Sport

La morte del calcio italiano

03 Apr 2026

di Paolo Arrivo

Venerdì Santo. Tre giorni fa la disfatta dell’Italia, superata dalla Bosnia ai calci di rigori dopo i tempi supplementari. La mancata qualificazione ai Mondiali, per la terza volta consecutiva, ha fugato ogni dubbio sul valore reale della nazionale: una squadra che non può più competere con le Grandi. Che fa fatica con quelle di medio livello, rischiando di perdere anche prima dei supplementari. Nella ricerca dei veri responsabili del declino del calcio italiano, l’unica certezza è la sua scomparsa. E ora se ne sta celebrando il funerale. Restare positivi è un obbligo morale. Verrà Pasqua. Ma non tra due giorni. Nemmeno tra due anni: la ricostruzione è un processo lento che richiede tempo, cura e pazienza, i cui effetti benefici possono essere anche immediati.

Come risollevare il calcio italiano

Partendo dal presupposto che il talento non manca (lo dimostrano i successi della nazionale a livello giovanile), lo stesso va formato, valorizzato e utilizzato. Cosa fare? Bisognerebbe investire seriamente nei centri di formazione. E soprattutto dare più spazio ai giovani in serie A. Ovvero privilegiarli rispetto agli stranieri mediocri. Per farlo, ci vuole coraggio. E incentivi economici a chi li fa giocare. L’auspicio è che il proposito di rifondare il calcio italiano, o quantomeno di metterci mano, non resti lettera morta, come accaduto negli ultimi dodici anni. La forte ondata di indignazione suscitata dall’ultima catastrofe lascia presagire che necessariamente qualcosa accadrà.

Sul campo di gioco

L’aspetto psicologico è certamente importante nella ricerca del risultato. Occorre creare una nuova mentalità: essere positivi, e non scendere in campo impauriti temendo l’ambiente e l’avversario. Occorre creare una nuova identità, che con Roberto Mancini sembrava fosse nata. L’Italia deve decidere se essere una squadra difensiva oppure moderna. Mancini, trionfatore a Wembley, aveva tracciato la strada. Andando a rompere con la tradizione recente dell’Italia: la sua squadra voleva controllare la partita, e non subirla. Cercava di imporre il proprio gioco anziché essere attendista. C’è allora da interrogarsi sul motivo per il quale quella nazionale non ha avuto continuità. Al punto che il sistema di gioco si è fatto prevedibile, e contro squadre chiuse si sono incontrate difficoltà.

La magia del pallone

Lontani sono i tempi nei quali il calcio italiano veniva preso a modello dalle altre emergenti realtà. Lo sanno bene gli italiani, che negli ultimi anni hanno potuto gioire grazie a quelle discipline che un tempo venivano definite sport minori. Pensiamo alle imprese di Jannik Sinner in particolare. Ai trionfi della nazionale maschile di pallavolo e di quella femminile. I tarantini si sono emozionati con Benedetta Pilato e con la karateka Silvia Semeraro, atlete di livello mondiale. Il calcio, però, resta lo sport più seguito e più amato, capace di chiamare a raccolta milioni di persone. Tanti avrebbero seguito le partite del Mondiale regalandosi momenti di condivisione questa estate. Proprio questa dimensione va recuperata: da quando si sono anteposti gli interessi economici, il sistema si è fatto marcio. E cambiare allenatore ormai non basta.

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