Dal Congresso sulla pastorale scolastica alla Gmg: il coraggio di crescere e la responsabilità di educare
I giovani con le loro fragilità, i loro sogni e le loro speranze a volte tradite; e poi gli adulti chiamati a una maggiore responsabilità, quella di accompagnarli in un percorso di crescita che vada oltre la trasmissione delle conoscenze. Il 22 ottobre, nel giorno della memoria liturgica di san Giovanni Paolo II, il pontefice che ha dato vita alle Giornate mondiali della gioventù, Leone XIV è tornato a rivolgersi agli educatori e alle nuove generazioni, attraverso due interventi distinti ma accomunati dalla medesima attenzione all’umano.
Nella mattinata del 22 ottobre, nell’aula Paolo VI, il Papa ha incontrato i partecipanti al Congresso internazionale sulla pastorale scolastica e universitaria, promosso dal dicastero per la Cultura e l’educazione, sul tema Disegnare nuove mappe di speranza.
Nella stessa giornata è stato inoltre diffuso il videomessaggio in occasione dell’apertura delle iscrizioni alla Giornata mondiale della gioventù di Seul 2027. Quest’ultima è stata istituita da papa Giovanni Paolo II il 20 dicembre 1985; un’idea nata dopo il grande successo del Giubileo dei giovani del 1984 e dell’Anno internazionale della gioventù del 1985, celebrati con centinaia di migliaia di ragazzi a Roma. La prima Gmg a carattere diocesano si è tenuta il 23 marzo 1986, mentre il primo grande raduno internazionale è stato organizzato a Buenos Aires, in Argentina, nell’aprile del 1987.
Due interventi che, seppur rivolti a destinatari diversi, sembrano convergere su una questione fondamentale: quale spazio viene realmente riconosciuto ai giovani nella società contemporanea? Una domanda il cui significato si rivela sempre più urgente alla luce dei recenti fatti di cronaca di Parigi e Milano, che, seppur con sfumature differenti, invitano ad interrogarsi sul rapporto tra giovani, società e responsabilità educativa, cercando di tenere lontane le interpretazioni semplicistiche della realtà.
In particolare, nel discorso rivolto ai partecipanti al Congresso, Leone XIV, attraverso le sue parole, richiama l’attenzione sulle difficoltà che attraversano la vita di molti giovani.
«Famiglie ferite, solitudini digitali, sentimento di inadeguatezza o di timore davanti a un futuro che appare incerto» e ancora: «molti attraversano i corridoi dei nostri istituti e delle nostre università e forse si sentono anonimi. Com’è importante che le scuole e le università cattoliche siano, prima di tutto, “casa”, un luogo familiare dove si è attesi».
Il primo annuncio, ricorda il Papa, passa attraverso l’accoglienza: qualcuno che ti guarda negli occhi, che ricorda il tuo nome, che nota la tua assenza, che si rallegra del tuo ritorno. È in questa prospettiva che il Pontefice invita a considerare le scuole e le università cattoliche, prima di tutto, come una «casa», nella quale ogni giovane possa sentirsi accolto e riconosciuto. Un’immagine che restituisce all’educazione il suo significato più profondo: non soltanto trasmettere conoscenze, ma accompagnare la persona nella sua crescita, riconoscendone le capacità, le domande e le fragilità.
Il richiamo del Papa non si esaurisce, tuttavia, nella dimensione dell’accoglienza. Educare significa anche stimolare il pensiero, incoraggiare la ricerca della verità e aiutare i giovani a sviluppare quella capacità di discernimento necessaria per affrontare la complessità del presente. Un compito che diventa ancora più importante in una società nella quale il successo e la prestazione rischiano di trasformarsi negli unici criteri attraverso cui misurare il valore della persona.
Ecco perché il Santo padre, nella sua riflessione, invita a soffermarsi sulla paura di sbagliare che – oggi come oggi, potremmo dire – accomuna tanto i giovani quanto gli adulti. Moltissimi giovani – osserva il Pontefice – vivono quotidianamente il timore di essere giudicati, di non soddisfare le aspettative sociali e familiari e di non raggiungere i risultati desiderati. Una condizione che priva l’errore del suo valore pedagogico, riducendolo a una sconfitta personale, anziché riconoscerlo come parte integrante del percorso di crescita.
«Non pochi giovani, oggi, sono come paralizzati dalla paura di sbagliare, di non essere all’altezza, di essere malintesi, di non corrispondere alle aspettative. Viviamo in una cultura della prestazione che mette continuamente a confronto e classifica in modo a volte spietato. Una meritocrazia male intesa finisce per non rispettare le persone. Per questo molti finiscono per rinunciare prima ancora di provare.»
Alla logica della prestazione, Leone XIV contrappone il valore della fiducia. Significativo, in questo senso, è il richiamo ai Dodici, scelti da Gesù non perché già coraggiosi, ma resi capaci attraverso la fiducia ricevuta.
«Li ha chiamati e, con la sua fiducia, li ha resi capaci. Ai nostri ragazzi dobbiamo poter ripetere le parole che i discepoli rivolsero al cieco Bartimeo: “Coraggio! Alzati, ti chiama!”»
Da qui l’invito a un’«educazione del cuore», che sappia andare oltre le competenze e i risultati, coltivando la compassione, la gratitudine e l’attenzione verso gli altri; prospettiva che trova espressione concreta nel servizio ai poveri, quindi nel volontariato e nella cura del creato, ricordando che, nella visione cristiana, carità e preghiera non possono essere separate.
Un richiamo – quello rivolto al coraggio e alla fiducia – che ritorna nel videomessaggio rivolto ai giovani in occasione dell’apertura delle iscrizioni alla Giornata Mondiale della Gioventù di Seul 2027. Un invito a intraprendere questo cammino portando con sé sogni e speranze, ma anche ferite e difficoltà. Un’esortazione che riconosce la complessità dell’esperienza giovanile e restituisce alla fede il significato di un incontro nel quale ciascuno può sentirsi accolto per ciò che è.
Ecco che i due interventi sembrano così completarsi: da una parte l’invito ai giovani a non lasciarsi paralizzare dalla paura, dall’altra la responsabilità affidata agli adulti di accompagnarli, riconoscerne il valore e offrire loro ragioni concrete per continuare sperare. La sfida, allora, non sarà soltanto quella di accompagnare migliaia di ragazzi a Seul, ma di costruire, nella quotidianità delle scuole, delle famiglie e delle comunità cristiane, luoghi nei quali quella fiducia possa continuare a trovare spazio. Perché il coraggio di guardare al futuro nasce anche dall’esperienza di sentirsi riconosciuti e amati nel presente.



