Ammazzata, più volte, dallo Stato
Bisogna ammettere che si fa fatica a credere ai propri occhi, si fa fatica a credere a quel filmato. Si fatica a credere perché mostra qualcosa di talmente terrorizzante da superare qualsiasi livello di umana immaginazione. È il filmato che racconta tutto quello che è accaduto mercoledì mattina a Minneapolis, dove una donna di 37 anni, madre di tre bambini, è stata barbaramente assassinata da un agente dell’ICE, la polizia statunitense addetta al controllo della sicurezza delle frontiere, ormai incaricata permanente della caccia senza quartiere e senza tregua all’immigrato (clandestino o no, non importa), diventata la più numerosa e la più finanziata forza dell’ordine degli Usa e trasformata da Trump in una vera e propria “milizia personale”. Basta pensare che il cosiddetto “One Big Beautiful Bill Act”, la legge varata da Trump nel luglio scorso contenente le politiche fiscali e le previsioni di spesa del bilancio federale, ha aumentato i finanziamenti per l’ICE da 10 miliardi di dollari a qualcosa come 150 miliardi di dollari. Ma che cosa è con precisione l’ICE? Munitissima di qualunque arma di ogni genere e specie, equipaggiatissima di veicoli, molto spesso, privi di ogni insegna di riconoscimento, l’agenzia federale ha un organico di dimensioni sconvolgenti – oltre ventimila uomini – rigonfiato da forme di reclutamento che, a quanto pare, non vanno molto per il sottile – le matricole non passano per nessuna tipologia di filtro, né nella selezione, sia nella settimana di addestramento – ma, è, soprattutto, libera di agire, sguinzagliando in qualsiasi luogo, nel nome di una emergenza che non esiste, agenti mascherati come delinquenti e autorizzati, anzi, incoraggiati a violare a piacimento l’articolo 4 della Costituzione, cioè quello che vieta, in mancanza di un giustificato mandato del potere giudiziario, perquisizioni e sequestri irragionevoli. Questa è la polizia statunitense addetta al controllo della sicurezza delle frontiere, da mesi impegnata, armi in pugno e volti coperti da passamontagna, in azioni ovunque vi sia la eventuale presenza di addetti ai lavori più umili presenti sul territorio statunitense (illegalmente o legalmente, poco importa). Gente pericolosa, per Trump. Ma la donna uccisa a Minneapolis – a pochi isolati dal luogo dove il 25 maggio del 2020 George Floyd venne soffocato da un poliziotto – non era niente di tutto ciò. Era cittadina americana di nascita, era bianca e bionda. Si chiamava Renee Nicole Good, era vedova e madre di tre figli. Si era da poco trasferita a Minneapolis e viveva nel quartiere dove è stata uccisa. Forse nemmeno stava partecipando alla protesta con cui i locali avevano accolto gli agenti a viso coperto dell’ICE: Renee era nella sua auto, ferma, di traverso sulla strada innevata. È sopraggiunto un pickup, alcuni uomini armati e mascherati sono scesi e hanno iniziato, senza identificarsi, a impartire ordini, invitandola prima a sgomberare la corsia e, nel tempo stesso, a scendere dal veicolo. Uno degli agenti si è quindi avvicinato all’auto cercando di aprire la portiera. L’auto di Renee è ripartita con l’evidente proposito di allontanarsi da quel luogo: la direzione del veicolo e la posizione delle ruote anteriori non lasciano dubbi in proposito. La tesi che stesse cercando di investire un agente è una vera menzogna. Ed è evidente il fatto che in tutto ciò mai la incolumità degli agenti è stata in pericolo. Ma ciò non ha impedito che uno di loro aprisse il fuoco contro di lei, uccidendola con almeno due colpi di pistola. Diversa la ricostruzione di Kristi Noem, segretaria della sicurezza interna, quella donna che qualche mese fa pubblicò un video, in cui apparve in bella posa davanti a una gabbia piena di detenuti e con questa scritta: “Messaggio chiaro per i criminali immigrati clandestini: andate via se no, ti daremo la caccia, ti arresteremo e potresti finire in questa prigione”. Più crudele la dichiarazione su quanto avvenuto mercoledì: “L’agente che ha sparato ha messo in pratica il proprio addestramento per difendere la propria vita e quella dei suoi colleghi”. Uccisa una seconda volta. Poi è toccato al vicepresidente Vance prendere la parola per proclamare la sua verità: “È stato detto che questo agente non è stato investito da un’auto, non è stato molestato e ha ucciso una donna innocente. La sua vita era in pericolo e ha sparato per legittima difesa”. Così Renee è stata ammazzata una terza volta. Subito dopo ha detto la sua anche Trump: “La donna era molto turbolenta, ostacolava e opponeva resistenza, e poi ha investito l’agente, che può averle sparato per legittima difesa”. Poi ha continuato: “In base al video è difficile credere che sia vivo, ora si sta riprendendo in ospedale. La ragione per la quale questi fatti accadono è perché la sinistra radicale sta minacciando, aggredendo e mettendo nel mirino le forze dell’ordine e gli agenti dell’ICE”. Uccisa la quarta volta. Che cosa aggiungere alla luce di tutto ciò? È la cronaca di una morte ripresa da più telecamere e raccontata come se quei filmati non esistessero. Non è solo la storia del delitto di Renee Nicole Good, è soprattutto il racconto di uno stato che spara, indaga e assolve sé stesso. È chiaro l’obiettivo di Trump: esasperare il conflitto per produrre reazioni violente e giustificare così una ulteriore stretta repressiva e dispotica. Intensificare lo scontro è utile: legittima la escalation nei raid dell’ICE, negli arresti illegali e nelle espulsioni. Permette di intensificare il conflitto con le autorità governate dai democratici, con lo scopo di piegare la dialettica del federalismo a vantaggio del potere massimo. Consente, infine, di alimentare la narrazione emergenziale sulla quale si basa l’amministrazione Trump per giustificare l’adozione di misure speciali: strategia che potrebbe essere usata per adottare ordini restrittivi nell’accesso al voto di midterm di novembre. Ci si deve aspettare di tutto.


