In quello Stretto, privo di sbocchi
È la prima, forte scossa tellurica nell’amministrazione trumpiana dalla esplosione del conflitto contro l’Iran, quasi tre settimane fa. A provocarla non è stato un passante, un uomo qualsiasi, ma uno che, dalla destra americana, è considerato un eroe di guerra, anzi la icona vivente del mito “one riot, one ranger”, un ranger inviato in una prigione in rivolta. Alla domanda “e gli altri?”, rispose “una rivolta, un ranger”. È stato Joe Kent, massimo responsabile fino a martedì scorso dell’organismo di coordinamento delle attività in materia di anti-terrorismo, che si è dimesso in disaccordo con la guerra in Iran. Kent, che ha partecipato a undici missioni e la cui moglie, militare delle forze speciali, è stata uccisa in Siria nel 2019 in seguito a un attentato dello Stato Islamico, ha rivolto a Trump una grave accusa, affermando che porta avanti la guerra “sotto la pressione di Israele e della sua potente lobby negli Stati Uniti” e che l’Iran non era una minaccia imminente per l’America. Le sue dimissioni arrivano in un periodo critico per Trump, impantanato in un conflitto che non sta sicuramente andando come previsto. L’idea che Trump si sia lasciato trascinare nel conflitto dal primo ministro israeliano Netanyahu corre dall’inizio della guerra, senza che le smentite della Casa Bianca abbiano alcun effetto. Certo è che la cancellazione dei vertici iraniani da parte di Israele e degli Usa è stata sistematica e al di là di ogni regola internazionale, ma non è per nulla chiaro se c’è una strategia diretta a un cambio di regime (a vantaggio di chi dovrebbe essere il cambio di regime?). In verità, nessuna strategia americana è comprensibile ma è più che evidente il punto nodale della vicenda, che non è il nucleare e neppure i missili, ma è l’unica arma atomica dell’Iran: lo Stretto di Hormuz. Il rischio è che se gli Usa prendono lo Stretto, con ciò che ne deriva sul piano economico e militare, la guerra rischia di andare totalmente fuori controllo. È quello che hanno percepito i paesi, al G7, che hanno detto no alla missione per riaprire il Golfo alla navigazione delle petroliere. Il blocco dello Stretto di Hormuz crea un doppio problema a Trump: quello dei prezzi dell’energia, che innervosiscono gli elettori statunitensi, e quello dell’affronto inflittogli dai paesi Nato, che si sono rifiutati di rispondere al suo appello per mettere in sicurezza il canale. La situazione di Trump contrasta con quella in cui si trova Netanyahu, che il 17 marzo ha annunciato un successo dei suoi servizi di sicurezza: l’uccisione a Teheran di Ali Larijani, uno dei leader del regime. Fin dall’inizio è sembrato evidente che Netanyahu e Trump non hanno lo stesso programma né gli stessi obiettivi. Forse Trump rimpiange di non aver fermato la guerra subito dopo la morte della guida suprema Ali Khamenei, che gli avrebbe permesso di cantare l’alleluia. Se il Golfo non è importante per i rifornimenti americani, è vitale per le monarchie del Golfo, clienti delle armi Usa e grandi investitori negli Stati uniti. Garantire la libera navigazione e il commercio è fondamentale per ogni super potenza: se rinunci significa vedere intaccata la leadership mondiale e che chiunque potrà bramare l’idea di sfidare gli Stati Uniti. È evidente che Trump è in un mare di guai. E comunque vada il resto della sua presidenza cercherà, in tutti i modi, di farla pagare cara a chi non accetta di approvare la responsabilità di una guerra contro il diritto internazionale. Per quanto riguarda l’Ucraina di Zelensky, amico dell’Europa, è certo che accarezzerà l’idea di farla pezzi: è frenato solamente dal fatto che, con tutti i conflitti, l’industria bellica americana incassa soldi in abbondanza. Se pensava di risolvere questa guerra dall’alto in un batter d’occhio trucidando Khamenei, vuol dire che si è fatto abbindolare, ancora una volta, da Netanyahu, al quale delle sorti dell’Iran non interessa assolutamente niente. Anche il cambio di regime per Netanyahu è ininfluente: l’importante è che l’Iran sia a pezzi e nel caos, come l’Iraq e la Siria. Il suo obiettivo è radere al suolo il Libano e farne un’altra Gaza, e poi ripulire la Cisgiordania. Trump ha un piano di disimpegno, una strategia di fuga, una via di uscita da questa impasse, da questo vicolo cieco? Forse, tutto è possibile, ma solo entrando con lui nel suo teatro dell’assurdo. È un duello senza scampo: il regime degli ayatollah punta, come sempre, alla sopravvivenza, anche a costo di repressioni spietate, Trump sollecita una resa incondizionata che l’Iran non ha alcuna intenzione nemmeno di discutere perché potrebbe significare la più fatale delle umiliazioni. Il rischio fondato è che questa guerra dall’esito estremamente incerto vada avanti fino alle votazioni di midterm e la schiera di intrallazzatori, profittatori e speculatori di cui si circonda Trump potrebbe trovarsi spalle al muro, con esito negativo sui risultati elettorali. Allo stato attuale della situazione, con lo Stretto di Hormuz praticamente ostruito e i missili iraniani che continuano a piombare su tutti gli alleati degli Stati Uniti nei territori circostanti il Golfo, per Trump è come camminare su dei carboni ardenti. È una situazione che, nonostante le apparenze e le ostentazioni, potrebbe avergli fatto perdere la fame, la sete e il sonno. Il segnale è giunto il 16 marzo quando ha lasciato a bocca aperta tutto il mondo rivelando che non si aspettava un attacco dell’Iran contro i paesi del Golfo, nonostante Teheran, da tempo, minacciasse di colpire le basi militari statunitensi circostanti. Fra Netanyahu che gestisce il conflitto con una strategia metodica e spietata e Trump che raffazzona ogni iniziativa, c’è una differenza abissale. Le accuse mosse da Joe Kent nella lettera di dimissioni rendono la distanza fra i due incolmabile e il contrasto ancor più eloquente.




