Il fallimento dell’essere comunità
Non se ne esce. È una spirale perversa da cui sembra impossibile venir fuori. Gli interrogativi a cui sembra saldato il dibattito pubblico, soprattutto nei talk show televisivi, sono sempre tali e quali: ma il gioielliere di Grinzane Cavour è colpevole o no? È un carnefice o è una vittima? Gli agenti di polizia e i paramedici intervenuti per Abderrahim Fakir al Pilastro hanno fatto ciò che dovevano fare o hanno sbagliato qualcosa? Che cosa hanno fatto di sbagliato? Ci si ferma sempre allo stesso argomento, non si va mai di là: quello della responsabilità individuale. Gli interrogativi sono giustificati e legittimi, ma sono anche domande di “comodo” perché paiono degli alvei in cui racchiudere il caso, che incarcerano il fatto in un nome e dentro una responsabilità penale e lasciano fuori tutto il resto. Il resto è una cultura ormai diffusa e dilatata, sedimentata nel corso di anni e anni, che ha reso possibili più comportamenti che dovrebbero essere impossibili in un vero stato di diritto: che un cittadino possa farsi giustizia da sé, che chi indossa una divisa possa dimenticare che il suo compito è custodire chi ha di fronte, che chi presta soccorso possa distogliere lo sguardo da un corpo che ha bisogno di aiuto. Sono dei risvolti dello stesso cedimento: l’idea che la legge sia un ostacolo e che ciascuno possa arrogarsi il diritto di decidere da sé quando sospenderla. Correndo anche il rischio di apparire matusa con idee vecchie e superate, va anche detto che un tempo c’era una sorta di richiamo reciproco fra chi era presente e che non era scritto in alcun protocollo: funzionava come un argine silenzioso e fermava ognuno dentro il perimetro del proprio ruolo, anche negli istanti di più alta tensione. Questo senso comunitario – questo senso civico del limite che ciascuno riconosceva nell’altro – si è perso. Tutto ciò non significa diluire la responsabilità individuale in un onnicomprensivo “colpa di tutti”. Casomai vuol dire il contrario: la responsabilità individuale esiste, ma esiste all’interno di una rete di responsabilità collettive che la rendono possibile o la contengono. Quel richiamo reciproco non era altro che tale processo messo in funzione: la responsabilità di chi usciva dal ruolo restava sua, ma la collettività presente aveva la responsabilità di richiamarla per tempo, prima che diventasse un danno. Se tale rete si rompe, la responsabilità individuale non sparisce: resta sola a reggere un peso che prima veniva condiviso e contenuto da altri. La rinuncia individuale alla vendetta privata non è una limitazione alla libertà, ma è la condizione stessa della convivenza civile. Quando quella rinuncia viene rilevata come un torto siamo di fronte all’erosione lenta del patto su cui si fonda lo stare insieme. Esiste un livello che, oggi, manca quasi del tutto al dibattito pubblico: quello di una collettività che non si riconosce più nelle regole che si è data, e che, per questo motivo, produce, commercianti che sparano, agenti che scordano il proprio ruolo, soccorritori che voltano lo sguardo altrove. Il vero scandalo non è nei soli fascicoli giudiziari: è che si continua a discuterne come se lo fosse. Ora la capacità di riconoscere nella fragilità della donna, del bambino, dell’anziano, del migrante, del povero, del diverso o del malato psichiatrico come un “qualcosa” appartenente a tutti, sembra essersi rovesciata. Più le cose vengono “semplificate” con violenza, più le persone sembrano sentirsi rassicurate. È come se la precarietà che ciascuno porta dentro di sé venisse catapultata su chi è più fragile, per mettere distanza fra la propria condizione e quella di chi soccombe. Se quella fragilità è contenuta, frenata, allontanata, si produce l’illusione che anche la precarietà, in tutte le sue forme, nel contempo si riduca. È la scorciatoia emotiva che promette di dare risposte alle insicurezze: chiudere, incarcerare e allontanare, come se rimuovere il sintomo bastasse a curare una malattia. C’è un paradosso che coinvolge quella parte dei giovani che finisce per riprodurre lo stesso processo mentale che dice di combattere: anche lì la complessità è “semplificata” con la forza, anche lì il conflitto è risolto individuando un nemico da picchiare invece di una struttura da capire, anche lì si cerca la consolazione di un gesto violento invece della fatica di costruire il consenso, la relazione. Ma poi c’è un altro indicatore, forse meno individuabile ma nello stesso modo significativo, del cedimento: è la tendenza sempre più crescente a ridurre qualsiasi disagio a una questione medico-legale o a un problema di natura assistenziale-sanitaria. Certamente sono temi reali e nessuno può negarne l’importanza ma fanno parte della stessa famiglia delle domande di “comodo”: alvei in cui racchiudere il caso. Ma il modo in cui vengono posti al centro del discorso finisce spesso per spostare l’attenzione da ciò che conta davvero, che è sicuramente importante: non mancano solamente strutture o personale, manca, soprattutto, un tessuto di relazioni capace di rendersi conto, per tempo, della fragilità di qualcuno, di fronteggiare quella fragilità prima che divenga una vera emergenza. Trasformare tutto in questione medico-legale o assistenziale-sanitaria è una strategia di “comodo”, perché porge soluzioni misurabili, quantificabili, imputabili. Ma è soprattutto il modo per non guardare in faccia la vera posta in gioco: la perdita di condivisione e di partecipazione della comunità, il progressivo impoverimento di quei legami e di quelle relazioni che un tempo rendevano possibile il prendersi cura degli altri prima che la cura diventasse solo un dossier amministrativo, una cartella sanitaria o un fascicolo giudiziario. Allora, la comunità si stringeva attorno al più fragile. Adesso ci si addestra a stringersi contro qualcuno.




