La domenica del papa – La luce di Dio

14 Mar 2022

di Fabio Zavattaro

Pietro, Giovanni e Giacomo si svegliano durante la Trasfigurazione: “possiamo pensare – dice il Papa – che fu la luce di Gesù a ridestarli”

“In nome di Dio fermate questo massacro”. Per la terza domenica consecutiva è la parola pace a risuonare con forza in piazza San Pietro. Ma sembra, quella del Papa, la voce di colui che grida nel deserto, voce inascoltata da chi potrebbe mettere fine a questi “fiumi di sangue e di lacrime”. C’è una città che porta il nome di Maria, Mariupol, che “è diventata una città martire della guerra straziante che sta devastando l’Ucraina”. Ancora una volta si alza il grido di Francesco: “davanti alla barbarie dell’uccisione di bambini, di innocenti e di civili inermi non ci sono ragioni strategiche che tengano: c’è solo da cessare l’inaccettabile aggressione armata, prima che riduca le città a cimiteri”.

Seconda domenica di Quaresima; la liturgia ci propone il racconto della Trasfigurazione sul monte Tabor. Così se la prima domenica di quaresima ci parla della prova nel deserto, le tre tentazioni, ciò che dobbiamo lasciare, in un certo senso; questa domenica ci mostra ciò che dobbiamo accogliere, vedere. E quel salire il monte, faticosa prova, altro non è che itinerario necessario nel nostro cammino verso Gerusalemme, verso la Pasqua.

Angelus all’indomani della conclusione degli esercizi spirituali, nel giorno in cui il Pontificato di Francesco entra nel decimo anno. Ma sono ancora le ferite di una guerra che si consuma alle porte dell’Europa, in primo piano. “Col dolore nel cuore – dice il Papa – unisco la mia voce a quella della gente comune, che implora la fine della guerra. In nome di Dio, si ascolti il grido di chi soffre e si ponga fine ai bombardamenti e agli attacchi! Si punti veramente e decisamente sul negoziato, e i corridoi umanitari siano effettivi e sicuri. In nome di Dio, vi chiedo: fermate questo massacro”.

Torniamo al Vangelo. Sul monte Tabor con Gesù ci sono Pietro, Giovanni e Giacomo, e Luca ci dice che i tre “erano oppressi dal sonno”. E, dunque, si addormentano, come accadrà anche nel Getsemani. Afferma Francesco: “stupisce questa sonnolenza in momenti tanto importanti”. Ma questo sonno fuori luogo dice il vescovo di Roma “non somiglia forse a tanti nostri sonni che ci vengono durante momenti che sappiamo essere importanti? Magari alla sera, quando vorremmo pregare, stare un po’ con Gesù dopo una giornata trascorsa tra mille corse e impegni. Oppure quando è ora di scambiare qualche parola in famiglia e non si ha più la forza. Vorremmo essere più svegli, attenti, partecipi, non perdere occasioni preziose, ma non ci riusciamo”.

La Quaresima “è un’opportunità in questo senso. È un periodo in cui Dio vuole svegliarci dal letargo interiore, da questa sonnolenza che non lascia esprimere lo Spirito”. Pietro, Giovanni e Giacomo si svegliano durante la Trasfigurazione: “possiamo pensare – dice il Papa – che fu la luce di Gesù a ridestarli. Come loro, anche noi abbiamo bisogno della luce di Dio, che ci fa vedere le cose in modo diverso; ci attira, ci risveglia, riaccende il desiderio e la forza di pregare, di guardarci dentro, e di dedicare tempo agli altri. Possiamo superare la stanchezza del corpo con la forza dello Spirito di Dio”.

Una nube “li coprì con la sua ombra”, scrive Luca. Ma mentre copre, rivela la gloria di Dio, come avvenne per il popolo pellegrinante nel deserto. Gli occhi non possono più vedere, ma gli orecchi possono udire la voce che esce dalla nube: questi è il Figlio mio, l’eletto; ascoltatelo”. L’imperativo della sequela è l’ascolto. Il racconto evangelico parla di Gesù solo e Benedetto XVI commentava: “Gesù solo è tutto ciò che è dato ai discepoli e alla Chiesa di ogni tempo: è ciò che deve bastare nel cammino. È lui l’unica voce da ascoltare, l’unico da seguire, lui che salendo verso Gerusalemme donerà la vita e un giorno trasfigurerà il nostro misero corpo per conformarlo al suo corpo glorioso”.

In questo tempo di Quaresima Francesco ci invita alla preghiera, a guardare il crocifisso “e meravigliarci davanti all’amore folle di Dio, che non si stanca mai di noi e ha il potere di trasfigurare le nostre giornate, di dare loro un senso nuovo, una luce diversa, una luce e inattesa”. E chiede di essere aperti all’accoglienza e di pregare per la pace perché “Dio è solo Dio della pace, non è Dio della guerra, e chi appoggia la violenza ne profana il nome”.

Presentata la 50ma Settimana della Fede

10 Mar 2022

L’arcivescovo Filippo Santoro: “Il tema centrale è quello della Sinodalità, del ‘camminare insieme’ lanciato dal Papa alla Chiesa italiana e che noi rilanciamo a tutti, perché di fronte al disastro della guerra, come è stato per la pandemia, non si possono affrontare sfide così grandi da soli, le affrontiamo insieme lanciando un messaggio per tutta la città ad uscire dall’individualismo e ad intraprendere un cammino sinodale. La Settimana della Fede ci dà questa opportunità”

È stata presentata questa mattina in arcivescovado la 50ma edizione della Settimana della Fede che si terrà dal 14 al 18 marzo in concattedrale a partire dalle ore 19.00.

Quest’anno si torna in presenza pur nel rispetto di tutte le norme ancora in voga per il contenimento della pandemia.

Hanno partecipato alla presentazione l’arcivescovo Filippo Santoro, mons. Luigi Romanazzi che ne ha curato l’organizzazione, il vicario generale mons. Alessandro Greco, e mons. Emanuele Ferro, portavoce dell’arcivescovo.

 

Mons. Romanazzi si è soffermato sulla storicità dell’evento e sullo spessore culturale degli ospiti che in questi decenni si sono succeduti, tra gli altri lo scienziato Antonino Zichichi e il fondatore del movimento di Comunione e Liberazione, mons. Luigi Giussani.

Il tema di questa edizione è “Il cammino sinodale nella cinquantesima Settimana della Fede”, lunedì 14, mons. Elio Castellucci, vicepresidente per l’Italia settentrionale della Cei parlerà de “Il cammino sinodale nella Chiesa italiana; il giorno successivo sarà la volta della dottoressa Mariella Enoc, presidente dell’ospedale Bambin Gesù di Roma, che interverrà su “Il cammino sinodale in ascolto dei malati”; mercoledì 16 il prof. Vittorio De Marco relazionerà su “50 anni di Annuncio nella bellezza della Concattedrale” con mons. Franco Semeraro, Giovanni Pergolese e don Francesco Castelli.

La Settimana della Fede si concluderà venerdì 18 marzo con la concelebrazione eucaristica presieduta da S. E. mons. Filippo Santoro, arcivescovo metropolita di Taranto.

 

Di seguito il programma

LUNEDI’ 14 MARZO ORE 19.00

Sua Ecc. Mons. Erio Castellucci
Vicepresidente per l’Italia settentrionale della Conferenza Episcopale Italiana
“Il cammino sinodale nella Chiesa italiana”

MARTEDI’ 15 MARZO ORE 19.00

Dott.ssa Mariella Enoc
Presidente Ospedale Bambin Gesù di Roma
“Il cammino sinodale in ascolto dei malati”

MERCOLEDI’ 16 MARZO ORE 19.00

Prof. Vittorio De Marco
Professore di Storia Contemporanea presso l’Università del Salento
Mons. Franco Semeraro
Dott. Giovanni Pergolese
Sac. Prof. Francesco Castelli
“50 anni Annuncio nella bellezza della Concattedrale”

GIOVEDI’ 17 MARZO ORE 19.00

Prof. Leonardo Becchetti
Professore di Economia Politica presso l’Università di Roma Tor Vergata
Ing. Carlo Zizza
Dott. Dario De Lisi
“La 49ª Settimana Sociale a Taranto “Il pianeta che speriamo”

VENERDI’ 18 MARZO ORE 19.00

Concelebrazione Eucaristica
S. Ecc. Mons. Filippo Santoro
Arcivescovo di Taranto

 

Periferie, al via l’undicesima edizione

10 Mar 2022

Tra marzo e aprile, all’auditorium TaTÀ di Taranto spettacoli di teatro e danza per il cartellone della stagione 2022

 

“Tavola tavola, chiodo chiodo” sono le parole incise su una lapide del palcoscenico del San Ferdinando, lapide che Eduardo erige a Peppino Mercurio, il suo macchinista per una vita, che tavola dopo tavola, appunto, era stato il costruttore di quello stesso palcoscenico, distrutto nel ’43 dai bombardamenti aerei su Napoli. Parole che suonano come metafora del lavoro del teatro che resta un’arte ed un lavoro da costruire ogni giorno con passione e cura, un esercizio della volontà, infine.

Periferie 2022 nasce da qui, dal desiderio di resistere agli spettacoli annullati, alle istituzioni mute, al pubblico televisivo e a tanto altro, continuando a coltivare “chiodo chiodola bellezza di spettacoli necessari, nati da artisti che lavorano sulla contemporaneità del teatro e dei linguaggi espressivi. Quasi tutti al debutto tarantino, ossia alla loro prima volta a Taranto, all’altro teatro. Il TaTÀ.

Per la stagione 2022 di “Periferie”, rassegna di teatro e danza giunta alla undicesima edizione, il Crest propone, tra marzo e aprile, cinque spettacoli all’auditorium TaTÀ di Taranto, in via Deledda ai Tamburi. Sipario ore 21.

Aprono, sabato 5 marzo, César Brie e Antonio Attisani con “Boccascena”. Un “gioco teatrale” pensato durante il lockdown, quando un vecchio attore e un vecchio professore del teatro hanno deciso di dialogare per raccontarsi il loro eterno desiderio di vita, non senza ironia e disincanto. Un esercizio di amicizia, di fiducia, di confronto e critica del mondo, di accordo e disaccordo, che ha permesso ai due di vivere la solitudine della peste nel calore della creazione. La loro è un’amicizia ruvida, senza compiacimento né complicità, entrambi sulle tracce di un teatro necessario.

Sul palco, sabato 19 marzo, la ResExtensa Dance Company con “Non tutti sanno che…”, da un’idea di Elisa Barucchieri. Un racconto, un viaggio, una scoperta, che porta a visitare i meandri complessi, colorati e inaspettati della creazione artistica: come si arriva a decidere che una cosa vada bene piuttosto che un’altra? Come si arriva a dire, “Ecco!”? Come si inventa, e cosa si combina per arrivare a uno spettacolo compiuto, pronto da presentare al pubblico? Un dietro “le quinte” che permette allo spettatore di vedere altri aspetti e altri punti di vista, solitamente nascosti. E, nel viaggio, si scopriranno insegnamenti e aneddoti indimenticabili dei grandi maestri.

Torna, sabato 26 marzo, la Piccola Compagnia Dammacco con “Spezzato è il cuore della bellezza”, premio Ubu 2021 come migliore nuovo testo italiano. La storia di un cosiddetto triangolo amoroso, lui, lei, l’altra e, tramite i frammenti e le immagini di questa storia, offre allo spettatore uno sguardo sull’Amore nelle sue pieghe dolorose e tormentate, attraverso la convivenza di tragedia e umorismo. In scena, Serena Balivo dà corpo e voce alle due donne protagoniste della storia e accanto a lei appare, agita da Erica Galante, la figura muta dell’uomo al centro del triangolo amoroso in uno scenario onirico.

Sarà la volta, domenica 3 aprile, di Maria Cuscunà con “È bello vivere liberi!”, un progetto di teatro civile per un’attrice, 5 burattini e un pupazzo, ispirato alla biografia di Ondina Peteani prima staffetta partigiana d’Italia deportata ad Auschwitz n. 81.672. A soli 17 anni, Ondina si scopre Incapace di restare a guardare l’oppressione del fascismo, Ondina sceglie di agire, cosciente e determinata, per cambiare il proprio Paese. A soli 19 anni, la sua vicenda è stravolta bruscamente, venendo sprofondata nell’incubo della deportazione nazifascista come prigioniera politica. Premio Scenario per Ustica 2009.

Chiude, venerdì 8 aprile, Lino Musella con “Tavola tavola, chiodo chiodo…”, tratto da appunti, articoli, corrispondenze e carteggi di Eduardo De Filippo, Nato per il desiderio di riscoprire l’Eduardo capocomico, questo “assolo con musica” è, man mano, diventato un inedito ritratto d’artista non solo legato al talento e alla bellezza delle sue opere, ma piuttosto alle sue battaglie donchisciottesche condotte instancabilmente tra poche vittorie e molti fallimenti. In scena, conLino Musella, premio Ubu 2019 come migliore attore, Marco Vidino, che esegue dal vivo, tra brani inediti e di repertorio, le musiche dello spettacolo.

Botteghino. Abbonamento a 5 spettacoli 50 euro. Biglietto 12 euro, ridotto 10 euro (under 30 e over 65). In collaborazione con il Teatro Pubblico Pugliese, promozione per gli abbonati del Teatro Fusco: biglietto ridotto per tutti gli spettacoli della stagione 2022 di “Periferie” all’auditorium TaTÀ di Taranto. Accesso consentito solo con green pass rafforzato e mascherina Ffp2.

 

Il cartellone “Periferie” – undicesima stagione – è realizzato dal Crest. Con il sostegno della Regione Puglia.

Uniti nel dono

Don Marco, un mago, la pandemia e il cuore grande di una parrocchia

10 Mar 2022

di Mimmo Laghezza

Abbiamo dato voce a chi non sapeva quanto fosse bello e importante dare sostegno ai sacerdoti attraverso la campagna #donarevalequantofare

 

Ci chiamano maghi, ma non facciamo mica magie: solo illusioni ottiche.

Sono mago Stefan e qui in Italia sono stato adottato, perché sono nato in Ungheria. Per la verità, sino a ottobre, posso dire di essere stato ‘solo’ accolto con gentilezza da tutti e io ho ricambiato facendo divertire di gusto i vostri figli. Non tutti hanno l’accortezza di vedere gli occhi dei bambini mentre faccio i miei illusionismi: sono loro, quegli occhi, il vero spettacolo e io mi prendo il privilegio di guardarlo… in prima fila!

A ottobre, sono stato chiamato da quello che per me era solo il parroco di una chiesa di periferia di Taranto, don Marco, per uno spettacolo dei miei. Qualche anima buona gli aveva parlato della mia bravura (mah! veramente dicevano???) e lui aveva pensato ‘bene’ di fidarsi di quelle parole e di me!

Mi chiamò e ci accordammo in fretta. Non ho mai fatto tante storie per il riconoscimento economico dei miei spettacoli, ma ora non avrei potuto comunque permettermi di perdere una delle poche occasioni che mi venivano concesse dacché il covid ha sconquassato famiglie e vite.

La mia unica preoccupazione era procurarmi da vivere, senza sapere quello che mi sarebbe successo di lì a poco.

Don Marco non ha tentato di contrattare al ribasso sebbene sapesse benissimo che avrei accettato qualsiasi somma propostami. Mi ha semplicemente guardato fisso e mi ha detto: “Ci vediamo sabato pomeriggio!”

La chiamano empatia, ma per me è fiducia spontanea e immediata: volevo dirgli di quello che stavo vivendo senza spettacoli e senza soldi per mangiare.

Finito lo spettacolo, don Marco era raggiante come i ‘miei’ bimbi e mi venne dietro mentre raccoglievo le ‘trozzele’ disseminate sul piccolo palco; fu allora che mi girai di scatto e gli dissi senza dargli possibilità di replicare: “Domani vengo a messa qui da te e poi ti devo parlare!” Non mi rispose con le parole ma con gli occhi.

Il giorno successivo ero nel suo minuscolo studio a parlare di me e di tutti coloro che vivono di spettacoli che non potevano essere realizzati per le norme anti-covid. Don Marco mi ascoltò senza perdere una sola parola del mio sfogo e mi disse che da quel momento non sarei stato più solo nell’affrontare quei problemi. Non chiesi nulla: mi alzai e ci abbracciammo forte.

E arriviamo all’adozione di cui parlavo all’inizio: durante la notte incominciai a sentire un dolore intenso alle gambe, insopportabile. Chiesi aiuto e mi portarono, senza perdere tempo, in ospedale.

La diagnosi fu abbastanza allarmante: trombosi a entrambe le gambe.

L’unica cosa a cui pensai furono gli occhi di don Marco e quelle parole ascoltate solo poche ore prima nel suo studio in miniatura: “Da oggi non sarai più solo!”

Da un’oss mi feci prendere il telefono dalla sacca che ero riuscito a portare con me prima del trasporto al Ss. Annunziata, lo chiamai e gli chiesi di raggiungermi perché stavo malissimo.

Sono stato preso in cura – e questa parola, ‘cura’, non riguarda solo il rapporto medico-paziente – dal dottor Mimmo Cito: il mio angelo custode con sembianze umane!

Intanto, fuori, è partita la gara di solidarietà nella comunità della parrocchia San Giuseppe Moscati e del quartiere Paolo VI tutto. So di persone che si preoccupano a mandarmi cibo pur avendo poco più di me! Mi fanno arrivare messaggi di incoraggiamento e quando la stanchezza prende il sopravvento, ci sono i bambini – i ‘miei’ bambini – a pensarmi e a spronare i genitori a fare qualcosa per me, come mi ha raccontato don Marco.

I ‘miei’ bambini mi scrivono che oramai sono di Paolo VI e che non ho più ragioni per andare altrove! Mi dicono che quando sarò famoso (così dicono loro!) e andrò in tv devo dire che sono stato adottato dal quartiere, non da Taranto tutta…

Nell’attesa che divento famoso (seeeeee), mi devo curare benissimo. Il dottor Cito mi ha fatto inserire nel sistema di cura per le trombosi, cosa fondamentale per chi assume il Cumadin.

Intanto quel gruppo di ‘pazzi’ – sì, solo chi ha il cuore grande può trasmettere un amore ‘pazzo’ a un estraneo! – mi ha fatto ottenere la cittadinanza italiana. Non posso dire che non siano di parola: ora sono anch’io veramente di ‘Paolosangeles’! (come dicono loro scherzando… e ora devo dire “come diciamo noi”!)

Praticamente mi manca solo di… guarire, diventare famoso e andare da Lorena Bianchetti a raccontare che sono di Paolo VI dove vivere fa rima con amore!

Mago Stefan

Uniti nel dono

Un ingegnere chiamato a ‘edificare’ una comunità e una chiesa di periferia

10 Mar 2022

di Mimmo Laghezza

Don Marco, sei da quasi quattro anni parroco di una chiesa al quartiere Paolo VI di Taranto. Come ti ha ‘toccato dentro’ quest’esperienza di frontiera, in un rione dalle tante complessità?

Questo quartiere non ha rappresentato una novità assoluta per me, dopo essere stato dapprima studente di ingegneria nella facoltà che è qui insediata e poi viceparroco al Corpus Domini. Certo, diventare parroco della ‘San Giuseppe Moscati’ mi ha permesso di conoscere molto meglio questa realtà.

Da studente universitario, qui, non avrei mai immaginato di viverci da sacerdote! Provo grande stupore per come Dio ha operato nella mia vita e come ha messo la sua mano in tutto quello che ho vissuto: Paolo VI, quartiere di periferia, mi sta permettendo di sperimentare cosa significhi ‘essere’ periferia, trovarsi lontani dal ‘centro’, dove le domande sono su questioni concrete e dove si sente di più il grido e il bisogno in termini di socialità, di vicinanza, di educazione e formazione dei giovani alla legalità.

Le mancanze di tanti servizi di cui il quartiere soffre, come ad esempio le opportunità di aggregazione, portano le parrocchie a rappresentare occasione per vivere un’esperienza vera di comunità che difficilmente si vive in questo rione.

Un altro aspetto che mi ha toccato è stata la semplicità della gente, che si lascia raggiungere dalla bellezza e dalla novità in maniera immediata senza pregiudizi e senza preconcetti.

Ti senti cambiato come persona e come sacerdote, dopo quest’esperienza?

Mi sento cresciuto! Mi sento sulla strada di una crescita umana dovuta al fatto che qui sono chiamato continuamente a essere umile, nel pormi davanti alla gente.

Umiltà e semplicità sono le due parole che guidano il mio compito.

Occorre essere semplici nella proposta evangelica; una proposta fatta di incontro, di vicinanza alla vita quotidiana.

La grande sfida che mi ha raggiunto con questa parrocchia è quella della costruzione dell’edificio sacro, ma è ancor più fondamentale costruire la comunità umana che da sola poi edificherà il tempio”.

 

Raccontaci un’esperienza che porterai con te, qualunque possa essere il tuo percorso pastorale.

Di esperienze, in questi anni complicati per tutti, ce ne sono tantissime e per questo mi è più facile parlare di qualcosa che ha toccato il cuore, mio e dell’intera comunità, di recente: a ottobre avevo organizzato una serata per i più piccoli con mago Stefan, un artista di strada ungherese che ha fatto divertire tutti i presenti.

Il giorno successivo mi ha voluto incontrare perché, seppure riservato, voleva confidarsi: mi ha descritto la condizione di chi, come lui, era stato messo al tappeto dal lockdown della pandemia.

Il resto te lo faccio raccontare da Stefan che è stato adottato dalla nostra comunità e dal rione intero.

La gioia mi viene dai doni del Signore che ha fatto riavvicinare in Chiesa, attraverso il mio stare con la gente, tanti che non frequentavano più. Penso in particolare a una giovane donna che ha voluto essere cresimata dopo aver sentito parlare di me e del mio agire in parrocchia”.

 

Il papato di Francesco è innervato dall’invito a essere accanto agli ultimi: è solo ‘casuale’ la tua presenza al Paolo VI, in questo momento?

Io mi sono trovato – non volendolo ma obbedendo al mio vescovo – a fare esperienze di periferie esistenziali, ad esempio nel servizio di cappellano in carcere (fino allo scorso anno) che mi ha permesso di raggiungere questi luoghi preferiti da papa Francesco sperimentando la ricchezza grande di rimanere sempre con i piedi per terra e poter comunicare, con il farsi prossimo, questa salvezza che è già evidente in queste realtà e si evidenziano in me quando si è immersi nel bisogno e si avverte il bisogno degli ultimi che ti riaprono il bisogno di Lui. È allora che ti ritrovi incapace di risolvere i problemi, ma offri Lui che quello di cui il cuore ha bisogno”.

Online il nuovo “portale tributario” del Comune di Taranto

10 Mar 2022

È on line il nuovo portale tributario del Comune di Taranto che permette ai cittadini di usufruire di diversi servizi con maggior semplicità.

Il portale Tributario del Comune di Taranto è accessibile dalla sezione “Servizi on line” – “Gestione Tributi” del sito istituzionale tramite il collegamento a  https://www.comune.taranto.it/servizi-online.

Il portale è suddiviso in sei sezioni:

🔸”Estratto Conto”, per visionare lo stato di riscossione dei vari tributi ed eseguire il pagamento della rata.

🔸”Posizione Tributaria”, per consultare nel dettaglio, per singolo anno di imposta, la dichiarazioni Imu, Tasi, Tari;

🔸”Le mie istanze”, per consultare tutte le informazioni legate all’immobile selezionato

🔸”Calcolatrice IMU/TASI”, per inserire manualmente le informazioni catastali di un immobili e calcolare l’imposta comunale;

🔸”Pagamenti”, per effettuare il versamento dovuto;

🔸”Istanza di rettifica o annullamento” di un atto.

 

Il Cammino sinodale nella vita ordinaria delle comunità

10 Mar 2022

di Erio Castellucci*

Evento o stile? Mentre percorriamo insieme il cammino tracciato da papa Francesco – e quindi letteralmente facciamo “sinodo” – diventa sempre più evidente che l’accento è sullo stile. L’evento è importante, certo, ma deve porsi a servizio dello stile. Molti eventi e poco stile: forse è uno dei problemi delle comunità cattoliche in Italia. Già da tempo la caduta della “cristianità” reclama il passaggio dal paradigma della conservazione a quello della missione, come ripetono tutti i Papi dal Vaticano II ad oggi. La pandemia, poi, ha sparigliato le carte, costringendoci a reimpostare non solo la partita, ma il gioco stesso e le sue regole. Non basta oggi convocare le persone per gli eventi, siano essi liturgici, catechistici, caritativi o ricreativi: è necessario, sì, ma non più sufficiente per annunciare il Vangelo e formare donne e uomini cristiani.

Il Cammino sinodale sta attivando molti eventi, diffusi in tutte le diocesi: soprattutto gruppi di ascolto e riflessione, celebrazioni, attività, iniziative culturali, dialoghi, spettacoli… e presto verranno prodotti testi di sintesi e documenti di lavoro. Ma soprattutto si sta formando uno stile: quello, appunto, sinodale. Non è un’invenzione di papa Francesco, ma è semmai un’invenzione di Gesù, che decise di lavorare per il regno di Dio, camminando insieme a una dozzina di collaboratori: “camminando”, non convocando la gente dentro una scuola, una sinagoga o un tempio; “insieme”, non muovendosi come un profeta solitario. La Chiesa ha poi fin dall’inizio accolto e praticato questo stile di itineranza comunitaria: e i sinodi, a tutti i livelli, ne segnano la storia. Si è però annebbiata qua e là, nel corso dei secoli, la prassi partecipativa dell’intero popolo di Dio, rilanciata dal Concilio Vaticano II sia per la liturgia, sia per l’annuncio e la carità.

Ecco lo stile, al cui servizio deve porsi l’evento: la fraternità. Del resto “fraternità” fu una delle prime definizioni della comunità cristiana (cf. 1 Pt 2,17 e 5,9); e la fraternità non era riservata a pochi eletti, i battezzati, ma si apriva a tutti, ebrei e gentili, donne e uomini, schiavi e liberi (cf. Gal 3,27-28). La fraternità è la rete di relazioni intessute da Gesù, con la sua carne prima che con la sua parola: per questo va vissuta, più che pensata e progettata; e chi la sperimenta si rende conto che è proprio questo lo stile evangelico. La fraternità si esprime in tante direzioni, richiamate continuamente da papa Francesco già dalla Evangelii Gaudium: accoglienza, ascolto, prossimità, condivisione, solidarietà, annuncio, missione, essenzialità, povertà, e così via. In fondo papa Bergoglio impostava già quello stile sinodale che ha poi impresso alle Chiese, quando prospettava di mettersi in cammino, come cristiani, prendendo parte a quella “marea un po’ caotica che può trasformarsi in una vera esperienza di fraternità, in una carovana solidale, in un santo pellegrinaggio” (EG 87).

Grazie a tutti coloro che si impegnano nel Cammino sinodale, stiamo riscoprendo una fraternità aperta, che può e deve diventare stile. Per questo cercheremo, nelle Chiese in Italia, di favorire la sinodalità non solo in questa prima fase narrativa, dell’ascolto, ma anche nelle altre fasi – sapienziale e profetica – e negli anni successivi, favorendo la recezione di quanto sarà emerso. Stiamo approfondendo e imparando nuove modalità, più fraterne e più snelle, più umili e più capillari, di vivere il discepolato del Signore Gesù insieme all’umanità del nostro tempo.

*vice presidente Cei e referente per il Cammino sinodale

L’arcivescovo maggiore Shevchuk: “Che il dialogo e la diplomazia vincano sulla guerra!”

09 Mar 2022

“Che il dialogo e la diplomazia vincano sulla guerra!”. È l’appello lanciato da Sua Beatitudine Sviatoslav Shevchuk, capo della Chiesa greco-cattolica ucraina, dalla città di Kiev nella quinta giornata della guerra in Ucraina e diffuso a poche ore dai colloqui al confine ucraino-bielorusso tra le delegazioni di Kiev e Mosca. “Vorrei ringraziare tutti coloro che hanno espresso il desiderio di aiutare l’Ucraina e che organizzano aiuti di ogni genere”, dice l’arcivescovo.

 

“Oggi, in particolare, mi appello a voi: facciamo di tutto per fermare questa aggressione, per fermare la guerra. Anche quando questo sembra impossibile, anche quando i diplomatici, i giuristi e i capi di Stato dicono che questo è molto difficile, preghiamo affinché Dio della pace ci dia la saggezza per fermare l’aggressione con il dialogo. Perché sappiamo che la diplomazia e il dialogo sono l’alternativa alla guerra. E che sempre, alla fine della guerra, bisogna sedersi al tavolo delle trattative”. “Siamo al quinto giorno della guerra sanguinosa, disumana e crudele”, dice Sua Beatitudine. “Abbiamo anche visto le atrocità e il volto disumano di coloro che ci uccidono”. Facendo quindi riferimento alle azioni dell’esercito russo, l’arcivescovo Shevchuk denuncia chi mette “bambini e donne sui carri armati per farne lo scudo umano, per portare morte e distruzione nel cuore, all’interno dell’Ucraina”, e aggiunge: “Ma noi resistiamo. Resistiamo in preghiera”. Per il nostro esercito. Per la nostra Patria. Per il nostro paziente, ma sofferente popolo ucraino di cui, secondo l’Onu, oggi abbiamo quasi quattrocentomila profughi. In meno di cinque giorni. Ma noi resistiamo. Resistiamo in preghiera”. Sua Beatitudine esprime di nuovo gratitudine al Santo Padre, che ieri, dal Palazzo Apostolico, ha nuovamente e con fermezza condannato la guerra in Ucraina. “Ha condannato fermamente coloro che, iniziando una guerra contro altre nazioni, stanno combattendo contro il proprio popolo. Sono grato al Santo Padre per il suo sostegno, la sua preghiera per noi e per il suo desiderio di fare il possibile per fermare questa guerra”.

Orchestra ucraina, concerto e solidarietà

09 Mar 2022

Sabato 12 marzo alle 20, nella chiesa di Sant’Antonio, “La musica che unisce”

 

Sabato 12 marzo alle 20, nella chiesa di Sant’Antonio da Padova a Taranto, “La musica che unisce”: concerto della National Chamber Orchestra Kyiv Soloists, la formazione musicale bloccata in Italia in seguito ai gravi fatti bellici esplosi in questi giorni in Ucraina. L’invito ufficiale alla formazione musicale ucraina è stato rivolto da Confindustria Taranto, Orchestra della Magna Grecia e dall’Arcidiocesi di Taranto, in collaborazione con Comune di Taranto, Ministero della Cultura e Regione Puglia. Prima del concerto, l’intervento dell’arcivescovo di Taranto, Monsignor Filippo Santoro. Ingresso dieci euro (biglietto facoltativo), con possibili donazioni anche attraverso il sito www.omgucraina.it o mediante bonifico sul seguente IBAN: IT 31 K 05387 15802 000043054647. L’Orchestra Magna Grecia fornirà ampia informazione comunicando nella massima trasparenza cifre raccolte e versate all’agenzia che segue e coordina le attività artistiche dell’Orchestra ucraina.

I diciotto musicisti della National Chamber Orchestra Kyiv Soloists, bloccati in Italia e privi di risorse economiche, intendono riabbracciare al più presto le proprie famiglie (isolate da qualsiasi tipo di comunicazione). Unica strada percorribile per i musicisti, continuare a suonare per sostenersi economicamente e finanziarsi il viaggio di ritorno nel loro Paese. I circuiti bancari ucraini, infatti, in queste ore risultano essere bloccati per qualsiasi tipo di operazione.

La guerra porta con sé tante storie umane di miseria, povertà, disperazione, distacco. Una di queste storie riguarda, appunto, la National Chamber Orchestra Kyiv Soloists, in tounée in Italia al momento dello scoppio del conflitto e dell’invasione russa in Ucraina. «Tra le tante storie legate alla guerra – spiega Piero Romano, direttore artistico dell’Orchestra Magna Grecia – questa grave situazione la sentiamo particolarmente affine alla nostra sensibilità; vogliamo sostenere questi amici musicisti ucraini, organizzando per loro un concerto, potendo contare sulla disponibilità di Confindustria Taranto, del suo neo presidente, Salvatore Toma, e dell’Arcivescovado di Taranto e Monsignor Filippo Santoro, che hanno affiancato l’Orchestra Magna Grecia a sostegno di questa causa, con la preziosa collaborazione del Comune di Taranto, del Ministero della Cultura e della Regione Puglia. In occasione del concerto che si svolgerà a Taranto – un secondo evento lo abbiamo organizzato a Matera, nella Chiesa del Cristo Re, patrocinio dell’arcivescovado e del Comune di Matera – intendiamo organizzare una raccolta di fondi confidando sulla generosità di pubblico, sponsor e altri imprenditori, per consentire ai musicisti ucraini di superare l’emergenza contingente e poter tornare in Ucraina a riabbracciare le famiglie e a difendere la libertà; un particolare ringraziamento al parroco della chiesa di Sant’Antonio da Padova, don Carmine Agresta, per l’immediata disponibilità manifestata nell’ospitare l’evento tarantino».

 

Compositori (e titoli) che la National Chamber Orchestra Kyiv Soloists eseguirà sabato 12 marzo nella Chiesa di Sant’Antonio da Padova a Taranto: Tommaso Albinoni (Concerto per oboe in Re minore, Op. 9, n. 2), Myroslav Skoryk (Melody), Maxim Berezovsky (Sinfonia in C maggiore), Antonio Vivaldi (Concerto per oboe in La minore Rv 461), Nino Rota (Concerto per archi), Raffaele Bellafronte (Concerto n. 3 per oboe e archi).

Ingresso dieci euro, biglietto facoltativo. Offerte libere, con possibili donazioni anche attraverso il sito www.omgucraina.it o mediante bonifico sul seguente IBAN: IT 31 K 05387 15802 000043054647. L’Orchestra Magna Grecia fornirà massima informazione nella massima trasparenza comunicando le cifre raccolte e versate, come specificato, all’agenzia che segue e coordina le attività artistiche dell’orchestra ucraina.

 

Info: Taranto, Orchestra Magna Grecia: via Giovinazzi 28 (3929199935), via Tirrenia 4 (099.7304422). sito web: orchestramagnagrecia.it

La Quero-Chiloiro vince la Coppa Italia giovanile di pugilato

09 Mar 2022

Il primo posto degli allievi tarantini nei campionati che si sono svolti a Chianciano Terme

Da sempre fucina di talenti avviati al pugilato sin da giovanissimi, la Quero-Chiloiro diventa campione d’Italia con la coppia di allievi che hanno vinto domenica scorsa l’ambita Coppa Italia giovanile a Chianciano Terme. Un settore fiorente per la società di pugilato tarantina quello giovanile, che trova nel maestro Cataldo Quero una solida figura di riferimento da quando nel 2006 ha assunto la carica di coordinatore dell’attività giovanile regionale e dal 2017 è diventato membro della commissione nazionale giovanile.

Sono Marco De Mitri e Vincenzo Carparelli gli allievi (13-14 anni) che hanno gareggiato in coppia sabato 5 e domenica 6 marzo classificandosi primi; un cambio di programma all’ultimo minuto infatti ha richiesto che Alessandro Mazzuto per problemi di salute fosse sostituito, così Carparelli, che si era classificato secondo ai criterium regionali, ha di diritto preso il posto del suo compagno di palestra, dopo che due settimane prima era arrivato primo nella fase nazionale di sparring io tenutasi sempre a Chianciano Terme. Sono stati davvero bravi De Mitri e Carparelli, perché la coppia non nasceva affiatata, dal momento che l’esecuzione dei sedici temi tecnico-tattici richiesti nella competizione della Coppa Italia erano stati studiati attentamente per mesi da De Mitri e Mazzuto, quindi con il sopraggiunto Carparelli, guidata dal maestro Salvatore Versace, la nuova coppia ha in soli due giorni imparato e messo in pratica un lavoro di tecnica e memoria che richiede di solito tanto tempo…e con un risultato da primo posto.

Gli allievi della Quero-Chiloiro hanno contribuito inoltre alla vittoria della squadra pugliese che si è classificata come prima regione alla Coppa Italia, grazie anche al primo posto nei cuccioli della foggiana Francesca Cardone, al terzo posto dei cangurini Alessandro Francese e David Stoica della Boxe di Palo Canosa e l’ottavo posto dei canguri Francesco Colelli e Lorenzo Cardone della Luciano Bruno Foggia.

L’evento sportivo di Chianciano Terme è stato indetto dal Federazione pugilistica italiana come campionato giovanile 2021 dopo le varie posticipazioni dovute all’emergenza sanitaria, inizieranno quindi già in primavera i nuovi criterium regionali per le competizioni del 2022.

Cuore ardente, cuore sacro: il significato vero di un emoji

09 Mar 2022

di Alessandro Di Medio

C’è chi snobba gli emoji, ritenendoli un impoverimento del linguaggio. Non sono affatto d’accordo, purché essi siano usati come aggiunta, e non come sostituzione, allo scritto. Come aggiunta possono permettere in modo colorito anche al nostro linguaggio alfabetico/fonetico di acquisire una valenza ideografica che arricchisca una comunicazione, permettendo ulteriori sfumature emotive (sennò non sarebbero emoticon, cioè icone di emozioni, per l’appunto) ed espressive. Senza dimenticare l’indole “tachigrafica” degli emoji, ovvero la loro capacità, derivante dalla loro natura visiva e dunque simbolica, di fare rapida sintesi. Già nel Medioevo (IV-X secolo) si usavano “emoticon” per arricchire testi legali e rituali, come ha scoperto la paleografa Antonella Ghignoli nel suo progetto Notae, finanziato dal Consiglio Europeo della Ricerca, per la catalogazione di tutti gli “emoji” dell’antichità.

D’altro canto, se un simbolo ideografico si presenta privo di un contesto interpretativo adeguato, cioè di una cornice di testo scritto che permetta di inquadrarlo, esso ricade nell’ambiguità propria di tutti i simboli, che per natura sono polivalenti e ambivalenti – altrimenti non sarebbero simboli, ovvero rimandi ad altro, ma semplici segni, ovvero espressioni dirette di qualcosa di evidente.

Che gli emoji siano ambivalenti, perché simbolici, è chiaro: gli ideatori delle due “mani giunte” hanno dovuto tribolare molto per far capire agli utenti che non si trattava di due mani giunte in preghiera, ma delle mani di due persone che si danno il cinque. Alla fine hanno dovuto capitolare, e ormai il significato corrente riportato nei “dizionari” di emoji è quello di mani giunte in richiesta, preghiera, ecc. – tra l’altro, sembra essere uno degli emoticon più apprezzati e usati.

Quello degli emoji non è semplicemente un linguaggio descrittivo o allusivo, per quanto sintetico: è anche performante, nel senso che riuscire a includere un determinato simbolo nel lessico di queste piccole immagini equivale a poter creare un concetto prima non esistente, rendendo di comune appannaggio e impiego idee altrimenti prive di espressione chiara e condivisibile: è il caso di tutti gli emoji “gender fluid”, che sono il tormento di chi come me ormai non ci vede più bene senza occhiali, e rischia di non sapere se sta inviando un messaggio in cui dice che l’amico di cui si parla è, ad esempio, un cuoco o un transgender, o un cuoco transgender. Trovare il simbolo giusto per esprimere una cosa significa dare alla cosa uno spazio pubblico, provocare, forse anche interrogare… se non addirittura piegare verso idee prima assenti o distanti il pensiero di chi certi lessici li usa– d’altronde è la parola che plasma il pensiero, e non viceversa.

Da circa un anno è comparso un emoji molto particolare nella collezione dei “cuori”: un cuore avvolto dalle fiamme, il cui nome nel lessico emoji è per l’appunto “cuore in fiamme”.

Nel mio cellulare non è possibile visualizzarlo, ma mi chiedevo come mai iniziassero ad arrivarmi da ragazzi e ragazze dei miei gruppi questi messaggini con cuori rossi seguiti da fiamme. Liquidai la cosa come superficialità comunicativa dei più giovani, che spesso usano termini e compiono gesti di cui non realizzano l’effettiva portata semantica ed emotiva.

In realtà tutto mi fu chiaro, e fui smentito, quando in seguito usai il tablet e riuscii a vedere questi emoji nella loro forma effettiva di piccoli cuori ardenti; la cosa mi parve molto interessante, perché il “cuore in fiamme” in questione, come le mani giunte, nasce senz’altro da equivoco di fondo da parte di chi l’ha ideato, e che ha pensato di usare per descrivere un amore particolarmente passionale un simbolo originato in bel altro contesto di significato, come noi Cattolici sappiamo bene – da qui si spiega perché fossero usati da giovani formati nei miei gruppi parrocchiali nei miei confronti, perché soltanto chi conosce il lessico dell’amore di carità può decifrare il simbolo, che altrimenti risulta ridondante fino all’inutilità: di cuori rossi, rotti, palpitanti, danzanti, scintillanti sono piene le nostre tastiere… abbiamo ampio spazio per descrivere emozioni, reazioni, passioni sentimentalistiche e romanticismi; ma di cuore ardente ce ne può essere uno solo, un cuore così amante da accettare di farsi consumare dalla fiamma dello Spirito: “Forte come la morte è l’amore, tenace come il regno dei morti è la passione: le sue vampe sono vampe di fuoco, una fiamma divina!” (Cantico dei cantici 8, 6b).

Il “cuore in fiamme” è il Sacro Cuore, cioè il cuore di Cristo. Allora sì che si può parlare del cuore in fiamme come simbolo dell’amore passionale, se ci si riferisce alla Passione di Dio per l’uomo, cioè alla sua Pasqua compiuta per noi, per amore nostro.

Usiamolo questo “cuore in fiamme”, ma usiamolo bene, per dire come stiamo con Dio, con i fratelli, cosa vorremmo con loro e per loro; in questo ho avuto una bella lezione da quei giovani di cui sopra, che con la disinvoltura di una generazione nativa digitale volevano semplicemente esprimere al loro padre spirituale un sentimento di comunione radicato in alto e molto profondo.

Se, come dicevamo, introdurre nel dizionario universale degli emoji un simbolo, o forzarlo per dargli un significato specifico (come nel caso delle “mani giunte”), può significare creare concetti nuovi o indurre a usarli, sarebbe bello se noi Cattolici dell’epoca messaggistica sovraccaricassimo questo piccolo “cuore in fiamme”, rendendolo incandescente con l’unico significato dell’amore che il mondo non può conoscere, la carità divina, la carità della Passione, l’amore unilateralmente amante e vivificante ignorato abitualmente da canzoni, romanzi e serie perché incomprensibile alla logica dell’intrattenimento e della chiacchiera (mentre gli è molto chiaro l’amore appiccicoso di San Valentino, l’amore dei sensi e degli appetiti). Ce l’abbiamo fatta con le manine giunte, possiamo farcela anche con questo!

foto SIR/Marco Calvarese

Caro carburante e non solo. Barche ferme anche a Taranto

09 Mar 2022

“Non riusciamo più a sostenere i costi. Un’uscita in mare è diventata insostenibile: vanno coperte le spese, in primis il prezzo del carburante arrivato alle stelle. Se il valore del pescato non supera i costi ovviamente andiamo sotto. Chiaro che questa, insieme a tutte le altre problematiche del comparto, diventa una montagna difficile da scalare. Ragion per cui sono moltissimi alla fine a cedere e ad abbandonare questa attività per cercare altro e condurre una vita dignitosa”. Immediato il messaggio che i pescatori lanciano dalla banchina di via Cariati dove le barche sono ferme, e vi resteranno per il resto della settimana, come immediati ed incisivi sono i cartelli che gli operatori mostrano per rappresentare le criticità di questo particolare momento. “Marineria di Taranto in sciopero. Governo aiutaci” “Colpiti e affondati” “Pescatori alla fame” “Pescatori senza futuro” “Salviamo la pesca” “Caro gasolio: no pesca”: così la marineria tarantina, Agci Pesca e Legacoop Agroalimentare in testa, aderisce alle iniziative nazionali di protesta organizzate a livello nazionale dalle associazioni di categoria della pesca.

Cosimo Bisignano (LEGACOOP AGROALIMENTARE) e Emilio Palumbo (AGCI PESCA): “È il risultato del fallimento di una politica comune che continua a calare dall’alto una iper-regolamentazione astratta e spesso inapplicabile e che non tiene conto delle profonde differenze tra ecosistema del mare del nord e del mediterraneo, e delle profonde differenze socio-economiche delle flotte operanti in queste aree; quadro che oggi si aggrava con il raddoppio del costo del gasolio. Malgrado gli sforzi, le richieste, gli incontri, le ripetute segnalazioni in sedi ed occasioni istituzionali rivolte dalle associazioni di categoria la situazione è diventata insostenibile. Considerato che si è di fronte ad una vera e propria emergenza che rischia di avere contraccolpi socio economici ed occupazionali devastanti, le associazioni chiederanno nella riunione programmata presso il Ministero competente un sostegno adeguato a fronteggiare nell’immediato tale situazione ed un cronoprogramma di azioni volte a diminuire la pressione sull’attività di pesca a livello nazionale”.