L’involuzione di una teoria da pazzi
“Non è bene dare di noi stessi una immagine troppo razionale… Il fatto che gli Usa possano diventare irrazionali e vendicativi, nel caso che i loro interessi vitali siano attaccati, dovrebbe far parte della immagine che diamo in quanto nazione. È giovevole per la nostra condotta strategica che alcuni elementi possano apparire fuori controllo”. È uno estratto di un documento ufficiale in cui si illustra la tattica di politica estera che mira a spaventare i nemici convincendoli che li si potrebbe aggredire con reazioni da pazzi. È attribuita a Richard Nixon, ma sembra che abbia origini molto più antiche: Moshe Sharett, capo del gabinetto israeliano dal 1953 al 1955, scrisse nel proprio diario di alcuni esponenti del governo che “parlavano a favore di atti di follia” e che “diventeremo pazzi se ci faranno arrabbiare”. Il nome della tattica? ‘Madman theory’ e mai nome fu più azzeccato: la ‘teoria del pazzo’. Operata tante volte da tanti pazzi che dominano il mondo, nel nostro tempo si assiste a un mutamento totale della teoria e, anziché alimentare l’incertezza del nemico circa i propri intenti, la versione “incerta” di Trump alimenta l’incertezza della propria parte: i propri alleati europei e l’Ucraina, alla cui difesa gli Stati Uniti danno un apporto rilevante, cercando sempre più di trarre benefici ma scaricando i costi su altri. Da uomo di affari, di commerci e di compravendite, Trump sa che l’imprevedibilità è un’arma straordinaria nei giochi dei negoziati, dei patteggiamenti e delle trattative, specialmente se si opera in un ambito in cui sono state abolite norme, regole e istituzioni. Del resto, attribuirsi il diritto di esprimere giudizi tanto “incerti” fino al punto da apparire arbitrari, è un tratto del tutto in linea con il disegno autoritario seguito dai Maga al potere, tanto sul piano internazionale quanto su quello nazionale, dove turbo-neo-maccartismo e criminalizzazione dell’opposizione insidiano le elezioni di metà mandato. Rimane da trovare una spiegazione convincente per la speciale deferenza che Trump riserva a Putin. Stando al Financial Times, nel corso di quel recente e burrascoso incontro a porte chiuse con Zelensky alla Casa Bianca sarebbero volate parole pesanti e la deferenza di Trump si sarebbe spinta a tal punto da definire “operazione militare” l’aggressione di Putin, e da lanciare un chiaro avvertimento, che può essere sintetizzato così: o l’Ucraina cede dei territori oppure sarà distrutta. Zelensky è uscito dalla Casa Bianca afflitto e dimesso ma, sopra ogni cosa, senza missili a lunga gittata, ossia capaci di colpire in profondità l’apparato militare russo proiettato sull’Ucraina: armi, queste, che l’attuale inviato speciale di Trump per l’Ucraina Kellogg, alla fine di settembre, aveva dichiarato legittime. In più, lo stesso Trump, a fine agosto, aveva attaccato Biden per non aver consentito agli ucraini di rispondere al fuoco e li aveva equiparati a una squadra che va in campo senza poter giocare in attacco. È una dinamica in apparenza bipolare nel senso più autenticamente psichiatrico che politologico: tappeti rossi e incensazioni da un lato, minacce e delusione dall’altro. Ma Zelensky ha incassato mezzo successo: ha portato l’Ucraina all’acquisto di venticinque stazioni di lancio dei Patriot dagli Usa. Sono missili terra-aria per la difesa tattica e che possono colpire un aeroporto, una base militare o un piccolo centro abitato. Ovviamente si è scatenata la collera di Mosca. “Gli Usa sono sul sentiero di guerra”, ha postato il vicepresidente del Consiglio di sicurezza della Russia, Medvedev, e ha poi aggiunto: “Le decisioni prese sono un atto di guerra contro la Russia. E ora Trump si è allineato con l’Europa folle”. Europa che ha approvato il diciannovesimo pacchetto di sanzioni che questa volta include il gas naturale liquefatto. Dopo essersi dichiarato ben disposto a giocare al tavolo con Zelensky l’asso dei missili a lungo raggio, a fronte alla telefonata di Putin e al rischio di un’escalation, Trump ha rimesso nella manica la carta offensiva, per offrire i Patriot che permettono agli ucraini di reagire agli attacchi con droni e missili sempre più numerosi su città e infrastrutture. Il risultato sperato è di logorare il potere di fuoco russo e di far saldare il conto delle spese all’Europa. Ma per iniziare a comprendere meglio il quadro della situazione bisognerà aspettare il colloquio con il presidente cinese Xi Jinping. Trump spera in un grande accordo con la Cina: in agenda, ci sono, fra gli altri punti all’ordine del giorno, i dazi e i tagli agli acquisti di petrolio russo da parte della potenza asiatica. Dopo le sanzioni americane sulle petro-aziende Rosneft e Lukoil, la speranza è quella di far fermare l’offensiva di Mosca: il petrolio è essenziale perché le tasse sulle esportazioni coprono suppergiù un quarto del bilancio statale. Concludendo, per Trump l’America deve tornare grande: retorica semivuota, giusto, ma significativa per milioni di cittadini che hanno bisogno di tirare il fiato. L’utilità nazionale è il fine, i mezzi utilizzati troveranno poi giustificazione, in primis propaganda e dazi commerciali. Gli Usa hanno scoperto che il mondo non vuole “americanizzarsi” e sono affranti. Trump incarna tale disillusione e vuole trasformare “l’impero americano” in potenza temuta e non osannata per l’esportazione, certe volte forzata, di democrazia e diritti civili. Nei piani di Trump, qualsiasi mezzo che sia utile a mantenere il potere è lecito. L’obiettivo del motto “America First” è quello di raggiungere sempre il “migliore accordo” per gli Usa, indipendentemente dall’aspetto morale, dal danno che si può cagionare ad altri soggetti o dall’immagine che si può offrire. Nella visione di Trump gli Usa, liberi dall’imperativo morale di difendere il mondo libero, possono svincolarsi dai fronti caldi sempre e in qualsiasi momento, snaturando la democrazia su cui si basa l’esistenza del Paese, in nome di una politica che si fonda sulla versione peggiorata della “teoria del pazzo”.




