Democrazia a bassa intensità?
All’ultima tornata di elezioni regionali di quest’anno a prevalere è davvero stato l’astensionismo che ha assunto la forma di massa, trasformandosi nel primo partito dell’arco parlamentare con una insolita maggioranza assoluta. Il calo dell’affluenza evidenzia che poco più di quattro elettori su dieci sono andati a un seggio, cifra che mostra il distacco sempre più complesso fra rappresentanza politica e paese reale. Non è più una flessione fisiologica, ma una tendenza consolidata, e, come ogni tendenza, richiede più di un usuale lamento. L’errore più frequente, di fronte a questi numeri, è interpretare l’astensione come gesto antisistema, come rigetto radicale della politica. Ma la realtà è sicuramente più complessa. In Italia, come in molte democrazie occidentali, si sta affermando una nuova forma di disintermediazione politica che si manifesta con il disimpegno elettorale. Non è un disimpegno gridato ma è diffuso, è una astensione silenziosa, che non accusa né proclama, ma che disconnette la politica da buona parte del paese o buona parte del paese dalla politica. È una tipologia di sfiducia mite, ma strutturale, che ha esiti molto più gravi di quanto sembri. Perché l’assenza di partecipazione non svuota il sistema ma lo irrigidisce ancora di più. Più il numero degli elettori cala e più cresce il peso relativo di chi vota. È un dato oggettivo. Il risultato concreto è un circuito democratico formalmente perfetto, ma sostanzialmente ristretto, in cui gruppi organizzati e corporazioni pesano in modo sproporzionato: è la democrazia che funziona, ma solo per chi ha voce e mezzi per esercitarla, con tanti altri che restano spettatori. Il tema dell’astensione è stato oggetto di richiami del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, il quale, nel suo discorso alla Associazione Nazionale dei Comuni, ha parlato di “preoccupante flessione dell’esercizio del voto”. “Non possiamo accontentarci di una democrazia a bassa intensità. […] La rappresentatività è tutta altra cosa, va perseguita e coltivata con grande determinazione”. In altre parole, il pericolo è che si apra la strada a una democrazia competitiva, discriminatoria, elitaria, nella quale il voto diventa il fattore moltiplicatore di potere per interessi già abbastanza forti e in cui la rappresentanza, piuttosto che equilibrare il pluralismo, finisce per cristallizzare disuguaglianze. In sintesi, la disaffezione al voto, molte volte, finisce per rafforzare quelle stesse dinamiche e cause che l’hanno creata, creando una sorta di corporativismo politico che si afferma per inerzia e per vuoti, che nessuno è stato in grado di colmare. La domanda da porsi, allora, non è se i partiti siano ancora credibili, ma se riescano a generare, oltre che senso, consenso, proposta e direzione. Il tema cruciale non è ideologico, non è una crisi politica della destra o della sinistra, ma è una crisi di progetto della politica. Quella politica che spesso appare come una successione di dichiarazioni lampo nei telegiornali, fandonie, polemiche, provocazioni, slogan, spot, eruzioni social e danze, ma che è e può essere tanto altro. Fuori dai palazzi, c’è il mondo vero, c’è una società che chiede risposte su salari, casa, sanità, mobilità sociale, futuro e che, spesso, non le ottiene. Anche da ciò nasce il disincanto, che non è collera, non è rabbia, ma stanchezza, che è più difficile da scomparire della protesta. Quando la politica non decide, o dà l’impressione di non saperlo fare, smette di attirare e di essere lo strumento per il progresso desiderato dai cittadini. Si mura in un linguaggio autoreferenziale, in rituali incomprensibili e in conflitti che sembrano lontani dalla vita vera. Ciò che resta è un potere senza mandato, una macchina che confeziona norme, ma non fiducia. La soluzione non è moltiplicare le campagne che motivano al voto, ma nel restituire al voto una funzione reale. Se i cittadini percepissero che andare alle urne significa indirizzare le scelte su scuola, sanità, tasse, trasporti e lavoro, la partecipazione migliorerebbe, non per dovere civico, ma per utilità democratica. In questo senso, la responsabilità non è solo dei partiti, ma anche delle istituzioni, dei media, delle élite culturali. Serve una alleanza per ricostruire un lessico politico credibile, fatto di responsabilità, competenza, realismo. Serve, parallelamente, una nuova cultura della decisione: misurata, efficiente, fondata su una idea chiara di bene comune. Non occorre, invece, cercare di accontentare tutti o cadere nelle illusioni dell’antipolitica: la necessità, o il dovere, è, invece, quella di ascoltare le istanze del territorio e dei cittadini e di avere il coraggio di scegliere, di incidere, di utilizzare la politica come mezzo per realizzare e non solo come fine. La reale vittoria non è, non deve e non può essere il trasloco dei voti da sinistra a destra o da destra a sinistra, la affermazione in questa o in quella regione o, ancora, la stabilità dell’azione di governo, alle cui spalle si nasconde sovente la stabilità del proprio sbarcare il lunario. La vittoria è tutta altra cosa: sarà vera, reale, credibile e autentica se torneranno a votare milioni di elettori che, di questi partiti, non si fidano più. La democrazia sopravvive se si sbaglia. Muore se non ci si fida più.




