingombranti e speciali (Raee), che oggi vengono troppo spesso abbandonati illecitamente. Inoltre, permetterebbe di razionalizzare la presenza dei contenitori stradali, liberando spazio e migliorando l’aspetto delle nostre vie.

2. Attivazione dell’impianto pneumatico di raccolta rifiuti: non possiamo più accettare il silenzio su un’opera strategica che giace inutilizzata. Parliamo di un sistema avveniristico costato alla collettività svariati milioni di euro (abbiamo perso il conto definitivo), progettato per rivoluzionare la raccolta nel quartiere Salinella – Taranto 2 inclusa -, eliminando i cassonetti e portando la differenziata a percentuali elevatissime. I cittadini hanno già pagato il prezzo di quest’opera, non solo in termini economici. Ricordiamo ancora molto bene i pesanti e prolungati disagi subiti durante la sua realizzazione: scavi, strade chiuse, polvere, rumore e difficoltà per il traffico e le attività commerciali. È inaccettabile che, dopo tanti sacrifici, un investimento così importante per l’igiene pubblica e l’ambiente sia ridotto a un monumento all’incompiuto.

Auspichiamo che al tavolo tecnico, oltre a pianificare controlli e sanzioni, si discuta di come rendere finalmente operative queste infrastrutture. La repressione dei comportamenti incivili è doverosa, ma la vera svolta per Taranto arriverà quando l’amministrazione metterà i cittadini nelle condizioni migliori per rispettare le regole.

Restiamo a disposizione per un confronto costruttivo e attendiamo risposte concrete.

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