Editoriale

L’ennesimo, pessimo serial tv

(Foto Siciliani-Gennari/SIR)
28 Nov 2022

di Emanuele Carrieri

L’ultimo serial televisivo del palcoscenico politico italiano va avanti da poco più di una settimana, ma ha già avuto più colpi di scena di una soap opera statunitense, più di Dallas degli Ewing o di Dynasty dei Carrington. Anche in questa vicenda, a guardare con prudenza, ci sono sviluppi anomali, particolari, singolari. Cosa insegna dunque il caso del deputato Aboubakar Soumahoro, interessato da indagini giudiziarie da parte della Procura di Latina per presunte irregolarità che sarebbero avvenute nelle cooperative condotte dalla suocera e dalla compagna? Prima di ogni altra cosa è il ricorrere di un difetto fatale della nostra politica: se c’è una cosa che gli italiani fanno finta di non perdonare mai sono le bugie e, in modo particolare, le bugie sulla casa. E così, dopo Claudio Scajola (che inciampò nell’affaire di un appartamento a Roma, in Via del Fagutale, davanti al Colosseo, in parte pagato “a sua insaputa”), dopo Pietro Lunardi (che acquistò un immobile in Via dei Prefetti a Roma per un prezzo inferiore alla valutazione), dopo Josefa Idem (incappata in una surreale vicenda di presunte irregolarità nel pagamento di oneri previdenziali e nella gestione del suo patrimonio immobiliare, con una evasione di ICI e IMU), dopo Gianfranco Fini (nota la vicenda della casa a Montecarlo ricevuta in eredità da AN e comprata a prezzo di favore dal cognato di Fini), ecco il deputato Soumahoro e la sua villa di Roma sud. Una casa pagata 450 mila euro, con un mutuo da 270 mila euro: il tutto non sarebbe un problema, se il deputato dell’alleanza fra Sinistra e Verdi, già costretto alle dimissioni dai leader del suo gruppo, non si fosse abbandonato a tutta una serie di affermazioni e dichiarazioni inverosimili. Eccole: prima con l’ormai celebre video del pianto, con la ineluttabile frase “Voi volete uccidermi! Voi mi volete morto! Mia moglie è disoccupata all’Inps”. Disoccupata, certo, ma già garante del sunnominato mutuo con il suo stipendio presso la cooperativa della madre, quella che trattava male gli immigrati e non pagava i suoi collaboratori. Appena una settimana fa Soumahoro piangeva e diceva “Perché non intervistate mia madre e mia suocera!”. E dopo: “Se scoprissi che ci sono state delle irregolarità, sarei impegnato a difendere quei lavoratori!”. Poi, nel programma di approfondimento giornalistico In onda, si trincerava nel silenzio sulla famiglia e le sue donne si barricavano dietro il no comment. Però solamente giovedì scorso Aboubakar Soumahoro modificava daccapo la sua versione, e per la terza volta: “Mi scuso per quel video, io non dormivo da due giorni”. E poi: “La mia è stata una sottovalutazione, una leggerezza”. E allora: nella prima spiegazione, non sapeva nulla delle violazioni e credeva alla suocera, nella seconda si autodefiniva martire e, nella terza, durante il talk show televisivo di attualità e approfondimento Piazza pulita, ammetteva di essere al corrente dei fatti ma di averli sottovalutati, e scaricava la cooperativa della sua famiglia: “Non c’è famiglia che tenga di fronte ai diritti”. I difensori di ufficio e non di Soumahoro ora si dividono in tre categorie: quelli che sostengono la tesi dell’onda razzistica e xenofoba, quelli che dichiarano “Ma se non è nemmeno indagato!” e poi, infine, quelli che avvertono: “Così si criminalizzano le sue giuste battaglie!”. In realtà, appaiono tutte osservazioni fuori centro: perché il colore della pelle di Soumahoro non c’entra nulla perché è trattato con la stessa legittima severità riservata a ogni politico che ha provato a raccontare menzogne sul suo patrimonio. Perché il fatto che non sia indagato non significa nulla: ci sono reati che non comportano colpa, ma anche colpe che non sono certo dei reati. Infine, l’argomentazione sulle battaglie per i diritti di Soumahoro va ribaltata: casomai, era lui che era obbligato alla responsabilità. Ci sono poi cose che appaiono molto grossolane, tanto pacchiane e troppo dozzinali: non si può invocare la esistenza del diritto all’eleganza se si fa ingresso a Palazzo Montecitorio, sede della Camera dei Deputati della Repubblica, portando degli stivali di gomma sporchi di fango e invocando il diritto alla giustizia “per i dannati della terra”. E non si può dire di essere sopravvissuto per sei anni senza stipendio e poi raccontare che la casa è stata comprata “scrivendo un libro”. Il problema del caso di Soumahoro, così, non è che la destra lo attacchi – monsieur de Lapalisse non avrebbe detto meglio – ma che lui abbia ingannato la sua compagine politica, che lui abbia imbrogliato chi lo ha candidato e, prima di ogni altra cosa, che lui abbia tradito gli elettori che lo hanno votato. La conclusione di questo ennesimo serial è che, come diceva Andreotti, “a pensare male si fa peccato ma tante volte s’azzecca”: Soumahoro è figlio dei media che hanno costruito la sua immagine, degli opinion maker e degli opinion leader che si avvicendano a ogni ora del giorno, ogni giorno della settimana, in tivù. Nel tempo dell’informazione totale e dei social, la sinistra che perde sente il bisogno di guru, di racconti e di mitografie. E i miti di cartapesta si sgretolano, così come le case comprate all’insaputa degli acquirenti.

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