Mondo

“People first”: è quello che chiedono innanzitutto i venezuelani

A Caracas, dopo l’attacco Usa la vita rimane sospesa, mentre la gente invoca “il bene del popolo”

08 Gen 2026

di Patrizia Caiffa

A Caracas la gente non festeggia, non commenta, non è né a favore di Trump né di Maduro. Ha solo più paura e cerca di ritrovare una parvenza di normalità, tra mille pericoli e incertezze. Il popolo venezuelano, a pochi giorni dall’attacco statunitense del 3 gennaio con droni e bombe, culminato nell’arresto e incriminazione negli Usa del presidente Nicholas Maduro e della moglie Cilia Flores, con l’uccisione di 100 militari (tra cui 32 cubani), è l’unico che non ha avuto finora voce in capitolo: il bene del popolo e una vera democrazia che tuteli i diritti umani non sono la priorità. Lo è il petrolio, lo è il potere. I giovani sono costretti a cancellare dai profili social e dai telefonini tutte le cronologie e le chat per timore che la polizia o i colectivos armati che la sera perlustrano i quartieri trovino una notizia su Trump. Già sono state arrestate arbitrariamente numerose persone. Le persone non si esprimono, parlano solo in privato, tra le mura domestiche. Ma nemmeno quelle potrebbero essere sicure. Si lavora solo fino alle 15 o alle 16 perché altrimenti è troppo rischioso girare per strada. Nei pochi supermercati e negozi aperti c’è la fila ma i beni sono pochi, costosi e la gente non ha soldi a sufficienza. Si torna a casa con due buste della spesa e non si riesce a fare scorte per l’incognito futuro.

Le prime due settimane dell’anno tutto si ferma. La vita quotidiana è molto diversa per le persone che vivono nella capitale, direttamente colpita dall’aggressione statunitense, e chi risiede nelle altre zone del Paese, dove la situazione è più tranquilla. Inoltre, come spiega da Caracas una autorevole fonte venezuelana che chiede l’anonimato per motivi di sicurezza, “a causa della grave crisi economica e delle sanzioni che durano da anni le prime due settimane dell’anno i negozi solitamente sono chiusi, fanno l’inventario, verificano i prezzi. L’economia è più lenta. È tutto fermo, come ad agosto in Italia. Anche l’anno scorso, dopo le contestate elezioni, è successo qualcosa di simile, quindi con la minaccia dell’invasione americana già si prevedeva una situazione di questo tipo”.

Ma stavolta è successo qualcosa di diverso. Qualcosa di troppo. “È entrato qualcuno e ha portato via il presidente. Al di là che piaccia o non piaccia Maduro – afferma – proviamo la sensazione come se fosse stato un rapimento o una violenza ad una donna. Non è uno scherzo”. “Alcuni sono contenti, ma molti sono preoccupati. Non piace a nessuno l’idea di un intervento straniero, è un fatto gravissimo per l’America latina e crea un preoccupante precedente a livello internazionale”.

Ma soprattutto, ci tiene a sottolineare, “in nessun discorso pubblico, né di Trump, né della nuova presidente, né dell’Unione europea, si è parlato del bene della popolazione. Solo il Papa e il cardinal Parolin, che ha parlato con il segretario di stato americano Marco Rubio, se ne stanno preoccupando”. Anche in Italia, puntualizza, “il dibattito è ideologico, tra chi è a favore di Trump e chi di Maduro, senza conoscere veramente la realtà che stiamo vivendo, senza mettere al centro il bene della gente”. “I politici europei – osserva – non hanno ancora capito che oramai l’Europa non conta più niente. L’Unione europea, che culturalmente è stata la più vicina all’America Latina, che ha favorito i programmi di sviluppo, con questa azione di Trump è fuori dal discorso. Eppure, continuano a dibattere. Fa tutto parte dello stesso show. Ma chi pensa alla gente? I venezuelani hanno bisogno di sentirsi dire ‘People first’. Qualsiasi cambiamento dovrebbe mettere al primo posto il bene del popolo. La gente vuole andare al lavoro, portare il cibo a casa e fare la propria vita pacificamente”, prosegue, “invece non ci sono soldi, l’inflazione è alle stelle, non c’è sicurezza”.

Quale scenario futuro? Intanto la presidenza ad interim è stata assunta da Delcy Rodriguez (già vicepresidente con Maduro) con il favore di Trump, mentre la leader dell’opposizione venezuelana e Premio Nobel per la pace Maria Corina Machado reclama il diritto a governare il Paese. Come andrà a finire? Si rischia una situazione di repressione peggiore? Secondo la fonte “dipende da come si metteranno d’accordo i fratelli Delcy e Jorge Rodriguez con Diosdado Cabello, Ministro dell’interno, della giustizia e della pace del Venezuela, che controlla i gruppi armati. Questo è il punto chiave. Per avere un po’ di tranquillità devono fare un accordo. Cabello, più radicale e più vicino a Chavez, deve entrare nell’equazione”.

 

ph Afp-Sir

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