AAA cercasi legittimazione
L’interrogativo che, oggi più che in passato, ci si rivolge è se tutte le gravi violazioni dei diritti umani da parte di un regime possano modificare le valutazioni giuridiche di una guerra di aggressione. La risposta all’interrogativo, chiaramente, è fondata sul diritto ed è incardinata nel diritto. Secondo la Carta delle Nazioni unite, che è il documento fondativo dell’Organizzazione delle Nazioni Unite, il ricorso alle forze armate, da parte di uno stato contro un altro, è legittimo soltanto in due casi: quando è autorizzato dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu o quando costituisce un atto di autodifesa, necessario e proporzionato a una minaccia imminente. Nel caso dell’attacco congiunto da parte di Stati Uniti e Israele all’Iran, che ha avuto inizio il 28 febbraio scorso, è da riporre subito il primo di questi due presupposti, ma resta, sul tavolo, il secondo, anche se, in verità, è molto ardua la attribuzione di responsabilità. Infatti, a ben guardare è dal 1979, anno della fondazione della Repubblica Sciita dell’Iran, che Israele e il regime degli ayatollah si accusano reciprocamente di essere una “minaccia esistenziale”. La realtà è che le rivolte che, spesso, sconvolgono il paese, sempre soffocate dal regime con arresti e uccisioni, denotano quanto sia profonda la voglia, il sogno di libertà, della popolazione e la rivendicazione dei diritti fondamentali, anche a costo della galera e della morte. Però, questa realtà non può essere strumentalizzata per altri fini, soprattutto per obiettivi geopolitici. L’aiuto e il sostegno ai diritti degli iraniani non possono trasformarsi in una giustificazione per azioni che violano a loro volta il diritto internazionale. Per questo, da più parti si parla senza esitazioni di una azione illegale, in altre parole, una vera e propria aggressione. Eppure la frattura politica provocata su questo punto, sia nell’Europa che nell’Occidente, è più che manifesta. La resistenza e l’avversione di molti governi a riconoscere la illegittimità dell’attacco non è solo una opzione di diplomazia, abilmente ricoperta con la cappa della prudenza, ma rischia di trasformarsi in un precedente davvero pericoloso. Se la violazione del divieto dell’uso della forza non viene chiamata con il suo nome, il messaggio è che la legge internazionale impegna soltanto alcuni stati, ma non altri, ma non tutti. Il principio esiste e continua a esistere, ma la sua capacità di vincolare le sedicenti grandi potenze appare sempre più incerta. La storia dimostra, in più, che i cambiamenti di regime imposti dall’esterno attraverso bombardamenti o penetrazioni militari, spesso presentati come operazioni liberatrici, non creano né stato di diritto né istituzioni stabili. Gli interventi in Afghanistan nel 2001, in Iraq nel 2003 e in Libia nel 2011 continuano a pesare sul sistema internazionale e, in particolare, sulle popolazioni coinvolte. La devastazione di questi paesi dimostra quanto sia facile distruggere dall’alto e quanto sia invece difficile, se non impossibile, imporre dall’esterno soluzioni stabili e democratiche. A ciò si aggiunge un’altra considerazione: l’attacco all’Iran non appare motivato dalla tutela dei diritti della popolazione. Le dichiarazioni di Israele e Stati Uniti palesano che gli obiettivi perseguiti hanno poco o niente a che fare con i diritti delle donne e dei giovani iraniani, con la libertà politica. Infatti, le operazioni militari hanno già prodotto conseguenze umanitarie: l’attacco con i missili alla scuola elementare femminile di Minab, in cui sono state assassinate oltre centocinquanta bambine sotto i dodici anni, i bombardamenti su infrastrutture energetiche con pesanti effetti ambientali, la distruzione di impianti fondamentali per la popolazione come quelli per la desalinizzazione dell’acqua. No, non è un dejà vu, non è una illusione della memoria: è realtà già vista, in altri luoghi. Il diritto internazionale, cioè il complesso dei principi giuridici che costituiscono il fondamento dell’ordine internazionale, non vale solamente se e quando conviene. La sua forza sta proprio nel valere, anzitutto quando è scomodo, perché la sua funzione è ricordare che il potere incontra dei limiti anche nelle relazioni fra gli stati. Senza il riconoscimento di questi limiti, l’ordine internazionale si trasforma in qualcosa di debole, si altera nella legge del più forte. Non è solo la credibilità immateriale del diritto internazionale a essere in gioco quando si parla di Ucraina, di Iran, di Palestina, di Venezuela. È la capacità di un principio di limitare il potere e di proteggere tutti gli esseri umani dalla forza bruta, dalla rozzezza, dalla barbarie. Si sa che esistono strumenti giuridici per affrontare i crimini contro l’umanità commessi dalle guardie della rivoluzione islamica e non soltanto: se quei crimini della tirannia iraniana vanno puniti, anche gli attacchi contro gli obiettivi civili vanno sottoposti alla giustizia internazionale, sia se commessi in Iran o dall’Iran che commessi in o da qualsiasi altro paese. Ma la realtà è tutt’altra. La Corte Penale Internazionale ha emesso, nel marzo 2024, un mandato di arresto a carico di Putin in relazione alla guerra in Ucraina, per la deportazione illegale di minori dalle zone invase e, nel novembre 2024, per Netanyahu a proposito di Gaza per l’uso della fame come condotta di guerra e la privazione calcolata di beni essenziali per i civili. Come è noto, i due ricercati, che condividono la stessa sorte (cioè la latitanza) di Matteo Messina Denaro, vanno all’estero, incontrano altri capi di stato, ricevono onori, partecipano a colloqui, rilasciano interviste, parlano al telefono con altri leader. “Ma sono stati eletti!” è la più diffusa giustificazione. Ma forse è colpa della inconsistenza della risposta della comunità internazionale. La spiegazione di un caro lettore è diversa: “Trump e gli altri non li arresteranno mai perché faranno le loro stesse cose, se sarà necessario!”.




