Musica

Sabato 23 concerto del maestro Luca Guglielmi all’organo rinascimentale della collegiata di Grottaglie

20 Nov 2024

Sabato 23 novembre alle 19.30, nella Chiesa madre collegiata Maria SS.ma Annunziata di Grottaglie, si terrà il terzo appuntamento della V Rassegna organistica grottagliese con un concerto del maestro Luca Guglielmi al prezioso e antichissimo organo rinascimentale.

Per Nunzio Dello Iacovo, direttore artistico della manifestazione musicale, la presenza di Guglielmi a Grottaglie “si aggiunge significativamente ai vari e importanti appuntamenti che la rassegna grottagliese ospita grazie alla disponibilità del parroco della collegiata don Eligio Grimaldi e al sostegno della Pluriassociazione S. Francesco De Geronimo guidata da Ciro De Vincentis. Appuntamenti che consentono agli amanti della musica d’organo di potersi accostare a uno strumento musicale di assoluto prestigio, grazie alla sua antichità e alle sue caratteristiche tecniche e foniche. Uno strumento pregevole che raccoglie il giudizio lusinghiero di tutti i concertisti che nel corso degli anni si susseguono”.

Luca Guglielmi, direttore d’orchestra, compositore, solista di tastiere storiche (clavicembalo, organo, clavicordo e fortepiano) e musicologo, nato a Torino nel 1977, è conosciuto per il suo approccio “storicamente informato” della musica di ogni periodo, per il vasto repertorio che spazia da Gesualdo a Stravinsky e per il suo grande impegno nello studio e applicazione della fenomenologia della musica. Ha debuttato nel 2019 con la Royal Stockholm Philharmonic Orchestra e nel 2023 al Gran Teatre del Liceu di Barcellona. I suoi mentori per la direzione d’orchestra sono Jordi Savall, di cui è collaboratore e assistente dal 1998 e Sir Simon Rattle, che lo ha voluto al suo fianco per la prossima produzione del Don Giovanni di Mozart presso il Festival di Aix-en-Provence 2025. In Italia ha diretto varie Orchestre.

Parallelamente, Luca Guglielmi è attivo dal 1993 come solista di clavicembalo e organo, continuista, camerista e direttore di coro. “Menzione d’onore” al XII Concorso Internazionale d’Organo di Bruges, ha studiato sotto la guida di T. Koopman, P. Marisaldi, V. Bonotto, A. Ruo Rui e S. Pasteris.

Premiato con due Diapason d’or (Bach Variazioni Goldberg, Pasquini Sonate da gravecembalo) e un Editor’s choice della rivista “Gramophone” (Bach in Montecassino), Luca Guglielmi ha un’ampia discografia di piu di cinquanta titoli, fra cui più di venti solistici. Didatta appassionato ed entusiasta, è stato professore ai corsi di musica antica di Pamparato, Barbaste e Urbino, basando il suo insegnamento interamente sui trattati antichi e le fonti storiche. Dal 2014 e docente di clavicembalo, fortepiano e musica da camera presso l’ESMuC (Escola Superior de Musica de Catalunya) di Barcellona.

Il programma del concerto prevede un “Viaggio musicale dal Tardo Rinascimento al primo Barocco, tra Venezia, Firenze, Mantova, Roma, Napoli e Augusta (Augsburg)”, con musiche di Girolamo Cavazzoni (1512?-1577), Hans Leo Hassler (1564-1612), Giovanni de Macque (c.1550-1614), Christian Erbach (1568/73-1635), Girolamo Frescobaldi (1583-1643).

L’appuntamento, con ingresso libero, è per sabato 23 novembre, alle ore 19.30 nella Chiesa madre di Grottaglie, piazza Regina Margherita.

Sinodo

Monsignor Gerardo: Dal Sinodo una Chiesa capace di affrontare le nuove sfide

19 Nov 2024

di Silvano Trevisani

“La nostra gratitudine diventa adesso impegno nel tradurre in decisioni e scelte concrete le riflessioni raccolte nelle fasi di ascolto e discernimento”. Lo hanno scritto, nel messaggio di ringraziamento rivolto a Papa Francesco, i partecipanti all’assemblea sinodale della Chiesa Italiana, a conclusione dei lavori svoltisi a Roma dal 15 al 17 novembre. E in queste parole si condensa perfettamente quale deve essere la dinamica post sinodale.

All’assemblea ha partecipato, nella delegazione diocesana, composta da tre rappresentanti, monsignor Marco Gerardo, referente diocesano del Cammino sinodale delle Chiese in Italia. Al suo ritorno a Taranto gli abbiamo rivolto alcune domande.

Quali segnali si possono raccogliere dal Sinodo?

Innanzi tutto che la Chiesa è un’istituzione viva e intelligente e sa leggere i segni dei tempi. Abbiamo registrato un grande fermento e la voglia di rispondere in maniera adeguata e consapevole alle sfide che l’epoca contemporanea ci pone. Questa mole importante di pensiero, di coraggio ecumenico ci indica l’itinerario per trovare la strada possibile. Ora occorre una ricaduta concreta nelle chiese locali, nelle aggregazioni laicali, nelle comunità, con un livello molto alto di riflessione.

Si è vista con chiarezza la partecipazione delle chiese locali al cammino sinodale e all’assemblea conclusiva?

Già nelle prime due fasi della consultazione si è prodotto un contributo di discernimento dal significato rilevante. Tutte le realtà hanno contribuito maniera, naturalmente in maniera diversa, per consistenza e intensità, ma in modo generale la partecipazione c’è stata. Sacerdoti e laici, ciascuno con le proprie caratteristiche, hanno fornito un contributo di analisi e di stimolo.

Se dovessimo esprimere in un concetto saliente quello che è stato il “risultato” del sinodo cosa potremmo dire?

Parlerei di: una rinnovata consapevolezza del fatto che la Chiesa vince le sfide che la contemporaneità le presenta quando è unita a Gesù e quando agisce in modo comunitario. Nessuno basta a se stesso e la missione evangelizzatrice si compie solo se tutte le membra restano legate al corpo unico della Chiesa.

Nei lavori sinodali è emersa quella che potremmo definire una “rivendicazione” da parte del laicato?

Parlerei piuttosto di una “presa di coscienza” da parte di tutti. Nell’intervento che ho inoltrato personalmente sottolineavo il fatto che, sulla base di quanto è esplicitamente previsto dalla “Lumen gentium”, il coinvolgimento dei laici deve essere fondato non tanto sulla presa di coscienza da parte dei pastori quanto piuttosto sulla condivisione di quella che è la missione pastorale. Ecco, alla luce della “Lumen gentium”, che compie 60 anni, deve essere esaltata quella che viene definita, con un termini forse complicato ma chiarissimo, la: “soggettualità battesimale”.

A Taranto

Qualità della vita: i dati ci confermano i motivi della grande fuga da Taranto

18 Nov 2024

di Silvano Trevisani

Il Sud è sempre più indietro e Taranto verso il fondo. Ci viene naturale domandarci: perché la Lega e i suoi alleati vogliono prendere ancora di più le distanze dalle regioni meridionali, se tutto gira a loro favore? Sono molto più ricche, attirano tutti i giovani dal resto del Paese, hanno una qualità di vita di gran lunga migliore da tutti i punti di vista. A quale scopo accrescere la propria autonomia e godersi tutta intera la propria ricchezza senza contribuire, in parte, alla crescita del Paese, che già rema a suo favore?

La domanda, già sostanziata dalla Corte costituzionale, che ha in gran parte bocciato le norme contenute nella legge sull’autonomia differenziata, che così com’era avrebbe affossato definitivamente il Sud, trova nuova forza oggi nelle classifiche per la qualità della vita. Ci riferiamo a quelle pubblicate da “Italia Oggi”, che vedono ai primi posti solo le città del Nord, a cominciare da Milano, mentre il fondo della classifica è destinato alle città del Sud. Tra queste c’è naturalmente anche Taranto, che viaggia da sempre agli ultimi posti e che quest’anno è 99sima, come due anni fa, due posti meglio dell’anno scorso, forse per il peggioramento delle performance altrui, più che per il miglioramento delle proprie.

Il punto sul quale maggiormente vogliamo insistere è sull’ultimo posto nella specifica classifica per la “sicurezza sociale” che ci conferma che Taranto non è un paese per giovani. Lo aveva spiegato con chiarezza avvilente l’indagine sulla condizione giovanile stilata da “il Sole 24 Ore” a maggio del 2023, che aveva collocato Taranto all’ultimo posto della classifica. Anche la nuova classifica specifica di “Italia Oggi” conferma questo dato: il tasso di inattività dei giovani tra i 25 e i 34 anni, indicatore che ha sostituito il dato sui Neet, ovvero la percentuale di persone tra i 15 e i 29 anni che non lavorano, né studiano, né svolgono alcun programma di formazione, pone Taranto all’ultimo posto.

Al di là dei proclami e dei continui trionfalismi, la nostra città non ha nulla da offrire, è per questo che nella fascia tra i 18 e 35 anni si è perso il 6,4% di popolazione residente. E le previsioni dell’Istat ci dicono che vent’anni la popolazione di Taranto scenderà a circa 150.000 abitanti. Oltre il 30% dei residenti è disoccupato, ma anche chi lavora è insoddisfatto. Una buona metà lavora nel cosiddetto terziario turistico: ristorazione, alimentazione, ospitalità, strutture turistiche, ma si tratta in genere di lavoro stagionale, nero, sottopagato se non fortemente sfruttato. Il turismo si conferma, infatti, come settore che crea reddito solo per alcune fasce del commercio ma che ha riscontri negativi in molti altri settori. Quello che occorrerebbe è, infatti, lo sviluppo dei settori produttivi, creatori di ricchezza stabile: terziario avanzato, industria verde, agricoltura di qualità, servizi sociali (che sono assolutamente carenti e comportano il peggioramento della qualità della vita nella classifica che riguarda gli anziani). E invece dobbiamo confrontarci con la condizione di crisi che investe tutto il settore industriale, dall’acciaio alla Leonardo, dalla Hiab all’Arsenale, dall’appalto comunale al tessile e così via. Anche il settore dello spettacolo è un comparto che soddisfa i pochi, fortunati o privilegiati che ci lavorano, ma che non offre alcun miglioramento nella qualità della vita dei giovani. Mentre il grande buco nero è la mancanza di una vera, prestigiosa, autonoma università.

Anche per quanto riguarda altri parametri, come il verde pubblico, si scontano decenni di progetti: green belt, foresta urbana, parco del Galeso, parco del Mar Piccolo, parco delle Gravine, che finora si sono rivelate solo belle chiacchiere. Lo stato in cui versa Villa Peripato unico vero polmone verde in città, non è incoraggiante.

Insomma: la città avrebbe bisogno di una classe dirigente, di una classe politica, di un’amministrazione comunale all’altezza. Ma la litigiosità, la lontananza – fisica e morale – di esponenti e parlamentari, sconosciuti alla gran parte della cittadinanza, l’autoreferenzialità fanno della rappresentatività e della capacità di mediazione una chimera.

Diocesi

Don Ciro Santopietro: Torno a Taranto, il Signore mi chiama a nuove sfide

18 Nov 2024

di Silvano Trevisani

Don Ciro Santopietro, già parroco del Carmine di Grottaglie, come abbiamo già riportato nei giorni scorsi, è il nuovo parroco di Sant’Antonio a Taranto. Gli abbiamo rivolto alcune domande per consentirgli di rivolgere un pensiero sia alla comunità che ha salutato, sia a quella che lo accoglierà in questi giorni.

Questa tua nomina è certamente arrivata inaspettata, segno senza dubbio che le strategie celesti sono spesso imprevedibili.

Sì è così. Il Signore ti sorprende con le sue chiamate. Non me lo aspettavo. È vero che il 9 settembre ho compiuto nove anni dal mio arrivo a Grottaglie nel 2015, quindi il primo mandato canonico è stato compiuto. Ma non era neppure terminato che il vescovo mi ha voluto incontrare e mi ha chiesto un cambio. Inizialmente ho fatto qualche resistenza chiedendo all’arcivescovo di fare altre consultazioni. Ma l’insistenza con cui mi ha chiesto di andate a Sant’Antonio ha suscitato in me questa disponibilità di obbedienza, che fa parte dei nostri impegni al momento della nostra ordinazione sacerdotale. Mi sono sentito un po’ come Abramo quando Iddio gli chiede: lascia la casa di tuo padre e i tuoi famigliari e vai verso la terra che io ti indicherò. Questo è bello perché ci rende missionari, capaci di vivere questo esodo, che ci permette davvero di sperimentare le meraviglie di Dio. E devo dire che vado a Sant’Antonio con serenità e con disponibilità. In punta di piedi perché lì don Carmine è stato parroco per quasi trent’anni, lavorando con amore e pazienza e con tanti bei frutti. Ricevo questa eredità e spero, con l’amore di Dio, di poter dare il mio contributo.

Questi nove anni al Carmine sono volati. Come li rivedi, a un rapido sguardo?

Mi sembra che questi nove anni siano durati come la giornata di ieri. Sono passati come un lampo, sono stati intensi. Anche qui, dopo 15 anni di parrocato di don Pasquale, ho ricevuto un’eredità che ho cercato di custodire, di promuovere. Ci sono state tante circostanze belle, eventi che hanno riguardato la vita della comunità. L’esperienza autentica che ho vissuto nella parrocchia del Carmine è quella di sentirmi in casa, in un clima di famiglia. Sono stato, anche alla luce della mia devozione mariana, protetto da Maria, dal suo manto. Ho respirato tanta spiritualità, tanta vitalità. Con i giovani e il loro progetto di un musical ogni anno, i campi scuola, il gruppo teatro Carmine guidato da Gaspare Mastro, la confraternita molto attenta e rigorosa. È stato un tuffo dentro le mie radici, ma anche dentro una spiritualità che mi ha dato tanta pace, serenità, offerto tante gioie… tutto questo poteva trasformarsi nella sensazione di sentirsi appagati e probabilmente Maria e suo figlio, dopo avermi dato questo tempo in cui sperimentare serenità e pace, mi chiedono di mettermi di nuovo in gioco.

Il Carmine di Grottaglie è sempre stato ed è una fucina di sacerdoti. Ti sei spiegato il motivo di questa condizione?

Intanto i sacerdoti che hanno guidato questa comunità hanno saputo servire bene e hanno saputo essere soprattutto educatori di fede, di preghiera, di dedizione. Tutto questo certamente ha attirato dei ragazzi. Noi abbiamo tre seminaristi in teologia: Christian, Roberto, Samuele e fra qualche anno li ritroveremo sacerdoti. Poi c’è Pierpaolo al seminario minore, Pierpaolo Basile fra i minimi a Paola. Credo che questo sia possibile dove ci sono un parroco e una comunità che vivono in modo autentico, al di là dei limiti, l’esperienza della fede. Una fede viva mostra tutto il suo fascino e provoca anche l’adesione di alcuni ragazzi alla vocazione a seguire il Signore più da vicino. Ho cercato di dare tutto il mio contributo per seguirli. Quando venivano per le vacanze abbiamo avuto anche dei momenti insieme di spiritualità, di verifica, di condivisione. E loro danno ancora un contributo alla comunità, soprattutto nei riguardi dei giovani.

In realtà, poi, il cordone ombelicale con Taranto non lo hai mai reciso, perché hai continuato a insegnare e sei da anni all’”Archita”, ma in questi anni hai dovuto allentare il tuo rapporto. Che segni cogli in prospettiva del tuo ritorno?

Torno in un contesto che conosco. Dove ho vissuto la maggior parte dei miei anni di sacerdozio, tanto che quando sono arrivato al Carmine, compivo 25 anni di sacerdozio tutti vissuti nella realtà tarantina, eccetto pochi anni a Fragagnano. Ma poi subito, per i diversi impegni diocesani, con l’Azione cattolica, la pastorale famigliare, l’insegnamento all’Istituto di scienze religiose, l’impegno di assistente al Consultorio Gemelli, sono sempre stato “dentro la città”, compreso il parrocato allo Spirito Santo e poi gli anni a Santa Rita. Ho insegnato al “Quinto Ennio”, poi all’”Archita”, per cui l’utenza dei giovani e delle famiglie ha caratterizzato in maniera intensa il mio percorso sacerdotale a Taranto. Quindi torno in un contesto no proprio inedito. La parrocchia di Sant’Antonio, nel borgo, è certamente una novità, perché sono stato nelle parrocchie di periferia, adesso sono riportato al centro e questo sarà un tassello nuovo che arricchirà la mia esperienza sacerdotale.

Intervista esclusiva

Le verità nascoste sul caso Moro e i misteri italiani ancora irrisolti

15 Nov 2024

di Silvano Trevisani

Intervista a Gero Grassi e Claudio Signorile

La presentazione del volume “Il caso Moro” di Claudio Signorile e Simona Colarizzi, nella biblioteca Acclavio, ci ha fornito l’occasione per intervistare Gero Grassi e di rivolgere alcune domande allo stesso Signorile. Parlamentare per tre legislature, Grassi fu membro della commissione parlamentare d’inchiesta “Moro 2”. Da sempre ha propugnato la testi di una vasto coinvolgimenti di interessi internazionali nell’uccisione del grande statista pugliese, e ha pubblicato vari volumi. Signorile è stato parlamentare e ministro dei Trasporti e ha vissuto da vicino la vicenda Moro.

A Gero Grassi abbiamo chiesto:

Un nuovo libro sul caso Moro. C’è ancora una evoluzione da raccontare? Cosa c’è ancora da sapere?

I libri non fanno ricerca e non fanno attività giudiziaria, perché nei libri si può scrivere di tutto… fermo restando che il libro di Claudio Signorile è un buon libro. In Italia i processi li fa la magistratura. Nel caso specifico la commissione d’inchiesta Moro 2 ha chiuso i battenti nel marzo 2018. Da allora tutto è fermo.

Il libro di Signorile e Colarizzi prende in esame soprattutto il periodo storico nel quale maturò e si concluse l’assassinio di Moro.

Signorile è un autorevolissimo politico e amico, ma quello che dice è ciò che dice un cittadino. Se lei vuol sapere le ultime ore di Moro non deve chiederle a Signorile, ma si va a leggere gli atti della commissione, che ha gli stessi poteri della magistratura. Attenzione a non confondere la libera opinione, rispettabilissima con i processi-inchiesta. Ma questo lo dico sottolineando ancora una volta che quello di Signorile è un buon libro, che però non fa testo giudiziario.

Insomma non apporta novità sul fronte giudizio ma semmai “politico”.

E per fortuna! Perché se un libro facesse giustizia staremmo freschi. Per conoscere tutto quello che c’è da sapere deve far riferimento alla relazione approvata dal Parlamento il 13 dicembre 2017, che è l’ultimo tassello fissato dal punto di vista giudiziario. Si può trovare facilmente sul mio sito: www.gerograssi.it.

Come mai Agnese Moro si mostra così contraria e sospettosa nei confronti di un ampliamento d’orizzonte delle indagini sulla morte del padre?

Era contraria anche alla commissione Moro.

Resta ferma all’ambito terroristico e diffida dall’inserimento di altri elementi.

Sì. La sua la definisco: una complicità passiva.

Ma si possono fare ancora passi avanti? E in quale direzione?

Passi avanti si possono ancora fare, ma oggettivamente dopo quarant’anni è difficile. Perché quello che non abbiamo potuto scoprire come commissione Moro 2 o te lo dice qualcuno che c’era o dopo quarant’anni non lo trovi. Ci sono testimoni ancora viventi che non parlano e dicono bugie. Quindi: se non c’è qualcuno di questi che parla è difficile ipotizzare nuove scoperte.

E questo caso si inquadra cala nel buio che copre molte vicende italiane. A partire da quegli anni, ma ancora prima.

Purtroppo sì, anche perché in queste vicende c’è una complicità tra pezzi dello Stato, pezzi dei servizi segreti, pezzi della criminalità.

È di questi giorni il rinvio a giudizio di quattro poliziotti incriminati per depistaggio nell’inchiesta sull’uccisione del giudice Borsellino, a tanti anni di distanza.

La vicenda Borsellino è una vicenda interna anche allo Stato. Tra trent’anni sapremo chi ha procurato la dinamite per far saltare in aria la macchina. Ma noi lo sappiamo già. Come sappiamo le complicità dei magistrati. Così come sappiamo i dna di Capaci, dove saltò in aria Falcone. Ci sono complicità, ripeto, di pezzo dello Stato.

A Claudio Signorile abbiamo chiesto:

Perché questo libro? Apporta qualche elemento conoscitivo?

Più che apportare elementi conoscitivi sul singolo episodio, questo è il primo libro, e magari non sarà l’ultimo, che pone l’interrogativo non su “chi” ha ucciso Moro, ma sul “perché”. Un argomento che non era mai stato affrontato, perché appena si affronta la questione, emerge quel contesto drammatico che noi chiamiamo “anni di piombo”. In realtà tutto si inquadra in un processo di transizione politica nel quale sono accadute tante cose, alcune ancora da capire.

E allora: perché è stato ucciso?

Perché negli equilibri mondiali tutto doveva restare come era. Gli equilibri non dovevano cambiare perché su quegli equilibri si ergeva la pace del mondo. Non era completamente sbagliato: sbagliato era considerare Moro una vittima designata.

E perché Agnese Moro è così scettica verso un ampliamento della prospettiva?

È meglio non parlarne.

Diocesi

Intervista all’arcivescovo Miniero sulla necessità di una formazione culturale della fede

A margine del terzo corso di formazione avviato dall’ufficio diocesano Cultura, diretto da don Antonio Rubino, su “I Cristiani nel mondo pellegrini di speranza”

foto G. Leva
13 Nov 2024

di Silvano Trevisani

“I Cristiani nel mondo pellegrini di speranza” è il tema del terzo corso di formazione avviato dall’ufficio diocesano Cultura, diretto da don Antonio Rubino, nelle attività pastorali per l’anno 2024-2025. Si tratta di un corso che vuole offrire riflessioni di alto livello culturale a una platea di laici e sacerdoti che vogliono approfondire temi di natura religiosa e teologica, utili a una crescita propria e della comunità. In grado di diventare, è stato detto, esso stesso artefice di una “teologia del popolo”.Al primo dei sette incontri che, fino a giugno, si svolgeranno nella parrocchia San Roberto Bellarmino, e del quale riportiamo i contenuti in altro articolo, ha partecipato l’arcivescovo Ciro Miniero, che ha chiuso i lavori.
A monsignor Miniero abbiamo rivolto alcune domande proprio sulla necessità di recuperare una formazione culturale che, tra i credenti, sembra oggi piuttosto carente.

Si avverte ancora la necessità di quella che negli anni Ottanta venne definita, dalla Commissione teologica internazionale, “inculturazione delle fede”? È forse anche più necessaria oggi?

È più necessaria anche all’interno dei nostri territori. Perché di fatto il riferimento alla fede è sempre meno marcato nella scelta delle persone, nella vita della gente. Tante volte abbiamo proprio la necessità di comprendere mentalità e scelte. Per questo abbiamo anche bisogno di ricollocarci nuovamente per poter dare l’annuncio della fede e richiamare i valori cristiani, sia nella nostra testimonianza, sia anche come annuncio esplicito. Quindi, l’inculturazione, che una volta pensavamo necessaria solo per i territori di missione, adesso più che nei tempi passati, è importantissima anche nelle nostre terre, nelle nostre città.

La cultura, quella che si somministra normalmente nella società, appare sempre più “lontana”. Gli eventi esterni, cittadini, le cerimonie, persino alcune manifestazioni civili organizzate nell’ambito di eventi religiosi, sembrano di natura completamente diversa, come mancasse la capacità di rappresentare la cultura cristiana.

Sì, perché non c’è più la decodificazione di quei segni che avevano maggiore incidenza in un contesto culturale nel quale il cristianesimo era ben radicato. Quanto più ci si allontana dalla cultura cosiddetta cristiana, tanto più diventa difficile che anche i segni vengano letti in una maniera giusta. Spesso anche quelli che ci appartengono.

Quindi, c’è anche bisogno di un recupero, da parte degli enti ecclesiali, associazioni di ambito cattolico, congregazioni, e così via, di una presenza culturale più marcata.

Sì, c’è bisogno di leggere quel segno all’interno di un nuovo assetto di società. E quindi occorre tutta l’attenzione nostra a dare dei segni che siano ben interpretati, altrimenti facciamo un controservizio alla fede. Semplicemente perché diamo il nostro annuncio con dei segni che non sono decifrabili, e indecifrabile diventa in noi anche il mistero della nostra fede. E con l’andar del tempo questo diventa un controsenso.

Caritas

I poveri sono in continuo aumento, a colloquio col direttore della Caritas

12 Nov 2024

di Silvano Trevisani

La Caritas diocesana di Taranto, in occasione della VIII Giornata mondiale dei Poveri del 17 novembre, ha accolto l’invito di papa Francesco e ha organizzato due giorni di preghiera e riflessione, come riportiamo in altro articolo
(https://www.nuovodialogo.com/2024/11/12/a-taranto-la-viii-giornata-mondiale-dei-poveri-2/).

Prendendo spunto dall’evento, che ha come tema: ‘La preghiera del povero sale fino a Dio’, abbiamo rivolto alcune domande al direttore della Caritas diocesana, don Nino Borsci.

La Giornata mondiale dei poveri, che è una delle iniziative nate dal Giubileo della Misericordia, sembra riguardare una platea sempre più ampia. Se è vero che i poveri sono in costante aumento.

È proprio così. Al di là di quello che vanno sostenendo i politici, i poveri sono in continuo aumento e… sono sempre più poveri. E tra loro anche tanti che hanno un lavoro sottopagato. Gli strumenti di sostegno a disposizione sono assolutamente insufficienti. A che serve l’una tantum di 600 euro per una famiglia che deve far fronte a tante spese, spesso al fitto di casa e alle utenze indispensabili?

Anche nel nostro territorio?

Purtroppo sì. E come Caritas siamo sempre più sollecitati, da tutte le parrocchie, con continue richieste (e noi proviamo a sensibilizzarle a nostra volta invitandole all’iniziativa del 17). Che ci sforziamo di soddisfare, ma con enorme difficoltà. L’unica sostegno continuo è quello del Banco alimentare, che però non può esaudire tutte le esigenze. Ma non abbiamo altro.

Cosa si potrebbe fare, specificamente nel territorio?

Ci sono molti che potrebbero dare una mano concreta. Penso ai grandi centri commerciali, che occupano un posto preminente nel territorio, ma anche alle imprese industriali più floride; penso alla Camera di commercio e agli altri enti che avrebbero la possibilità di contribuire per alleviare le sofferenze di una pare consistente della popolazione.

La Caritas sostiene anche altre iniziative. Un impegno crescente.

Possiamo farlo grazi ella disponibilità di volontari encomiabili che fanno letteralmente miracoli. Pensiamo al Centro per i senzatetto in città vecchia, che accoglie quotidianamente i suoi poveri in un ambiente pulito, ordinato, disponibile. Pensiamo all’accoglienza degli immigrati, che la Caritas svolge per il tramite della Confraternita di Maria SS. della Scala. Ecco perché c’è bisogno di maggiore sostegno da parte di coloro che possono darlo.

Papa Francesco sollecita la Chiesa all’”uscita”. Ma come rispondiamo?

In maniera troppo tiepida. Non possiamo, da uomini e soprattutto da credenti, fare a meno di vivere la carità. La sollecitazione che ci rivolge Francesco è quella di educare ed educarci alla carità, impegnandoci personalmente e aiutandoci reciprocamente. Facendoci tramite del progetto di Dio. Il Vangelo di domenica scorsa, che indicava l’apprezzamento di Gesù per la vedova che versava al tempio tutto quel poco che le era necessario per vivere, è un insegnamento sublime. Ognuno è chiamato a contribuire come può, ma senza la carità non si adempie alla propria missione cristiana a umana. Questa Giornata si propone di incoraggiare innanzitutto i fedeli a opporsi alla cultura dello scarto e dello spreco, abbracciando invece la cultura dell’incontro.

Per i dettagli dello svolgimento della Giornata a Taranto, leggere altro articolo in questo sito.

Arte

Fino al 20 novembre, nelle sale del Crac Puglia la mostra: Relazioni possibili nel contemporaneo

11 Nov 2024

di Silvano Trevisani

Resterà aperta fino al 20 novembre la mostra “Relazioni possibili nel contemporaneo. Linguaggi interconnessi tra contaminazioni e sconfinamenti” in corso nelle sale del Crac Puglia. Inaugurata in occasione della ventesima Giornata del contemporaneo, promossa da Amaci (Associazione dei musei d’arte contemporanea italiani), la mostra del Centro di ricerca arte contemporanea della Fondazione Rocco Spani, si inserisce nel progetto “Innovart 2024-2025: l’esperienza delle arti visive per immaginare, progettare e creare – la mostra”.

È una full immersion nelle tendenze e negli stili che la contemporaneità dell’arte ha conosciuto a partire dalla seconda metà del Novecento questa collettiva curata dalla critica e storica dell’arte Sara Liuzzi. La mostra propone, infatti, la campionatura di trentatré opere di noti artisti nazionali e internazionali appartenenti a geografie, formazione, poetica, codice linguistico e modus operandi eterogenei. Il progetto, come suggerisce lo stesso titolo, pone al centro dell’attenzione la potenza dei linguaggi artistici e la rilevante influenza che essi hanno l’uno con l’altro e che, se pur diversi, creano per l’appunto delle solide relazioni possibili.

La mostra presenta una vasta gamma di opere di arte contemporanea: dipinti, sculture, assemblage,
terracotta, libri e scatole d’artista, collage, tecniche miste, serigrafie, grafica seriale, multipli, incisioni, calcografie, litografie, fotografia, ecc. Opere che dialogano tra loro, offrendo momenti di riflessione sull’excursus e sul background che attraversa ricerche e sperimentazione di ogni singolo artista: dalla progettazione all’azione, dal gesto al segno, dalla materia alla forma, al volume, dal colore alla luce. L’arte è rivelatrice profonda dei mutamenti sociali, culturali, spirituali, politici e tecnologici.
L’evento è patrocinato da varie istituzioni e associazioni. Durante il periodo della mostra, si terranno visite guidate, incontri d’esperienza e laboratori didattici per le scuole del territorio. La mostra del Crac Puglia, in corso Vittorio Emanuele II n. 17 è visitabile, con ingresso libero, dal martedì al sabato e festivi solo su appuntamento. Info www.cracpuglia.it email cracpuglia@gmail.com, tel. 099.4713316 / 348.3346377.

Questi gli artisti presenti nella mostra: Kengiro Azuma, Enrico Baj (nella foto in basso), Miguel Berrocal, Aldo Calò, Carmelo Cappello, Bruno Cassinari (nella foto al centro), Riccardo Dalisi, Giulio De Mitri, Lucio Del Pezzo, Pericle Fazzini, Enzo Ferrari, Giosetta Fioroni, Walter Fusi, Piero Gilardi, Robert Indiana, Iginio Iurilli, Giuseppe Maraniello, Umberto Mastroianni (nella foto in alto), Achille Pace, Mimmo Paladino, Giulio Paolini, Luca Maria Patella, Lamberto Pignotti, Pino Pinelli, Concetto Pozzati, Fabrizio Plessi, Man Ray, Giuseppe Santomaso, Mario Schifano, Toti Scialoja, Mauro Staccioli, Giulio Turcato, Laura Valle .

Festival

A Taranto dal 15 al 17 il primo Festival della filosofia ‘Perìpatos’

A colloquio con Ida Russo che è l’ideatrice

11 Nov 2024

di Silvano Trevisani

La giornata mondiale della filosofia, istituita dall’Unesco, è stata l’occasione per realizzare a Taranto il primo Festival della filosofia: “Perìpatos”. In realtà, come ha spiegato Ida Russo, che della manifestazione è ideatrice, l’evento avrebbe dovuto tenersi a partire dal terzo giovedì di novembre, ma cadendo quest’anno a ridosso della Festa di Santa Cecilia, che per Taranto segna da sempre l’inizio delle festività natalizie, si è inteso anticiparne lo svolgimento. Si parte, quindi, il 15 novembre per concludere il 17.
Il festival è stato presentato nel Museo diocesano, con la partecipazione, oltre che della professoressa Russo, presidente della Società filosofica italiana, sezione di Taranto, di Aldo Siciliano, presidente dell’Istituto per la storia e l’archeologia della Magna Grecia e di Silvio Busico, direttore generale di Programma sviluppo, partner dell’iniziativa.
Obiettivo dell’iniziativa, organizzato dalle sedi di Taranto Salento della Società filosofica italiana è quello di coinvolgere studenti, mondo accademico ed esperti della comunicazione nella riscoperta in chiave contemporanea del pensiero filosofico classico. Tra gli ospiti Luca Maria Scarantino e il giornalista Ferruccio De Bortoli.

A Ida Russo abbiamo rivolto alcune domande:

Che senso può avere oggi un festival dedicato alla filosofia?

Un senso molteplice che parte, innanzi tutto, da una più precisa considerazione del ruolo avuto da Taranto nell’antichità. Non legato soltanto alla storia o alla monumentalità, ma anche al pensiero. Archita di Taranto è stato l’ultimo importante esponente della scuola pitagorica,che però ha portato la filosofia al potere. Il pensiero filosofico nato in Magna Grecia si sviluppa poi in Grecia e da lì, nei secoli successivi, informa tutta la civiltà occidentale.

E quale peso il pensiero antico ha sull’oggi?

Ha un senso storico che, col recupero delle radici, che può essere attualizzato. Prendiamo il concetto di “koinonia”, una parola greca che significa convivenza civile, comunanza di intenti. Il tentativo è, appunto, quello di riscoprire le nostre radici per ritrovare e rivalutare le ragioni della convivenza e del buon vivere, quantomai auspicabile in un periodo segnato da gravi e profondi conflitti”.

A chi si rivolge?

Il Festival, in realtà, mette insieme tre mondi: la scuola, attraverso la Rete dei licei in cui si insegna la filosofia; il mondo accademico, che fa ricerca e attualizza il pensiero filosofico; la comunicazione perché la filosofia è divulgazione, diffusione di idee. Ma uno degli scopi fondamentali della filosofia è quello di insegnare il pensiero critico. ed è proprio questo che vogliamo trasferire alla città.

Il programma

L’evento si celebrerà a Taranto i prossimi 15, 16, 17 novembre, nella sede del dipartimento jonico dell’Università “Aldo Moro” di Bari. Si aprirà nella mattinata di venerdì 15. Dopo i saluti istituzionali, sarà il giornalista Rosario Tornesello, direttore del “Quotidiano di Puglia”, a introdurre i lavori che entreranno nel vivo con lo spazio Agorà affidato agli studenti dei licei della provincia di Taranto, autentica novità e punto di forza del Festival. Nel pomeriggio si svolgerà la prima sessione del convegno su: “Koinonìa, le ragioni del buon vivere” e in serata il concerto di Dante Roberto (pianoforte) e Grazia Maremonti (voce) al Museo diocesano. Sabato mattina nuovo spazio Agorà durante il quale gli studenti saranno ancora protagonisti con i loro elaborati e i lavori di ricerca. Sempre nello spazio Agorà è previsto un contributo dell’attore e regista tarantino Michele Riondino. Nel pomeriggio di sabato proseguirà la sessione dedicata al tema del Festival con l’intervento, tra gli altri, di Luca Maria Scarantino, presidente della Fisp (International federation of philosophical societies).

Alle 21 al teatro Fusco, è in programma la conversazione del giornalista e scrittore, Ferruccio De Bortoli, già direttore del “Corriere della Sera “sul tema: “Individuo, comunità e capitale sociale”. La serata è ad ingresso libero. Domenica mattina si svolgeranno la passeggiata filosofica “Sulle tracce di Archita” con narrazione dell’attore Giovanni Guarino, il reading filosofico a cura dell’attore Massimo Cimaglia, l’intermezzo musicale del quartetto d’archi del conservatorio “G. Paisiello”, la coreografia di danze Magnogreche “Le Nereidi di Taras” e il Pranzo solidale che riprende un’antica tradizione, il cui ricavato sarà devoluto in beneficenza all’Unicef di Taranto.

Salute

Allarme neonatologia e Utin: il SS. Annunziata rischia di perdere il prezioso reparto

11 Nov 2024

di Silvano Trevisani

“Carissimi ‘politici’, vi racconto la mia storia di medico neonatologo pugliese”: inizia così la lettera aperta che Giovanni Ciraci (nella foto), medico neonatologo, ha pubblicato sul proprio profilo social. È il racconto doloroso, lo diciamo subito, di un medico che, dopo essere andato via da Taranto, è tornato con il sogno di poter portare alla sua città la propria prestazione di medico neonatologo nel reparto che rinasceva, poco più di due anni fa. Ora c’è il rischio concreto che vada via di nuovo e che il reparto, conquistato con tanto impegno, chiuda di nuovo, orbando la città già tanto penalizzata nel settore della sanità.

Mentre si costruisce il nuovo ospedale, con tanti soldi, tempi sempre più lunghi, prospettive tutt’altro che chiare, la nostra sanità è in lenta agonia, come andiamo da tempo raccontando. E rischia di perdere un reparto che in poco tempo era diventato un fiore all’occhiello: i medici sono sempre stati troppo pochi, super stressati, ora sono ulteriormente diminuiti e non ce la fanno più.
La sua lettera chiama in ballo la politica a cominciare dal sindaco Melucci, che finora non ha raccolto l’accorato appello dei medici del reparto. Una iniziativa, invece, l’ha presa la segreteria di Demos, che ha chiesto un incontro urgente all’Asl di Taranto. Ma sentiamo ancora il suo racconto.
“Nel 2008 con il cuore ferito e con tanta rabbia ho dovuto lasciare la Puglia, che non offriva nulla ai suoi giovani medici. Sono passati 16 lunghi anni e, con grande Gioia, questo non più giovane medico ha deciso di tornare nella sua amata terra… di ricominciare e credere di poter fare tanto per un territorio già così abbandonato dalla politica…Rifaccio le valigie e approdo a Taranto, nel reparto di neonatologia e Utin del Santissima Annunziata, un reparto che cercava di tornare in vita dopo un periodo di totale distruzione.
Ora, a distanza di due anni e sei mesi la situazione è peggiorata per grave carenza di medici. Nonostante lo sforzo dei sanitari, nonostante la rinuncia a ferie, riposi e congedi, dei pochi medici rimasti, non si riesce più ad andare avanti, a garantire il servizio e la qualità necessarie.
Tante promesse… tante finte promesse.
Un reparto enorme, il secondo punto nascita della Puglia per numero di nati ed una terapia intensiva neonatale con una grande storia…
Tutto distrutto…
Cinque medici che decidono di dire basta e licenziarsi con il dolore nel cuore…
Abbiamo fatto di tutto per mantenere in piedi un reparto così impegnativo, così delicato e indispensabile, abbiamo rinunciato alla nostra vita privata e siamo stati spettatori di una politica che è stata lì a guardare (così come è stata “lì a guardare” per la chiusura dell’Utin DI Brindisi).
Ora basta.. Siamo troppo pochi, oltre che stanchi e demotivati. Non abbiamo più neanche i numeri per rendere utile il nostro sacrificio…
Ognuno andrà per la propria strada lasciando “la patata bollente” alla politica e agli amministratori…”.

La lettera continua con toni drammatici, ricordando la pena di tante famiglie, che negli anni scorsi erano state costrette a portare i loro bambini in ospedali lontani.
In queste ore, come anticipato, Alessandra Lorusso della segreteria Demos, coordinamento del settore sanità, ha chiesto un incontro all’Asl per conoscere “i motivi per i quali viene preannunciato tale disastro e quali sono le azioni in programma per impedire la migrazione verso strutture distanti (con ulteriore fattore di rischio) delle procedure di “parto a rischio” o dei neonati a cui garantire la terapia intensiva”.
Ma tutta la città deve impegnarsi per evitare la chiusura di un reparto indispensabile, che rientra a pieno nella battaglia per la difesa della sanità pubblica, messa seriamente a rischio dai continui tagli e da strategie disinvolte dei governi che si sono succeduti.

Popolo in festa

Monsignor Angelo Panzetta si è presentato a Lecce come arcivescovo coadiutore

07 Nov 2024

di Silvano Trevisani

“Abbiamo dunque pensato a te, venerabile fratello di cui abbiamo conosciuto nel servizio pastorale

reso presso l’arcidiocesi di Crotone-Santa Severina, le doti e nello stesso tempo la capacità di governare che ti rendono idoneo a passare dai pitagorici agli japigi assumendo questo nuovo ufficio”. Sono le parole conclusive della bolla con la quale Papa Francesco, nell’agosto scorso, aveva dominato monsignor Angelo Panzetta arcivescovo coadiutore della diocesi di Lecce al fianco dell’arcivescovo Michele Seccia. Ebbene, monsignor Panzetta, le cui origini sono così profondamente radicate nella diocesi di Taranto, dove si è formato e ha iniziato il suo sacerdozio, mercoledì 6 novembre, nella ricorrenza del 267esimo anniversario della Dedicazione della cattedrale di Lecce, si è presentato alla nuova comunità, con un’omelia svolta nella santa messa.

“Non vi nascondo che ho nel cuore gioia grande ma anche tanta trepidazione, la trepidazione che bussa ai cuori degli uomini di fronte a grandi responsabilità”. “Vengo qui con umiltà, umiltà vera. Entro in punta di piedi in questa chiesa. Io sono l’ultimo arrivato. Questa Chiesa ha una storia gloriosa, entro in una chiesa bellissima, gloriosa, nella quale c’è un passato meraviglioso che ci spinge a fare sul serio anche per quanto riguarda il nostro futuro. Non c’è dubbio che guardando la storia di questa comunità, ci accorgiamo di tanta ricchezza da accogliere. Io sono venuto qui animato da una grande consapevolezza vocazionale. Sono certo e lo dico con la verità, attingendo alla verità del mio cuore, della mia coscienza”.

Si è presentato ai fedeli presenti alla celebrazione come pastore che seguirà lo stile dell’arcivescovo Seccia: nell’incontro in semplicità con le persone, per entrare in empatica con loro. L’arcivescovo coadiutore, chiamato cioè a succedere all’attuale arcivescovo, che aveva fatto esplicita richiesta al santo padre di un “aiuto per il governo della vita diocesana” , come guida pastorale della diocesi, ha detto: “Vengo qui con umiltà, umiltà vera. Entro in punta di piedi in questa chiesa. Io sono l’ultimo arrivato”.

Passano a delineare, poi, sulle linee pastorali, ha sottolineato: “il primato della parola di Dio” , e affermato che “per il futuro delle nostre comunità occorre costruire quella chiesa sinodale estroversa. La comunità cristiana non può essere costruita solo sulle risorse economiche, che pure sono importanti, e non può essere costruita nemmeno solo sulla buona volontà delle persone. Perché per essere chiesa una comunità deve essere costruita su Gesù Cristo, altrimenti si rischia di snaturare le nostre comunità. Noi come educatori dobbiamo costruire e accompagnare le persone a radicare la loro vita. Sul mistero di Cristo. È questa la nostra grande responsabilità”

“E voglio essere e provare a essere sempre un vescovo vicino ai sacerdoti. – ha concluso – Già nella mia esperienza di prete avevo capito che il rapporto tra vescovo e presbiteri è decisivo nel benessere ecclesiale”.

Otium

Pubblicati gli Atti del convegno tenutosi a Paola sulle lettere di S. Francesco

06 Nov 2024

Nuova luce si irradia sulla figura e l’opera del grande Santo Calabrese grazie al volume su “Le Lettere di
San Francesco di Paola. Tra verità storica e costruzione leggendaria”, curata da monsignor  Giuseppe Fiorini
Morosini arcivescovo emerito di Reggio Calabria e dal preside Rosario Quaranta socio ordinario della
Sosietà di Storia patria per la Puglia, e pubblicata nello scorso mese di settembre sotto l’egida del MIC
direzione generale Educazione, ricerca e istituti culturali, e col patrocinio della Fondazione San Francesco
di Paola ETS.


Come è noto Francesco di Paola è uno dei santi più conosciuti e popolari della Chiesa. La sua figura e la
sua opera sono state al centro dell’attenzione di molti biografi e studiosi che nel corso dei secoli, a partire dal
Cinquecento, hanno tratteggiato la sua vita. Si è così evidenziata la sua santità attraverso la penitenza e la
preghiera, ma anche attraverso le sue opere straordinarie sull’onda di una agiografia che, nell’esaltare
l’azione taumaturgica e l’aspetto devozionale, ha in parte sminuito gli aspetti storico-culturali nei quali egli si
inserì attivamente. Basterà ricordare la fondazione dell’ordine religioso dei Minimi e la sua misurata azione
religiosa, sociale e diplomatica nel più vasto ambito storico e geografico, a contatto non solo con l’umile
società popolare ma anche con la società dei potenti: dai papi ai sovrani di Napoli e di Francia, dal ceto
ecclesiastico a quello nobiliare del suo tempo. Un’azione che si può intravvedere appunto in molte delle sue
Lettere che ci sono pervenute attraverso diverse fonti, raccolte e pubblicate dal religioso minimo p.
Francesco da Longobardi nella “Centuria di lettere del glorioso Patriarca S. Francesco di Paola” stampata a
Roma nel 1655: una silloge che però venne inserita nell’Indice dei Libri proibiti in quanto contenente diverse
lettere sospette o addirittura false. Lettere che vengono ora analizzate alla luce di nuove acquisizioni
storiografiche che collocano la figura e l’opera di Francesco di Paola in una più giusta e reale dimensione
storica, umana e spirituale.
Il volume accoglie perciò le dieci relazioni tenute nel mese di settembre dello scorso anno al Convegno di
Studio tenuto a Paola e dedicato al problema dell’epistolario del Santo da valenti studiosi che all’Eremita
Calabrese hanno già dedicato il loro impegno.
All’Introduzione e all’excursus storico del prof. p. Pasquale Triulcio dei Piccoli Fratelli e Sorelle
dell’Immacolata seguono le relazioni seguenti: “Alcune lettere a Simone d’Alimena” (proff. Pietro Dalena e
Antonio Macchione); “La questione sociale in Calabria in due lettere attribuite a S. Francesco di Paola:
storia sociale e attendibilità delle lettere. Lettera XII e XXXI della Centuria” (prof. Giuseppe Caridi);
“Problemi politici nell'Italia del secolo XV attraverso lo scambio epistolare tra S. Francesco ai Paola,
Ferrante d'Aragona e la Santa Sede” (Alessio Russo); “Due lettere ad Angela Cesarini e una lettera a
Jean de Chambes” (Fabrizio Formisano o. m.) “Lo sviluppo dell' Ordine dei Minimi in Francia attraverso
alcune lettere di S. Francesco del periodo francese” (monsignor Giuseppe Fiorini Morosini o. m.); Le lettere
relative alla fondazione delle Monache Minime in Spagna (Maria Angeles Martin o. m.); “Lo scambio
epistolare con i Sanseverino” (Mons. Giuseppe Fiorini Morosini o. m.); “S. Francesco concede ad alcuni la
partecipazione spirituale all’Ordine” (p. Paolo Raponi o. m.); “S. Francesco di Paola consigliere spirituale
attaverso la corrispondenza con Jean Quentin” (Rosario Quaranta). Le “Conclusioni” sono state tratte
dal ricordato p. Pasquale Triulcio.