San Francesco Saverio: un film sulla vita del santo “fino all’estremità della Terra”

09 Mar 2022

di Edoardo Marini

“San Francesco Saverio. Fino all’estremità della Terra” è il titolo del docufilm realizzato da Cristiana Video in collaborazione con Ewtn, l’opera di Daniela Gurrieri si inserisce a pieno titolo nelle celebrazioni dell’Anno Ignaziano inaugurato il 20 maggio da padre Arturo Sosa, preposito generale della Compagnia di Gesù, in occasione del V centenario dalla Battaglia di Pamplona

“San Francesco Saverio. Fino all’estremità della Terra” è il titolo del docufilm presentato nel sabato 5 marzo nella Chiesa del Gesù. Realizzato da Cristiana Video in collaborazione con Ewtn, l’opera di Daniela Gurrieri si inserisce a pieno titolo nelle celebrazioni dell’Anno Ignaziano inaugurato il 20 maggio da padre Arturo Sosa, preposito generale della Compagnia di Gesù, in occasione del V centenario dalla Battaglia di Pamplona. I festeggiamenti per l’Ignatius500 raggiungeranno l’apice il 12 marzo 2022, quando si celebrerà IV centenario della Canonizzazione di sant’Ignazio di Loyola e di san Francesco Saverio.

Il racconto commovente di padre Jean Paul Hernandez, arricchito dagli interventi puntuali di p. Ottavio De Bertolis e p. Franco Azzalli, ha accompagnato lo spettatore della docufiction in un viaggio che dal castello degli Xavier in rovina attraversa gli anni mondani del giovane Francesco Saverio alla Sorbona. La narrazione si concentra, infatti, su come la grande ambizione del maestro Francesco Saverio, trasfigurata dall’incontro sconvolgente con il “pellegrino” di Loyola, sarà capace di portare il futuro Patrono delle Missioni fino ai confini del mondo e alla pienezza della sua vocazione, maturata nella sua nascita al Cielo alle porte della Cina.

“Questo film racconta come Dio può essere trovato in ogni situazione e in ogni tempo e come la Sua Sapienza insegna a usare di ogni cosa per conseguire il fine per il quale siamo creati”, ha affermato padre Vasili, vicerettore della Chiesa del Gesù, facendo riferimento agli Esercizi Spirituali (n. 23). “Una fede fatta germogliare da Dio, infatti, è capace di conquistare il mondo” ha continuato padre Vasile Tofană: “La vita di san Francesco Saverio emana una luce particolare, generata dalla profonda amicizia con sant’Ignazio di Loyola che lo ha sostenuto nel discernimento della Maggior Gloria di Dio e lo ha reso amico degli uomini”.

“San Francesco Saverio. Fino all’estremità della Terra” è un’opera di attualità che risponde pienamente al motto dell’Anno Ignaziano di “vedere nuove tutte le cose in Cristo”. Nonostante il mezzo millennio trascorso dagli eventi narrati, infatti, rileggere con occhi nuovi la storia di san Francesco Saverio mostra ai cristiani di oggi che è ancora possibile sognare in grande, senza accontentarsi del già noto. D’altronde, ha concluso un emozionato Indri Qyteza Shiroka, interprete del protagonista, essa ci invita a riconoscere come in questi giorni drammatici “tutti siamo chiamati ad essere missionari per la pace”. Come Sant’Ignazio non cessava mai di sottolineare al giovane Xavier: “Che giova infatti all’uomo guadagnare il mondo intero, se poi perde la propria anima?”(Mc 8,36).

Pier Paolo Pasolini e quella nostalgia d’assoluto

Una delle fotografia esposte in occasione della mostra artistica con opere contemporanee e una fotografica sui luoghi e i volti cari al poeta-intellettuale, scrittore e regista Pasolini che si aprirà il 5 marzo con il progetto "La Roma di Pasolini-rete urbana, 2 Marzo 2022, ANSA/US Cineteca di Bologna / Angelo Novi
09 Mar 2022

Luci ed ombre, nella sua vita privata – ma anche nella sua intuizione della massificazione e vendita del corpo in una società globalizzata e colonizzata economicamente – e nella sua concezione nostalgica di un proletariato (forse sarebbe meglio dire sottoproletariato) da contrapporre ad una sinistra impelagata in dibattiti ideologici e in un prospettivismo senza realtà, tutto sommato borghese e perbenista. Spietato contro i luoghi comuni, ma, fino alla completa radicalizzazione della sua negatività negli ultimi film, memore di una possibilità di redenzione non solo nel qui e nell’ora

Il grido dell’uomo nel deserto di “Teorema”, la ambigua presenza del sacro nel film e subito dopo nel romanzo, sono il ritorno del e al misticismo? Pier Pasolini a cento anni dalla sua nascita sembra porre – e porsi-  ancora questa domanda. Al di là delle dichiarazioni di antica cattolicità, quella della gioventù friulana, “tradita” dalla commistione tra Chiesa, politica, modernità (che non era un complimento per lui) ai tempi della “Religione del mio tempo”, non possiamo fare a meno di notare come in quello stesso 1961 l’autore di “L’usignolo della chiesa cattolica” (1958) intraprende un viaggio in India con Alberto Moravia e Elsa Morante, durante il quale a catturarlo è l’asciutta, totale dedizione ai sofferenti di madre, oggi santa, Teresa di Calcutta: e qui, in un senso di radicale sprofondamento nel male – la malattia e il sospetto dell’assenza di Dio – che diviene bene, che sarà una costante del pensiero pasoliniano, quel nulla che per il borghese, anche quello sedicente di sinistra, è noia e tedio, diviene la scommessa vincente per Teresa, perché “come lei dice, solo le iniziative del suo tipo possono servire, perché cominciano dal nulla”.

È quel niente filosofico d’occidente che diviene la spada metaforica di una donna che ha rinunciato a tutto, avvicinandosi non solo alla radicalità dell’esempio di Cristo, ma a quell’oriente che Pasolini in quegli stessi anni andava configurando nei suoi viaggi, e in “Alì dagli occhi azzurri”,  come possibile alternativa al consumismo e al materialismo compulsivo.

Il suo sguardo nostalgico, forse nella speranza di un “futuro ricordato”, come avrebbe scritto qualche anno dopo Harold Fisch, sta tutto nella dedica a Giovanni XXIII del suo film “Il Vangelo secondo Matteo” (1964), in cui precipitavano icone non solo della cinematografia, visto che gran parte degli attori non erano professionisti (la Madonna anziana era impersonata dalla mamma Susanna, che in quel dolore dovette rivivere quello per la tragica morte del figlio Guido in uno scontro tra partigiani politicamente rivali), ma geopolitiche, visto che il film fu girato tra i Sassi di Matera e anche in altri luoghi del Mezzogiorno, e che Enrique Irazoqui, nella parte del Cristo, fu doppiato da Enrico Maria Salerno, oltre al fatto che a recitare furono chiamati scrittori e filosofi come Natalia Ginzburg, Alfonso Gatto, Giorgio Agamben.

Luci ed ombre, nella vita privata di Pasolini – ma anche nella sua intuizione della massificazione e vendita del corpo in una società globalizzata e colonizzata economicamente – e nella sua concezione nostalgica di un proletariato (forse sarebbe meglio dire sottoproletariato) da contrapporre ad una sinistra impelagata in dibattiti ideologici e in un prospettivismo senza realtà, tutto sommato borghese e perbenista.

Spietato contro i luoghi comuni, ma, fino alla completa radicalizzazione della sua negatività negli ultimi film, memore di una possibilità di redenzione non solo nel qui e nell’ora.

Gemma Di Bari karateka tarantina vince a Budapest

08 Mar 2022

Gemma Di Bari karateka tarantina vince ancora anche in campo internazionale portando in Italia due importanti medaglie. Sabato 26 marzo si è svolta a Budapest la “32° Ungarian Tatami Cup”, durante la quale Gemma ha dato il meglio di se stessa, salendo i gradini del podio di ben due categorie.

Nella juniores +59 kg, categoria di sua appartenenza, raggiunge il gradino più alto, cioè l’oro. La vittoria è   sopraggiunta battendo 6 atlete dell’est Europa per poi concludere la finale con 3 punti a zero a suo favore.

Nella categoria Under 21 +68 kg, superiore per età, l’atleta tarantina ha potuto accedere in base al regolamento della Federazione Olimpionica WKF; e, nonostante la sua giovane età, la Gemma sedicenne ha perso un solo incontro e si è classificata al terzo gradino del podio, medaglia bronzo.

Gemma Di Bari, soprannominata dagli amici “la Spartana” in quanto nativa nella bella Taranto, città della Magna Grecia, si allena nella asd Okinawa Karate Team Taranto e combatte con i colori della società professionistica Pro- Team. Gemma è una adolescente umile e gioiosa, studia presso il liceo Linguistico Aristosseno di Taranto, scuola che collabora e supporta con molta attenzione il percorso sportivo di Gemma.

La sua partecipazione ad ogni appuntamento agonistico le permette di acquisire maturità ed esperienza, propedeutici per gli obiettivi futuri

Un titolo e un altro

Roma, 6 marzo 2022. Manifestazione della Associazione Cristiana degli Ucraini in Italia contro l' invasione della Russia in Ucraina.
08 Mar 2022

di Paolo Bustaffa

 

La preghiera del credente e quella del non credente si incontrano, diventano invocazione e impegno a tenere viva la speranza.

“Un paese in ginocchio” è titolo ricorrente per descrive la tragedia ucraina, raccoglie in un’immagine infinite altre. Proprio per questo motivo gli si affianca un altro il titolo “In ginocchio di fronte a un Paese”. Dentro un apparente gioco di parole ci sono due verità che si incontrano e si fondono.

“In ginocchio di fronte a un Paese” è la postura di quanti osservano e interiorizzano, grazie al lavoro coraggioso degli uomini e delle donne dei media, quello che sta avvenendo.

Nella postura c’è un balbettio, c’è il grido di chi ha il nodo alla gola nel guardare i volti straziati dal dolore di famiglie, di bambini, donne e anziani. Di fronte al volto di chi, dato un bacio ai figli e alla moglie, rimane o ritorna per difendere il proprio Paese ben sapendo quale rischio questo comporti.

A questi volti si affiancano quelli dei giovani militari russi ignari complici di un’aggressione e quelli di cittadini russi che sulle piazze vengono arrestati perché si oppongono alla follia.

“In ginocchio di fronte a un Paese” diventa uno stare in preghiera sia per chi crede sia per chi non crede.

Nella diversità le due posture dicono che c’è qualcosa che le accomuna: gettare un popolo nella disperazione significa derubarlo dell’anima e della ricerca di Infinito. Un intollerabile furto a tutta l’umanità, un atto violento che spegne il pensiero, straccia i sogni, uccide il futuro.

Scrive ne “I demoni” Fëdor Dostoevskij: “Se gli uomini venissero privati dell’infinitamente grande essi non potrebbero più vivere e morrebbero in preda alla disperazione”. Non sarebbero più uomini.

Terribile disegno che in Ucraina si sta concretizzando dietro tante morti innocenti, tanti pianti, tante macerie.

La preghiera del credente e quella del non credente si incontrano, diventano invocazione e impegno a tenere viva la speranza.

Per ogni uomo pensante la preghiera è infatti come una bussola che guida i passi su strade avvolte nella nebbia.

La bussola è uno strumento prezioso ma non basta per raggiungere la meta. Una poesia di David Maria Turoldo lo ricorda: “Ragione non vale a rispondere alle paure che incombono: sensi e pensieri e propositi fanno un solo groviglio: se tu non accendi il tuo lume, Signore.”

Stare “in ginocchio di fronte a un Paese” come l’Ucraina è condivisione di dialoghi tra fratelli e dei fratelli con il Padre, è invocazione per liberare dall’angoscia, è un grido potente alle orecchie dei superbi. È un balbettare, perché un nodo serra la gola, che la speranza non è l’ultima a morire, non muore. Ha bisogno delle mani dell’uomo per uscire dalle macerie.

Adolescenti, imparate l’accoglienza

08 Mar 2022

di Silvia Rossett
Il Ministero ha preparato una Nota contenente le prime indicazioni per l’accoglienza all’interno delle scuole degli studenti ucraini in arrivo nel nostro Paese.

Nei giorni scorsi le scuole hanno accolto l’invito del ministro dell’Istruzione, Patrizio Bianchi, e numerose sono state le iniziative per sollecitare riflessioni fra gli studenti in merito alla guerra in Ucraina.

Il punto di partenza per molti è stato l’articolo 11 della nostra Costituzione dove, all’indomani delle devastazioni del secondo conflitto mondiale, i nostri padri costituenti scrivevano: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo”.

L’emergenza Ucraina offre l’opportunità di rivisitare anche il nostro passato, analizzando le ferite che hanno condotto a determinate scelte storiche e politiche nel nostro Paese. Le considerazioni sulla guerra attuale consentono di approfondire con i nostri giovani il concetto di democrazia, evidenziando quanto la buona e sana coscienza dei singoli cittadini possa contribuire a orientare le scelte etiche di un intero Paese.

La mobilitazione all’interno delle scuole italiane ha riguardato anche le iniziative umanitarie. In molti istituti sono state promosse collette solidali, raccolte di alimenti e beni di prima necessità per aiutare la popolazione civile ucraina. Importante è stata la partecipazione delle famiglie e in alcuni casi la scuola ha dato impulso anche a ulteriori azioni di supporto ai profughi e agli sfollati, organizzate autonomamente da studenti e genitori.

Nel frattempo il Ministero ha preparato anche una Nota contenente le prime indicazioni per l’accoglienza all’interno delle scuole degli studenti ucraini in arrivo nel nostro Paese. “La scuola italiana è pronta ad accogliere – ha dichiarato il ministro Bianchi -. Stiamo predisponendo indicazioni e risorse per sostenere le comunità scolastiche in questo impegno. La pace, sulla quale tutte le nostre studentesse e i nostri studenti stanno riflettendo in questi giorni, si costruisce con la solidarietà e l’inclusione. Stiamo lavorando per far sì che ogni bambino e ragazzo in fuga dalla guerra possa essere accolto con il sostegno necessario e proseguire il proprio percorso educativo e formativo”.

Sono giorni intensi e drammatici, dunque. Ai nostri ragazzi, però, forniscono diverse opportunità per mettersi alla prova, soprattutto partecipando a quelle azioni che tentano di disinnescare gli effetti nefasti delle ostilità belliche, mettendo in evidenza una umanità che aspira fortemente alla pace.

Un altro insegnamento non di poco conto riguarda il modo di affrontare la paura. I media ci restituiscono immagini terrorizzanti che rischiano di annichilire chi le osserva attraverso uno schermo. Di fronte a quell’orrore l’impegno individuale e l’azione collettiva devono apparire ai nostri figli le uniche risposte sensate.

Non sappiamo cosa ci riserveranno i giorni futuri, sarà importante seguire i notiziari e cercare di avere un’idea il più possibile precisa rispetto a questo storico e pericolosissimo conflitto. Anche in quest’ambito sarà fondamentale la guida degli educatori nel cercare di individuare, all’interno del proliferare endemico delle notizie, fonti autentiche ed equilibrate. Tra gli adolescenti la lettura delle informazioni dovrà essere un esercizio quotidiano, necessario a distinguere i dati oggettivi di questa guerra dalle fake news e dalla propaganda.

Inoltre, aspetto certamente non marginale, sarà bene soffermarsi assieme ai ragazzi su come spesso i media trattino le notizie senza alcun rispetto per chi ne è oggetto, indugiando sugli aspetti emotivi e di clamore senza invitare il lettore all’analisi etica dei fatti.

Avremmo bisogno di rassicurazioni, ma non arriveranno per il momento. Torniamo a confrontarci con l’incertezza e con la nostra fragilità, cerchiamo di trasformare le nostra paure ancora una volta nel coraggio e nella speranza del cambiamento.

“Silent leges inter arma”: sull’Ucraina parli la ragione non incendiaria

08 Mar 2022

di Giuseppe Casale*

Serve l’attenzione a non avvelenare l’aria già tesa del nostro tempo, introdotto, con la pandemia, a una mentalità di guerra, foriera di un maccartismo strisciante che vede disertori e quinte colonne in quanti si permettano il lusso della ponderazione.

Un timido spiraglio potrebbe aprirsi sulla crisi ucraina: spostandosi dai riflettori, ora potrebbe agire sottotraccia. Il viaggio di Bennett a Mosca marca un inedito nella politica estera di Israele, con l’ovvio benestare Usa. E fa ipotizzare che sul tavolo negoziale possano apparecchiarsi utili oggetti di scambio, come il disimpegno russo da aree dove il Cremlino cerca un ruolo di croupier concorrenziale all’Occidente. Stanti le nuove pressioni israeliane su Teheran, potrebbe trattarsi di un allentamento dell’argine russo sull’Iran, oppure di transazioni sulla Siria, sull’Africa centrale o sulla Libia. In quest’ultimo caso, lo sblocco sarebbe proficuo anche al sodalizio italo-francese formalizzato a novembre con il Trattato del Quirinale, che vede Parigi sganciarsi da Berlino per essere protagonista del Mediterraneo.

Significativo anche il contatto telefonico tra Putin e Macron, segno di un’Europa che non ha rinunciato al dialogo, nonostante il suo cambio di paradigma. Sino a ieri, essa è stata il freno kantiano alle accelerazioni hobbesiane degli Usa, disturbando la pattuglia neoconservatrice dell’amministrazione Bush ma anche di Obama (il rinvio è a Nuland, moglie dell’ideologo neocon Kagan). Oggi, invece, l’Europa pare investire sull’hard power. Il tema degli aiuti militari a Kiev ne è segno.

Sinora è caduta nel vuoto la richiesta di mezzi d’aviazione (che invero provocherebbero la soverchia risposta russa via aria), ma l’iniziativa di armare si presta comunque a controindicazioni. Prolungando il conflitto, spingerebbe il più forte a uscire dall’impasse sferrando colpi estremi: la letteratura conferma che, dove si inviano armi, l’escalation è assicurata. In secondo luogo, come e nelle mani di chi dovrebbero arrivare le armi? Certamente passando da ovest, con coperture civili, sovrapponendosi pericolosamente ai corridoi umanitari. E se gli errori fatti con i mujaheddin iracheni e afghani ha insegnato qualcosa, si pone il problema dei destinatari: com’era prevedibile, l’abilitazione a partire data ai “volontari” sta agevolando l’arrivo di mercenari, in aggiunta ai gruppi paramilitari che dal 2014 le autorità stentano a smobilitare. Ciò getta le basi di una futura balcanizzazione. Se ci si cura dell’orgoglio patriottico dei resistenti, si deve anche riconoscere che la nazione ucraina, Donbass a parte, non è del tutto coesa. E il protrarsi del conflitto potrebbe suggerire a Putin la mossa di elevare il Dnepr a confine di due entità politiche, evitando i costi di una occupazione sul corpo morto di un’Ucraina interamente desovranizzata. Il che sarebbe ancora in linea con la rappresentazione di un intervento non contro i fratelli ucraini, ma contro un governo che permette agli Usa di negare alla Russia il suo perimetro securitario, sebbene Washington si curi da sempre del proprio, anche off-shore. In questi termini, l’aggressione assume quasi il profilo dell’Operazione Catapult con cui, nel 1940, Churchill, ordinò di cannoneggiare la flotta francese al largo di Mers-el-Kébir, sacrificando 1.300 alleati per evitare che le navi passassero in mano tedesca dopo l’armistizio.

Si sa, con Cicerone, che “silent leges inter arma”. Proprio per questo, all’Occidente occorrono lucidità e lungimiranza, cui osta un’informazione contraffatta da ambo le parte: videogiochi spacciati per immagini di guerra, filmati recuperati dal 2014, ecc. Peggio ancora il clima incendiario delle dichiarazioni ufficiali basate su notizie non verificate; delle reprimende marca neocon contro i governi che inviano “orsacchiotti” anziché distribuire armi in lungo e in largo (eppure non è trascorso un secolo dalla provetta agitata in sede Onu a monte dei 200.000 civili morti in Iraq sino al 2017); degli analisti pronti a giurare su una Russia suicida lanciata all’assalto del mondo. Con il sussidio della psicolingua (buona a ostacolare la comprensione dei fenomeni), si delineano profezie che ambiscono ad avverarsi, caldeggiando la logica preventiva di evitare la tragedia temuta realizzandola in anticipo. A coronare il tutto, gli strateghi del “tanto peggio tanto meglio” che in tv auspicano senza filtri un crescendo sanguinoso, per propiziare la caduta del regime putiniano.

Responsabilità si impone all’espertocrazia, cautela a chi confida in essa senza considerare i riduzionismi prospettici delle “deformazioni professionali”. Serve l’attenzione a non avvelenare l’aria già tesa del nostro tempo, introdotto, con la pandemia, a una mentalità di guerra, foriera di un maccartismo strisciante che vede disertori e quinte colonne in quanti si permettano il lusso della ponderazione. A farne le spese non sarebbero soltanto i corsi su Dostoevskij o Masha e Orso, ma tutto il senso comune, assieme a una politica che rischia di restare prigioniera delle polarizzazioni dapprima cavalcate. Se le leggi sono mute, parli la ragione illuminata dalla virtù della prudenza orientata al bene, sostenuta da pilastri realistici e non ideologici. Per costruire la pace con mentalità di pace, anziché surrogati che tengono finché pecunia non olet (di sangue).

Nel marzo dello scorso anno, a Baghdad, papa Francesco ebbe a dire: “Tacciano le armi, si dia voce agli artigiani della pace e ai piccoli, alla gente semplice che vuole vivere, lavorare, pregare in pace”. La scorsa settimana è tornato sulla necessità di contrastare i mercati di morte che, con lucrosi contratti, foraggiano di armamenti i conflitti “dimenticati” in Yemen ed Etiopia. Ma ha parlato anche della necessità di disciplinare l’arma della lingua, tanto più letale quando, con studiato cinismo, genera tensione e aggressività, amplificate nell’era dell’ipercomunicazione mediatica. Moniti non casuali, validi sempre, oggi certamente imperativi.

*Pontificia università lateranense

Ucraina: card. Parolin “evitare escalation. Intervento Santa Sede a più livelli”

08 Mar 2022

“Quello che si deve fare adesso, prima di tutto è fermare le armi e i combattimenti ma soprattutto evitare una escalation. E la prima escalation è proprio quella verbale”. Lo ha detto il segretario di Stato vaticano, il card. Pietro Parolin, in un’intervista al Tg2000, il telegiornale di Tv2000, in merito alla guerra in Ucraina.

“Quando si cominciano ad usare certe parole ed espressioni – ha aggiunto il card. Parolin – queste non fanno altro che accendere gli animi e portano naturalmente e insensibilmente all’uso di ben altri mezzi che sono le armi micidiali che vediamo in azione in questo momento in Ucraina”.
Il card. Parolin a ha ribadito che “noi siamo disponibili. Se è ritenuto che la nostra presenza e la nostra azione possa aiutare, noi siamo lì”.
“L’intervento della Santa Sede – ha spiegato il card. Parolin – si colloca a più livelli. Il livello religioso che è quello di invitare a una insistente preghiera affinché Dio doni la pace a quella martoriata terra e coinvolgere i credenti a questa preghiera corale. Poi c’è l’aspetto umanitario soprattutto attraverso le Caritas e le Diocesi che sono molto impegnate nell’accogliere i profughi che vengono dall’Ucraina. E poi c’è la disponibilità di iniziative sul piano diplomatico. Abbiamo offerto, come ha detto il Papa, la disponibilità della Santa Sede di aiutare in tutti i modi per poter fermare le armi e la violenza e negoziare una soluzione. E ci sono vari tentativi che si stanno svolgendo in giro per il mondo”.

“Mamma, ci stanno bombardando!” il messaggio drammatico di Oksana dall’Ucraina

07 Mar 2022

di Mimmo Laghezza

La giovane donna, da ventidue anni a Taranto, era in Ucraina per prendersi cura del fratello vittima di un grave incidente di lavoro. L’abbiamo raggiunta nell’alimentari di prodotti della terra natia

 

È scesa dal taxi alle 2.30 di una notte sferzata da un vento astioso e freddo. Oksana con il suo borsone e il giaccone appoggiato sul braccio ha varcato la soglia del suo portone dove l’aspettava in lacrime sua mamma Maria. Lei il freddo, quello che taglia la faccia, lo conosce dacché è nata. Lei il freddo lo ha sentito, gelido, nel cuore, al risveglio ucraino, giovedì 24 febbraio, quando le sirene di guerra raccontavano che un uomo senza scrupoli aveva – ancora una volta – compiuto il gesto infame di cambiare il corso della storia con la violenza e le bombe.

Ci son volute 63 ore per venir via dall’inferno. Tanto ha impiegato un pullman che dalla sua città natia l’ha riportata a Taranto: “Son tornata a casa!” ci dice con occhi lucidi, che hanno avuto modo di vedere le prime conseguenze della follia umana.

Siamo stati diverse volte nel suo negozio di generi alimentari ucraini, accanto alla parrocchia San Francesco di Paola, sul margine del centro cittadino.

Siamo stati in apprensione con sua madre che apriva l’attività commerciale più per raccogliere l’abbraccio non solo ideale di una città accogliente come il suo porto, di scogli a forma di braccia aperte.

Non aveva testa di lavorare da quando un messaggio di primo mattino ha stravolto giorno e pensieri: “Mamma, hanno bombardato l’aeroporto di Ivano-Frankivsk… Ci hanno attaccato!”.

Quell’aeroporto dista solo venticinque chilometri dalla casa in Ucraina e i missili ora erano davvero cosa reale, non solo minaccia per intimorire il mondo intero.

Oksana, come mai eri in Ucraina?

“Mio fratello, che vive lì con moglie e tre figli, ha avuto un brutto incidente e sono corsa da lui per sostenerlo e curarlo.

Il rischio che Putin passasse dalle parole ai fatti c’era, ma questo non ha impedito che rimanessimo comunque increduli. «Lo ha fatto davvero!» mi ha detto mio fratello, con un filo di voce.

Quindi ero lì per un evento fortuito, perché non ci andiamo spesso, sebbene vivano lì tanti nostri affetti”.

Parlavi dell’incredulità che ha pervaso tutti, nonostante la tensione con la Russia salisse giorno dopo giorno

“Che Putin fosse un uomo senza scrupoli lo avevamo capito dal 2014, quando ha cominciato un conflitto per riconquistare la Crimea, che è repubblica indipendente ma su suolo ucraino: come è San Marino per l’Italia, per intenderci.

Il fatto che avesse minacciato di attaccare giorno 16 febbraio, aveva fatto abbassare il livello di preoccupazione: giorno dopo giorno ci eravamo convinti che no, questa volta non mettesse in pratica le sue intenzioni!”

               

La fila di mezzi, lunga chilometri, verso il confine con la Polonia

 

Come si svolge, se si svolge, la vita in Ucraina in questi giorni?

È una situazione surreale: sembra di vivere in una bolla. Pochi continuano a lavorare come i sanitari o chi ha negozi di alimentari. Sono poche le attività aperte: una mia cara amica mi raccontava che, dopo l’attacco, ha venduto tutto entro mezzogiorno e sebbene l’approvvigionamento dei prodotti alimentari sia ancora garantito, nessuno pensa che possa essere così anche in futuro.

Se la mente riesce a distrarsi un attimo, ci pensano le sirene militari a riportare alla triste realtà. A quel punto, l’unica cosa da fare è scappare nei sotterranei del palazzo per sentirsi al sicuro. In Ucraina tutti i palazzi hanno sotterranei di sicurezza, ma non chiedermi la ragione ‘storica’ di questo.

Vedi spiragli di luce dalla trattativa in corso?

Per l’esperienza che abbiamo, non sono molto fiduciosa; ma la speranza – come si dice qui da noi – è l’ultima a morire!

Io che vivo a Taranto da ventidue anni – che sono di più di quelli trascorsi in Ucraina, dalla mia nascita -, non conosco poi le dinamiche precise, quelle che conoscono solo quelli che le vivono quotidianamente, di questo intervento militare. Oltre a sentirmi profondamente italiana, vedo i tg italiani e, a parte questa fase drammatica, seguo poco le vicende ucraine. Quando parlo con mio fratello o le mie zie, parliamo di come stanno, della salute o di cosa faranno di bello nel weekend, non di geopolitica e un uomo senza morale”.

Mons. Santoro: la Quaresima sia occasione feconda per farci ‘riconoscere’ il male nella sete di potere

07 Mar 2022

Il messaggio per la Quaresima 2022 di monsignor Filippo Santoro, arcivescovo metropolita di Taranto

Carissimi e sorelle,

lasciamoci sospingere dallo Spirito in questa Quaresima del 2022, addentriamoci nel deserto dei quaranta giorni perché il Signore parli al nostro cuore (cfr Os 2). Nella Quaresima il credente trova lo spazio per risalire alla sorgente della fiducia, nel silenzio cerca di intuire il vento con cui il Padre ricrea ogni cosa. Assecondando l’esodo verso la terra promessa, noi dobbiamo ritrovare le ragioni della fede per cambiare il mondo a partire dalla personale conversione.

Ho la sensazione netta che il mondo sia oppresso dalla paura, dall’insicurezza, dalla precarietà. La pandemia (che non è ancora alle spalle) è stata una sferza durissima ad ogni nostra sicurezza e garanzia rispetto ad un nemico invisibile che ci ha terrorizzati. Oggi il fragore delle armi rende visibile il vero nemico dell’uomo. Leggiamo la paura gli uni sui volti degli altri. Sui bambini, sulle mamme, sui papà che si distaccano dalle loro famiglie per difendere il loro paese. C’è paura sui volti dei nostri vecchi che la guerra l’hanno vissuta, c’è paura sul volto di chi il riverbero della guerra lo riceve attraverso i media. Dopo la sirena di allarme in Ucraina tutti cerchiamo riparo, rifugio. Il rifugio per chi crede è Dio.

L’Apocalisse ci ricorda che infuriando il dragone contro la donna (immagine del popolo di Dio) ella si rifugiò nel deserto, a lei furono donate le “ali dell’aquila grande” (cfr Ap 12)  per volare lontano dal male. Le due ali che noi riceviamo da Dio sono la Parola e l’Eucarestia. Sono nutrimenti solidi in questo mondo denutrito spiritualmente che non è capace da sé di produrre il bene. La Parola di Dio e l’Eucarestia che la comunità cerca ancor più di mettere al centro in questo tempo forte con l’ascolto, la vita dei sacramenti e la carità fraterna, rigenerano e trasfigurano il cuore dell’uomo.

Il vero nemico dell’uomo infatti è l’uomo stesso che ha oscurato il legame della fratellanza con la sete di potere, con gli interessi economici mettendo in campo l’orrore e versando sangue innocente. La Quaresima è sempre l’occasione feconda perché il cuore si alleni a riconoscere il peccato sempre accovacciato alla nostra porta (cfr Gen 4). La Sacra Scrittura insegna che ogni omicidio nasce dentro di noi. Così mentre condanniamo fermamente l’invasione della Russia ai danni dei uno stato libero e sovrano come l’Ucraina, noi mettiamo in campo quelle che sono le armi del combattimento spirituale ovvero la preghiera e il digiuno, così come ci ha chiesto papa Francesco e come la tradizione millenaria della Chiesa ci insegna. A cosa serve tutto ciò? A liberare il cuore da ogni fermento di odio, da ogni lievito di cattiveria. Quel pane essenziale, privo di ogni superfluo, insieme con l’acqua elemento di purificazione e di vita ci richiama al dovere di spezzarlo con tutti, per stringere legami poiché non siamo padroni di nulla, ma custodi dei fratelli e del creato. Si diventa più solidali nella ricerca dell’essenziale.

La preghiera non è un soliloquio davanti al vuoto, ma un coro di una comunità che si dispone supplice dinanzi a Dio e ascoltando la Parola dell’amore trova il coraggio di abbracciare i fratelli, così da non sentirsi soli e vincere la paura. Non ci sarà mai giustizia fra i popoli se non costruiremo cuori capaci di amare secondo l’amore di Cristo che dona la sua vita per noi!

Stiamo sentendo parlare tanto di Europa e davanti al Crocifisso pensavo con ingenuità e semplicità che questa Europa che ora cerca in tutti i modi la strada per vie risolutive spesso ha accarezzato l’idea di mettere da parte i segni della nostra fede cristiana perché reputati, per dirla con una parola in voga, non abbastanza inclusivi, per via delle molteplici realtà religiose, così da relegarli esclusivamente nella sfera culturale, come se anche solo la radice culturale del vecchio continente non fosse sufficiente per motivare tali segni come identitari e sorgivi per un futuro degno. Ora vedo in viaggio verso i confini dell’Europa dell’Est tanti crocifissi e crocifisse, bambini, donne e uomini, che sfuggono alla guerra. Guardiamo con verità a quel Crocifisso nelle nostre aule scolastiche, negli ambienti pubblici, sulle cime dei nostri campanili. Volgiamo lo sguardo al supplizio dell’innocente che sulla vetta del patibolo insegna agli uomini di tutti i tempi il linguaggio dell’amore, del perdono. in questa Quaresima, ancora una volta, diamo voce a Lui che con il suo sangue sparso per i peccatori ci ha insegnato che siamo tutti figli dell’unico Padre così che la nostra fede sia incarnata e concreta e rifugga da ogni ideologia che soffoca la voce dello Spirito aprendo le strade alla guerra.

Cari amici, l’esperienza di carattere emergenziale che siamo costretti a vivere non deve eclissare il nostro impegno quotidiano e il cammino diocesano. Anzi dobbiamo con maggiore vigore, facendo eco al messaggio del Santo Padre per questa Quaresima 2022 continuare seminare con fiducia e a sperare in una mietitura secondo i tempi della Provvidenza che non ci abbandona. Mentre nel mondo vediamo l’orrore della divisione per la guerra, nella Chiesa universale è attivo il cantiere della sinodalità, un cammino che oggi appare a noi non solo necessario ma profetico, che chiama tutti in causa, per riconoscere l’azione dello Spirito che nei molteplici carismi assicura i passi di Dio nell’esperienza di una Chiesa unita, in comunione. Così descrive questo percorso papa Francesco: «il cammino della sinodalità è il cammino che Dio si aspetta dalla Chiesa del terzo millennio. Quello che il Signore ci chiede, in un certo senso, è già tutto contenuto nella parola “Sinodo”. Camminare insieme laici, pastori, vescovo di Roma». «Una Chiesa sinodale è una Chiesa dell’ascolto. È un ascolto reciproco in cui ciascuno ha qualcosa da imparare. È ascolto di Dio, fino a sentire con lui il grido del popolo; ascolto del popolo, fino a respirarvi la volontà a cui Dio ci chiama».

La prossima Settimana della Fede, che segna il mezzo secolo delle adunanze tarantine nella concattedrale, sarà l’appuntamento, ancora una volta, in cui si renderà visibile questo percorso diocesano. Invito tutta la comunità ecclesiale a parteciparvi con il vivo desiderio di ritrovarsi insieme a condividere il dono della comunione. Abbiamo bisogno di ritrovarci, non solo per l’esigenza di una normalità che tutti insieme invochiamo da due anni di pandemia, ma perché l’emergenza sanitaria ha minato la comunione, ci ha isolati, ci ha dispersi.

Nel processo della semina vi è quello della naturale sedimentazione e il campo tarantino porta in sé tanti germogli che non dobbiamo trascurare come l’ultima Settimana Sociale dei Cattolici Italiani vissuta nel capoluogo ionico lo scorso ottobre. L’evento in cui abbiamo più volte detto che tutto è connesso, non appartiene agli annali passati e non solo fa parte del nostro presente, ma soprattutto fonda il nostro futuro. Non possiamo perdere l’occasione di ripensare il nostro modo di essere comunità e di guardare al creato proprio nel momento storico in cui si affaccia con prepotenza il ritorno al carbone come unica fonte energetica, rimettendo la sordina al disastro ambientale di cui è esso è concausa. Proprio perché tutto è connesso, la Chiesa tarantina non può dimenticare la battaglia della conciliazione fra diritto alla salute e diritto al lavoro. Non dobbiamo lasciare indietro nessuna delle questioni seppur soverchiati da tanti timori. La priorità rimane sempre l’uomo nella sua integrità, nella cura della casa comune e del bene sociale.

La Quaresima per noi è un tempo meraviglioso per le innumerevoli espressioni della devozione popolare che aiutano il cuore di ognuno ad ascoltare il cuore stesso di Dio. Mi auguro che la prossima Settimana Santa, sia vissuta in tutta la sua bellezza, che nella città ed in ogni paese della nostra diocesi si possano vivere i riti che così caratterizzano il nostro popolo. Per questo nel nostro incontro con i fratelli vescovi di Puglia di metà mese, rifletteremo per prendere una decisione comune perché, rispettando le indicazioni sanitarie dello Stato, camminiamo insieme con quell’afflato di una fede fortemente identitaria che così tanto corrobora la nostra amata terra.

In ultimo vorrei riportare alla vostra attenzione alcuni passaggi della traccia di questo anno pastorale per non perdere il filo di un sentiero intrapreso dal quale non dobbiamo allontanarci.

Siamo fiduciosi nella fedeltà di Dio.

Siamo chiamati a riscoprire la fiducia afferrando la mano al Signore. Solo la fiducia alla sua fedeltà potrà avverare il desiderio di papa Francesco di una Chiesa in uscita. Solo la fiducia nella fedeltà di Dio può farci vincere la paura. Perché è la paura che domina la terra: la paura della pandemia, la paura delle immagini di guerra che arrivano nelle nostre case, la paura di un futuro incerto.
«Pietro non temere, ma fidati di me» ripete il Signore a ciascuno di noi, ad ogni nostra comunità. Solo nella fiducia riusciamo a prendere il largo.  Questa fiducia vive in un luogo, nella Chiesa, nella nostra comunità di parrocchie, di associazioni, di movimenti, di sevizi, di confraternite che sono i luoghi concreti in cui la fedeltà di Dio deve fare irruzione. Nella comunità guardiamo coloro che paragonano di più la propria vita, le proprie esigenze, ciò che ci succede con la presenza di Gesù. Gli amici veri sono quelli che ci spalancano alla pienezza della nostra vita che può essere riempita dalla fedeltà di Dio.

Ecco fratelli e sorelle, nella fiducia assoluta al Signore a alla Chiesa, la nostra missione di quest’anno è quella di aprirci all’ascolto, al dialogo franco. Dobbiamo ascoltare la voce dello Spirito che parla nelle nostre comunità ma anche al di fuori di esse. Non siamo Chiesa se non siamo capaci di camminare insieme e di affiancarci agli uomini del nostro tempo. È vero, noi proponiamo e annunciamo il Regno di Dio, ma siamo accompagnatori in esso e verso di esso perché nessuno rimanga indietro. La Chiesa ha bisogno di rinnovarsi dando ascolto a tutti. Nel Regno il più piccolo è il più grande. L’ultimo è il primo. Il più grande si fa servo. Questa è la matrice della vera sinodalità, frutto del Vangelo coraggioso, autentico e maturo.

Nelle nostre comunità diamo luogo ad una umanità diversa in cui si respira la presenza del Signore come segno di speranza per tutti. La sinodalità è come la missione: dare credito a certe presenze reali che costellano la nostra comunità in cui sentiamo che sono abbracciate le nostre fatiche e i nostri drammi, compresa la morte di persone care.

Alla Vergine Addolorata affido questa Quaresima, a Lei che è la prima stella del mattino di Pasqua, che pur raccogliendo le nostre lacrime nell’otre di Dio, sosta sul calvario di ogni uomo, chiedo con tutto l’affetto di figlio di istillare in noi la speranza della Risurrezione di Gesù che ha vinto il peccato, anche il peccato della guerra e che ha sconfitto la morte per sempre.

Vi abbraccio nel Signore, re di giustizia e di pace

Taranto, 4 marzo 2022, venerdì dopo le Ceneri

Putin ovvero il problema del mondo

07 Mar 2022

di Emanuele Carrieri

Delle due l’una, o non ha memoria o non ha capito niente. Putin, dell’invasione sovietica dell’Afganistan, o non ha memoria o non ha capito niente. Durò quasi dieci anni, furono impiegati più di seicentomila militari dell’Armata Rossa, di cui venticinque mila non tornati vivi a casa. Sul campo, i sovietici lasciarono anche le carcasse di decine di velivoli e di elicotteri, i relitti di centinaia di carri armati e di veicoli blindati, i rottami di migliaia, fra cannoni, mortai e altri mezzi terrestri. Putin non ricorda che, dopo che nel 1986 al Congresso del Partito, Gorbaciov ammise che la guerra era stata un errore, molti esponenti di punta della nomenklatura presero le distanze da un conflitto divenuto ormai impopolare. Non ricorda che ci furono rivolte e proteste in Armenia, Kazakistan e Tagikistan, che forti ostilità antimilitariste e antirusse si ebbero in Ucraina, Georgia e nelle repubbliche baltiche, che la condotta della guerra fu, per la prima volta, sottoposta a un giudizio da una commissione ad hoc istituita dal Congresso dei Deputati del Popolo. Non ricorda o non ha capito niente se a distanza di alcuni decenni piomba lui e fa ripiombare tutto il mondo nella banalità di una aggressione, di una invasione, di una guerra o, come ha scritto la filosofa, politologo e storica Hannah Arendt in un suo saggio, nella “banalità del male”. Putin è diventato, molto banalmente e molto pericolosamente e chissà se e quanto consapevolmente, il problema del mondo, non soltanto degli ucraini, dei russi e degli europei. Proprio così, perché assaltare, attaccare, bersagliare, bombardare le centrali nucleari dicendo, in altre parole, alle nazioni di tutto il mondo: “Non intensificate le sanzioni, perché altrimenti finisce male…”, significa che – se ancora ci fosse necessità di qualche dimostrazione per comprenderlo – l’invasione dell’Ucraina riguarda davvero il tutto: le nostre nazioni, i nostri popoli, le nostre istituzioni, le nostre società, le nostre democrazie, le nostre libertà, le nostre indipendenze, le nostre autonomie, i nostri sistemi economici e produttivi, la nostra Unione europea. E le nostre vite quotidiane, scombinate, scompaginate e scompigliate dal secondo immane pensiero fisso in poco tempo. Dopo la pandemia, dopo i limitati e ridotti lockdown a fasi multiple alternate, ci voleva proprio una botta di vita, un diversivo per rompere la monotonia, la routine quotidiana. Fino al punto che più bambini hanno già fatto la domanda: “Ma le bombe possono arrivare fin qui, possono arrivare pure da noi?”. Non è possibile sapere se e quanto Putin sia davvero consapevole di essere diventato il problema del mondo. “Questa è la guerra di Putin”, ha detto Biden, minacciando di farne “un paria della comunità internazionale”. È già un intoccabile, è già un fuori casta, lo ha detto pure Maurizio Crozza: “Gli uccelli migratori fanno una deviazione per non volare sopra di lui!”. Ma al di là di tutto ciò, una domanda aleggia su ogni altra: è sicuro che Putin capisce che non potrà occupare a oltranza l’Ucraina e raggiungere i suoi irragionevoli obiettivi con le sue “operazioni militari speciali”, se non a un prezzo elevatissimo in termini di sofferenze, un prezzo che farà pagare e sta già facendo pagare al suo popolo, oltre a quello ucraino e, indirettamente, a tutto il mondo? Quando Macron, dopo l’ennesima interminabile, lunghissima telefonata con Putin, ha fatto capire sconsolato che lo zar non si fermerà, ha, indirettamente, detto e chiesto agli alleati: “Quale obiettivo ci poniamo e quali sacrifici siamo disposti a fare per ottenerlo?”. Che poi la Nato riesca a supportare l’Ucraina stando del tutto fuori dal conflitto pare ogni momento che passa sempre più difficile e pericoloso, adesso che ci sono centrali atomiche assaltate, bombardate e controllate, corridoi umanitari da gestire, aiuti militari e no da far arrivare, confini europei da proteggere. Una volta la guerra decimava solamente chi la combatteva, ma in un mondo, più che mai super-globalizzato e ultra-mediatico, la guerra logora chi la dichiara e la decide. Il rischio, serio, è che il logoramento di ciò che resta della leadership putiniana rappresenterà una recrudescenza della ferocia in Ucraina, ma anche ancora maggiore ferocia sul fronte interno. Lo si vede con gli arresti, perfino di Yelena Osipova, 80 anni, una delle sopravvissute all’assedio nazista di Leningrado, con la chiusura delle poche voci libere rimaste. E si allunga dunque la lista dei media internazionali che sospendono la loro attività in Russia: oltre le italiane Rai, Mediaset e Ansa, anche le americane CBS, ABC, CNN e Bloomberg e le tedesche ARD e ZDF hanno interrotto le corrispondenze dei loro studi a Mosca in seguito alla legge che prevede il carcere per chi diffonde notizie “false” sulla guerra in Ucraina. È indispensabile aver chiaro quale strategia adottare e uno schieramento compatto di forze indirizzato al raggiungimento di obiettivi precisi. Nella politica estera, e non solo, il metodo migliore per difendere gli ideali è trasformarli in convinzione nella esecuzione e nella realizzazione di una strategia chiara, pragmatica e realista. In conclusione, tutto il mondo in questi momenti si chiede banalmente: “Che fare con Putin?”. La risposta è altrettanto banale: “Fermarlo”. E come? Bisogna sperare in leader non banali e coraggiosi.

Veglia di preghiera per la pace in Ucraina

03 Mar 2022

Organizzata dagli uffici diocesani per pastorale sociale, per l’ecumenismo e per i migranti, oggi 3 marzo alle ore 19.30, l’arcivescovo di Taranto monsignor Filippo Santoro, nella parrocchia di Sant’Antonio,  presiederà la veglia di preghiera per la pace in Ucraina  “Uniamoci per la pace la pace”.
Alla veglia parteciperanno anche le associazioni Pax Christi e PeaceLink.

 

 

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