Tracce

Ritorno a mani vuote

Afp/Ansa/Avvenire
18 Mag 2026

di Emanuele Carrieri

È una locuzione latina, tratta dall’Epistola ai Pisoni di Orazio, che, tradotta, significa “la montagna ha partorito un topolino”. Ma lui, Trump, aveva già preparato la sua versione del viaggio. Una visita “incredibile”, un rapporto “molto solido” con Xi Jinping, “fantastici accordi commerciali”, “molti problemi risolti” che, a suo dire, altri “non sarebbero stati capaci di risolvere”. Ma dietro la scenografia, il bilancio appare assai più modesto. I nodi principali sono rimasti lì, intatti. L’Iran, che era al centro della missione di Trump, non ha trovato una via di uscita. Taiwan, che per Xi è il tema esistenziale, non ha ricevuto alcuna rassicurazione definitiva. E il commercio, più che delle alleanze, ha soltanto prodotto una serie di proclami statunitensi, tuttora carenti di conferme e di dichiarazioni cinesi. Trump ha trasformato il viaggio in Cina in una autocelebrazione della sua forza diplomatica. Sull’Air Force One ha annunciato che Pechino avrebbe accettato di acquistare duecento aerei Boeing, con la possibilità di raggiungere settecento, se “faranno un buon lavoro”. E ha parlato di miliardi di dollari di soia, di nuovi acquisti energetici, di navi cinesi dirette verso Texas, Louisiana e Alaska e di motori General Electric, di licenze riaperte per la carne bovina americana, di una relazione economica pronta a ripartire. Il vero problema è che Pechino non ha appunto confermato nulla. Non lo ha fatto sui Boeing, non lo ha fatto sugli acquisti agricoli e non lo ha fatto sugli impegni energetici nei termini trionfali adoperati da Trump. La Cina, invece, si è limitata a parlare di “stabilità” delle catene di approvvigionamento, di sicurezza energetica globale e di una relazione costruttiva con Washington. È la differenza, non secondaria, fra la politica spettacolo di Trump e la diplomazia più gelida di Xi, che, come è noto, è un leader silenzioso, enigmatico, che non lascia trasparire alcunché. La visita ha soltanto ridotto il rumore, ma non ha cancellato la rivalità. Il vero obiettivo politico di Trump era l’Iran. La guerra “non dichiarata” con Teheran pesa sull’amministrazione statunitense, sui rapporti economici e sulle operazioni commerciali, sul prezzo del petrolio e sulla percezione di un presidente che minaccia bombardamenti, ma senza avere ancora una via di uscita credibile. Trump ha detto che Stati Uniti e Cina concordano sull’esigenza che lo Stretto di Hormuz seguiti a essere aperto, sull’urgenza di impedire all’Iran di dotarsi di armi nucleari e sull’impegno di non inviare equipaggiamenti militari a Teheran. Ma anche su questo, Pechino ha evitato di abbracciare pubblicamente la narrazione trumpiana. Su Taiwan, Xi Jinping è stato esplicito: ha avvertito Trump che una cattiva gestione della questione potrebbe far arrivare a una “situazione estremamente pericolosa”. Pechino vorrebbe che Washington cambiasse anche il proprio linguaggio, passando dal non sostenere l’indipendenza di Taiwan a una opposizione esplicita. Ma su ciò occorre un passo indietro. Prima del viaggio, Trump ha detto che avrebbe discusso con Xi Jinping della vendita di armi statunitensi a Taiwan. Allora, per quale scopo parlare con il numero uno cinese di una materia che i suoi predecessori si sono rifiutati di trattare nel dialogo con Pechino? È cambiato qualcosa? E cosa è cambiato? La risposta è evidente: nella diplomazia transazionale di Trump qualsiasi cosa può finire al centro di una trattativa. Compresa Taiwan? Davvero gli Stati Uniti potrebbero abbandonare Taiwan? Se non fosse per la imprevedibilità di Trump, la risposta sarebbe certo no. I motivi per difendere Taiwan sono vari, dal suo dominio dell’industria dei semiconduttori fino all’analisi strategica: Taiwan è un avamposto cruciale verso il Pacifico. Un abbandono di Taiwan segnerebbe la fine del ruolo Usa nella sicurezza nell’Indopacifico e l’ammissione dell’egemonia di Pechino sull’Asia. Fino a questo momento quasi tutti i paesi asiatici si sono accontentati di un equilibrio che gli ha permesso di ottenere vantaggi dal commercio con la Cina e dalla garanzia di sicurezza Usa, senza dover scegliere con chi stare. Ma Trump ha rimescolato le carte con la sua voglia di concludere un affare, e nessuno può dire di sapere con certezza cosa frulli nella testa del presidente statunitense a proposito di Taiwan. Il dubbio è molto più che giustificato: lo Stretto di Hormuz in cambio dello Stretto di Taiwan? Baratto, questo, che potrebbe tentare Trump, che ha bisogno di ottenere l’aiuto di Pechino per uscire dal fango in cui si è cacciato in Iran. Significativa una frase: Trump ha detto di non essersi impegnato “in un senso o nell’altro” sulla difesa di Taiwan. E poi: “Non voglio che qualcuno dichiari l’indipendenza e che gli Usa debbano percorrere 15.000 chilometri per andare in guerra”. La Cina è un pachiderma economico e commerciale che opera delle scelte strategiche assai mirate, soprattutto in campo internazionale. Ebbene, quali sono stata le scelte strategiche che hanno operato i due più grandi statisti della storia, ossia Trump e Netanyahu? La risposta è banale: provocare un conflitto nel Golfo che ha avuto, come risposta iraniana, la chiusura di Hormuz (mai avvenuta in mezzo secolo) e dei contraccolpi a livello globale che rendono sempre più tenebrosa e insopportabile la persecuzione del petrolio su tutto e su tutti. In questo momento, gli Stati Uniti di Trump, spinti dal delirante progetto di Grande Israele pensato da Netanyahu, si sono impantanati, o meglio si sono sprofondati, in un conflitto vitale che sta assorbendo miliardi di risorse militari e fornisce a Pechino nuovi vantaggi. Il viaggio in Cina ha soltanto abbassato, per il momento, i toni delle divergenze, ma non le ha, per niente, modificate. Figurarsi se ha modificato l’atavica rivalità fra Cina e Stati Uniti.

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