Diocesi

Fede, vita e primavera: il messaggio di Dario Reda ai giovani di Taranto

ph G. Leva
14 Apr 2026

di Francesco Mànisi

Gli adolescenti e i giovani dell’arcidiocesi di Taranto hanno vissuto un intenso momento di preghiera con la Via Crucis ‘Gente di Primavera’, svoltasi lo scorso 26 marzo e promossa dal Servizio diocesano per la pastorale giovanile e vocazionale in collaborazione con il Centro missionario diocesano. L’iniziativa, pensata come un cammino itinerante per le strade della città vecchia, è stata invece vissuta all’interno della cattedrale di San Cataldo a causa delle condizioni meteo avverse.

A guidare le sei stazioni è stato Dario Reda, docente di scienze motorie e giovane testimone di fede vicino al mondo degli adolescenti, che ha proposto riflessioni coinvolgenti e capaci di accostare la Passione di Gesù alle passioni, alle ferite e alle domande dei ragazzi di oggi: solitudine, identità, violenza, dolore. Il percorso intenso ha aiutato i presenti a rileggere la croce non come un evento lontano, ma come una realtà che attraversa ancora oggi la vita di ciascuno.

Al termine i convenuti hanno vissuto un momento conviviale offerto con generosità dalla comunità parrocchiale della Cattedrale.

Abbiamo chiesto a Dario di condividere alcune riflessioni sull’esperienza vissuta.

Da Padova a Taranto per vivere con i nostri giovani questo momento forte. Che impressione ti ha lasciato la città?

“Appena arrivato, una delle prime cose che mi ha colpito è stata la notizia dei Giochi del Mediterraneo: io sono molto legato allo sport, che considero una manifestazione esteriore di un movimento interiore. E arrivare in una città per guidare una Via Crucis, quindi un’esperienza profondamente interiore, e scoprire anche questa dimensione così viva e dinamica, mi ha davvero emozionato. Poi ci sono state le bellezze del territorio, il mare, i sapori (penso alle cozze e alla cucina tipica tarantina che ho avuto modo di gustare) ma soprattutto le persone. Anche se ho vissuto incontri brevi, li definirei ‘anticipi’, piccoli assaggi che mi hanno fatto venire una grande voglia di tornare, non più da ospite di poche ore, ma da amico e da fratello. Un’immagine che mi è rimasta nel cuore è, certamente, quella del Museo archeologico nazionale, con i suoi reperti di inestimabile valore storico e culturale. In modo particolare, mi ha colpito molto il motto del Museo, ‘Past for future’: redo che esso richiami qualcosa di profondamente cristiano: il messaggio di Gesù e la sua vita non possono rimanere qualcosa di lontano o “impolverato” Esso, al contrario, è vivo oggi e parla al nostro presente. Forse potremmo aggiungere non solo ‘past for future’, ma anche ‘past for present’, il passato per il presente”.

Durante la Via Crucis hai sottolineato quanto sia importante una fede concreta. Quanto è importante per un giovane vivere una fede così?

“Più che di ‘concretezza’, parlerei di credibilità. Il rischio è vivere una fede fatta di tante cose (attività, servizi, impegni) ma tutte scollegate da ciò che abbiamo dentro e che scorre nella nostra interiorità. Un giovane percepisce subito se c’è coerenza in chi ha di fronte: se quello che diciamo con le parole corrisponde davvero a quello che viviamo ordinariamente. Posso fare mille cose in parrocchia, ma se dentro non porto nulla, quella concretezza resta vuota. Mi viene in mente la metafora dell’albero: se si preoccupa solo di fare frutti, non crescerà. Se invece mette radici profonde, i frutti arriveranno spontaneamente, come ci ricorda il vangelo stesso. Così è la fede: quando curiamo la relazione interiore con Gesù, anche la vita concreta cambia in modo naturale”.

Hai parlato della necessità di ‘abbracciare la primavera anche nel pieno dell’inverno’. Come può un giovane riconoscere questa primavera nella propria vita?

“Quando tutto sembra inverno, nella vita, nel cuore, nelle situazioni, il primo passo da fare credo sia quello di cercare i germogli. Anche sotto la neve e il ghiaccio, qualcosa sta già nascendo. La primavera non arriva all’improvviso: è già all’opera, nascosta. Il problema è che spesso da soli facciamo fatica a vederlo. Per questo è importante non chiudersi: serve qualcuno accanto, un amico, un compagno, qualcuno che possa ‘scavare con noi’ dentro quel terreno duro e aiutarci a riconoscere anche il più piccolo segno di vita. È un atteggiamento difficile, ma profondamente evangelico. Gesù stesso, sulla croce, non fugge dal dolore: apre le braccia e lo accoglie fino in fondo. Proprio lì, in quella apertura, nasce già una possibilità di vita nuova. Questo significa che anche i nostri momenti di solitudine, di fatica, di smarrimento non sono inutili o da evitare a tutti i costi, ma possono diventare luoghi in cui qualcosa matura. Un modo molto concreto per accorgersene è guardarsi indietro: quante volte qualcosa che ci sembrava una fine (una delusione, una sconfitta, una bocciatura – come è successo a me) si è rivelata poi una tappa importante del nostro cammino? Magari ci ha fatto incontrare persone nuove, ci ha cambiato dentro, ci ha fatto crescere. Rileggere la propria storia aiuta a riconoscere che, anche negli inverni più duri, c’erano già dei segni di primavera. E questo dà speranza: perché se è successo una volta, può accadere ancora. La primavera, allora, non è qualcosa da aspettare passivamente, ma da cercare, custodire e far crescere, anche quando tutto sembra dire il contrario”.

Quale augurio senti di rivolgere ai giovani della nostra arcidiocesi?

“Il mio augurio è semplice: buona strada.  Vuol dire non restare fermi, mettersi in cammino.  Ma per camminare bisogna sapere da dove si parte: anche se il punto di partenza è un “inverno”, va bene così. È da lì che si inizia. E poi avere una direzione: la primavera. Una primavera che è rinascita, luce, vita nuova. ‘Buona strada’ significa accettare il punto in cui si è oggi e, allo stesso tempo, non smettere di muoversi, di cercare, di crescere”.

 

Il servizio fotografico della Via Crucis è stato curato da G. Leva

 

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