Diocesi

Verso l’incontro mondiale delle famiglie: il convegno organizzato dalla diocesi

27 Mag 2022

di Silvano Trevisani

Il 26 giugno si svolgerà a Roma l’incontro mondiale delle famiglie voluto dalla Chiesa. In vista di quell’importante appuntamento, l’Ufficio cultura, con l’Ufficio Famiglia e l’Azione Cattolica della diocesi di Taranto, condividendo la premura pastorale del Santo Padre, hanno organizzato un incontro sul tema: “La famiglia come scuola di società”, quale occasione di riflessione sul grande tema dell’educazione umana, ma anche come opportunità di rinnovo dell’alleanza educativa tra la famiglia, la scuola e la Chiesa, chiamate, ancora oggi, a costituire la riserva valoriale e il presidio unitario di educazione morale e di esercizio responsabile della cittadinanza.

L’incontro, svoltosi nella Chiesa San Roberto Bellarmino, è stato aperto da don Antonio Rubino, vicario episcopale per la pastorale della Cultura, il quale ha ricordato come il 12 settembre 2019 papa Francesco, in un accorato messaggio, segnalava l’urgenza di un nuovo patto educativo globale, per accompagnare il cambiamento sociale e verificare il modo con cui stiamo costruendo il futuro del pianeta. 

Nel corso di questi anni il Pontefice – ha aggiunto – ha più volte ricordato la necessità di tale collaborazione a livello educativo per la custodia della casa comune, come ad esempio nell’esortazione apostolica “Evangelii gaudium”, nell’enciclica “Laudato si’”, e nel discorso del 9 gennaio 2020 al Corpo diplomatico presso la Santa Sede: Ogni cambiamento, come quello epocale che stiamo attraversando, richiede un cammino educativo, la costruzione di un villaggio dell’educazione che generi una rete di relazioni umane e aperte. Tale villaggio deve mettere al centro la persona, favorire la creatività e la responsabilità per una progettualità di lunga durata e formare persone disponibili a mettersi al servizio della comunità”. 

 

La professoressa Alessia Bartolini docente di Pedagogia sociale e familiare all’Università di Perugia, ha detto, nel suo intervento: “La famiglia è una cellula della nostra società e vive tutte quelle che sono le complessità e le contraddizioni della società. Rimane però un punto centrale nella formazione e nell’educazione dei ragazzi, perché è il primo mondo con cui entrano in contatto ed è il mondo attraverso il quale imparano a leggere e a dare un valore alle cose del mondo. Quindi, il valore della famiglia rimane insostituibile e, nonostante le crisi e le difficoltà, la famiglia resiste, seppure in forme che possono esser plurali e diverse, ma la sua funzione educativa rimane primaria nello sviluppo della persona”.

La famiglia è palestra di virtù, è il luogo nel quale noi apprendiamo i valori della vita. Quindi il suo ruolo è assolutamente importante anche nella formazione religiosa dei nostri figli, ma, ha aggiunto: 

i genitori in questo momento vanno sostenuti, perché vi è una tendenza alla delega, che assaporiamo su vari fronti, e così quando accade qualcosa siamo pronti a dare la colpa alla famiglia, alla scuola, ai ragazzi. Bisogna costruire delle alleanze di tipo educativo e la famiglia va sostenuta, in questo processo, da una rete sociale che possa, in qualche maniera, favorirla in questo suo ruolo così importante”.

Letizia Cristiano, presidente diocesana di Azione cattolica, ha affermato che “l’Azione cattolica, che è famiglia di famiglie, cerca di accompagnare i ragazzi in tutte le fasi della crescita e accompagnando le famiglie, facendo rete, creando collaborazione, creando relazione tra gli educatori e le famiglie”.

Facendo riferimento al sinodo, ha aggiunto: “È un percorso che ancora dobbiamo imparare, anche alla luce del periodo del covid, che ha messo in risalto difficoltà che forse c’erano già prima. Dobbiamo un po’ reinventarci, passare all’altra riva, come ci indica il centro nazionale di Azione cattolica, riprendendo un passo del Vangelo, dobbiamo lasciarci illuminare dal Signore. L’Azione cattolica è stata poi sempre impegnata nel cammino sinodale e Papa Francesco stesso ha detto che l’Azione cattolica è maestra di sinodalità. C’è soprattutto oggi questo desiderio di fare rete, di continuare a camminare con gli altri, sia all’interno della Chiesa che al di fuori”.

Don Mimmo Sergio, responsabile dell’Ufficio famiglia della diocesi, traendo le conclusioni dell’iniziativa, ha sottolineato come essa mirasse, innanzi tutto, a intessere un discorso trasversale sul tema della famiglia, partendo dal presupposto che non è possibile parlare di famiglia senza relazionarsi a tutti gli altri aspetti. Nello specifico: all’interno del percorso sinodale, che è ancora alle prime battute, questa presentazione unitaria del discorso relazionale all’interno dell’istituto famigliare, così come l’orizzonte cristiano lo presenta, può dare la possibilità di comprendere come, dalla metodologia familiare, può derivare un suggerimento di quello che è il tema stesso della sinodalità. L’istituto della famiglia può offrire quell’equilibrio fra autorità e fraternità, che sono le espressioni ricorrenti nel magistero pontificio: quest’espressione della famiglia come un essere “con” e un essere “per”, può rappresentare l’indirizzo coraggioso che la famiglia cristiana in questo momento può offrire”.

Anche la crisi che la famiglia sta vivendo – ha concluso – ci induce a comprendere a quale società ci rivolgiamo. Il concetto di sinodalità deve perciò tenerne conto e capire quale istituto giuridico famigliare abbiamo in mente. È chiaro che, come la “Amoris Laetitia” rappresenta, ci sono le difficoltà, le fragilità e i limiti ma anche la possibilità di far emergere le positività, che potremmo definire “classiche” ma che potremmo soprattutto definire come espressione del vissuto battesimale“.

 

Link utili:

https://www.romefamily2022.com/it

Arte

Si chiude, al Castello Aragonese, la mostra concorso “Madre Natura”

25 Mag 2022

Si chiude, negli spazi espositivi del Castello Aragonese, la collettiva di artisti che hanno preso parte alla mostra concorso “Madre Natura, un giardino per camminare, l’immensità per sognare”, a cura di Giovanna De Mitri, organizzatrice e responsabile dell’Associazione culturale “il Golfo”. Una mostra concorso eterogenea che ha visto la partecipazione di artisti provenienti da varie parti d’Italia. Un tema, “Madre Natura”, di grande attualità che ha ispirato in maniera rispondente, tutti i pittori presenti. Sono pervenuti lavori intensi per contenuti simbolici o espliciti tutti inneggianti ai valori insiti nel Creato, tutti tesi alla salvaguardia dello stesso. Alcune opere hanno dato ampio spazio alla figura femminile come emblema di generialità, in simbiosi con Madre Natura, generatrice di vita in tutte le sue forme. Interessanti in tal senso il dipinto della pittrice Gaetana Pecchia e dell’autrice Flavia Mele (la cui opera proponiamo in basso). Dall’ informale del vincitore Silvio Zago, al simbolismo di Valentina Vurchio,gran parte degli stili sono stati rappresentati con impegno , capacità creativa e tecnica convincente.

s.t.

Diocesi

Mons. Alessandro Greco: 50 anni di sacerdozio vissuti sempre nella fiducia e nell’obbedienza

25 Mag 2022

di Silvano Trevisani

Monsignor Alessandro Greco, vicario generale diocesano e parroco della Stella Maris, ha festeggiato nei giorni scorsi, assieme all’arcivescovo Filippo Santoro, il cinquantesimo anniversario della sua ordinazione sacerdotale. In questa occasione gli abbiamo rivolto alcune domande per il nostro giornale online.

Cinquant’anni di sacerdozio sono una meta particolare perché particolare è la scelta alla base. Se dovessi fare un bilancio della tua vita di sacerdote, dare un giudizio sintetico, quale riflessione faresti?

Devo dire sinceramente che io questo problema non me lo sono mai posto. Sarà per mentalità o per formazione, per studi… ho imparato a vivere la vita ministeriale facendo ciò che un sacerdote deve fare, in obbedienza alla Chiesa, a vescovo, alla vocazione. Ho trascorso 50 anni laddove mi è stato chiesto di lavorare e l’ho fatto sempre con molta libertà interiore, senza chiedere, senza oppormi o creare problemi. È stata una vita serena perché chi obbedisce, chi si affida, non ha timori di alcun genere. Se poi la domanda si riferisce a ciò che concretamente si è realizzato, è un altro discorso.

…Ecco, diciamo: cosa è stato fondamentale per te?

Io posso dire di aver vissuto questi anni tra la gente, il che per me è fondamentale, perché un sacerdote diocesano è sacerdote per vocazione, per dono di Dio, per risposta libera sua e perché questa risposta, oltre alla santificazione personale, è una vita consacrata al popolo di Dio. Punto primo dunque: in mezzo alla gente. I primi quattro anni di sacerdozio li ho trascorsi a Mottola, alla cui diocesi appartenevo, dove, con il parroco, avevamo la cura di due parrocchie, che coprivano metà del paese. Ma il parroco aveva problemi di salute e io dovevo correre da una parte all’altra. Nel 1976 l’arcivescovo Motolese, che all’epoca era amministratore apostolico della diocesi di Castellaneta, mi trasferì a Taranto. E a Taranto decisi di rimanere anche quando poi in quella diocesi fu nominato il nuovo vescovo. Ero stato nominato parroco della Stella Maris a Porta Napoli, dove sono tuttora. Quel rione non è più quello di 46 anni fa, perché la popolazione si è molto ridotta, ma allora era un quartiere molto vivace, anche problematico, ma di buona gente con cui ho avuto sempre un buon rapporto, e per me questo contatto è stato fondamentale. Pensa che il 1° aprile 1989, il sindaco emanò l’ordinanza di sgombero immediato e coatto e le famiglie andarono ad abitare altrove, alcune a Paolo VI altre a Statte. Ebbene, il parroco di San Girolamo Emiliano di Statte mi dice che la gente trasferitasi al tempo non mi ha dimenticato, e questo è importante perché dimostra che, stando tra la gente, si lascia un segno.

Tutti i credenti, nella loro vita, hanno momenti di dubbio, di difficoltà e immagino che anche un sacerdote li abbia. Se sono arrivati come li hai affrontati questi momenti?

Io non posso dire di aver attraversato momenti problematici se non delle difficoltà ordinarie che si incontrano nella vita quotidiana, nel ministero. Che so: trovarsi davanti a famiglie povere che non sanno come fare per andare avanti e ti pongono la necessità di fartene carico; richieste rivolte al parroco per ottenere cose che non si possono concedere; una certa mentalità sbagliata sulla pratica delle devozioni e liturgie… ma sono cose di ordinaria amministrazione. Un segreto importante è il dialogo con il vescovo e con gli altri sacerdoti, dal quale scaturisce un reciproco sostegno. In tutta onestà, non ho attraversato momenti critici.

Da circa dieci anni sei vicario generale della diocesi, questa funzione ti ha fatto vedere in modo diverso il rapporto con la Chiesa come istituzione, anche nel confronto con gli altri sacerdoti, e con le richieste della gente?

Bah! Quello che sperimentavo in modo più attenuato ora lo sperimento in maniera più diretta ma non ho riscontrato radicali novità, perché con l’ambiente curiale avevo a che fare prima come direttore dell’ufficio missionario, poi come professore all’Istituto di scienze religiose, come membro del consiglio presbiteriale, del consiglio pastorale, perciò non mi sono trovato di fronte a una realtà radicalmente nuova, solo che ora mi trovo di fronte alle questioni in maniera diretta. Certamente svolgere questo ruolo dà l’opportunità di avere una visione più ampia, più unitaria, di conoscere più in dettaglio le cose, la vita dei sacerdoti, però io considero questo come un ruolo da espletare non in un’ottica burocratica ma pastorale. Forse, quando una volta si parlava di curia si evocava uno spauracchio, come un organo di controllo, no: la curia è il luogo in cui ci incontriamo, vediamo le pratiche, i documenti, fraternamente affrontiamo e risolvere le difficoltà che si incontrano. La prospettiva è radicalmente cambiata. Credo che con un rapporto con tutti gli uffici e i sacerdoti si affrontino tutti i problemi cercando di dare una risposta.

La Chiesa in questi cinquant’anni, aggiungendo ad essi anche gli anni della formazione, è molto cambiata. La frequenza è in calo, la gente ha una disposizione diversa?

Quando nel 1972 terminai gli studi, conseguii la licenza in teologia e fui incoraggiato a conseguire la laurea, presentai la tesi dottorale con questo titolo: “La religiosità nella provincia di Taranto nel passaggio da una società preindustriale a una società industriale”. Io dimostrai che anche allora si registrava sì un calo nella frequenza, perché la partecipazione di massa che si aveva nella società contadina, spesso solo consuetudinaria, non c’era più, ma che la partecipazione era più qualificata, perché i metodi del mondo industrializzato, la razionalizzazione, trovavano applicazione anche in ambito religioso. È vero che la gente non affolla più le chiese ma quelli che vanno lo fanno dando ragione della propria fede. Il Concilio ha dato questo impulso a migliorare la qualità della fede: a essere più partecipi, più attivi, ad assumere le proprie responsabilità. La religiosità popolare e i riti che esprime non vanno certo accantonati, ma bisogna dare loro un’anima, secondo gli insegnamenti evangelici. Non si ama Dio perché si partecipa alla Settimana Santa, ma perché si osserva la sua parola. Poi i riti hanno un senso. Sono nati tanti movimenti e associazioni che sono dono dello Spirito Santo e questi sono segni del dinamismo all’interno della Chiesa.

Adesso si guarda al futuro. Anche dopo cinquant’anni di servizio la vita continua. Come vedi la tua vita e il tuo ministero nei prossimi anni?

Io sono fra quelli che obbediscono alle disposizioni canoniche. Un sacerdote a 75 anni rassegna le dimissioni dagli incarichi attivi. Io a luglio prossimo compio 75 anni quindi gli uffici che io ricopro sono a disposizione del vescovo che farà quello che riterrà giusto. Non sono mai stato attaccato alla poltrona, anzi alcune posizioni sono anche un po’… scomode. Per quello che riguarda il resto, due sono le prospettive: la prima è continuare nell’esercizio del ministero laddove c’è bisogno perché il sacerdote è sacerdote per sempre, perciò una volta libero da questo compito posso anche fare il viceparroco in una parrocchia che ha bisogno di aiuto; in secondo luogo: siccome ho una passione per la ricerca, la lettura, la scrittura, ho tanti interessi da coltivare e sicuramente non mi annoierò. Vivrò il ministero in maniera diversa.

Diocesi

Il 50° di sacerdozio dell’arcivescovo celebrato in una cornice corale e gioiosa

23 Mag 2022

di Silvano Trevisani

“La data più importante della mia vita è il giorno del mio battesimo, quando sono stato incorporato al Signore, ma la festa che celebro più volentieri e a cui sono molto legato è quella della mia ordinazione sacerdotale”. Ha esordito così l’arcivescovo Filippo Santoro nell’omelia tenuta nel corso della solenne celebrazione svoltasi in Concattedrale per il cinquantesimo dell’ordinazione sacerdotale, e nello spirito che manifestava nel corso della celebrazione si avvertiva tutta la gioia di poter festeggiare l’evento in un singolare clima di coralità e in una Concattedrale finalmente gremita, dopo la pandemia, in ogni ordine di posti.

A festeggiare e condividere con lui l’evento c’era l’arcivescovo di Potenza Salvatore Ligorio che con il vicario generale diocesano, Alessandro Greco, e i sacerdoti Antonio Caforio e don Ciro Antonacci (venuto improvvisamente a mancare il giorno successivo) condividono la data di ordinazione sacerdotale, quella del 20 maggio 1972. Ma c’erano anche numerosi vescovi venuti da altre diocesi, tra i quali il “tarantino” arcivescovo di Crotone, Angelo Panzetta, ordinato vescovo del monsignor Santoro, e l’arcivescovo di Catanzaro, già vescovo di Castellaneta, Claudio Maniago, oltre all’arcivescovo emerito di Taranto Benigno Papa.

Presenti le autorità civili e militari della provincia, i sacerdoti dell’arcidiocesi, i diaconi, i religiosi, le religiose, i seminaristi, i ministri istituiti, tutte le associazioni, i movimenti e le confraternite della nostra diocesi. il consiglio direttivo dei Memores Domini e tutti i Memores, per i quali monsignor Santoro ha ricevuto dal Santo Padre il compito di delegato speciale, assieme a una nutrita delegazione di Comunione e liberazione non solo della Puglia, e ai suoi famigliari e amici personali.

Le celebrazione è stata aperta dal messaggio di saluto che don Mattia, il più giovani dei sacerdoti ordinati in diocesi, ha rivolto a nome di tutto il clero: “A nome di tutti, eccellenza, sento il bisogno di ringraziarla perché con i suoi 50 anni di vita sacerdotale e con i 10 già spesi per noi, ella ci ha indicato la strada per vivere un’esperienza di fede e di ministero felice. E la strada, da lei indicata, mi sembra essere questa: fare di Gesù il bene più grande della vita, il di più, il “cento volte tanto” per cui vale la pena scommettere la propria vita; dalla forza di questo amore più grande nasce la missione o il “consumare la suola delle scarpe” per raggiungere l’umanità, ovunque essa si trovi e qualsiasi situazione si trovi a vivere come popolo che cammina, unito e solidale; lasciarsi provocare dalla storia e dalle persone, che ci vengono incontro e sollecitano la nostra risposta con tutte le nostre energie di mente e di cuore, senza nulla risparmiare o tenere per sé”.

Ha, quindi, rivolto l’augurio anche a monsignor Ligorio, a monsignor Greco, a don Ciro e don Antonio.

Sottolineando come il primo sentimento con cui celebra questi 50 anni di sacerdozio è quello della gratitudine, per il dono della vita e della vocazione, nella sua omelia ha reso omaggio in particolare a don Divo Barsotti e soprattutto don Luigi Giussani: “Mi hanno fatto capire che non dovevo avere paura dei desideri del cuore e del gusto del protagonismo per la vita sociale, ma che era possibile trovare la pienezza di quel desiderio, nella giusta dimensione dell’azione sociale politica”.

“Con tutta la coscienza dei miei limiti, che si sono manifestati quanto più cresceva la mia responsabilità, particolarmente nel ministero episcopale, c’è stato sempre il cantus firmus, il tema costante, di servire il Signore nella gioia, non nel lamento o nel rimpianto. Perché l’amore di Cristo, la sua iniziativa, la sua affezione, si rivelava più grandi di ogni altro sentimento e di ogni limite”.

Poi il suo pensiero ha ripercorso il suo itinerario umano e sacerdotale, dalle prime esperienze a Bari, all’insegnamento, al suo sì alla nuova esperienza in Brasile, dove ha ricevuto la nomina a vescovo, e poi il ritorno in Puglia, a Taranto.

“Sin dagli inizi del mio ministero mi ha particolarmente colpito il rapporto con gli ammalati, i carcerati, i poveri per i quali, con la collaborazione di tutta la nostra Chiesa, abbiamo restaurato il palazzo Santa Croce, rendendo un servizio a tutta la città mediante il Centro notturno di accoglienza per senza fissa dimora, dedicato al nostro vescovo San Cataldo. Ha arricchito la mia esperienza di questi anni, anche il servizio alla Conferenza Episcopale Italiana, nella Commissione per i problemi sociali, il lavoro, la giustizia, la pace e la custodia del creato e anche con la responsabilità ultima del Comitato scientifico per le Settimane Sociali dei Cattolici Italiani, culminato nell’ottobre scorso con la 49^ Settimana Sociale dal titolo: “Il pianeta che vogliamo. Ambiente lavoro futuro. #tutto è connesso”.

“Chiedo alla Vergine Santissima – ha così concluso l’omelia – la grazia di continuare a servirlo e a servire il popolo a me affidato, in comunione con tutta la Chiesa col cuore ancora più lieto di come lo avevo di 50 anni fa, e con l’esperienza sempre più grande della misericordia del Signore e del suo amore senza fine”.

A conclusione dell’intensa e partecipata liturgia, monsignor Santoro ha rivolto una preghiera alla Vergine, splendidamente intramezzata dalle invocazioni canore del coro della Concattedrale che ha animato con particolare intensità la liturgia.

I rappresentanti di Comunione e Liberazione hanno chiuso la celebrazione eseguendo il canto, tanto caro a monsignor Santoro, che lo ha riportato dall’amato Brasile: “Sou feliz, Senhor, porque tu vais comigo: vamos lado a lado, es meu melhor amigo” (Sono felice, Signore, perché tu vieni con me: andiamo fianco a fianco, tu sei il mio migliore amico), canto composto da due giovani che il giorno dopo sarebbero stati ordinati sacerdoti e avrebbero cominciato il ministero nel mondo.

Continua a leggere qui:

50° di sacerdozio di mons. Santoro: “Il mio percorso è lungo cinquant’anni ma sono ancora proiettato al futuro”

Vita sociale

Industria: le criticità aumentano e intorno all’ex Ilva è il deserto

19 Mag 2022

di Silvano Trevisani

Le vicende internazionali che stanno interessando massicciamente ormai da oltre due anni il nostro Paese stanno creando una preoccupante crisi economica, che forse sta facendo passare in secondo piano vicende pure fondamentali, seppure sembrino ristrette al nostro territorio.

Stiamo parlando dello stabilimento siderurgico, alla cui attività si annette un interesse produttivo crescente, finora solo gridato, proprio a causa della guerra, ma nell’insieme di tutta l’area industriale, cui si aggiunga la situazione di Leonardo che, nonostante i diversi proclami, vede diventare sempre più complicata la propria situazione.

Ieri sull’ex Ilva si è svolto un incontro in prefettura, coordinato dal prefetto Martino, cui hanno partecipato, coi sindacati, il viceministro per lo Sviluppo, Alessandra Todde e il senatore Mario Turco, cui sono stati rappresentati i gravi problemi dell’azienda e che hanno assunto l’impegno di riportare la questione all’attenzione del governo. Ma la situazione sembra molto nebulosa nel nostro sistema industriale. Ne abbiamo parlato con Pietro Cantoro, segretario della Fim che si occupa degli appalti.

Cosa sta succedendo? Acciaierie d’Italia naviga a vista, mentre la giustizia continua a bacchettarla in molti modi: non paga le ditte dell’appalto e la Peyrani Sud interrompe il contratto, di fatto togliendo lavoro a un centinaio di dipendenti. Alla Leonardo, sembra in atto uno stillicidio, ultimi i licenziamenti preannunciati dalla Axist. Ma sembra che il territorio non ne abbi sufficiente contezza.

Sembra non aversene adeguata contezza, perché la madre di tutta la committenza, cioè Acciaierie d’Italia, sembra aver consolidato uno stato di vegetazione assoluta, in cui appare scontato e normale tutto quello che scontato e normale non è, come gli scaduti dei pagamenti degli stipendi, o i pagamenti delle attività prestate e fornite, con tutti i problemi che ne susseguono a cascata. Purtroppo negli anni si è consolidata una certa “normalità” nell’anomalia. Ma è chiaro che questa situazione si scarica sulle famiglie con tutti i disagi che sono facilmente comprensibili. Ed è per questo che la nostra mobilitazione continua.

La rottura dei rapporti ta Peyrani Sud e Acciaierie d’Italia quanti posti mette a rischio?

La Peyrani occupa direttamente 65 unità che salgono a circa 100 con la collaborazione che ha nelle attività portuali.

…Ed è strano sentire parlare di altre aziende che dovrebbero subentrate a un’azienda che rompe i suoi rapporti per non essere stata pagata.

La cosa grave è che siamo in presenza di una gestione malsana da parte di una grande azienda che è in parte parastatale, con lo Stato che permette delle violazioni quando dovrebbe invece controllare e vigilare; questo è il paradosso assoluto: accanto alla dichiarata previsione del 40% di aumento del fabbisogno produttivo, non interviene né a livello di investimenti, né a livello di manutenzioni ordinarie e straordinarie, né di acquisto delle materie prime, delle attrezzature, dei ricambi e di tutto ciò che necessita nella funzione fisiologica di una normale azienda e, in subordine, alle sue responsabilità.

Ma è tutta la situazione dell’azienda, a cominciare dalla composizione societaria, continua a essere nebulosa.

Ancora oggi stiamo navigando come gli ebrei nel deserto alla ricerca della terra promessa. Ormai questo stabilimento è diventato una cattedrale nel deserto: sembra che sia vitale, un sito di interesse nazionale, strategico, dove c’è necessità produttiva, con la crisi energetica attuale che ha portato alla ribalta la necessità di produzione dell’acciaio, ma noi siamo fermi al palo o, per usare una metafora, come se fossimo in autostrada fermi con le quattro frecce d’emergenza mentre tutti sono in corsia di sorpasso, perché oggi l’acciaio viene valutato più dell’oro.

Alla Leonardo, nonostante tutti i proclami, le cose non sembrano andare meglio.

Anche sulla scia di quella che è stata la situazione pandemica e la scarsità di commesse che si è scaricata soprattutto sulla Leonardo, che è la committente principale. Di conseguenza tutte le aziende dell’appalto, che gravitano che in maniera indiscutibile, si sono dovute ridimensionare con le attività di manutenzione e di riparazione.

Intanto continuiamo a registrare proclami in base ai quali Grottaglie dovrebbe diventare il centro del mondo: voli spaziali, droni, e strutture ipertecnologiche…

Ma purtroppo anche lì, come in Acciaierie d’Italia, la politica territoriale sta abituando a promesse e slogan senza poi concretizzare di fatto nulla di palpabile, di reale. E questo fa male al territorio, al pil, alle famiglie e a tutti noi.

Hic et Nunc

Presentate le liste per le amministrative i candidati “crollano” di circa un terzo

17 Mag 2022

di Silvano Trevisani

Un dato positivo si nasconde dietro la presentazione delle liste che concorrono alle elezioni amministrative del 12 giugno: il numero di candidati compresi nelle ventisette liste, che pure può apparire enorme, è di gran lunga inferiore a quello raggiunto nel 2017, quando raggiunse la cifra di ben 1.200! Oggi sono “solo” 819. Una proporzione ben maggiore quella del numero di candidati alla poltrona di sindaco che nel 2017 fu davvero rimarchevle: ben dieci! Ovvero: Rinaldo Melucci, Stefania Baldassari, Franco Sebastio, Francesco Nevoli, Mario Cito, Vincenzo Fornaro, Marcello Brandimarte, Luigi Romandini, Pietro Bitetti e Giuseppe Lessa. Ora sono “solo” quattro, due dei quali, Melucci e Musillo, fanno riferimento ai due poli politici più consistenti, mentre sono solo due i candidati che capeggiano liste localistiche, Abbate e Battista.

Ma nel 2017 si usciva dal secondo mandato Stefano, contrassegnato da frammentazioni, litigiosità e scarsa lena gestionale, dopo il lungo periodo di dissesto, e vi era un un po’ di confusione. La situazione sembra, adesso, chiarita dal punto di vista meramente politico, soprattutto a sinistra. Se, infatti, nel 2017 il centrodestra si era unito attorno alla candidata Balsassarre, “insidiata” solo dalla persistenza di un candidato espresso dalle liste di Cito, questa volta non più presente, fu nel centrosinistra che fratture e litigiosità determinarono una frammentazione. Si ricorderà, infatti, che nel 2017, accanto al candidato ufficiale del Pd, Rinaldo Melucci, venne espresso un altro candidato emanazione del sindaco uscente Ippazio Stefano, cioè il giudice Brandimarte. Ma anche Rifondazione andò per la sua strada, proponendo la candidatura dell’ex procuratore Franco Sebastio, la cui avventura politica fu di brevissima durata, mentre in netta opposizione era anche il Movimento 5Stelle, che propose un suo candidato: Nevoli.

Questa volta, invece, il centrosinistra si presenta tutto unito, avendo aggregato anche i 5Stelle, ed evitato che si proponesse un quinto candidato: quel senatore Filograna che, grazie all’abilità di Melucci, è stato reclutato tra i suoi sostenitori.

Il chiarimento del quadro politico è sempre un fattore di positività, sia nel Paese che a livello locale, e di solito permette scelte, sia nella composizione della compagine che nell’attività amministrativa, più rapide, anche quando il campo resta vario e frastagliato. Come in questo caso. Se alle amministrative si arriva, infatti, dopo un commissariamento promosso da ex alleati di Melucci, non sono pochi i candidati che hanno cambiato casacca, passando da uno schieramento all’altro, a partire da Musillo, che fu al vertice di Pd ionico, compresi anche alcuni ex assessori comunali, che hanno seguito Musillo. Oltre alle tante conferme di consiglieri uscenti, ci sono anche ripescaggi eccellenti di esponenti che parevano spariti dalla scena politica.

E veniamo come si compone il quadro degli schieramenti. Sono undici le liste che fanno capo a Melucci, dieci sono quelle intestate a Musillo, mentre sia Abate che Battista ne contano tre. La lista del Pd è sicuramente quella che vede la presenza più numerosa di consiglieri uscenti o che hanno occupato i banchi del Consiglio in quinquenni precedenti (ne contiamo una quindicina). Gli esterni di governo più vicini a Melucci trovano posto in liste diverse, come Taranto Crea o Europa Verde Tra le liste che sostengono Musillo, tornano i due Cito di seconda generazione, in una lista At6 piuttosto ridimensionata, mentre alcuni vecchi citiani sono candidati con Forza Italia; riconfermati gli uscenti di Fratelli d’Italia, mentre in Patto popolare tornano esponenti della vecchia guardia. In tutti gli schieramenti sono presenti liste dal tenore ambientalista.

Si vota anche in altri sei Comuni: Martina Franca, Castellaneta, Leporano, Sava, Mottola, Palagiano.

A Martina Franca sono in tre a contendersi la poltrona di sindaco: Mauro Bello per il centrodestra, appoggiato da sette liste; Gianfranco Palmisano, per il centrosinistra, con cinque liste, e A.Filomeno Lafornara con la sua unica lista: Autonomi e Partite Iva, che la dice tutta sul campo d’azione. Ma la vigilia a Martina è stata contrassegnata da un clima arroventato per la compilazione delle liste di sostegno, che hanno visto rivoluzionato il panorama solo poche ore prima dell’ufficializzazione.

Tre in lizza anche a Castellaneta: Alfredino Cellamare per il centrodestra e Gianni Di Pippa del centrodestra, entrambi con sei liste, poi Simone Giungato con tra liste tra cui 5Stelle.

Ancora tre i candidati a Leporano: Vincenzo Damiano (uscente prima del commissariamento), Angelo Pavone e Filippo D’Abramo, ognuno con una lista civica. Due i candidati a Sava: Gaetano Pichierri di centrodestra, e Giulio Rossetti di centrosinistra entrambi con ben sette liste.

Si vota ancora a Mottola e a Palagiano. Nel primo caso sono tre candidati: Leopoldo Rogante, Giovani Quero, Gianpiero Barulli (è lui il sindaco uscente) e Angelo Lattarulo; anche nel secondo sono tre: Domiziano Lasigna (si tratta del sindaco uscente), Pietro Rotolo e Donatello Borracci.

Hic et Nunc

Piazzetta san Francesco de Geronimo a Grottaglie alla mercé dei vandali

14 Mag 2022

di Silvano Trevisani

Dovrebbe essere un luogo identitario per eccellenza, essendo dedicato al santo patrono, del quale è appena ricorso l’anniversario della morte, invece è diventato un inquietante simbolo di degrado. Stiamo parlando della piazzetta san Francesco a Grottaglie. La piazzetta, inaugurata quindici anni fa si affaccia sontuosamente sul quartiere delle ceramiche, sorto in epoca tardo medievale nella gravina sulla quale si erge il castello episcopio, e offre un colpo d’occhio straordinario sul sottostante quartiere che si allunga all’orizzonte fino a Taranto.

La piazzetta fu realizzata dietro la spinta di un comitato spontaneo, sorto tra professionisti e appassionati che avviarono un sottoscrizione per reperire i fondi necessari, con la regia di Ciro De Vincentis, Franco Spagnulo e altri. Nella piazza, inaugurata il 23 settembre 2017, campeggia la statua in marmo realizzata in marmo con moderne tecnologie sul modello realizzato dal compianto artista/ceramista Dino Petraroli, ma l’arredo della piazza fu completato anche con una serie di grandi pannelli ceramici serigrafati, ben sessantasei, realizzati dallo stesso artista, che raccontano la vita del santo gesuita grottagliese, nato il 17 dicembre 1942, morto a Napoli l’11 maggio 1716 e proclamato santo nel 1839. I pannelli ceramici sono stati collocati lungo un percorso che asseconda in parte il muro di cinta della piazzetta, alla quale si può accedere dalle vie retrostanti, alla stessa quota, o da una scalinata appositamente realizzata, che sale dalla via Crispi, lungo la quale si snoda il quartiere delle ceramiche. Ebbene, tutta la piazzetta, frequentata purtroppo anche da gruppi di giovinastri “rumorosi” versa in condizioni di degrado, ma ciò che stupisce è la vandalizzazione di molte delle piastrelle, a tratti completamente distrutte, in molta parte ricoperte da graffiti inquietanti.

Gli atti vandalici non sono una novità e si assommano al degrado prodotto dal tempo, cui si stenta a trovare soluzioni, come nel caso dell’altorilievo ceramico di carattere sacro che adorna il cosiddetto “Arco della croce”, del quale si attende da molti anni, con un po’ di sfiducia ormai, il restauro.

Ora sembra che finalmente anche la politica stia almeno prendendo contezza del problema, ma non ancora i necessari provvedimenti. Duole dover ammettere che quella piazzetta, che un tempo, prima del 2007, era affidata alla custodia di un “volontario” che l’apriva al pubblico, essendo chiusa da un cancello, che almeno la preservava, almeno in parte, dalla devastazione, non si presenta come un biglietto da visita invitante per i turisti che, soprattutto d’estate, visitano la città. Ma ancora di più addolora l’assoluta mancanza di rispetto nei confronti di san Francesco de Geronimo che amava in modo così profondo la sua città natale, della quale resta il più illustre rappresentante.

Otium

Si conclude giovedì in biblioteca il progetto Sulle orme di Alda Merini, curato da Trevisani

11 Mag 2022

Si avvia a conclusione il progetto culturale: “Sulle orme di Alda Merini”, promosso e avviato nel maggio 2021 dal Comune di Taranto, su proposta di Carmen Galluzzo Motolese, e curato dal giornalista e scrittore Silvano Trevisani. Giovedì 12 maggio alle ore 18, negli spazi della Biblioteca civica “Acclavio” si svolgerà il quarto e ultimo incontro, con la presentazione del libro “Taranto città della poesia” di Silvano Trevisani (Edizioni Macabor).

Introdurrà Carmen Galluzzo Motolese, presidente Club per l’Unesco di Taranto e Associazione Culturale “Marco Motolese”, che ha collaborato al progetto inserendolo nella celebrazione della Giornata mondiale della poesia Unesco 2021/2022.

Dialogheranno con l’autore: Giuseppe Goffredo, poeta e direttore di “Poiesis” e Bonifacio Vincenzi, poeta ed editore. Gli attori Imma Naio e Antonello Conte declameranno alcune poesie.

Il Novecento nella nostra città, ci racconta nel suo libro Trevisani, ha dato i natali a molti poeti o li ha accolti tra i suoi residenti, molti tra questi sono nella ribalta nazionale. Alcuni hanno ricevuto, a partire dal 1953, il Premio Viareggio. Vi è poi, chi ha vinto  un Oscar come sceneggiatore e altri sono stati autori universalmente noti e storicizzati. Parliamo di Cesare Giulio Viola, Michele Pierri, Raffaele Carrieri, Nerio Tebano, Giacinto Spagnoletti, Giosi Lippolis, Cosimo Fornaro, Alda Merini, Cosimo Ortesta, Giovanna Sicari. A loro l’autore ha  dedicato singoli saggi e piccole antologie. Come non ricordare Michele Perfetti, teorico della poesia visiva, che proprio a Taranto tenne la sua “prima” mondiale e una attenzione è data anche a Pasquale Pinto.

Nella seconda parte il Trevisani antologizza i poeti che, dal Novecento ad oggi, hanno fatto poesia in lingua italiana a Taranto con continuità: Augusto Cardile, Rosetta Baffi Silvestri, Piero Mandrillo, Pio Rasulo, Vittorio D’Amicis, Myriam Pierri, Sebastiano Causo, Tommaso Mario Giaracuni, Vincenzo Jacovino, Angelo Lippo, Tommaso Anzoino, Ettore Toscano, Aldo Perrone, Antonio Liuzzi, Giovanni Amodio, Dino De Mitri, José Minervini, Christian Tito, Paola Mancinelli, Mara Venuto. Si tratta in questo caso, di poeti che sono “rimasti” (quasi tutti) a Taranto e che forse anche per questo hanno faticato molto di più ad entrare nel circuito nazionale.

Sono 32 i profili che compongono il racconto poetico della città tra il XX secolo e i primi decenni del XXI, e che naturalmente si assommano a tutti i poeti del passato, entrati a pieno diritto nella storia di Taranto. Un racconto che merita, secondo l’autore, maggiore attenzione da parte dell’intera città, dell’intera Puglia e del mondo della cultura nazionale. Trevisani poi propone alle istituzioni la realizzazione del “Parco della poesia”, un luogo che possa essere memoria vivente dei grandi poeti tarantini e offrire nel suo percorso naturale occasione per rilanciare il valore della poesia come potere umanizzante oltre che espressione della poetica del nostro territorio.

Otium

Mercoledì 11, a San Roberto Bellarmino, incontro con la poesia di Silvano Trevisani

10 Mag 2022

Mercoledì 11 maggio alle  18,30, nella parrocchia San Roberto Bellarmino (ingresso via San Roberto), incontro di poesia con la raccolta “Le parole finiranno, non l’amore” di Silvano Trevisani. Incontra l’autore don Antonio Rubino, vicario episcopale per la pastorale della cultura. La raccolta descrive un reale percorso di vita.
I versi, in un linguaggio calibrato, pensato e ripensato, puntiglioso e a volte anarchico, sono fatti di concetti che aderiscono alla realtà o viaggiano nel mito e nelle sue sopravvivenze con l’intento di ritrovare radici e confronti, di mutarsi in aforismi o ricercare una musicalità funzionale.
Ma i versi possono anche rimanere nell’intimità dell’autore che dialoga, senza parlare, nella stanza degli affetti, nei giorni dell’amore, o s’interroga sul divino.

Silvano Trevisani è nato nel 1955 a Grottaglie, dove vive. Giornalista, è
redattore capo del settimanale “Nuovo Dialogo” e responsabile del bimestrale
di poesia “Il sarto di Ulm”. Scrittore e critico d’arte, ha pubblicato libri di
narrativa, poesia, saggi di storia, economia, attualità, arte. Con Manni, nel
1997, il romanzo L’onorevole.

 

 

 

 

Locandina dell’evento:

Editoriale

La “consegna” di san Cataldo e gli impegni per la città

09 Mag 2022

di Silvano Trevisani

La consegna della statua del patrono san Cataldo dal capitolo metropolitano agli amministratori della città, al di là del contenuto simbolico, segna un “patto” tra la Chiesa e la comunità che, attraverso i suoi rappresentanti, assume in pieno la responsabilità di indicare alla cittadinanza un modello. Il santo patrono, infatti, nella storia della Chiesa non è solo il rappresentante di una identità e il “curatore” presso Dio degli “interessi” spirituali e anche materiali come intercessore, ma è un modello scelto da imitare, da indicare e consolidare continuamente, nella storia e nella quotidianità.

E proprio in questa dimensione l’arcivescovo Filippo Santoro ha voluto rappresentare, nella cerimonia del “Pregge”, ovvero della consegna della statua alla città per gli annuali festeggiamenti, i significati profondi che questa cerimonia rappresenta. Che non è una consuetudine esclusiva di Taranto, ma che in poche città come Taranto conserva il fascino di un’annuale riscoperta, e che affonda le sue radici nella missione stessa della Chiesa, rivolta costantemente al mondo interno a sé, a rappresentare, a consolidare la propria presenza in un rapporto di collaborazione.

Per questo, nel suo discorso rivolto formalmente al commissario prefettizio, ma attraverso lui a tutti i cittadini di Taranto, monsignor Santoro ha voluto in primo luogo additare Cataldo come un uomo di Dio aperto all’accoglienza, pellegrino e testimone egli stesso dei disegni della Provvidenza che interviene nella storia della Chiesa per “aggiustarne il tiro”, e in secondo luogo desumere da questo assunto i significati che, oggi come ieri, il passaggio di Cataldo nelle nostre terre rappresenta e indica: il patto di amicizia che la consegna rappresenta, impegna la città, i suoi rappresentanti e in particolare coloro che saranno chiamati a governarla nei prossimi anni, a perseguire realmente il “bene comune”, manifestando le corrette intenzioni già in una campagna elettorale corretta e responsabile e poi impegnandosi ad avere una specchiata condotta di vita, per servire questa città e non per servirsene.

“L’intercessione del nostro santo – ha posi sottolineato con parole chiarissime l’arcivescovo – aiuti la nostra città in un’opera di profondo rinnovamento in cui al centro ci sia la dignità della persona e la cura della casa comune. Che l’auspicata crescita economica non avvenga a scapito della sostenibilità ambientale”. Per questo, ha precisato con parole chiare e ricche di significato: “L’invito alla festa non è l’invito all’evasione ma alla speranza certa!”

Ecclesia

Proclamata beata Armida Barelli donna al centro della vita della Chiesa

03 Mag 2022

di Silvano Trevisani

Sabato 30 aprile, in un Duomo di Milano stracolmo di fedeli, Armida Barelli è stata proclamata beata assieme a don Mario Ciceri, sacerdote ambrosiano noto per le sue doti esemplari, nel corso di una solenne cerimonia presieduta dal cardinale Marcello Semeraro. Cofondatrice dell’Università cattolica del Sacro Cuore, dirigente dell’Azione cattolica italiana, cofondatrice delle Missionarie della regalità di Nostro Signore Gesù Cristo e dell’Opera della regalità di Nostro Signore G. C., Armida Barelli è universalmente nota.

Attivista, missionaria, politica, apostola, militante, leader, propagandista, organizzatrice: Armida Barelli è stata una donna che nella Chiesa ha svolto un ruolo che è andato molto al di là di quello che molti uomini erano disposti a riconsocere. Alle mille definizioni della sua vita inquieta, monumentale, instancabile, si è aggiunta ora quella di “beata”. Sale, così, sugli altari la prima delle femministe cattoliche, una rivoluzionaria senza bisogno di ribellioni, la sorella maggiore di milioni di ragazze credenti, quella che ha aperto loro la strada verso un’idea inaudita: che il protagonismo delle laiche, prima ancora che un diritto, è un dovere, una condizione necessaria senza la quale il mondo, e il Regno, rimarrebbero edificati solo a metà.

Sulla figura della beata Armida Barelli abbiamo rivolto alcune domande a Vincenzo Di Maglie, docente con una lunga militanza nell’Azione Cattolica, della quale è stato anche presidente diocesano.

Cos’ha da insegnare alle donne e agli uomini di oggi una donna come Armida Barelli?

Innanzitutto una laicità a tutto tondo, un fatto singolare per l’epoca in cui viveva. Due aspetti ritengo fondamentali, in questo senso. Il primo è quello di essere stata “itinerante”: pur essendo donna, a quel tempo, parliamo dei primi decenni del Novecento, girava in lungo e in largo l’Italia, investendo tantissimo nel costruire rapporti tesi all’emancipazione delle donne, forte anche di una “figura femminile” e di un certo grado di cultura. Se io dovessi fare un ponte tra quello che è stato l’aspetto significativo col quale, da donna, ha avviato un percorso di evangelizzazione in quel periodo, e la realtà odierna, con l’attualità persistente del suo insegnamento oggi, direi: la laicità, la presenza nel mondo. Il secondo aspetto, che certamente è molto particolare, lo individuerei nel suo modo di porsi alla pari con la gerarchia. Pur essendo molto rispettosa e attenta a quelli che erano i ruoli, riusciva ad essere al contempo schietta e diretta.

Ma le battaglie che portava avanti per l’emancipazione della donna non rischiavano di porla in contrapposizione con l’idea corrente al tempo?

Certamente. Ha rappresentato una pietra di scandalo, ma in quel periodo sapeva che era necessario investire nell’emancipazione, partendo dal percorso di alfabetizzazione. Per mia esperienza posso dire che in un paese piccolo come Fragagnano, quando da presidente dell’Azione cattolica visitavo le parrocchie, trovai donne avanti con l’età che ancora ricordavano benissimo le circolari, questi “fogli di popolarità” che venivano fatti circolare in quel periodo, con i quali Armida spiegava come fare in modo che le donne fossero autonome. Questa autonomia doveva derivare dalla loro emancipazione e la prima forma di emancipazione era proprio l’alfabetizzazione, imparare a leggere e a scrivere.

Ma lei, accanto alla promozione dell’alfabetizzazione, investiva molto del suo impegno nella cultura più “alta”.

Certo, con la formazione dell’Università cattolica. Dall’alto della sua cultura, del suo modo di essere, ha decisamente portato avanti un’apertura molto significativa per quel periodo. Era molto attiva e molto in anticipo su tutto. È stata certamente una donna che ha attraversato la storia in un periodo molto importante giocando un ruolo determinante.

foto: Istituto secolare missionarie della Regalità di Cristo

Ecclesia

Faggiano ricorda Pierangelo, servo di Dio. Noi lo ricordiamo con suo padre Angelo

27 Apr 2022

di Silvano Trevisani

Sabato 30 aprile, in occasione dell’apertura dei solenni festeggiamenti in onore del patrono San Giuseppe a Faggiano, alle 18 sarà celebrata una Messa nella Chiesa di Maria SS. Assunta, presieduta da don Francesco Maranò in onore del servo di Dio Pierangelo Capuzzimati, per il quale è in corso il processo diocesano per la causa di beatificazione. Subito dopo sarà presentato il libro “Lo stupore della bellezza. Il mio ricordo del Servo di Dio Pierangelo Capuzzimati”, di cui è autrice Ada Principale, che fu sua maestra elementare. Con lei dialogherà don Cristian Catacchio, postulatore della causa di beatificazione.

Socia fondatrice dell’Associazione intitolata a Pierangelo, del quale è stata maestra per tutti e cinque anni della scuola elementare, Ada Principale è una donna impegnata, assieme al marito Martino Caramia nella preparazione al sacramento del matrimonio, in parrocchia.

Nell’introduzione del libro l’arcivescovo Filippo Santoro scrive: “Papa Francesco indicherebbe Pierangelo come uno dei tanti santi della porta accanto che si incontrano ogni giorno sul proprio cammino e che seminano speranza, fiducia, gioia di vivere”. Mentre l’autrice stessa spiega come la sua sia “una testimonianza su un ragazzo che, a sua volta è stato testimone dell’amore di Dio”.

Ma cosa significa, per la sua famiglia, la vicenda di un ragazzo che, dotato di virtù straordinarie, affronta la vita con una fede totale e poi la malattia e persino la morte come un dono misterioso? Lo abbiamo chiesto a suo padre Angelo, che ha accettato di farsi intervistare.

La tua esperienza di genitore quanto è stata toccata dalla morte di Pierangelo e dalla sua fama di santità?

C’è un doppio aspetto da considerare, quello squisitamente umano e quello spirituale. Guardando la cosa da un punto di vista umano, per me, per mia moglie e mia figlia, la scomparsa di Pierangelo ha lasciato un vuoto incolmabile: è un dolore insanabile e che non potrà mai passare. Detto questo, abbiamo la chiara consapevolezza dell’eredità che Pierangelo ci ha lasciato, nell’indicarci la Chiesa e indirizzarci a don Pino Calamo che era il suo consigliere spirituale, col dire: “Lui saprà cosa dirvi”. Don Pino concluse quel nostro incontro dicendoci: “Dovete iniziare a ragionare pensando che Pierangelo non è più soltanto figlio vostro ma che c’è un progetto per il quale lui sarà un figlio della Chiesa”. Per noi il processo è semplicemente la continuazione di quella frase di don Pino. Ma per noi, in quanto genitori, Pierangelo è già santo. Da credenti è la nostra ancora di salvataggio, al di là di quello che sarà l’esito del processo, di cui siamo ancora in attesa che si compia la fase diocesana. Ecco: per noi, comunque vada il processo, Pierangelo è una guida spirituale, che ci fortifica nella fede. È grazie a lui se abbiamo iniziato un percorso che ci ha portati a impegnarci nella Chiesa e nel sociale con la nostra associazione a lui intitolata.

Sicuramente Pierangelo aveva delle doti particolari nel confronto con gli altri giovani, ma secondo voi questa eccezionalità viene recepita? Per gli altri può essere un faro, un punto di riferimento, o c’è nel mondo troppa distanza, indisponibilità, proprio da parte dei giovani, nei confronti delle cose della fede e di Dio?

Entrambe le cose hanno parti di verità. Gli elementi di eccezionalità sono evidenti non solo in Pierangelo ma in tutti gli altri ragazzi considerati servi di Dio e che sono raccontati in una mostra itinerante del santi giovani voluta da Papa Francesco, come Carlo Acutis, Chiaraluce Badano, Matteo Farina di Brindisi e gli altri. Hanno in comune le stesse caratteristiche ed è questo un fatto che impressiona me e mia moglie: hanno vissuto vite molto simili nell’affidarsi a Gesù nel momento della malattia. Sono, infatti, tutti ragazzi molto giovani per i quali maturare questa forza d’animo è straordinario. Pierangelo diceva sempre: “io non capisco ma credo”, una frase che abbiamo poi capito essere fondante. Per quanto riguarda, invece, il rapporto con i ragazzi di oggi, devo dire che, prima del covid, abbiamo portato una serie di testimonianze in varie parrocchie, anche a Napoli, nel Barese, a Lecce… ma dai giovani, al di fa di quelli impegnati in ambito parrocchiale, percepisci in genere molto distacco per le cose spirituali. Potremmo parlare, per molti di loro, di una sorta di spiritualità un po’ new age, ma poche volte di fede. Lo stiamo provando anche da adulti, quanto il percorso di fede sia travagliato da dubbi e interrogativi, però oramai siamo consapevoli, ma i giovani oggi sono generalmente molto lontani. E forse, allora, questa schiera di ragazzi è stata messa lì dalla Provvidenza proprio per destare le coscienze giovanili.

Alla luce di questa esperienza, gli adulti, i credenti, anche coloro che lavorano nella Chiesa, cosa dovrebbero fare?

Io credo che dobbiamo ispirarci alle parole di Papa Francesco: la Chiesa deve provare a essere, un ospedale da campo, deve stare tra la gente per le strade e farsi conoscere per quello che è nel suo aspetto migliore. Noi stessi, appartenenti alla Chiesa, dobbiamo ammettere che ci sono tante cose che non vanno, a partire dalle singole esperienze personali. Non sempre siamo capaci di trasferire a pieno il messaggio evangelico. E farlo nella quotidianità che viviamo è certamente una cosa molto complicata a difficile. Questi 14 anni di testimonianza cristiana, alla luce della figura di nostro figlio, ci portano a concludere proprio questo: è difficile vivere il messaggio evangelico; i primi a dover essere evangelizzati siamo noi che ci diciamo cristiani e poi dovremmo essere capaci di scendere tra la gente. Soprattutto tra i giovani che, fatta la cresima, non tornano più in Chiesa, tranne quelli che scelgono personalmente di partecipare alle attività, ma altrimenti in tutti i movimenti c’è una crisi giovanile. Bisogna averne coscienza e lavorare sugli esempi positivi.

C’è una questione di fondo che riguarda tutti gli uomini: è la domanda ricorrente e forse la più difficile a cui noi cristiani siamo chiamati a rispondere, che riguarda il dolore e il perché Dio lo consenta.

E come facciamo a rispondere? Il dolore umano…comporta la sofferenza e capita anche a noi ogni tanto di rifletterci sopra e di versare qualche lacrima, e forse ci fa anche bene perché tenere tutto dentro può far molto male. Il dolore umano è inspiegabile teologicamente, non ci sono risposte. Per tentare di interpretare il dolore dal punto di vista teologico bisogna entrare in un altro campo. Io ho fatto tutto il percorso di studi all’Istituto superiore di scienze religiose Giovanni Paolo II a Taranto proprio per tentare di entrar di più nelle problematiche di tipo filosofico e teologico ma, al di là delle nozioni che puoi apprendere, io non ho una risposta da dare. E come me penso nessuno altro, a partire dai grandi pensatori, come Sant’Agostino e San Tommaso,che tanto hanno meditato e scritto su questo tema, partendo da esperienze personali di dolore. Una risposta non c’è se non nell’affidamento totale alla volontà di Dio… come ci ha testimoniato Pierangelo.