Prima la guerra, ora a pezzi il diritto
La prima volta fu il 13 settembre del 2014, nell’omelia della Messa celebrata al Sacrario di Redipuglia nel centenario dell’inizio della prima guerra mondiale. Papa Francesco non utilizzò espressioni vaghe: “Anche oggi, dopo il secondo fallimento di un’altra guerra mondiale, forse si può parlare di una terza guerra combattuta “a pezzi”, con crimini, massacri, distruzioni … “. Dopo oltre dieci anni, il mondo continua a essere segnato da numerosi conflitti armati, molti dei quali silenziosi agli occhi dell’opinione pubblica, ma più che devastanti per le popolazioni coinvolte. Ma le guerre in corso in Ucraina, Sudan e Yemen hanno, in particolare, un punto che le equipara: lo smembramento di Stati sovrani riconosciuti dall’Onu ma anche membri dell’organizzazione internazionale. Il conflitto in corso in Ucraina dal 24 febbraio del 2022 è la conseguenza del tentativo, da parte della Russia, di annessione di settori russofoni del territorio ucraino con un intervento militare armato. Il politico francese Dominique de Villepin, diplomatico di altissimo calibro, fu l’unico ministro degli Esteri di uno Stato europeo ad avversare, agli inizi del 2003, l’invasione dell’Iraq, aggiudicando alla Francia un ruolo di primissimo piano nel raggruppamento di paesi, come Germania, Belgio, Russia e Cina, che si opponevano all’invasione. Il discorso che tenne al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, per bloccare una seconda risoluzione che permetteva l’uso della forza contro il regime di Saddam, è tuttora considerato una voce autorevole contro gli interventi stranieri. A gennaio scorso, in una intervista, il diplomatico di lungo corso, sempre coerente e fedele ai principi del diritto internazionale, precisò che la guerra lanciata da Mosca nel 2014, con la presa militare e illegale della Crimea, è figlia anche e proprio dell’aggressione anglo-americana dell’Iraq: agli occhi delle potenze fu un via libera a conflitti mossi da bugie. L’elenco potrebbe essere lungo: quello del 2003 sul possesso mai provato di armi chimiche da parte del regime di Saddam, quello del 2014 sul pericolo russo per l’Ucraina, con la richiesta di Kiev di entrare nell’Alleanza atlantica. E va anche specificato che la Carta delle Nazioni Unite non riconosce la guerra preventiva come uno strumento legittimo per gli stati, perché rappresenta la reazione alla minaccia percepita ed è dunque il contraltare non codificato del principio di legittima difesa internazionale. È chiara la doppia morale dell’Occidente: il sostegno politico e militare all’Ucraina e, nel contempo, a Israele nella reazione che ha distrutto la Striscia di Gaza dopo il 7 ottobre 2023. La efferatezza della mattanza fatta da Hamas non poteva avallare la ritorsione sui civili della Striscia di Gaza: richiedeva una risposta proporzionata, soltanto per avere giustizia e non la vendetta più volte e pubblicamente annunciata da Netanyahu. Tutti i pericolosi strappi al diritto internazionale a cui il mondo sta assistendo impotente non restano senza effetti, senza conseguenze, ma producono un diritto diverso, nuovo non scritto, che ha consegnato l’umanità alla tragedia del tempo che stiamo vivendo. Ormai tutto è possibile, tutto è accettabile, tutto è consentito, tutto è permesso. Non ci sono più barriere e tutto è ormai sdoganato. Inappellabili, inchiodanti, meglio crocefiggenti nel giudizio dovrebbero essere ritenuti i crimini di guerra e quelli contro l’umanità, constatati dall’Onu, da strutture sovranazionali e da organizzazioni non governative. Dovrebbero essere prese in esame sicurezze con prove indubbie, responsabilità e complicità certe. Perché, meglio ribadirlo, anche quando non sono visti dalle opinioni pubbliche, quei crimini esistono. Dal 2023, il Sudan viene funestato dalla guerra fra l’esercito regolare e una formazione di paramilitari, denominata Forza di Supporto Rapido, composta da mercenari, finanziata e supportata dagli Emirati Arabi Uniti. È fra le peggiori crisi umanitarie al mondo, con dieci milioni di sfollati e venti milioni in seria insicurezza alimentare. P. Angelo Giorgetti, economo generale dei Comboniani, ha riferito al Sir le notizie che arrivano dalla città di El-Fasher, conquistata la settimana scorsa dalle Forze di Supporto Rapido, ammazzando migliaia di civili in poche ore, dopo averla assediata e affamata per diciotto mesi. E solo il precipitare della tragedia ha rotto il muro di silenzio, come se il pregresso di crimini reiterati non fosse bastato. Il 28 ottobre scorso la Commissione internazionale indipendente di inchiesta sull’Ucraina, in un nuovo report mostrato all’Assemblea generale delle Nazioni Unite, ha qualificato come crimini contro l’umanità gli attacchi russi alla popolazione civile con droni e come crimini di guerra il trasferimento forzato e la deportazione di interi nuclei familiari dalle zone occupate dell’oblast di Zaporizhzhia. E questi sono avvenimenti accertati che si sommano ad altri, a descrivere una invasione che attacca scientemente anche donne, bambini e anziani, anche chi non porta la divisa. Eppure incredibilmente, c’è gente, nel nostro Paese, che in televisione, nei social e anche nei luoghi della politica si affannano ancora oggi a sostenere che Putin “non prende di mira i civili”, sebbene dal 2023 sia anche lui oggetto di mandato di cattura della Corte penale internazionale dell’Aja insieme ai generali Sojgu e Gerasimov, accusati di crimini di guerra per aver diretto attacchi e causato danni sproporzionati contro i civili e gli obiettivi civili e di crimini contro l’umanità per atti inumani. Non sarà lo sdoganamento della legge del più forte a far uscire l’umanità da questa spirale di violenza che appesta il mondo, nella quale siamo caduti con la rinuncia, a seconda delle convenienze, degli equilibrismi e dei funambolismi, al sostegno e alla difesa del diritto internazionale, in una sola parola, della vita.




