Ecclesia

Domenica 3 aprile l’arcivescovo benedirà
la facciata restaurata di San Domenico

foto studio Renato Ingenito
30 Mar 2022

di Silvano Trevisani

Sarà l’arcivescovo Filippo Santoro a impartire la benedizione alla facciata di San Domenico al termine dei lavori di restauro. Domenica 3 aprile, alle 18, dalla chiesa di Sant’Agostino muoverà su via Duomo la Via Crucis con la processione del Crocifisso per giungere davanti alla chiesa di San Domenico che sarà illuminata a cura del Mysterium Festival. Presteranno il loro servizio il coro Alleluia e la Grande orchestra di fiati Santa Cecilia.

Ne abbiamo parlato con la restauratrice dottoressa Isabella Piccolo: “San Domenico merita un posto nei libri d’arte”.

Quella che apparirà, una volta tolto il velo dietro il quale ha Icoser ha operato con solerzia in questi mesi, è l’agile facciata tardoromanica della chiesa di San Domenico, restituita al suo antico splendore. Con l’impresa Icoser del geometra Francesco Chirico, hanno operato la restauratrice dottoressa Isabella Piccolo, e i tecnici: ingegneri Stefano Tomassi, Gianfranco Tonti, Giorgio Tonti, Carmelo Lippo, l’architetto Leda Ragusa, il dottore commercialista Francesco Falcone. Un ringraziamento particolare va alla confraternita Maria SS. Addolorata e  San Domenico, rappresentata dal commissario Giancarlo Roberti, e ad alcuni donatori, che hanno chiesto di rimanere anonimi, che hanno in parte sostenuto economicamente il restauro. Tutto è stato possibile grazie all’instancabile coordinamento del parroco di San Domenico, don Emanuele Ferro che ha messo in cantiere anche le ristrutturazioni della basilica cattedrale di San Cataldo, della chiesetta dei Santi Medici e di quella di San Giuseppe. A conclusione dei lavori abbiamo rivolto alcune domande alla dottoressa Isabella Piccolo, restauratrice di grande esperienza, cui è stato affidato l’incarico del restauro lapideo, i cui risultati sono stati poi immortalati attraverso un rilievo effettuato in tecnologia laserscanner da Geostudio.

Il lavoro di restauro della facciata ha posto delle problematiche particolari?

Dal punto di vista conservativo parecchie problematiche, che rispecchiano poi le problematiche caratteristiche di Taranto. Al classici fattori di degrado che si riscontrano abitualmente sulle facciate si aggiungeva, infatti, anche quello derivante dall’inquinamento atmosferico, contrassegnato dai depositi ferrosi che caratterizzano cromaticamente tutta la città. Era triste riscontrare questo primo strato di depositi e un po’ scioccante vedere che già dopo il primo lavaggio la superficie cominciava a prendere un colore differente: iniziava a somigliare, cioè, a quello degli altri cantieri.

Ma in quali condizioni è attualmente la pietra? È compromessa?

La condizione della pietra, già a inizio dei lavori, ci ha anche sorpreso da un certo punto di vista e spiega anche perché l’intervento non è stato così invasivo e perché ci ha indotti a cercare di rispettare tutte le situazioni che abbiamo trovato. Mi spiego: la pietra si è presentata a noi non completamente nuda perché protetta da vari strati di scialbo, cioè di bianco di calce che si usava dare giusto per proteggerla, E l’ha protetta effettivamente, perché l’inquinamento e i depositi neri che si sono formati hanno trovato questi strati di risparmio, quindi hanno protetto le superfici naturali della pietra. Laddove la pietra era scoperta, priva di questi strati manutentivi di calce, lì invece la crosta nera si era adesa. Le croste nere sono una bella rogna per noi restauratori, perché quando si ancorano alle superfici lapidee, oltre ad essere sgradevoli dal punto di vista estetico e a dare un’idea di sporco, hanno un’azione deleteria sul materiale lapideo che si consuma. In genere sotto queste croste si trova una materia che è polverosa, decoesa, fragile e che quindi si perde. Gli effetti di queste croste si possono vedere ad esempio nella scalinata barocca che ha subito molto di più gli effetti, per cui si vedono alcune porzioni di questa balaustra che sono proprio consumate per effetto di questo fenomeno di degrado. Invece il rosone e il protiro sono stati protetti dagli strati di scialbo.

Che non avete rimosso completamente.

…Che noi non abbiamo rimosso e magari a qualcuno è potuto sembrato strano, ma ho voluto non spogliarla del tutto, perché questi strati sono testimonianze di fasi manutentive molto antiche e perché sotto di essi abbiamo trovato proprio la patina originale della pietra medievale. E con il colore originario che ritroviamo nel demonietto, questa figura tinta di rosso di lato sul rosone, e anche sull’epigrafe, con l’emblema dell’agnello e del toro. Lì abbiamo tirato fuori questa patina antica, e si vede questo colore scuro e che, scoprendolo, regalava sensazioni notevoli anche a livello olfattivo.

Portare a nudo la pietra non può rappresentare un rischio per il futuro?

Per questo non è stato esteso tutto l’intervento a tutto il protiro, ma chiaramente non si lascia la pietra così nuda, perché si applicano dei prodotti che hanno un effetto protettivo e consolidante e anche un effetto idrorepellente, in modo da prevenire l’attacco dei fenomeni di degrado tipici alle quali è soggetta.

Ma questo non presupporrebbe una ripetizione nel tempo dell’intervento di protezione?

Proprio così. Ogni restauro ha bisogno di una fase manutentiva successiva. Questo è un problema di tutta l’Italia: sono si fa in tempo a restaurare che si ripresentano altri problemi. A livello tecnico, quando si redige un progetto di restauro ormai si deve redigere anche un piano di manutenzione. Ma nei fatti, purtroppo, questi piani di manutenzione in genere non vengono attuati per mancanza di risorse economiche.

A lavoro compiuto, come “vede” struttura della facciata?

La facciata di San Domenico è una tipica facciata tardoromanico gotica esemplare dell’architettura e anche della scultura pugliese. Io l’ho trovata emozionante. Non mi stanco di dirlo a costo di ripetermi, dal momento che, dopo aver lavorato su tutto il territorio nazionale e anche all’estero, lavoro da un po’ di tempo in Puglia: queste materie le ho lette e studiate sui manuali ma ora trovarmi poi sul ponteggio “di casa mia”, della mia terra, poter finalmente mettere a frutto le esperienze su un bene del territorio in cui sono nata e cresciuta, è un’emozione grandissima. La facciata di San Domenico, nella sua semplicità così esemplare, dovrebbe essere essa stessa nella manualistica artistica. Lo merita davvero.

Foto dello studio cavalier Renato Ingenito

Hic et Nunc

Papalia: Per i riti un “nuovo inizio” che coniuga passione e responsabilità

29 Mar 2022

di silvano Trevisani

L’attesa carica le aspettative. Quanto più si prolunga tanto maggiore è l’ansia. Capita così anche per le tradizioni popolari che accompagnano la Settimana Maggiore di Taranto che tornano, quest’anno, dopo due anni di interruzione. Un vuoto simile lo si è registrato solo nella Seconda Guerra mondiale e perciò è presente solo nella memoria dei meno giovani, e ora colmare quel vuoto dà quasi un senso di novità, anzi di nuovo inizio. Questa la sensazione che ha colto, in questi giorni successivi alla decisione comunicata dai vescovi pugliesi, anche Antonello Papalia, priore della Confraternita del Carmine che organizza la processione del Venerdì Santo, culmine della ritualità popolare che anche in questi giorni sta vivendo una serie di eventi preparativi, un po’ in tutta la diocesi. L’attesa fa guardare anche con un po’ d’ ansia il rischio che si possano verificare assembramenti, per via del covid ancora incombente.

Al priore del Carmine abbiamo rivolto alcune domande sulla ripresa dei riti popolari più amati dai tarantini.

Si torna dopo due anni di “vuoto”. Che sensazione cogli e quale attesa, sia tra i confratelli che nella gente di Taranto?

Dopo due anni torniamo nelle strade e io non nascondo che c’è molta attesa e che tra i confratelli la sensazione diffusa è quella di sentire quasi di essere tornati tutti “novizi”. Come se fosse per tutti un nuovo inizio. Data la mia età, non posso sapere cosa significò lo stop per la guerra ma credo che i sentimenti siano molto simili anche se le situazioni sono molto diverse. Insomma, è come se fossimo di fronte a un nuovo inizio. Nella stessa macchina organizzativa, cose che erano ben collaudate e che procedevano quasi in automatico, a distanza di due anni hanno delle sfumature diverse. Insomma, ci stiamo confrontando di fatto con una situazione di nuovo inizio. A me non dispiace pensarlo perché mi dà l’idea di una comunità viva, che non si ferma di fronte a difficoltà anche gravi, che ha atteso per anni e che si fa trovare pronta a questo nuovo inizio. E ho l’impressione che anche la comunità cittadina sia in grande attesa dei riti e, a chi paventa difficoltà o paure, sento di rispondere che la gente mi sembra molto attenta. Vedo che quando in città c’è movimento moltissimi usano la mascherina e il buon senso, anche in presenza di momenti di aggregazioni.

Pensa che anche voi possiate diffondere raccomandazioni efficaci sui comportamenti da tenere?

Assolutamente sì. Noi ci attiveremo molto in questo senso. In fondo veniamo da due anni di esperienza e ci portiamo appresso il dolore per tutti coloro che quest’anno i misteri non li vedranno, quindi penso che siamo tutti abbastanza sensibili. Anche nelle celebrazioni liturgiche che stiamo svolgendo in chiesa noto molta compostezza e attenzione, assieme al giusto timore da parte della gente.

Hai parlato di un “nuovo inizio” e forse qualche segno di novità c’è, perché quest’anno, ad esempio, terrete la gara per l’assegnazione dei Misteri in Concattedrale.

Ecco, proprio la gara in Concattedrale è legata a questa esigenza di spazi più ampi, di garantire maggiore serenità ed evitare contatti ravvicinati. La Concattedrale contiene circa 800 persone, uno spazio doppio rispetto alla Caserma Rossarol che ha una capienza di 400 persone. Questo ci consentirà di evitare calche. Per questo siamo molto grati al parroco che ci ha concesso l’utilizzo e all’arcivescovo che lo ha consentito,

Ci saranno altre innovazioni? Negli anni precedenti al covid avevate dato un’impronta culturale, con convegni e mostre.

Purtroppo quest’anno i tempi non ci sono stati perché gli eventi devono essere organizzati prima della Quaresima, se si vuole coinvolgere realtà anche molto lontane da noi. Ci auguriamo di poter riprendere quanto prima anche queste iniziative perché noi crediamo molto in questi aspetti culturali che vanno di pari passo alla crescita della fede. Danno completezza ai riti perché la vera innovazione è la comprensione di quello che facciamo. Se capiamo il significato profondo dei riti e se li leghiamo in maniera indissolubile ai momenti liturgici della morte e passione di Gesù, diamo un contributo di crescita autentica.

In questi anni è diminuita la richiesta di adesione di nuovi confratelli?

Sì, abbiamo avuto una leggera flessione in questi anni, siamo passati a una trentina di iscritti l’anno. Noi siamo molto severi nell’aggregazione, il corso di preparazione di nuovi confratelli dura un anno e si articola in 25/26 appuntamenti di formazione più un ritiro conclusivo nel quale si opera un discernimento. Alla fine il consiglio di amministrazione esprime con un voto la decisione di consentire o meno l’aggregazione. Soprattutto nel 2020 abbiamo avuto difficoltà tecniche all’organizzazione degli incontri, che naturalmente sono stati un po’ ballerini per via elle restrizioni. Ma non ci preoccupa perché si tratta di una flessione legata al momento storico che abbiamo vissuto. L’appeal dei riti e della confraternita sui giovani soprattutto sui giovanissimi rimane molto forte ed è quello che rincuora noi confratelli più grandi che ci sentiamo sicuri di passare un testimone in mani altrettanto sicure.

Quanti sono i confratelli attualmente iscritti.

Attualmente oltre 2.800 tra confratelli e consorelle.

 

Otium

La lezione postuma di un partigiano Cosimo Orlando, scomparso a 102 anni

26 Mar 2022

di Silvano Trevisani

Il 21 aprile avrebbe compiuto 103 anni, ma se n’è andato qualche giorno fa, nella sua Grottaglie, Cosimo Orlando, l’ultimo partigiano ancora in vita nel nostro territorio. A Grottaglie era nato il 21 aprile 1919 e se ne era staccato per un lungo periodo per partecipare alla guerra, su due fronti opposti. Arruolato nella fanteria e aggregato al 90° Reggimento a Sanremo, aveva combattuto contro i francesi, prendendo parte alla facile conquista di Mentone, che i francesi avevano di fatto abbandonato, facilitando così la loro impresa. Da lì fu inviato in Grecia raggiungendola dall’Albania con una colonna autotrasportata. Nel 1942 passò nel Montenegro per l’occupazione di Niksic, dove il reggimento restò però sei mesi assediato.

Lo avevamo intervistato nel maggio 2018 per il mensile “Pugliamag”, diretto da Edoardo Trevisani. Era stato Valerio Manisi a rivolgersi a lui e a porgli alcune domande alle quali aveva risposto con grande lucidità e una passione che evidentemente gli era connaturata.

Di quel periodo ricordava: “Mussolini diceva: dovete procedere oltre la meta, ma non c’era da mangiare”. Rimpatriati, quando sapemmo dell’armistizio eravamo a Tolone. Allora ci mettemmo in movimento. Da lì, seguendo i pali della luce giungemmo a Sant’Anna di Vinadio, sul confine francese. Io mi diressi a Castellazzo Bormida dove mi ospitò una famiglia”.

Lì la scelta di partecipare alla guerra partigiana, assieme a ragazzi di ogni parte. “C’erano anche delle ragazze che facevano da porta ordini, ma non le conoscevamo per evitare pericolo di fronte alle Camice nere”.

Del fascismo dice: “Il fascismo era violenza. Gli ordini di Mussolini le Camice nere li facevano eseguire con ogni abuso, sono sempre state disoneste”.

E poi racconta un episodio terribile per spiegare come l’odio politico riduce gli esseri umani:

“Un gruppo di fascisti fece un accentramento a Castellazzo e c’era con noi un capo partigiano. Una Camicia nera aveva delle bombe a mano e ci fu una colluttazione, a seguito della quale venne sopraffatta e presa prigioniera”. Ma poi, per rasserenare il clima, la Camicia nera fu perdonata e liberata. Ma quella dopo un po’ tornò indietro, lanciò la bomba e sparò al capo partigiano alle spalle. I miei compagni partigiani lo catturarono e dissero: “dove è stato sparato il capo partigiano resterai morto”. Gli spararono e rimase lì a terra quattro/cinque giorni, nessuno lo raccolse. Io ne fui…contento, lo ammetto: poiché il capo partigiano lo aveva liberato, senza ucciderlo, per quale motivo, allora, era tornato, aveva lanciato la bomba e ucciso? Ecco perché la gente non ne poteva più del fascismo. Ecco perché Mussolini fu appeso in piazzale Loreto”.

A chi dice che oggi ci vorrebbe un altro Mussolini risponde, con parole da tenere bene a mente: “Dico che non hanno conosciuto il fascismo e la fame! Allora c’era la fame perché non eravamo in pace con le altre nazioni. Ognuna si teneva il suo. I fascisti con gli stivali alti e noi con le pezze ai piedi. Quando passavi davanti a una macelleria ti toglievi il cappello. Solo i fessi dicono stavamo meglio con Mussolini”, ma non stavamo affatto bene! Adesso è oro confronto a prima”.

“Oro oro oro! – ripete – La dittatura è brutta, qui o da un’altra parte. Non c’è libertà come ce l’abbiamo ora. Qualsiasi dittatura è brutta. Mai più fascismo!”.

Chissà cosa avrebbe risposto, oggi, a una domanda sulla guerra in Ucraina. Sappiamo solo, per averlo ascoltato da tanti testimoni, che chi ha vissuto la guerra non vorrebbe mai, in nessun caso, ripetere l’esperienza.

Hic et Nunc

Nelle Giornate Fai di primavera torna, a grande richiesta, la Svam

23 Mar 2022

di Silvano Trevisani

Sono cinque i luoghi visitabili a Taranto e provincia, sabato e domenica prossimi, per le Giornate Fai di primavera che renderanno visitabili complessivamente, quest’anno, oltre 700 luoghi solitamente inaccessibili o poco conosciuti in 400 città saranno, grazie ai volontari di 350 delegazioni e gruppi FAI attivi in tutte le regioni. Questi i luoghi visitabili, a contributo libero, grazie alla delegazione di Taranto: la Svam (Scuola volontari Aeronautica militare) per visitare Palazzo Brasini, che in realtà è uno degli angoli più suggestivi non solo di Taranto ma di tutto il territorio; due a Grottaglie ossia il Museo didattico delle maioliche del Liceo artistico “Calò” e la bottega di ceramiche Vincenzo Del Monaco; uno a Laterza, la Chiesa matrice di San Lorenzo Martire e uno anche a Manduria, la chiesa convento San Francesco d’Assisi.

Quello delle giornate di primavera è uno evento ormai “storico” tra più seguiti, che giunge quest’ano alla trentesima edizione e che ha visto, dal 1993 a oggi, oltre 11 milioni di cittadini visitare più di 14 mila luoghi di storia, arte e natura aperti in tutta Italia.

Di questa e di altre manifestazioni abbiamo parlato con Giacomo Scarpato, capo delegazione Fai di Taranto.

Per Taranto e provincia c’è anche un ritorno e qualche “recupero”, non è vero?

Per quanto riguarda Taranto città si tratta di una ri-apertura a grande richiesta, poiché già nel 2016 avevamo aperto al pubblico l’ex Saram dell’Aeronautica militare e da allora la cittadinanza ci ha sempre chiesto di ripetere questa apertura. Così abbiamo pensato di assecondare questa richiesta. Trattandosi, poi, di un percorso tutto all’aperto ci è sembrato ancora più opportuno, per via del covid.

Già, perché la palazzina comando di Brasini non è visitabile.

Si può visitare solo dall’esterno poiché è inagibile dall’interno. Per quanto riguarda le aperture di Grottaglie, il Museo didattico del Liceo Calò e la bottega Del Monaco sono aperture molto importanti per l’artigianato artistico. Il Museo didattico è davvero un unicum. In questo caso si tratta di due aperture che recuperiamo dal 2020, quando le avevamo dovuto sospendere avevamo dovuto sospendere.

Gli altri siti, invece, sono una novità.

Manduria e Laterza li abbiamo scelti ex novo, quest’anno, con la delegazione.

Come si accede alle visite? Non ci sono timori per la pandemia?

Abbiamo un protocollo molto attento. Anche quest’anno i gruppi di visite saranno contingentati, si accede solo col greenpass rafforzato, mascherina ffp2, inoltre stiamo consigliando vivamente di prenotare sul portale giornatefai.it proprio perché i gruppi saranno contingentati a seconda anche della capienza. A Grottaglie si potrà entrare dieci persone alla volta, per cui la prenotazione garantisce il posto per la visita, diversamente si corre il rischio di non entrare.

Anche per il Fai due anni difficili.

Sì, ma in realtà non ci siamo mai fermati. Nel 2020, infatti, le Giornate di primavera classiche non si potettero svolgere ma poi slittarono a giugno, col nome di Giornate Fai all’aperto e avemmo in grande riscontro, perché si avvertiva il bisogno di uscire e riscoprire luoghi naturalistici. L’ultima giornata è stata quella d’autunno al Palazzo Fornaro / caserma dei Carabinieri in via Duomo, e in quell’occasione avemmo comunque alcune centinaia di visitatori.

E per i luoghi del cuore?

Si tratta, com’è noto, di un censimento biennale e si dovrebbe partire nel prossimo mese di maggio con la nuova edizione. Subito dopo le Giornate di primavera, saranno prese le candidature. I cittadini che si riuniscono in comitati spontanei proporranno un luogo particolarmente caro, che può essere anche un negozio storico, una veduta… raccolgono le firme negli anni pari per fare questa classifica. I primi tre classificati, a fronte di un progetto di restauro e valorizzazione, partecipano ai co-finanziamenti che Fai, con Intesa San Paolo, mette a disposizione. Chi raggiunge un minimo di 2.000 voti può partecipare a un bando che viene emanato negli anni dispari per ricevere un finanziamento. Importante ricordare che questi co-finanziamenti possono anche essere quote di progetti più grandi, lotti di progetti più complessi.

Otium

Grottaglie, il Comune vuol rilanciare Quaremma. E perché non i personaggi del Carnevale grottagliese?

22 Mar 2022

di Silvano Trevisani

Può un’antica tradizione popolare ormai residuale, ma ancora diversamente diffusa in tutta la Puglia e non solo (in particolare a Martina Franca e nei centri delle Murge e del Salento), diventare un attrattore turistico per il territorio di Grottaglie? Così la pensa Maria Teresa Marangi, assessore comunale allo Sviluppo economico di Grottaglie, secondo la quale la ripresa in grande stile e sistematica della tradizione della Quaremma potrebbe diventare un importante attrattore culturale, nonché “un elemento in grado di aumentare la conoscenza e l’attaccamento dei cittadini al territorio”. Cos’è la Quaremma? Il fantoccio di una vecchia malridotta, vestita di nero, appeso nei crocicchi e nelle strade, in genere col grembiule e alcuni oggetti simbolici, variamente scelti. A Grottaglie si colloca in genere il fuso, i taralli e l’aglio, altrove un fiasco vuoto o un mattarello e un fazzoletto nero e così via. Quaremma, nome che è la contrazione di Quaresima, è la connotazione figurativa popolare del periodo di penitenza, digiuno e astinenza che un tempo accompagnava la Quaresima. Secondo la nota del Comune “Quaremma è così vestita perché fino al giorno prima, il martedì grasso, il marito Carnevale ha sperperato tutto i denari, e così la poverina è costretta a lavorare per rimpinguare il magro bilancio famigliare”. Una spiegazione “sociologica” un po’ fantasiosa. In realtà Quaremma è semplicemente in lutto perché Carnevale, suo marito, è letteralmente “scoppiato” per l’eccesso di bagordi dell’ultimo giorno “grasso”. In molte città di tutta l’Italia, persino a Saluzzo o a Bologna, e naturalmente anche a Taranto, è anche uso dare alle fiamme quel che resta di Carnevale (“Ha muerte ‘u tata...” recita una filastrocca tarantina), mentre la moglie se lo piange parossisticamente. Un lutto che termina di Pasqua, col ritorno alla normalità.

La pratica di Quaremma varia di anno in anno, a seconda della disponibilità degli “allestitori”, ma quest’anno il Comune di Grottaglie ha pensato di dare un senso nuovo alla tradizione e per questo l’assessore Maria Teresa Marangi ha incontrato alcuni di residenti del centro storico che stanno facendo rivivere la antichissima tradizione popolare. Anche se non è solo nel centro storico che la tradizione rivive. L’assessore li ha invitati a coinvolgere gli esercenti di attività economiche e commerciali appendendo vicino le Quaremme, creando così “una innovativa sinergia tra il tessuto produttivo e questi grottagliesi che dimostrano uno straordinario senso di appartenenza alla comunità”.

La tradizione, intanto, è stata ripresa dagli ospiti del Centro diurno per disabili Epasss e dai bambini della scuola materna, che le hanno fatto indossare anche i colori della bandiera della pace. Ma ora si vuole “tutelare e istituzionalizzare la tradizione della Quaremma facendola diventare un patrimonio della nostra comunità, utilizzando il regolamento dei Beni comuni che, per l’appunto, definisce le forme di collaborazione tra i cittadini e l’Amministrazione comunale per la cura, la gestione condivisa di beni, in questo caso un bene immateriale”.

Affinché la tradizione della “Quaremma” diventi un attrattore culturale, secondo l’assessore allo sviluppo economico, “è necessario “valorizzare” le iniziative di questi straordinari concittadini invitando gli studiosi delle tradizioni locali a far emergere, in pubblicazioni e convegni, gli elementi che caratterizzano la Quaremma di Grottaglie rispetto a quella di altri centri del Salento”.

Preso atto della volontà del Comune di Grottaglie, e in attesa di vederne gli effetti, ci chiediamo: accanto alla tradizione della Quaremma, che comunque non è tipica della città delle ceramiche, perché non ridare slancio ai personaggi tipici del Carnevale grottagliese, quelli sì esclusivi, che la tradizione ci ha lasciato e che Cosimo Piergianni, con il Piccolo teatro, ripescò anni fa prima che tornassero nel dimenticatoio? Penso a personaggi “veri” come lu Carlu (Carnevale), Ggiru Micheli (t’lu spiziu), Arcancilu di Pistoni, Pietru Bbomma, Patri Rapicola, Lesiu di Giru Cheli, e così via… personaggi ancora vivi nella memoria e precisamente descritti.

L'argomento

Rilancio Ilva? Per ora solo molte incognite, e i sindacati bocciano la verifica della cassa

21 Mar 2022

di Silvano Trevisani

Sono molti i modi in cui la guerra in Ucraina sta incidendo nella vita e nell’economia del nostro Paese. Accanto all’aumento dei prezzi di carburanti e alle previsioni di mancato approvvigionamento di alcuni fondamentali prodotti alimentari, uno dei prodotti che scarseggia, insieme al concime, è la ghisa, importata massicciamente da Ucraina e Russia soprattutto dalle fonderie del Nord che la utilizzavano per produzioni siderurgiche con forni elettrici. L’improvvisa mancanza, assieme all’esplosione del prezzo dei prodotti energetici, ha messo in ginocchio molte di quelle aziende che hanno fermato la produzione.

Uno degli effetti più evidenti è stata la previsione, già annunciata nei giorni scorsi, transitata dal governo ad Acciaierie d’Italia, di aumentare la produzione nello stabilimento siderurgico di Taranto, provocando le prime reazioni contrapposte, tra chi teme l’aumento della produzione significhi automaticamente l’aumento dell’inquinamento, e chi, maestranze e sindacati soprattutto, spera che questo inneschi una ripresa del lavoro. Anche se tale annuncio arriva, paradossalmente, all’indomani della richiesta di nuova cassa integrazione per 3.000 lavoratori, dei quali 2.500 nel solo stabilimento di Taranto. Proprio ieri si è iniziata la verifica, all’interno dello stabilimento, della “conta” dei numeri, e su merito e metodo i sindacati hanno espresso forte delusione.

Ma non dimentichiamo neppure il tentativo dello stesso governo di tagliare mezzo miliardo di fondi per la decarbonizzazione, per la quale viene ora, improvvisamente, stanziata una somma di circa 150 milioni di euro per avviarla. Ma come si procederà? In che modo si cercherà di rendere compatibili le esigenze di maggior produzione, la nuova cassa integrazione, la improcrastinabile ambientalizzazione? E che rapporto ci sarà, in prospettiva, tra l’uso della cassa e l’ipotizzata ripresa produttiva? Abbiamo provato a capirne di più con l’aiuto di due dirigenti sindacali che stanno seguendo direttamente la questione, ma che non nascondono i punti ancora oscuri e tutti da chiarire.

Per Giuseppe Romano, segretario generale della Fiom-Cgil. la situazione è sempre molto confusa a cominciare dalle compagini societarie, con Mittal che continua a fare profitti altrove ma tiene un piede qui per convenienza, mentre il governo, che dovrebbe completare l’acquisizione della maggioranza del capitale sociale entro maggio, non lo farà, perché le clausole sospensive non si sono ancora concluse, in particolare il dissequestro degli impianti (che per ora sono dati solo in facoltà d’uso). Ma soprattutto c’è nebbia fitta sul piano industriale futuro che deve chiarire con quale modello si intende produrre perché non sia impattante sulla salute di cittadini e lavoratori. Questo non è stato chiarito.

Quindi si continua a vivere nell’emergenza.

Già, oltre a quello che era successo con la pandemia ora assistiamo al crollo dell’elettrosiderurgia del Nord che campava con la ghisa di Ucraina e Russia, quindi Taranto resta suo malgrado l’unica chance dello Stato per trovare soluzioni.

Taranto dovrebbe produrre la ghisa anche per il Nord? È in condizioni di farlo?

Si punta a quello, ma per ora teoricamente. Oggi, con l’attuale Aia, c’è una produzione autorizzata fino a 6 milioni di tonnellate di acciaio, che ancora non si raggiunge per vari motivi. L’azienda ci ha spiegato che intende raggiungerne 5,7 riavviando i tre altoforni.

Ma siamo sempre col vecchio sistema.

Certo, siamo con il ciclo integrale che è impattante. Su questo punto è stato annunciata la realizzazione di un forno elettrico che dovrà utilizzare il preridotto, cioè la preriduzione del minerale, che fa saltare la prima fase del ciclo evitando quelle emissioni più impattanti. Se hanno fatto 13 decreti per far continuare la produzione vuol dire che lo stabilimento è strategico per l’Italia. Il problema delicato è nel fatto che Draghi vuole utilizzare parte delle risorse previste per le bonifiche, dedicando 150 milioni alla famosa decarbonizzazione. In tutto questo scenario chi paga sono sempre i lavoratori ai quali è stato prospettato almeno un altro anno, se non due, di cassa integrazione straordinaria che significa falcidiare i salari. Così non si può andare avanti.

A Biagio Prisciano, segretario della Fim-Cisl che si occupa dell’Ilva chiediamo: le decisioni del governo e dell’azienda sembrano incongruenti, qual è la vostra analisi?

Dopo dieci anni di vertenzialità seguita al sequestro stabilimento, siamo al momento delle scelte. Questa è la madre di tutte le vertenze, perché si incrociano qui i problemi della produzione, del lavoro e dell’ambientalizzazione.

Speriamo che quanto prima si possa acquisire l’equilibrio societario. Siamo in una fase delicata di passaggio nella quale rischiano di pagare solo i lavoratori. In settimana facciamo un incontro definitivo al ministero del Lavoro, ma la verifica sugli impianti parte male. E poi ripeto: manca il piano per arrivare alla tecnologie del futuro salvaguardando ambiente e salute.

Oggi, quindi, è stato attivato il confronto per verificare i numeri della cassa integrazione, com’è andata?

A giudicare dalla riunione odierna non abbiamo registrato alcun cambio di passo. Un copia e incolla dei recenti incontri sulla cassa, con una semplice indicazione di numeri freddi. Condizione sicuramente poco incoraggiante in vista di un accordo in cui, più in generale, si dovrà tenere conto di altri aspetti, già condivisi a parole dal ministero del Lavoro.

Insomma: una situazione tutt’altro che chiara.

Proprio così. Il governo deve uscire allo scoperto e spiegare qual è la prospettiva industriale vera e che accorgimenti saranno adottati per tenere sotto controllo l’impatto della produzione, sia dal punto di vista della salute, ma anche per quanto riguarda la tutela economica dei lavoratori. Serve chiarezza e occorrono certezze per tutti.  C’è bisogno di dare garanzie a tutti: ai lavoratori di Acciaierie d’Italia, nonché a quelli di Ilva in amministrazione straordinaria e dell’appalto e dell’indotto. Dobbiamo sbloccare la situazione di stallo, avviando in maniera concreta l’auspicato piano di rilancio del Gruppo Acciaierie d’Italia, fondato sul rispetto della salute, dell’ambiente e del lavoro. Per noi qualsiasi accordo sulla cassa integrazione non potrà prescindere dal rispetto delle rotazioni, dalla decurtazione dei numeri con il maggior numero possibile di lavoratori sugli impianti e dall’integrazione al salario.

Hic et Nunc

Al Fusco la prima assoluta della grande violinista russa Viktoria Mullova

21 Mar 2022

di Silvano Trevisani

Un tuffo nella storia della musica, che acquisisce oggi un sapore del tutto particolare, quello della “serata evento” che gli Amici della musica “Arcangelo Speranza” propongono martedì sera alle 21 al teatro Fusco, nell’ambito del cartellone n.78. Stiamo parlando del concerto, debutto assoluto per l’associazione, di Viktoria Mullova, grande virtuosa del violino, che sarà accompagnata il figlio Misha Mullov-Abbado, virtuoso contrabbassista jazz, oltre che compositore e arrangiatore, nato dalla relazione che la Mullova ebbe con Claudio Abbado negli anni Ottanta.

Parlavamo di “sapore particolare” dal momento che l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia ha creato non pochi disagi e molti distinguo tra le file dei grandi artisti russi, e li ha mostrati in una luce tutta particolare. Ma naturalmente quello di Viktoria Mullova è un caso del tutto diverso, ma non meno significativo, per il fatto che nel 1983 lasciò l’Unione Sovietica chiedendo salito politico all’ambasciata americana in Svezia, durante una tournée, assieme al suo compagno dell’epoca. Dopo aver vissuto negli Stati Uniti si è trasferita a Londra dove attualmente risiede col marito il violoncellista Matthew Barley, di qualche anno più giovane di lei.

Viktoria Mullova e Misha proporranno i brani del progetto discografico “Music We Love”, tra cui “Träumerei” dai “Kinderszenen” op. 15 di Robert Schumann, “O cabo pitanga” dell’ottantunenne compositore brasiliano Laercio De Freitas e alcune composizioni originali firmate dallo stesso Misha, “Blue deer”, “Brazil”, “Little Astronaut” e “Shanti Bell”. In programma, anche i primi due movimenti della Sonata per violino n. 1 di Bach, il primo tempo della Sonata per violino solo di Prokofiev, altri omaggi al Brasile attraverso «Sabia» di Antonio Carlos Jobim, il traditional “Caico”, “O Silencio Das Estrelas” di Osvaldo Lenine & Dudu Falcaõ e il popolarissimo choro “Tico-Tico No Fubá” di Zequinha de Abreu oltre a un pezzo del chitarrista jazz fusion John McLaughlin risalente ai tempi della Mahavishnu Orchestra, “Celestial Terrestrial Commuters”

 

 

Ecclesia

La Chiesa di Taranto rilancia l’allarme: solo un pianeta “pulito” ha futuro

Proprio voi a Taranto avete vissuto e state vivendo sulla vostra pelle le conseguenze di questo modo di pensare la produzione e il consumo ancora ai nostri tempi, e proprio qui a Taranto le indicazioni della Chiesa italiana, in questa prospettiva, sono chiarissime e tutte in linea con le indicazioni che Papa Francesco

18 Mar 2022

di Silvano Trevisani

“Il pianeta che vogliamo” è stato disegnato chiaramente nell’ultima giornata di studio della Settimana della fede, che stasera sarà chiusa dalla concelebrazione presieduta dall’arcivescovo Filippo Santoro: un pianeta “pulito”, giusto, in cui l’ecologia integrale disciplini il rapporto tra le persone, tra tutti gli abitanti del pianeta. Riprendendo le mosse dai documenti conclusivi della Settimana sociale dei cattolici tenutasi a Taranto nel settembre scorso, la discussione svoltasi nella Concattedrale ha fornito indicazioni sul “come” si sta procedendo e su “cosa” bisogna fare. C’è tanto da fare, evidentemente, ma la strada imboccata è quella giusta perché dimostra una crescente consapevolezza da parte della gente, che l’unica direzione da percorrere è quella che cerca di evitare la catastrofe climatica, innestata da comportamenti egoistici e prevaricanti, dei quali il mondo sta vivendo proprio in questi giorni un tragico esempio, con l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia.

LeonardoBecchetti

È toccato al professor Leonardo Becchetti, ordinario di economia politica alla Facoltà di Economia dell’Università di Roma “Tor Vergata” che, tra gli altri incarichi, oltre alle consulenze ministeriali, è presidente del comitato scientifico di Next (Nuova economia per tutti) e membro del comitato preparatorio delle Settimane sociali dei cattolici italiani, aprire l’incontro, in streaming, sottolineando come l’obiettivo per evitare la catastrofe climatica è chiaro e stabilito: azzerare entro il 2050 le emissioni nette di anidride carbonica sapendo che esse provengono da alcune grandi fonti (industria, agricoltura e allevamento, mobilità e trasporti, riscaldamento/raffreddamento degli edifici e fonti di produzione di energia). “Il collo di bottiglia su cui intervenire con massima urgenza – ha detto Becchetti – è proprio questo perché, se anche usiamo tutti macchine elettriche, che pur sempre rappresentano un passo in avanti, restiamo comunque col problema delle emissioni se la produzione di energia elettrica avviene utilizzando fonti fossili. Dobbiamo inoltre portare avanti la rivoluzione dell’economia circolare che significa disallineare la produzione di valore economico dalla distruzione di risorse naturali, cosa indispensabile su un pianeta di 7,8 miliardi di persone con una vita media di 73 anni (un totale di più di 320 miliardi di anni di vita potenziali in più rispetto alla situazione dell’anno 0 quando eravamo 230 milioni e vivevamo in media 23 anni)”.

LeonardoBecchetti

Proprio voi a Taranto, ha aggiunto l’oratore, avete vissuto e state vivendo sulla vostra pelle le conseguenze di questo modo di pensare la produzione e il consumo ancora ai nostri tempi, e proprio qui a Taranto le indicazioni della Chiesa italiana, in questa prospettiva, sono chiarissime e tutte in linea con le indicazioni che Papa Francesco ci ha fornito riccamente attraverso vari strumenti, a cominciare dalla Laudato si’.

È necessaria una vera rivoluzione del modo di considerare lo sfruttamento della Terra a fini consumistici. Se una rivoluzione finanziaria, che privilegi aziende non inquinanti è stata avviata, quello a cui ora bisogna lavorare è la realizzazione di una rivoluzione sui consumi. Le tecnologie e gli strumenti per realizzarla ci sono tutti. Le piattaforme online di consumo responsabile (come ad esempio quella di www.gioosto.com) ci sono e consentono ai cittadini di votare col portafoglio senza costi di ricerca e istantaneamente. “Nel percorso delle Settimane Sociali – ha detto – abbiamo lavorato su questo fronte promuovendo le agorà digitali (liste whatsapp di partecipanti che restano comunità a distanza lavorando sul tema del bene comune) e lanciando l’appello alla costruzione di comunità energetiche in ogni parrocchia. Nel lavoro sui territori con NeXt, l’associazione di terzo livello che ha al suo interno 45 associazioni e reti della società civile promuoviamo sul campo questa trasformazione lavorando nelle scuole, università e promuovendo hub per l’innovazione. Con la Scuola di Economia Civile portiamo avanti il percorso di formazione e ricerca sulla costruzione del nuovo paradigma economico a quattro mani. È tutto pronto. L’unica cosa che manca è l’impegno e l’attivismo dei cittadini”.

Alla relazione di Bettelli hanno fatto seguito le relazioni di due professionisti, l’ingegnere Carlo Zizzi, che sta portando avanti a Marina Franca una prima esperienza di intervento di efficientamento energetico che sta interessando un intero quartiere e il dottor Dario De Lisi, titolare di un’azienda agricola innovativa.

Se gli inquilini hanno commissionato l’efficientamento utilizzando anche finanziamenti pubblici, per un giusto obiettivo di risparmio ecologico hanno scoperto che, ad esempio, un progetto del genere ha reso possibile l’impiego lavorativo di operai che al momento erano senza lavoro, e che le imprese, fino a ieri concorrenti, hanno iniziato a collaborare fattivamente tra loro.

Noi che lavoriamo nel settore dell’agricoltura constatiamo quali siano gli effetti nefasti dello sfruttamento nefasto della Terra: eventi atmosferici estremi ingovernabili, lunghi periodi di siccità, piogge improvvise torrenziali che possono spesso diventare distruttive, grandinate abbondanti, trombe d’aria. La guerra poi non sta aiutando i mercati e le aziende, rischiamo di rendere il sistema insostenibile. Il Covid e ancor più la guerra hanno evidenziato come l’Italia, che pure è paese di produzione d’eccellenza, non sia autonomo, non solo dal punto di vista energetico ma anche proprio dal punto di vista alimentare. Molta materia prima non viene da “campi” italiani ma lo spazio per cambiar le cose c’è. L’agricoltura non vive momenti esaltanti, per lo scompenso tra costi e ricavi, occorre un riequilibro a cui oggi si deve pensare.

 

Ecclesia

Da 50 anni un evento che rimette la Chiesa in sintonia con la società

Ma De Marco, che ha passato in rassegna la corposa collezione del settimanale “Nuovo Dialogo”, ricorda come in quel primo decennio vi furono relatori molto noti, come l’arcivescovo Loris Capovilla già segretario particolare di Giovanni XXIII, lo scrittore Mario Pomilio e il grande Giorgio La Pira che aprì la Settimana della fede dell’anno Santo 1975 con il tema “Salviamo i valori umani”.

16 Mar 2022

di Silvano Trevisani

Ogni anno della sua storia l’appuntamento con la Settimana della fede ha rappresentato un supplemento di identità della comunità diocesana: l’ha aiutata, in questo mezzo secolo, a rispondere man mano alle sfide dei nostri tempi”. Questo giudizio più sintetizzare il senso e il portato del lungo cammino svolto, dal 1971 ad oggi, della Settimana della fede, un appuntamento nato per volontà di un padre conciliare, monsignor Guglielmo Motolese, assieme al nuovo, meraviglioso tempio nato anch’esso nell’ottica del Concilio ecumenico Vaticano II: la Concattedrale Gran Madre di Dio. A esprimere questo concetto, nella relazione di apertura della terza giornata dell’assise in corso di svolgimento, è stato il professor Vittorio De Marco, storico e docente dell’Università di Lecce nonché direttore della Biblioteca arcivescovile, che ha affrontato il tema: “50 anni di annuncio nella bellezza della Concattedrale”.


In una rassegna necessariamente sintetica ma esaustiva, De Marco ha ripercorso l’itinerario storico delle settimane concatenandolo con l’evoluzione stessa della diocesi, attraverso i mutamenti, gli avvicendamenti e alcuni dei principali protagonisti.
L’8 marzo 1971, all’inizio del periodo quaresimale, in una nuova “casa di Dio per l’uomo” come l’aveva definita Gio Ponti e consacrata appena tre mesi prima, si inaugura la prima Settimana della Fede, voluta dall’arcivescovo Motolese come “momento di riflessione per un progetto di Chiesa aperta, autentica, missionaria, che sappia guardare, in fedeltà al suo Maestro, ai grandi traguardi sulla soglia del duemila”. Per annunciare sempre lo stesso vangelo, ma in forme ed approcci rinnovati nei confronti della difficile umanità della seconda parte del XX secolo.

Ad aprire quella edizione fu l’arcivescovo di Genova, cardinale Giuseppe Siri, che sarà poi in “ballottaggio” con Woityla, per l’elezione del successore di Giovanni Paolo I, seguito da un altro personaggio famosissimo dell’epoca, il “televisivo” padre Mariano. Ma De Marco, che ha passato in rassegna la corposa collezione del settimanale “Nuovo Dialogo”, ricorda come in quel primo decennio vi furono relatori molto noti, come l’arcivescovo Loris Capovilla già segretario particolare di Giovanni XXIII, lo scrittore Mario Pomilio e il grande Giorgio La Pira che aprì la Settimana della fede dell’anno Santo 1975 con il tema “Salviamo i valori umani”. Nel 1980 è la volta di Antonino Zichichi che affronta il tema “Scienza e fede” in una concattedrale letteralmente gremita dai giovani, e che tornerà nell’85 per parlare di scienza e fede nell’ottica della pace. Nel 1986 un’altra concattedrale affollatissima ascolta don Luigi Giussani nella quarta serata del 20 febbraio che parla su “Processo e prospettive della Chiesa a venti anni dal Concilio”.

Poi l’analisi dell’oratore percorre le tappe del cambiamento e delle successioni alla guida della diocesi, a cominciare dall’arcivescovo Salvatore De Giorgi, che proprio durante la Settimana della fede del 1989 diede l’annuncio della visita del Papa a Taranto nell’ottobre successivo; poi monsignor Benigno Papa, subentrato nel maggio 1990, che annuncia il progetto pastorale decennale della diocesi che ha per traccia “La Chiesa di Taranto e la nuova evangelizzazione”, e che incentra la Settimana sul Credo, e infine monsignor Filippo Santoro, che fa il suo ingresso il 5 gennaio 2012.

Arriva un vento nuovo da antiche terre di missione dove si vive una fede viva e vibrante; – dice De Marco – la comunità diocesana comincia ad abituarsi ad un linguaggio diverso che anticipa quello a cui ci abituerà qualche anno dopo papa Francesco: «Non possiamo rimanere chiusi in noi – dirà in una delle sue prime omelie mons. Santoro – dobbiamo annunciare la nostra fede nella vita di tutti i giorni», dunque una Chiesa aperta che deve prendere il largo ci dice in diverse occasioni l’arcivescovo”. E poi ricorda, tra le altre cose, come la Settimana del 2013 fosse incentrata soprattutto sui temi dell’ambiente e del lavoro, dopo che, nel 2012, era deflagrato il caso Ilva.

Ma il racconto di questi cinquant’anni è ricco di episodi, eventi, coincidenze che si incrociano nel percorso della Chiesa e fanno comunque della Settimana della fede un’occasione preziosa per una “messa a punto” in itinere del cammino della comunità ecclesiale tarantina.


Aprendo la serie delle testimonianze previste dal programma della terza giornata, monsignor Franco Semeraro che ha affrontato il tema della Chiesa dell’annuncio, sottolineando come in questi 50 anni la Chiesa abbia esercitato la “profezia dell’annuncio”, in una forma così corale e solenne per cui la Concattedrale è diventata la Casa dell’annuncio. “Se fosse vissuto oggi Motolese – ha detto – avrebbe fatto la stessa scelta: avrebbe cambiato il registro, laddove le nostre città si caratterizzano oggi per una religiosità infragilita, per cui bisogna adeguarsi non solo su “cosa” dire ma su “come” dire alla gente, su come essere Chiesa che intercetta le domande delle persone. Riferendosi all’
Evangelii Gaudium di Papa Francesco, ha rimarcato il senso di una chiesa annunciatrice, una Chiesa in missione

Giovanni Pergolesi, laico da sempre impegnato e che ha anche svolto il ruolo di presidente diocesano dell’Azione cattolica ha sottolineato come la Settimana della fede abbia rappresentato, per le associazioni laicali e per tutto il laicato diocesano un’occasione di inculturazione della fede e di confronto avanzato sui temi e sulle istanze che la società civile andava rappresentando.

Nell’ultimo intervento, il direttore dell’Istituto di scienza religiose, don Francesco Castelli, ha approfondito il rapporto tra sinodalità e Settimana della fede, sottolineando come la lungimiranza di Motolese gli abbia consentito di trovare un modo per aggiornare le pratiche quaresimali, ricercando un modo nuovo per rivolgersi alla comunità alla luce dell’insegnamento conciliare. Servendosi di un’efficace metafora, ha poi spiegato come la vela che sormonta la Concattedrale volesse rappresentare anche il simbolo di una Chiesa locale che, uscita dal Mar Piccolo si rivolgeva al Mar Grande, facendo rotta verso una società ormai non più in sintonia con i vecchi linguaggi e bisognosa di nuovi linguaggi, di nuove aperture.

La guerra colpisce tutti, ma in modo diverso e bisogna pensare diversamente al futuro

Quali scelte conseguenziali dobbiamo, quindi, fare? Proviamo a pensarci, premettendo che questa nota viene dalla lettura storica dei fatti locali, ma non è “vangelo”.

15 Mar 2022

di Silvano Trevisani

Non sono mai stato tanto grasso, nemmeno in tempo di guerra!”. La battuta del grande Totò che per sbaglio ha indossato gli abiti del voluminoso Aldo Fabrizi nel film “Totò Fabrizi e i giovani d’oggi”, spiegava limpidamente come in ogni conflitto, per quanto tragico, ci sia sempre chi ne approfitta per arricchirsi a danno degli altri. La guerra per sua natura esalta la conflittualità sempre latente nei rapporti umani, crea disparità, tra vincitori e vinti, tra vittime e carnefici, tra faccendieri e sprovveduti o, per usare un’altra metafora decurtisiana: tra uomini e “caporali”. Si sono fatte guerre per far arricchire industrie belliche e mercenari, e in passato vi erano territori che si giovavano dell’economia di guerra. Tra questi, bisogna ammetterlo per non tradire le verità storiche, c’era anche Taranto che, durante i preparativi o anche durante i conflitti, cresceva economicamente grazie alle risorse che piovevano su Arsenale e Cantieri, salvo poi dover subire devastanti bombardamenti dovuti proprio alla massiccia presenza militare.

Oggi, molti decenni dopo, le cose sono molto cambiate nella forma ma nella sostanza la guerra resta un forte elemento sperequativo, nel quale però non tutti ci perdono, o quanto meno: non tutti allo stesso modo. Oggi, ad esempio, al di là della tragedia abbattutasi sui popoli coinvolti direttamente, vere vittime in assoluto, ci perdono molto le famiglie e le imprese economiche che utilizzano le fonti energetiche, quelle che esportano sia produzioni alimentari di pregio (come il vino) che macchinari. Ci perde, in linea di massima, tutto il Paese, che aveva immaginato di rinascere col Pnrr dopo il biennio da incubo della pandemia e oggi deve rivedere i piani. Ma ci sono anche coloro che guadagnano: le imprese che commercializzano prodotti energetici, gli stati che li producono, ivi compresi gli Stati Uniti, le industrie che producono armamenti (che non di rado sono stati all’origine di tragici conflitti), gli eserciti mercenari, che sono numerosi e costosi, e che in alcuni casi, come in Siria, in Libia, in Africa, sono determinanti per le sorti delle guerre, ma anche le imprese che importano prodotti alimentari che, per effetto del conflitto, non possono più arrivare dai paesi belligeranti. E se consideriamo anche il Covid alla stregua di un conflitto, se non altro per la gravità delle conseguenze, dobbiamo ricordare come già tra i suoi effetti più gravi ci siano stati i rincari di molte materie prima, ma anche di prodotti tecnologici che fino al giorno prima si compravano a buon mercato e l’inflazione.

Oggi che ci svegliamo traumaticamente dopo due eventi così drammatici, e cominciamo a fare dolorosamente i conti con una realtà molto cambiata, con i rischi di un impoverimento generalizzato, con un avvenire meno sereno di ieri, quando già lamentavamo disagi e ritardi, dobbiamo cominciare a “riorganizzarci”

Noi non siamo certo sostenitori dell’autarchia, che oltre a essere ideologicamente pericolosa è economicamente impraticabile, laddove non è fortemente dannosa (pensiamo alle esportazioni) ma è evidente che il nostro modello di sviluppo va ripensato. L’esternalizzazione di tutte le produzioni industriali non ha giovato al Paese, ma solo agli imprenditori che hanno speculato sulla differenza del costo del lavoro. Aver abdicato al ruolo che pure svolgevamo nell’industria tecnologica, quando la Olivetti era industria leader, ci crea un danno enorme, oltre a obbligare i nostri cervelli a emigrare. Investire con tanta lentezza e tanti problemi nelle fonti rinnovabili, nonostante la scarsità di nostre fonti energetiche, ci ha esposto e ci esporrà sempre più ai capricci del mercato, alle speculazioni, ai conflitti. Ma soprattutto: il modello di globalizzazione ha mostrato il suo fallimento. La teoria del “Wandel durch Handel” ovvero “cambiare attraverso il commercio” è risultato fasulla anche quando sosteneva che il libero commercio alimenta la pace. Sappiamo ora che non è vero!

Quali scelte conseguenziali dobbiamo, quindi, fare? Proviamo a pensarci, premettendo che questa nota viene dalla lettura storica dei fatti locali, ma non è “vangelo”. Per prima cosa: proteggere il mercato dell’acciaio che, ora più che mai, si conferma strategico anche se potrà accentuare il conflitto anche tra le stesse componenti societarie (intendi Mittal), ma mettendo finalmente mano all’ambientalizzazione che non è mai veramente partita, per colpe soprattutto politiche. Non vorremmo che la crisi attuale fosse un’ennesima scusa per tirare a campare. Poi: verticalizzare i prodotti siderurgici, impegno sempre proclamato ma mai attuato. Valorizzare il turismo, sfruttando le risorse locali, senza enfatizzarne le potenzialità e senza devastare il territorio per non creare danni irreversibili. Rilanciare le produzioni cerealicole, che sono sempre state di qualità alta, ma compresse dalla concorrenza esterna, limitando per necessità o per convinzione le farine super raffinate, rivelatesi dannose per la salute dei consumatori. Ridurre le produzioni agricole destagionalizzate (costose e bisognose di surplus energetico enorme) e le importazioni utili solo a importatori e speculatori. E forse poi si dovrà ragionare più lucidamente del “grande ruolo del porto”, che già a partire dagli anni Settanta ha solo alimentato illusioni, sia perché ha un rapporto inquinamento-da-traffico/occupazione da rivedere, sia perché soggetto a concorrenza e a fluttuazioni enormi, sia perché, come abbiamo visto, anche la globalizzazione comporta eccessi e danni che vanno equilibrati; così pure il consumo smodato di elettricità che sta dietro al web, che ora non ci accorgiamo di pagare, ma che pesa fortemente sulle nostre tasche. Ed è solo l’inizio.

Sopralluogo dell’arcivescovo al cantiere di San Domenico: “La facciata ora è splendida”

15 Mar 2022

di s. t.

“È bellissima! Non vedo l’ora di restituirla alla comunità nel suo ritrovato splendore”. Questo l’entusiastico commento che l’arcivescovo Filippo Santoro ha espresso dopo aver effettuato un sopralluogo “a sorpresa” al cantiere della Chiesa di San Domenico. Presentandosi intorno a mezzogiorno al team dei progettisti e operatori che stanno lavorando sotto la supervisione di Francesco Chirico della Icosert, l’impresa impegnata nei lavori per il restauro della splendida facciata barocca della chiesa monumentale del Centro storico di Taranto, monsignor Santoro, indossati elmetto e guanti, si è inerpicato salendo tutti e sette i piani dell’impalcatura, visionando così prima il portale, poi il rosone, infine la croce in cima. É rimasto estasiata della bellezza e dalla qualità artistica che stanno riemergendo nella loro dimensione originaria, dopo che per anni l’erosione, il fumo e gli agenti atmosferici hanno annerito la facciata. Monsignor Santoro confida, così, nello stimolo e nell’entusiasmo che tale restituzione infonderà nella comunità e che potrebbero essere esaltati dalla ripresa dei riti pasquali dopo due anni di stop.

Sabino Iannuzzi nuovo vescovo di Castellaneta “nello spirito francescano”

15 Mar 2022

di Silvano Trevisani

“I valori che hanno contraddistinto la spiritualità francescana, come l’attenzione agli ultimi, alla dimensione della comunione, soprattutto la capacità di poter condividere, a partire dai presbiteri, lo spirito di servizio come elemento caratterizzante” sono i valori a cui fa riferimento monsignor Sabino Iannuzzi, francescano, presentandosi alla diocesi di Castellaneta nella sua prima intervista da vescovo designato di quella diocesi. Designato il 3 marzo scorso da Papa Francesco a succedere a monsignor Claudio Maniago, precedentemente nominato arcivescovo metropolita di Catanzaro-Squillace, monsignor Iannuzzi riceverà l’ordinazione episcopale 14 maggio prossimo, nel PalaTedeschi di Benevento, dall’arcivescovo di Benevento Felice Accrocca, co-consacranti gli arcivescovi José Rodríguez Carballo, segretario della Congregazione per gli istituti di vita consacrata e le società di vita apostolica, e lo stesso Claudio Maniago, suo predecessore. L’11 giugno prenderà possesso della diocesi di Castellaneta.

Nato ad Avellino il 24 agosto 1969, ha iniziato il noviziato nell’Ordine dei frati minori nel convento della Madonna delle Grazie di Benevento nel 1990. La professione solenne l’ha emessa il 22 ottobre 1994; il 7 dicembre 1994 è stato ordinato diacono e il 24 giugno 1995 presbitero.

Nel 2007 è stato nominato ministro provinciale dei frati minori del Sannio e dell’Irpinia e successivamente, dal 2013 al 2016, ha ricoperto l’incarico di presidente della Compi., la Conferenza dei ministri provinciali d’Italia e di Albania. Nel 2015 è stato nominato presidente dell’Unione dei frati minori d’Europa. Tra i vari incarichi ricevuti è stato rettore della basilica della Santissima Annunziata e Sant’Antonio a Vitulano e vicario episcopale per la vita consacrata dell’arcidiocesi di Benevento. Ma monsignor Iannuzi possiamo considerarlo un po’ nostro collega, essendo giornalista pubblicista e direttore responsabile del trimestrale “Voce Francescana”.

Nel primo messaggio a quella che sarà la nuova diocesi, in occasione della designazione, ha confessato: “Ho provato trepidazione e smarrimento ma subito dopo una grande gioia, quella che riempe il cuore. Così ho accettato. Mi sono ancora sconosciuti volti e storie. Le vostre. Imparerò presto a conoscervi ma già vi custodisco nel mio cuore. Quattro anni fa sono stato a Castellaneta e conservo i ricordi bellissimi. Sarò un pastore con cuore di padre”.