Sabino Iannuzzi nuovo vescovo di Castellaneta “nello spirito francescano”

15 Mar 2022

di Silvano Trevisani

“I valori che hanno contraddistinto la spiritualità francescana, come l’attenzione agli ultimi, alla dimensione della comunione, soprattutto la capacità di poter condividere, a partire dai presbiteri, lo spirito di servizio come elemento caratterizzante” sono i valori a cui fa riferimento monsignor Sabino Iannuzzi, francescano, presentandosi alla diocesi di Castellaneta nella sua prima intervista da vescovo designato di quella diocesi. Designato il 3 marzo scorso da Papa Francesco a succedere a monsignor Claudio Maniago, precedentemente nominato arcivescovo metropolita di Catanzaro-Squillace, monsignor Iannuzzi riceverà l’ordinazione episcopale 14 maggio prossimo, nel PalaTedeschi di Benevento, dall’arcivescovo di Benevento Felice Accrocca, co-consacranti gli arcivescovi José Rodríguez Carballo, segretario della Congregazione per gli istituti di vita consacrata e le società di vita apostolica, e lo stesso Claudio Maniago, suo predecessore. L’11 giugno prenderà possesso della diocesi di Castellaneta.

Nato ad Avellino il 24 agosto 1969, ha iniziato il noviziato nell’Ordine dei frati minori nel convento della Madonna delle Grazie di Benevento nel 1990. La professione solenne l’ha emessa il 22 ottobre 1994; il 7 dicembre 1994 è stato ordinato diacono e il 24 giugno 1995 presbitero.

Nel 2007 è stato nominato ministro provinciale dei frati minori del Sannio e dell’Irpinia e successivamente, dal 2013 al 2016, ha ricoperto l’incarico di presidente della Compi., la Conferenza dei ministri provinciali d’Italia e di Albania. Nel 2015 è stato nominato presidente dell’Unione dei frati minori d’Europa. Tra i vari incarichi ricevuti è stato rettore della basilica della Santissima Annunziata e Sant’Antonio a Vitulano e vicario episcopale per la vita consacrata dell’arcidiocesi di Benevento. Ma monsignor Iannuzi possiamo considerarlo un po’ nostro collega, essendo giornalista pubblicista e direttore responsabile del trimestrale “Voce Francescana”.

Nel primo messaggio a quella che sarà la nuova diocesi, in occasione della designazione, ha confessato: “Ho provato trepidazione e smarrimento ma subito dopo una grande gioia, quella che riempe il cuore. Così ho accettato. Mi sono ancora sconosciuti volti e storie. Le vostre. Imparerò presto a conoscervi ma già vi custodisco nel mio cuore. Quattro anni fa sono stato a Castellaneta e conservo i ricordi bellissimi. Sarò un pastore con cuore di padre”.

Un’alleanza educativa per la scuola

15 Mar 2022

di Alberto Campoleoni

Non solo. L’arrivo dei profughi, la macchina dell’accoglienza, la solidarietà messe in campo in Italia e non solo, permettono un incontro ancor più “ravvicinato” con la realtà della sofferenza e della guerra. Nello stesso tempo accendono qualche lampadina per illuminare lo scenario buio detto all’inizio: vedere infatti azioni concrete di vicinanza e partecipazione, magari aderirvi ciascuno con i mezzi che ha – e le scuole, ad esempio, con l’attenzione dovuta alle informazioni oltre che alle innumerevoli iniziative che nascono dalla creatività degli istituti scolastici italiani – permette allo stesso tempo di immergersi nella realtà “dura e cruda” e insieme di prenderne le distanze, mantenendo quella riserva di umanità che significa non solo propensione all’aiuto reciproco, ma anche sforzo di comprensione e analisi critica, “armi” decisive contro qualsiasi conflitto.

La scuola, fatta davvero, è apprendistato di pace. E oggi questa convinzione deve conquistare sempre maggiore consapevolezza, unita al fatto che i nostri giovani si trovano ad affrontare le emergenze in una condizione di fragilità speciale. È recentissima una ricerca che viene da Bergamo e ha coinvolto 37 istituti bergamaschi (scuole superiori e medie) con un focus sui comportamenti a rischio nella fascia 13-18 anni. Sono stati distribuiti agli studenti 17mila questionari per indagare in particolare stili di vita e dipendenze. Un campione di mille è già stato raccolto e studiato – le risposte vengono in media da diciassettenni – e i risultati mettono in evidenza debolezze di cui spesso si parla ma che i numeri denunciano con fredda lucidità: un dato, ad esempio, riferisce di come il consumo di alcolici sia ampiamente diffuso e addirittura il 47,3% del campione è arrivato almeno una volta a ubriacarsi.

Dipendenze: da alcol, da fumo e da “tecnologia”. Tra i dati emerge che i ragazzi trascorrono in media 9 ore al giorno attaccati al video, tra tv, smartphone, videogame e chat. Lo sanno bene – senza bisogno di troppe indagini – tanti genitori che quotidianamente combattono una battaglia persa nelle stanze di casa.

Senza andare oltre, ecco la domanda che si pone che fare? E come?

Parlare di alleanza educativa è forse scontato – lo si dice spesso – ma resta il termine più adeguato da considerare. Intendendo con alleanza un aumento di consapevolezza della situazione e di fiducia reciproca tra gli attori responsabili dei percorsi educativi dei nostri giovani. La scuola, che pure ha bisogno di crescere in credibilità, può e deve essere punto di riferimento. Perché vi si trovano dei professionisti; perché le famiglie sono sempre più impoverite dal punto di vista educativo e intasate da mille problematiche – si pensi alla crisi del lavoro –; perché ha la possibilità di coordinare interventi efficaci. È un compito difficile, lungo, ma ineludibile.

Bomba carta davanti a parrocchia a Caivano. Don Patriciello: “I camorristi sono i nemici della gente, della società, dei loro stessi figli”

15 Mar 2022

di Gigliola Alfano

Nella notte tra l’11 e il 12 marzo, poco prima delle 4, è esplosa una bomba carta davanti al cancello pedonale della parrocchia di San Paolo Apostolo, nel Parco Verde di Caivano. Il parroco, don Maurizio Patriciello, è da sempre impegnato in prima linea contro l’inquinamento e nel contrasto allo spaccio di droga e alla camorra. Tante le attestazioni ricevute dal sacerdote: dalla Chiesa di Aversa al presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Al Sir parla di quello che è successo proprio don Maurizio Patriciello.

(Foto: ANSA/SIR)

Cosa sta succedendo, don Maurizio?

Ci sono i clan in lotta tra di loro che si fanno la guerra sul territorio e non guardano in faccia a nessuno. Ci sono continue stese: motociclette che vanno a gruppi di 6, 7, 8, con due giovanotti a bordo, vestiti di nero che con i Kalashnikov sparano in aria per intimorire il nemico e lanciare il messaggio: “Da oggi comandiamo noi”. Sono meccanismi interni che tante volte la gente non conosce. Quando tra i clan c’è la pace, la gente non si accorge di niente, appena riprende la lotta iniziano le stese e mettono le bombe, che non fanno molti danni, come è successo anche in parrocchia, ma sono molto rumorose, le mettono nel cuore della notte svegliando tutto il vicinato con l’obiettivo di impaurirlo.

(Foto: Pagina Facebook Padre Maurizio Patriciello)

Perché è stata messa una bomba carta fuori alla chiesa?

Nei mesi scorsi proprio in parrocchia da me è nato il Comitato di liberazione dalla camorra Napoli Nord: abbiamo firmato il documento della costituzione del Comitato davanti al nostro altare. Con me c’erano il senatore Sandro Ruotolo e Biagio Chiariello, il comandante della Polizia municipale di Arzano, un paese che versa in condizioni molto pericolose dal punto di vista della camorra. Chiariello è una persona onesta e appena ha preso servizio ad Arzano si è dato da fare per contrastare il malaffare e la criminalità ha reagito, arrivando il 7 marzo a fargli trovare in ufficio un manifesto funebre con il suo nome, la sua foto e il giorno della sua morte che sarebbe stata il 10 marzo. Questa intimidazione è stata letta come una condanna a morte. La prefettura si è subito allertata ed è stata data la scorta a Chiariello, perché è in pericolo la vita sua, della moglie e del figlio. Poi l’11 marzo è stato il mio compleanno: la notte tra l’11 e il 12 marzo, alle 3.38, hanno fatto esplodere la bomba carta davanti al cancello della parrocchia, con il chiaro messaggio: “Toglietevi di mezzo, lasciateci stare”. Vogliono comandare loro, è evidente.

(Foto: Pagina Facebook Padre Maurizio Patriciello)

Quali sono gli obiettivi del Comitato di liberazione dalla camorra Napoli Nord?

Il nome è tutto un programma. L’obiettivo è, innanzitutto, essere accanto alle persone che subiscono intimidazioni. Ad esempio, siamo stati nel bar di Arzano, dove qualche mese fa c’è stata una spaventosa sparatoria con l’uccisione di un giovane di Frattaminore, il ferimento di due suoi amici con lui nel bar e di due innocenti che stavano per conto loro a prendere un caffè. Il proprietario del bar, Armando, è restato traumatizzato, terrorizzato. Ho visto le foto dopo la sparatoria: c’era sangue dappertutto. La prima reazione è quella di chiudere tutto e andare via. Ma è quello che non bisogna fare, perché altrimenti si fa terra bruciata, questi paesi diventano un ghetto in mano alla camorra. Nei giorni seguenti noi del Comitato abbiamo fatto visita ad Armando, io gli ho portato un crocifisso. Un altro obiettivo è incitare i commercianti, oggetto di intimidazioni, violenza, illegalità, a denunciare. Molti hanno paura.

(Foto: ANSA/SIR)

Dopo la bomba carta ha ricevuto tante attestazioni di vicinanza…

Ieri mattina in parrocchia da me c’erano il generale dei Carabinieri e il commissario di Polizia, mi hanno chiamato il prefetto e il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, per esprimermi solidarietà. Io apprezzo tutti, ma ieri sera ero solo in chiesa con i fedeli, un po’ intimoriti, in numero minore delle altre volte. Sono venuti gli inquirenti e hanno potuto constatare che non ci sono telecamere nei pressi della parrocchia, benché da anni le chiediamo. I vigili possono fare poco: per la grandezza di Caivano avremmo diritto a 64 di loro, in realtà sono 10, di cui alcuni stanno alla vigilia della pensione, qualcuno ha la 104, qualcuno sta in malattia, quindi sulla strada ce ne sono pochi. Sono un prete e apprezzo tutti: è venuto a trovarmi in parrocchia Giuseppe Conte, che già si trovava a Napoli, ringrazio lui e tutti quelli che ci hanno manifestato solidarietà. Ma in concreto sono già passati due giorni dall’esplosione della bomba e mi domando: faranno un altro atto simbolico? Metteranno un’altra bomba? O torneranno, con più determinazione, per fare male a me, che mio malgrado, sono diventato un simbolo?

(Foto: ANSA/SIR)

Don Maurizio, ha paura?

È una domanda difficile. Se dico di no, sembro un buffone, se dico di sì sembro un vigliacco. La paura fa parte della nostra umanità. Se una persona arriva con una pistola puntata, la prima reazione è scappare per mettersi al sicuro. Ma se vogliono uccidere, i camorristi lo fanno. Per questo non credo più di tanto neppure nella scorta. Io sono parroco, come faccio a vivere con la scorta? Vado a casa delle persone che chiedono l’olio degli infermi, ci sono i fedeli che chiedono di essere confessati. E poi quando sono in chiesa a celebrare la messa sull’altare, mentre recito il Padre Nostro con le mani alzate, sono l’uomo più indifeso di questo mondo.In quel momento chiunque potrebbe venire e farmi del male, se ha questa intenzione, scatenando il putiferio in chiesa, tra i fedeli, i bambini. Chi viene in parrocchia non può essere fermato dalla scorta, la chiesa è aperta a tutti. La cosa più facile di questo mondo è fare del male a un prete. Se vogliono farmi male, troveranno il modo di farlo, con o senza la scorta.

Cosa vorrebbe dire ai camorristi?

Ieri mi sono sforzato di mandare un messaggio anche a loro, dicendo: “Quello che stiamo facendo vale innanzitutto per i vostri figli, per metterli in salvo, perché purtroppo voi non li avete amati. I primi nemici dei vostri figli siete voi, lo dico con sofferenza, con le lacrime agli occhi, perché li avete incamminati in una strada senza ritorno, in un vicolo cieco, che condurrà, per forza di cose, o al camposanto – e li piangerete giovanissimi – o in carcere a Poggioreale”.Ho visto tante mamme riverse sulle bare bianche dei loro figli e ho rispetto delle loro lacrime, ma, in un discorso di onestà intellettuale, dobbiamo dire che, se questi giovani criminali erano a loro volta figli di camorristi, i genitori non hanno neanche diritto di piangere perché quella morte l’hanno voluta loro, è stata provocata da loro stessi, anche se ad ammazzarli fisicamente è stata la pistola di un clan rivale. Noi vorremmo salvare i figli dei camorristi, vogliamo salvare la nostra gente, abbiamo il dovere di annunciare il Vangelo. E Vangelo e mafia, Vangelo e camorra sono due ingredienti che non potranno mai andare insieme, non si potrà mai fare una torta.Papa Francesco l’ha detto chiaramente, l’aveva già detto san Giovanni Paolo II: i mafiosi, i camorristi sono scomunicati, sono i nemici della nostra gente, dei nostri bambini, della nostra società, del nostro popolo, della nostra economia, della nostra libertà, della nostra dignità. Non si può chiedere a un essere umano, a un cristiano, a un prete di rinunciare alla sua pelle, al suo Dna. La sete di libertà, di verità, di dignità, di onestà, di legalità, di normalità è inscritta nel nostro Dna.Certo, potranno farci del male, ma ce ne facciamo una ragione.

Parole oltre le bombe

15 Mar 2022

di Paolo Bustaffa

L’aggressione all’Ucraina è scoppiata mentre da alcuni mesi era in corso la “Conferenza sul futuro dell’Europa” di cui, purtroppo poco si parla e si è parlato nel nostro Paese

 

Eppure si deve scrivere e parlare anche di “altro” mentre si segue minuto per minuto e con un nodo alla gola quanto accade in Ucraina. Di questo non arrendersi all’aggressione sono una esemplare testimonianza i concerti sulle piazze e nei sotterranei dell’Ucraina come accadde a Sarajevo devastata dai bombardamenti.

È faticoso il parlare di “altro” perché sembra un allontanarsi da chi soffre e un attutire la condanna del male. Invece questo parlare disarmato rende forte la solidarietà, definitiva la sentenza, vigile la coscienza.

Il sacrificio degli innocenti chiede che il “mai più la guerra” diventi una costruzione culturale solida e condivisa che decreti il fallimento di un delirio di onnipotenza e si ponga a tutela della libertà e della dignità di ogni persona e di ogni popolo.

Scriveva un poeta: “Fermi! Tanto non farete mai centro. La Bestia che cercate voi, voi ci siete dentro”. È Giorgio Caproni a dire a coloro che massacrano e distruggono che la Bestia è in loro e non in altri. In una sola frase c’è la verità.

Ma cosa possono fare la poesia, la musica, la cultura e perfino la politica contro i carri armati?

Poco o nulla, rispondono molti. Possono indicare, dicono altri, la strada della rinascita mentre tutto ha l’odore della morte e della distruzione.

C’è allora un altro segnale da cogliere. L’aggressione all’Ucraina è scoppiata mentre da alcuni mesi era in corso la “Conferenza sul futuro dell’Europa” di cui, purtroppo poco si parla e si è parlato nel nostro Paese.

La Conferenza che dovrebbe concludersi il prossimo 9 maggio è un esperimento di democrazia partecipativa del tutto inedito che coinvolge i cittadini della società civile nell’elaborazione di proposte sul futuro dell’Ue.

La pandemia e la tragedia ucraina l’hanno messa alla prova ma hanno anche offerto ulteriori motivazioni perché questo esperimento di democrazia segni l’avvio di un movimento culturale e politico che risvegli la coscienza europea.

C’è una ripresa di fiducia dei cittadini nei confronti delle istituzioni europee, molti giovani stanno partecipando alla Conferenza con grande senso di responsabilità, con un forte desiderio di verità, di giustizia e di pace. Eppure tutto questo appare fragile di fronte ai carri armati ma dire che parlare di “altro” è inutile è dare spazio a un dittatore che conta i giorni della resistenza ucraina mentre il suo tempo è scaduto e il suo fallimento è già nella storia.

Si sta con un nodo alla gola ai confini d’Ucraina aprendo le braccia a donne e bambini in fuga. Lo smarrimento e il senso di impotenza sembrano inarrestabili. Perché questo non accada anche la poesia, la musica, la cultura e la politica prendono la parola.

Arriva la serie Rai-Palomar “Studio Battaglia” diretta da Simone Spada

15 Mar 2022

di Serio Perugini

Da oggi martedì 15 marzo, per 4 prime serate su Rai Uno (8 episodi in tutto), andrà in onda la nuova serie Palomar con Tempesta e Rai Fiction: “Studio Battaglia”, un racconto a forte impronta femminile diretto da Simone Spada (al cinema “Hotel Gagarin”, in tv “Rocco Schiavone”) e scritto da Lisa Nur Sultan. La serie è l’adattamento del legal drama britannico “The Split” targato Bbc.

La storia. Milano oggi, Anna Battaglia è un brillante avvocato divorzista, che vive la professione con umanità e rettitudine; ha da poco lasciato lo studio di famiglia, appunto lo Studio Battaglia – condiviso con la madre Marina, donna determinata e risoluta, e la volubile sorella Nina – per rafforzare le fila dell’influente Studio Zander…

Non solo legal drama. “Studio Battaglia” accanto al racconto dei casi legali, temi complessi che ruotano attorno alla coppia e alle sue fratture, esplora anche i sentieri del family drama, il racconto delle sfumature del sentimento e delle dinamiche familiari come il dialogo genitori-figli o il confronto tra sorelle, non risparmiando affondi sul rischio di figure materne ingombranti e paterne latitanti.

Visionando in anteprima i due episodi iniziali, possiamo affermare che “Studio Battaglia” è una serie che possiede di certo ritmo, compattezza e dinamica. Funziona bene in particolare la regia di Simone Spada, che pedina con interesse crescente le storie delle protagoniste e al contempo restituisce uno sguardo affascinante su Milano. A imprimere forza al racconto è il cast tutto, tra cui spiccano Barbora Bobulova, Lunetta Savino, Thomas Trabacchi e Giorgio Marchesi.

Nello specifico della tematica portante, la serie si occupa sì di separazione, di divorzio, ma non con un approccio divisivo o conflittuale;la cifra del racconto è la giustizia, lo sguardo etico-deontologico, introducendo soprattutto la prospettiva femminile e una maggiore attenzione alla condizione della donna. È quanto emerge soprattutto dal profilo di Anna Battaglia/Bobulova, che si muove con chiara umanità, equità e responsabilità. Buona dunque la prima di “Studio Battaglia”, attendiamo le prossime puntate per tracciarne un bilancio.

Prisma favolosa, l’impresa contro Modena ha salvato un’ottima stagione

15 Mar 2022

di Paolo Arrivo

Quando a bordo campo trovi una leggenda, ti dimentichi della sua squadra di appartenenza. E faresti il tifo per la stessa. Se non fosse alta la posta in gioco… La leggenda è Andrea Giani, l’allenatore ex pallavolista italiano più famoso, che col suo Modena ha raggiunto il PalaMazzola di Taranto per disputare la dodicesima giornata di ritorno della Superlega. Ma i campioni in campo sono stati quelli della Gioiella Prisma. Che in una serata magica hanno fatto l’impresa sconfiggendo la Leo Shoes PerkinElmer Modena per 3-1 (25-21, 25-23, 17-25, 25-19) al termine di una prestazione sontuosa. Una vittoria costruita con tanta grinta e cuore: in vantaggio per due set, hanno arrestato la rimonta degli ospiti, trascinati inoltre dal pubblico delle grandi occasioni. I tre punti conquistati dagli ionici hanno consentito la permanenza in Superlega. Un risultato strameritato, perché la Prisma, salita a quota 26 punti in graduatoria, ha disputato un ottimo campionato e avrebbe meritato una posizione più alta in classifica. Ad ogni modo, contro il club più titolato d’Italia, Modena, è arrivata una vittoria tanto importante quanto prestigiosa.

La cronaca dice che il primo set si è giocato sul filo dell’equilibrio, con i padroni di casa che sono riusciti ad acquisire un leggero vantaggio, e a mantenerlo sino alla fine, sotto i colpi del brasiliano Joao Rafael. Nella seconda frazione la Prisma ha dato l’anima riuscendo a contenere la reazione di Modena. Gli ospiti sono cresciuti nel terzo set insieme all’asso francese Earvin Ngapeth, campione olimpico. Il quarto è stato condizionato dalla partenza sprint degli uomini allenati dal “mago di Turi” Vincenzo Di Pinto (6-0) che senza troppe difficoltà hanno portato a casa la partita – sugli scudi Luigi Randazzo e Tommaso Stefani, entrambi autori di 20 punti. Salvezza in cassaforte e sogni di gloria: avessero giocato sempre in questo modo, altro che salvezza, si sarebbero giocati il tricolore!

 

Gioiella Prisma Taranto – Leo Shoes PerkinElmer Modena 3-1 (25-21, 25-23, 17-25, 25-19)

Gioiella Prisma Taranto: Falaschi 2, De Barros Ferreira 15, Di Martino 11, Stefani 20, Randazzo 20, Alletti 8, Pochini (L), Laurenzano (L), Dosanjh 0, Gironi 1. N.E. Freimanis, Sabbi. All. Di Pinto.

Leo Shoes PerkinElmer Modena: Mossa De Rezende 4, Ngapeth E. 16, Mazzone 8, Sala 1, Leal 20, Stankovic 2, Sanguinetti 4, Van Garderen 8, Gollini (L), Rossini (L). N.E. Ngapeth S., Salsi. All. Giani.

ARBITRI: Cappello, Piperata. NOTE – durata set: 29′, 32′, 25′, 28′; tot: 114′.
MVP – Randazzo (Gioiella Prisma Taranto)

In sala “Il ritratto del duca” e “Parigi, tutto in una notte”

15 Mar 2022

di Sergio Perugini
Racconti dal volto sociale, affanni del quotidiano declinati tra realismo e lampi di ironia. Anzitutto, al cinema la commedia britannica “Il ritratto del duca” di Roger Michell, illuminato dalla recitazione raffinata di Jim Broadbent ed Helen Mirren. Ancora, il dramma “Parigi, tutto in una notte” di Catherine Corsini con Valeria Bruni Tedeschi, sguardo in un Pronto soccorso parigino durante le proteste dei “gilets jaunes”.

“Il ritratto del duca”

È il suo ultimo film. “Il ritratto del duca” (“The Duke”) è l’opera che il regista sudafricano (inglese d’adozione) Roger Michell aveva presentato nel 2020 fuori concorso alla 77a Mostra del Cinema della Biennale di Venezia e che dai primi di marzo 2022 è nei cinema italiani distribuito da Bim. La pandemia ne ha posticipato l’uscita in sala, poi lo scorso settembre è sopraggiunta anche l’improvvisa morte del regista all’età di 65 anni.

Nel corso della sua carriera, divisa tra cinema e teatro (Royal Shakespeare Company), Michell ha firmato alcune commedie di grande richiamo a partire da “Notting Hill” nel 1999, seguita dall’hollywoodiana “Il buongiorno del mattino” nel 2010 e “A Royal Weekend” nel 2012. Ma è probabilmente con “Il ritratto del duca” che l’autore ha messo a segno un’opera pienamente riuscita, capace di coniugare le regole della commedia inglese con il cinema di impegno civile; un film compatto, dinamico, coinvolgente, marcato da diffuso umorismo e acume.

La storia (vera). Inghilterra 1961, Kempton Bunton (Jim Broadbent) è un sessantenne con alle spalle diversi lavori, persi non per irresponsabilità bensì per contestazione: Kempton è infatti un uomo da sempre in prima linea contro le ingiustizie e le sue battaglie civili gli hanno causato non pochi problemi con i datori di lavoro. Per fortuna in casa c’è la moglie Dorothy (Helen Mirren), un punto fermo. La vita dei Bunton si complica quando Kempton sembra aver sottratto il ritratto del Duca di Wellington di Francisco Goya dalla National Gallery di Londra. Sia chiaro, non un furto a scopo di lucro, ma nuovamente un atto di contestazione: spingere il governo a rivedere la tassa televisiva, a esonerare dal gravoso pagamento i reduci di guerra, gli anziani e gli indigenti. Un’azione che porterà Kempton sul banco degli imputati.

Tra i punti di forza del film “Il ritratto del duca” anzitutto le interpretazioni di Jim Broadbent ed Helen Mirren: superlativi nel gioco di sfumature ironiche e drammatiche, i due abitano i coniugi Bunton con intelligenza, rispetto e tenerezza, tenendosi ben lontani dal ritratto macchiettistico. A dare poi sostanza alla commedia è lo sguardo di Roger Michell – che poggia su una brillante sceneggiatura firmata da Richard Bean e Clive Coleman –, la sua regia presente e ariosa, abile nel calibrare tempi comici e puntualizzazioni storiche con uno sguardo realistico di stringente attualità. Il film, infatti, offre un chiaro spaccato sociale, un invito alla coesione e solidarietà: il bisogno di essere prossimi, comunità, e non isole.“Il ritratto del duca” è senza dubbio consigliabile, brillante e adatto per dibattiti.

“Parigi, tutto in una notte”

Il cuore narrativo di “Parigi, tutto in una notte” (“La fracture”) corre lungo il sentiero battuto dal cinema di Ken Loach, dei fratelli Dardenne come pure di Stéphane Brizé. Parliamo del film scritto e diretto da Catherine Corsini, presentato in concorso al 74° Festival di Cannes (2021) e nei cinema italiani dal 10 marzo con Academy Two. Tratto principale di “Parigi, tutto in una notte” è dunque quello di una radiografia sociale drammatica, di grande realismo, uno sguardo spaesato all’interno di un Pronto soccorso di Parigi, uno luogo che diventa spazio di ritrovo non solo di malati, ma anche di ultimi e bisognosi. Accanto a loro, una notte, fanno ingresso da un lato i manifestanti feriti che hanno preso parte alla contestazione dei “gilets jaunes”, che hanno gridato in piazza al governo le iniquità lavorativa e sociali in cui versano; dall’altro i poliziotti, anche loro piegati, sfiniti, da turni massacranti. In ultimo, ma non meno importanti, i medici, gli infermieri e il personale sanitario tutto, che si muovono all’interno del Pronto soccorso in uno stato di perenne allarme, chiamati a fare molto di più quello che è previsto dalla loro professione. Sono un presidio di umanità in trincee di contrapposizione sociale.

La cosa che si apprezza di più del film di Corsini è questo sguardo che abbraccia in maniera comprensiva tutti i soggetti in campo:non segue una tesi precisa, non sposa una parte, ma racconta il travaglio degli ultimi.Tutti poveri disgraziati sulla stessa barca, mentre il palazzo, la politica, appaiono distanti. Lontani.

La regista si serve delle storie della borghese Raf (Valeria Bruni Tedeschi), del trasportatore Yann (Pio Marmaï) e dell’infermiera Kim (Aissatou Diallo Sagna, straordinaria!) per ancorare ancor di più il racconto, per amalgamarlo e attivare maggiori punti di relazione con lo spettatore. Inoltre, attraverso il personaggio vaporoso e ciarliero della Bruni Tedeschi la regista riesce a disinnescare la tensione bruciante della storia rendendola meno disturbante, ma di certo non meno dolorosa. Nell’insieme, al di là di soluzioni narrative non sempre efficaci o risolte, il film corre veloce con grande intensità e amarezza, restituendo un’istantanea di una parte della società (sempre più estesa, trasversale) che soffre un impoverimento e un isolamento allarmanti. “Parigi, tutto in una notte” è complesso, problematico e per dibattiti, indicato per un pubblico adulto.

 

“Andiamo oltre lo sdegno per costruire relazioni: ecco lo spirito sinodale”

Sinodo ha nella sua parola il suffisso συv (dal greco antico, ndr) che significa con, che è il contrario della guerra, che è invece contro.

15 Mar 2022

di Marina Luzzi

Le parole di mons. Erio Castellucci che abbiamo avvicinato nella prima giornata della 50° Settimana della Fede

 

La cinquantesima edizione della Settimana della Fede si è aperta ieri sera in Concattedrale con il primo ospite, mons. Erio Castellucci. Vicepresidente della Cei per l’Italia settentrionale ed arcivescovo di Modena, ha tenuto una riflessione sul “Cammino sinodale nella Chiesa italiana”. Lo abbiamo intervistato.

Sinodalità: il Papa ha ribadito più volte che è questo che Dio chiede alla Chiesa del terzo Millennio. Eccellenza, ci spiega che cosa significa e quali sono le tappe che segnano questo cammino sinodale?

La sinodalità è la Chiesa, un ascoltarsi reciprocamente ascoltando la Parola di Dio e cercando di vivere la prossimità. Il Papa lo ha detto già da alcuni anni. Adesso per la prima volta, attraverso il Sinodo che lui ha indetto, tutte le Chiese del mondo operano un ascolto capillare del popolo di Dio, con gruppi sul territorio, iniziative, feste, celebrazioni, esperienze. La creatività è all’opera. In Italia stiamo vivendo questa prima fase insieme a tutta la Chiesa universale, poi andremo avanti ancora per un altro anno di ascolto della gente, soprattutto cercando di far emergere le esperienze, quelle positive ma anche quelle critiche. Tutto sotteso ad una grande domanda: che cosa vi aspettate dalla Chiesa? Che esperienza ne avete? Poi vivremo un anno di riflessione profonda, in cui cercheremo di raccogliere ed elaborare quello che è emerso e infine una celebrazione, una grande assemblea.  Diciamo che voi a Taranto sapete di cosa sto parlando.

Si riferisce alla Settimana Sociale della Chiesa, dello scorso ottobre?

Sì, potremmo dire che quello è stato una sorta di antipasto del Sinodo. Si è trattato del primo evento di tipo sinodale sia per come è stato strutturato, sia per la partecipazione ampia di vescovi, di giovani, di donne, di gruppi di lavoro che hanno visitato varie realtà diocesane. Questo è lo stile sinodale. Non c’è da inventarsi molto ma c’è solo da raccogliere ciò che esiste e chiedersi come essere ancora più fedeli al Vangelo.

Come può chi magari frequenta solo la Messa la domenica, sentirsi parte di questo Sinodo, dire la sua?

Accogliendo l’invito che c’è in ogni comunità parrocchiale, associazione o movimento, a creare dei gruppi sinodali, occasioni di incontro e di ascolto reciproco, attraverso delle tracce che sono state messe a disposizione del sito ufficiale del Sinodo e dando così il proprio contributo di pensiero e di esperienza. In modo più concreto, trovarsi assieme, parlare. Di solito nascono amicizie, relazioni, iniziative e questo è il sinodo, cioè camminare insieme.

Non possiamo non fare riferimento all’attualità. Come si contestualizza il tema della sinodalità in un momento così duro, feroce, come quello che stiamo vivendo?

Stiamo passando da una crisi all’altra: quella sanitaria ha creato in noi molta paura ma anche un grande desiderio di relazioni, quelle relazioni che non potevamo esprimere in quel momento e poi ora la guerra, quando sembrava si stesse allentando la tensione. Si tratta di una nuova crisi mondiale e, augurandoci che finisca presto, siamo comunque consapevoli del fatto che avrà delle conseguenze. Sinodo ha nella sua parola il suffisso συv (dal greco antico, ndr) che significa con, che è il contrario della guerra, che è invece contro. Il Sinodo costruisce, non è solo sdegno. La sinodalità è proprio cercare di costruire relazioni nuove.

 

 

 

 

Il patto trono–altare del Nuovo Medioevo

14 Mar 2022

di Emanuele Carrieri

Passano i giorni e la sensazione lascia il posto alla certezza. Quella in Ucraina non è solo una invasione, non è soltanto una guerra di conquista, non è solamente una aggressione militare mossa da interessi nazionalistici o geopolitici per allargare la sfera di influenza di Mosca. È, anche, l’ultima versione dello scontro di civiltà: in gioco c’è la sopravvivenza di una società cristiana russa, ricca di antichi valori, agli antipodi rispetto a un occidente preda della decadenza dei costumi, del suo consumismo, della sua accettazione del peccato, come fosse solo una delle tante forme della diversità umana che compongono l’esistenza. È una guerra irriducibile fra luce e tenebre, fra Dio e chi vuole velarne il volto. Non sono le parole di un fondamentalista islamico di una scuola coranica afghana: a sostenere queste argomentazioni è stato, non molti giorni fa, Kirill, patriarca di Mosca e capo della Chiesa ortodossa autocefala russa, che ha rotto il prolungato silenzio mantenuto sulla guerra in Ucraina nelle prime fasi del conflitto. Più volte e da più parti, infatti, erano stati rivolti appelli alla massima autorità religiosa russa affinché intervenisse pubblicamente – considerato anche il suo forte legame con Putin – per dire una parola di ragionevolezza e di pace su eventi tanto drammatici. Al contrario, Kirill ha giustificato la guerra in una prospettiva apocalittica, dentro uno schema di scontro totale fra bene e male, per cui in Donbass – sul resto dell’Ucraina manco una parola – era in gioco la stessa sopravvivenza della civiltà cristiana russa. “Per otto anni ci sono stati tentativi di distruggere ciò che esiste nel Donbass. E nel Donbass, c’è un rifiuto fondamentale dei cosiddetti valori che vengono offerti oggi da coloro che rivendicano il potere mondiale. Oggi è imposta una prova di fedeltà a questo potere mondiale, una sorta di lasciapassare per quel mondo felice, un mondo di consumo eccessivo, un mondo di apparente libertà. Cos’è questo test? La prova è molto semplice e allo stesso tempo terrificante: si tratta di una sfilata dell’orgoglio gay” ha detto Kirill. “Se l’umanità accetta che il peccato non è una violazione della legge di Dio, se l’umanità accetta che il peccato è una variazione del comportamento umano, allora la civiltà umana finirà lì. Le parate dell’orgoglio gay hanno lo scopo di dimostrare che il peccato è una variante del comportamento umano” ha affermato ancora il capo della Chiesa ortodossa autocefala russa. In Ucraina si combatte così per frenare “la negazione di Dio e della sua verità sulle persone”. Sono argomentazioni radicate nelle aree del fondamentalismo religioso di matrice cristiana e anche di quello islamico. La contrapposizione fra due mondi – un “noi” puro e un “loro” impuro, dominato dal peccato – è alla base di diverse visioni politico e religiose che confluiscono in un attacco senza quartiere alle società pluraliste, democratiche, aperte, per quanto imperfette esse siano. Si tratta dello stesso retroterra – o meglio sottosuolo – degli assalitori del Campidoglio a Washington, che è possibile riscontrare in certe frange dei movimenti conservatori e reazionari statunitensi o nei movimenti anticonciliari in Europa. L’interpretazione del cristianesimo, secondo Kirill, è fortemente venata di nazionalismo, ed è inscritta in un patto trono – altare con il Cremlino che è garanzia per entrambi i contraenti. Perciò, al di là della negazione di Dio, le mire espansionistiche delle due istituzioni collimano: l’Ucraina per Putin non esiste, è uno sbaglio della storia, ed è parte della Russia; per Kirill, fa parte del territorio canonico del patriarcato di Mosca senza neanche un indugio. Non importa se, in Ucraina, convivono due chiese ortodosse, una fedele a quella russa e una indipendente, riconosciuta dal patriarcato di Costantinopoli, oltre al fatto che sono presenti una chiesa greco-cattolica in comunione con la Santa Sede e altre tradizioni religiose minori. Non è un caso allora se le parole di Kirill sono state disapprovate anche da settori ortodossi. Nikolaj Berdjaev, filosofo russo, dissidente e anti bolscevico, detto “il filosofo della libertà”, espulso nel 1922, nel saggio “Nuovo Medioevo”, con gli occhi di chi è capace di guardare oltre il futuro, diceva che la lotta fra il Bene e il Male si farà più intensa, e i termini saranno più chiari, che la rivoluzione russa è una tappa vitale di questo processo di chiarificazione, e seppure in negativo, i bolscevichi sono davvero “uomini del Nuovo Medioevo”. Essi sono la riprova “che non esiste neutralità religiosa, pura assenza di religione; alla religione del Dio vivente si oppone la religione del Diavolo; alla religione del Cristo, la religione dell’Anticristo”. Ecco perché, per Berdjaev, il comunismo russo, con il dramma religioso che porta con sé, è già nel Nuovo Medioevo, non più nella storia. Oggi siamo di nuovo a questo punto, con la Russia che torna al Medioevo, e l’Occidente che non sa come impedire una tragedia che potrebbe colpire la vita del pianeta terra. Tocca soprattutto ai più giovani pensare all’avvenire. Inizia il Nuovo Medioevo, terra di mezzo fra il Novecento dei buoni e dei cattivi e il Terzo Millennio dei nuovi sconvolgimenti. La guerra mondiale, nel secolo scorso, scoppiò nel 1914. Il 2014 è già passato … ma non si può dimenticare l’oggi dell’Ucraina.

Papa Francesco all’Angelus: “In nome di Dio, fermate questo massacro!”

14 Mar 2022

Il patriarca di Costantinopoli Bartolomeo: “Chiediamo un cessate il fuoco immediato”

14 Mar 2022

“Con tutto il cuore assistiamo al dramma del popolo ucraino e allo stesso tempo ammiriamo la sua forte resistenza all’invasore”. Lo ha detto ieri il Patriarca ecumenico di Costantinopoli, Bartolomeo, durante la “Domenica dell’Ortodossia” che è stata celebrata nella cattedrale di San Giorgio al Fanar, Istanbul, alla presenza del primo ministro greco Kyriakou Mitsotakis. Il Patriarca ecumenico ha fatto riferimento ai tragici eventi in corso in Ucraina. “Chiediamo un cessate il fuoco immediato. La violenza e la guerra non solo non risolvono le controversie, ma provocano dolore e morte e creano problemi più complessi. L’invasione e la guerra devono finire immediatamente, e si deve dare una nuova opportunità al dialogo, veicolo preminente di riconciliazione e di pace. D’altra parte, la Carta delle Nazioni Unite, questo ‘Vangelo delle Nazioni’, come viene chiamato, proibisce esplicitamente l’uso della forza nelle relazioni internazionali e impegna tutti i membri dell’Organizzazione a risolvere le loro controversie con mezzi pacifici”. In un breve saluto al primo ministro della Grecia – si legge in un comunicato del Patriarcato –, Bartolomeo ha ringraziato lo Stato greco per il suo continuo interesse per le questioni del Patriarcato ecumenico. Ha augurato ogni successo per l’incontro con il presidente della Repubblica di Turchia, e sempre riferendosi alla drammatica situazione in Ucraina, ha ribadito il sostegno del Patriarcato ecumenico al popolo ucraino in difficoltà.