La testimonianza: Bosnia, 30 anni fa la guerra. Omerspahic (ex prigioniero): “Io non odio”

06 Apr 2022

Stessa sofferenza e stessi crimini: parte da questa consapevolezza la storia di Amir Omerspahic, bosgnacco, che dopo aver vissuto, a soli 17 anni, gli orrori della guerra in Bosnia, ha deciso di raccontare la sua storia di ex detenuto di un campo di prigionia serbo. Amir, insieme ad altri suoi amici serbi e croati, accomunati dalla stessa sorte, hanno maturato, grazie a un progetto di peace-building di Caritas Bosnia, la certezza che il popolo di cui facevano parte si era macchiato degli stessi crimini commessi da coloro che li avevano vessati. Uomini accomunati dalla stessa sofferenza che oggi, trenta anni dopo, gridano il loro ‘no’ alla guerra e all’odio etnico e settario.

(Sarajevo) “Sono nato nel villaggio di Godjenje, nel comune di Han Pijesak, nell’Est della Bosnia Erzegovina. Un paese multietnico, abitato a maggioranza da serbi, ma nei villaggi circostanti molti erano bosgnacchi. Fino all’aprile 1992 nessuno dava importanza alla religione che professavi o alle tue origini e la vita scorreva tranquilla”: comincia così il racconto di Amir Omerspahic, che al Sir ripercorre il conflitto che dal 1992 al 1995 mise croati, bosgnacchi e serbi gli uni contro gli altri, in un susseguirsi di orrori fermati solo dagli Accordi di Dayton (novembre 1995). Quello di Amir non è solo il drammatico racconto di guerra di un giovane bosgnacco ma è anche la testimonianza che getta luce sul destino di tante persone (oltre mezzo milione, ndr.) che, in quel tempo, hanno vissuto la deportazione e la prigionia negli oltre 960 campi di concentramento. Trenta anni dopo il ricordo di quegli anni è ancora vivo e dettagliato.

 

La storia. “Avevo 17 anni quando nella primavera del 1992 sono cominciati gli attacchi dell’esercito jugoslavo, o meglio dire serbo, e delle milizie affiliate. Fu subito chiaro che quello che un tempo era l’esercito di tutti, da quel momento sarebbe stato l’esercito solo di una parte. All’inizio di giugno il mio villaggio e quelli vicini, tutti musulmani, furono bombardati dai serbi. L’unica cosa da fare era fuggire nei boschi e nascondersi tra le montagne. In molti persero la vita, anche bambini, tanti rimasero invalidi”. Ma era solo l’inizio perché nel settembre del 1992 il villaggio di Amir fu raso al suolo costringendo il giovane a rifugiarsi, con la famiglia, nella vicina città di Zepa. Anche qui continuarono i bombardamenti serbi nonostante i cieli di Bosnia fossero stati dichiarati no fly zone dalla Nato. La fame, inoltre, si faceva sentire perché i serbi impedivano il passaggio degli aiuti umanitari. Nel maggio 1993 Zepa fu dichiarata dall’Onu area protetta: “In quel momento – ricorda Amir – la situazione cominciò a migliorare ma non si poteva uscire perché eravamo circondati”. Tutto rimase così fino al luglio del 1995 quando le forze serbe attaccarono e conquistarono Zepa e i centri vicini. “Eravamo nel panico perché avevamo saputo, da alcuni sopravvissuti, dell’eccidio di Srebrenica avvenuto pochi giorni prima: oltre 8mila persone di fede musulmana trucidate dalle milizie del generale Ratko Mladic, comandante militare dei serbi di Bosnia”. A quel punto, continua Amir, “l’unico modo per sopravvivere era quello di attraversare il fiume Drina e passare il confine serbo ma il 2 agosto del 1995 veniamo catturati, con i miei compagni, dai serbi che come segno di benvenuto uccisero un nostro amico sotto i nostri occhi”. Da quel momento in poi solo violenza e umiliazioni: “Ci fecero mettere in colonna due a due, con le mani dietro la nuca, e costretti a correre nel bosco. Mentre correvamo ci picchiavano sulla testa. Solo in quel momento mi resi conto di sanguinare ma non potevo togliere le mani. Avevo una grave ferita alla mano destra. Poi ci caricarono su dei camion, ammassati all’inverosimile al punto che alcuni prigionieri morirono soffocati. Arrivati in un piccolo villaggio serbo – continua il racconto di Amir – fummo presi in carico dalla polizia locale. In quel momento pensai che le nostre condizioni sarebbero migliorate invece l’inferno stava solo per cominciare. Siamo stati interrogati, accusati di cose mai commesse, picchiati, umiliati in tutti i modi per lunghissimi giorni. Ci davano del cibo immangiabile, nessuna igiene. Al nostro arrivo ci venne dato anche un nome serbo perché dovevamo chiamarci tra di noi con nomi serbi, dovevamo pregare come i cristiani ortodossi, segnarci con la croce. La prima volta che mi sono fatto il segno di Croce ho sbagliato e per questo sono stato preso a schiaffi da un soldato. Nel frattempo la ferita alla mano destra si era aggravata, non potevo muovere più il braccio per l’infezione. Le mie condizioni di salute peggioravano. Fui visitato da una dottoressa che ordinò subito il mio ricovero perché avevo una cancrena in stato avanzato”. In ospedale Amir viene curato da un medico: “Dopo tanto tempo, quella volta, sono tornato a sentire un po’ di calore umano grazie a quel medico che mi ha salvato la vita. Ho perso una parte del pollice ma questo non importa. Quando fui dimesso per essere riportato al campo di prigionia, il medico mi donò una coperta – fino ad allora avevo dormito sul cemento – e ai soldati diede l’ordine di non picchiarmi più. A quel punto le torture furono solo psicologiche. Da quel campo di concentramento sono uscito il 29 gennaio del 1996″.

“Non sono mai riuscito a capire il motivo di così tanto odio nei nostri confronti, da parte di persone non avevamo mai visto in vita nostra”.

Dentro il tunnel. L’uscita da quel campo, per Amir, coincide con l’ingresso in un tunnel fatto di isolamento dal mondo, di problemi di salute, di silenzio. L’unico lampo di luce restava il volto di quel medico serbo, “il volto di chi mi ha salvato. Quella persona, quel popolo che vedevo nemico, aveva il mio stesso cuore, la mia stessa anima”.

“Io non odio i serbi, perché come in ogni popolo, ci sono buone e cattive persone. Nella mia esperienza, nel momento peggiore quando stavo rischiando la vita, è stato un serbo a salvarmi che non mi ha chiesto chi fossi. Mi ha trattato da persona. Non sono ossessionato dall’odio, mi sento sulla strada giusta, quella della comprensione e della riconciliazione tra le persone”.

Una missione non facile nella Bosnia del post Dayton: “All’inizio ci hanno chiamato anche traditori, ma non è importante perché sentivo e sento che era la cosa giusta da fare. Siamo andati a parlare ovunque in Bosnia, in luoghi a maggioranza croata, bosgnacca e serba. La cosa che più ci fa piacere è parlare ai giovani, nelle scuole, nei gruppi, perché non è giusto che i giovani vivano l’esperienza della guerra”.

“Non parliamo di colpevoli, ma raccontiamo le nostre vicende personali”.

“Lo sforzo e il dolore di ricordare diventa soddisfazione quando vedi questi giovani capire che la divisione e l’odio non pagano. Di una cosa mi rendo conto: c’è bisogno ancora tanto di parlare, di raccontare, di fare chiarezza. Spetta ai tribunali giudicare quanto è accaduto. Purtroppo la nostra politica non ha interesse a raccontare queste cose. I politici vivono ancora in una mentalità di divisione se non di guerra. Sono più interessati al potere che al bene del popolo che stordiscono con il mito del nazionalismo, utile solo a garantirsi il voto”. Anche per questo motivo Amir segue con preoccupazione ciò che accade in Ucraina: “la speranza è che il conflitto non si allarghi anche ai Balcani. Dobbiamo fare tesoro dell’esperienza della guerra del 1992”. A riguardo Amir ci tiene a ringraziare l’Italia e le migliaia di volontari che si sono prodigati per il popolo bosniaco, durante la guerra. “I bosniaci sono molto legati all’Italia. Abbiamo anche tifato per voi all’ultimo Europeo”, conclude con un sorriso.

Francesco

“Uscire dalla visione distorta sui migranti proposta da molti media”

06 Apr 2022

“Malta è un luogo-chiave per quanto riguarda il fenomeno delle migrazioni”. Lo ha sottolineato il papa, che ripercorrendo nell’udienza di mercoledì 6 le tappe del suo viaggio apostolico a Malta ha raccontato come “nel Centro di accoglienza Giovanni XXIII ho incontrato numerosi migranti, che sono approdati sull’isola dopo viaggi terribili”. “Non bisogna stancarsi di ascoltare le loro testimonianze, perché solo così si esce dalla visione distorta che spesso circola nei mass-media e si possono riconoscere i volti, le storie, le ferite, i sogni e le speranze di questi migranti”, l’appello di Francesco: “Ogni migrante è unico, non è un numero, è unico come ognuno di noi: il migrante è una persona con la sua dignità, le sue radici, la sua cultura. Ognuno di essi è portatore di una ricchezza infinitamente più grande dei problemi che pure comporta”. “E non dimentichiamo che l’Europa è stata fatta dalle migrazioni”, ha aggiunto a braccio.  “Certo, l’accoglienza va organizzata, va governata, e prima, molto prima, va progettata insieme, a livello internazionale”, ha precisato il papa: “Perché il fenomeno migratorio non può essere ridotto a un’emergenza, è un segno dei nostri tempi. E come tale va letto e interpretato. Può diventare un segno di conflitto, oppure un segno di pace. Dipende come lo prendiamo, dipende da noi”.

Editoriale

La promessa neutralità dell’Ucraina ha tante ombre

Ukrainian President Volodymyr Zelensky addresses members of the Italian Parliament via video conference during an extraordinary Plenary session debating on the 'Russian aggression against Ukraine' at the Italian Parliament in Rome, Italy, 22 March 2022. ANSA/ALESSANDRO DI MEO
06 Apr 2022

di Giuseppe Casale*

Guardando al “bicchiere mezzo pieno”, si può sostenere che i colloqui di Istanbul hanno stabilito almeno un punto fermo: la rinuncia ucraina a entrare nella Nato, accettandosi neutrale. Ma l’assenza di precisi contenuti circa lo status lascia pensare a un compromesso sospensivo, di natura più che pre-negoziale. Peraltro, se i modelli restano quelli trapelati già a metà marzo, le contraddizioni tra questi e le dichiarazioni delle due diplomazie non mancano.

Si è parlato della neutralità “perpetua” del tipo costituzionalizzato dall’Austria nel 1955 per liberarsi dagli occupanti sovietici e angloamericani, rinunciando a schierarsi tra i due blocchi bipolari e, più in generale, a non coinvolgersi in alleanze militari e a non ospitare basi straniere. L’alternativa sarebbe la neutralità “convenzionale”, non costituzionalizzata, del tipo adottato dalla Svezia a partire dal 1834, parzialmente derogata con le facilitazioni logistiche alla truppe tedesche nel 1941 e poi ribadita a conclusione del conflitto mondiale. In entrambi i casi, la neutralità non ha impedito l’adesione alla Ue, la partecipazione a missioni di peacekeeping e le collaborazioni in partenariato con la Nato.

A parte le incognite sulla modifica della previsione programmatica in cui la costituzione ucraina menziona l’adesione alla Nato, resta il nodo della compatibilità tra i due modelli – che comunque contemplano l’esistenza di forze armate nazionali – e l’obiettivo russo, dichiarato alla vigilia dell’invasione, di smilitarizzare Kiev: la formula sembrerebbe prossima piuttosto a quella dettata dagli Usa per l’art. 9 della costituzione giapponese del 1947. Non dissimile il discorso se si tratta di prestabilire limiti prefissati alle dotazioni militari. Anche in questo caso, si comprende il rilancio ucraino per la specialità di una soluzione in termini di garanzie di fattiva difesa prestate da Stati terzi. D’altra parte, pur non implicando l’automatismo dell’art. 5 del Trattato Nato (immediata reazione militare in soccorso di un alleato), a seconda dei garanti, ciò potrebbe precostituire rinnovate recriminazioni russe rispetto all’atlantizzazione surrettizia del Paese.

A ogni buon conto, è la guerra sul campo che volge a determinare il tipo di neutralità che dovrà stabilirsi. Le notizie degli ultimi giorni descrivono la concentrazione delle forze russe sul Donbass e la fascia costiera. I nuovi attacchi a Odessa, il bersagliamento di infrastrutture critiche (raffinerie e impianti di stoccaggio, ponti e snodi ferroviari), l’apertura di più punti d’attacco sulla linea del fronte, il movimento a tenaglia da nord a est, sono elementi che chiariscono la volontà di raggiungere una condizione di preminenza con cui chiudere la partita, imponendo lo stato di fatto territoriale o usando gli ulteriori avanzamenti come merce di scambio per vincere i dinieghi ucraini. Specularmente, anche l’intermittenza tra rigidità e possibilismo di Zelensky sembrerebbe ispirata dalle difficoltà russe, di cui si spera di approfittare per modificarne al ribasso le posizioni negoziali, in attesa di altre armi e dell’inasprimento delle sanzioni.

Su un piano del tutto differente, un altro attore è alle prese con questioni di neutralità. Nel suo caso, però, non subita, bensì rivendicata. Nel vertice del 1 aprile, von der Leyen e Michel sono tornati a chiedere al governo cinese una scelta di campo, ossia di sottrarsi al ruolo di salvagente della Russia per costringerla a desistere. Sebbene i termini impiegati siano stati “mediazione” e “persuasione”, è chiaro il tipo di leva che si vuole dalla Cina, al punto di definirne l’equidistanza una complice interferenza nell’azione occidentale. Sul piatto, assieme alla reputazione internazionale di Pechino, i leader europei hanno posto il confronto tra il volume dei suoi traffici con Ue e Usa, superiore di 9 volte a quelli con Mosca. Oltre al bastone, la carota: lo sblocco della ratifica di Strasburgo all’Accordo globale sugli Investimenti (Cai) e la rassicurazione di considerare Taiwan un partner economico e non anche un soggetto politico sovrano.

Dietro le apparenze dello scambio, dunque, continua a modularsi la logica del “con noi o contro di noi” già sottoposta senza contropartite da Biden a Xi Jinping. E da quest’ultimo respinta, non soltanto invitando ad apprezzare la neutralità stabilizzatrice dell’azione cinese e a curarsi delle ripercussioni finanche alimentari sulla popolazione mondiale, ma altresì addebitando alle intemperanze imperialistiche della Nato la riproposizione anacronistica del manicheismo della Guerra fredda.

Ciò rende viepiù evidente quanto la vicenda ucraina si include nella competizione globale, in cui la Casa Bianca tenta di rendere Pechino funzionale all’agenda contemporanea, prefigurando in alternativa un neo-bipolarismo incompatibile con l’“armonia tentacolare” che consente a Pechino di penetrare in tutti i mercati. D’altronde, il Gigante asiatico non avrebbe preclusioni ideologiche a scaricare la Russia: sodale tattica ed estemporanea, rivale storica e pur sempre occidentale, abusivamente estesa sino alle estreme propaggini d’Oriente. E ora rivelatasi pericolosamente destabilizzante. Per giunta, in una vicenda anch’essa tutta occidentale, su cui la società cinese, in sintonia con il governo, esprime la condanna equilibristica sia dell’ingerente espansionismo atlantista sia della trasgressione russa al dogma della sovranità. Tuttavia, abbandonare Mosca gratis non è nelle corde mandarine. Almeno, i segnali lanciati dopo i colloqui romani hanno suggerito aspettative in ordine alla non interferenza su Taiwan, Hong Kong, Xinjiang, Tibet e a una revisione dei piani statunitensi su Quad e Aukus, visti come una sorta di Nato indo-pacifica.

La Cina non tollera di essere messa sotto pressione e, per farlo intendere, ha risposto con la medesima moneta, ribadendo la formula dell’“amicizia senza limiti” con la Russia. La cui estensione dipenderebbe dall’Occidente: il messaggio cifrato è stato inoltrato il 30 marzo, nell’incontro tra Lavrov e Wang Yi a margine della conferenza di Tunxi. Nelle dichiarazioni dei due spicca la promozione di un ordine mondiale multipolare, da costruire cominciando a reclutare il sud globale: l’attivismo diplomatico cinese in queste settimane di guerra, intessuto di incontri bilaterali presso diverse capitali asiatiche e africane, ne è tangibile attestazione.

Più concretamente, la conferenza di Tunxi tra i Paesi confinanti con l’Afghanistan ha dato risalto all’utilità geostrategica che Mosca, dopotutto, rappresenta per la Cina. Certamente quale scudo frapposto tra questa e l’Occidente, nonché come disciplinatrice orbitale delle repubbliche centroasiatiche percorse dalle Vie della Seta. Per nulla residuale poi è la posizione della Russia come partner condiviso con l’India, già foriera di frizioni territoriali, ora lanciatasi a sfidare, con colossali investimenti, la connettività infrastrutturale di Cina e Pakistan con Kabul mediante l’hub marittimo di Chabahar (per il quale Nuova Delhi sta ingaggiando la collaborazione delle menzionate repubbliche) e pronta a siglare con l’Australia la piattaforma di cooperazione commerciale (Ecta) più estesa al mondo.

Su questi presupposti pragmatici Pechino mostra che, se gli Usa (non certo la Ue) non hanno di meglio da offrire, non può certo contribuire né per una Russia in ginocchio né per la destituzione di Putin, prestandosi a una mediazione “schierata” del tipo concepito oggi a Occidente. L’ambivalente e conservativa neutralità, accreditata dal mancato riconoscimento dell’annessione della Crimea, può consentire l’attesa di sviluppi che interpellino il Gigante in modo più remunerativo, ovvero, che lo spingano a smarcarsi dal Cremlino paventando perdite non più compensabili.

*Pontificia Universitas Lateranensis

Otium

Musica, cultura, libri, fotografia:
tanti eventi in vista della Pasqua

05 Apr 2022

di Silvano Trevisani

La coincidenza del periodo pasquale con il ritorno alla normalità, dopo la fine dell’emergenza covid, che ci lasciamo alle spalle non senza timori, risveglia la voglia di partecipazione. Nonostante la paura per un virus che, ormai, sta diventando endemico, sono numerose le iniziative che si stanno già svolgendo nel nostro territorio in vista delle festività pasquali e che della Pasqua esaltano l’altissimo significato spirituale della memorie della Passione e della Resurrezione e la indagano in vario modo, soprattutto attraverso la dimensione artistica.

Noi proviamo a offrire un repertorio delle manifestazione in programma nel nostro territorio, segnalando le più significative. Si tratta di un repertorio “aperto” che può essere aggiornato “in progress”, anche attraverso le segnalazioni che ci giungono dalle varie realtà locali e dai nostri “utenti”.

Martedì 5 aprile per la rassegna Mysterium Festival concerto con le musiche di Strauss e Brahms, e non solo, nel programma musicale “Un amore di musica”, con l’Orchestra della Magna Grecia diretta dal Maestro Maurizio Lomartire, con il soprano Martina Gresia. Dopo l’appuntamento di lunedì nella Chiesa San Massimiliano Kolbe, si replica stasera alle ore 20, nella Chiesa di San Francesco. Fra i brani in programma, “Vier letzdte lieder” di Richard Strauss e “Ouverture Tragica Op. 81” di Johannes Brahms. Ingresso libero su prenotazione. Fra i brani in programma, composizioni dello stesso Lomartire (A better april) e Silvia Colasanti (Cede pietati, dolor – Le anime di Medea).

Mercoledì 6, alle 19,30, nella Chiesa della Madonna del Carmine di Grottaglie, sarà la Banda Città di Grottaglie, diretta dal maestro Antonio L’Assainato a offrire un concerto di musiche desunte dalla tradizione della Settimana Santa, che si pone come riflessione della Passione e delle tragedie vissute dal popolo ucraino.

Mercoledì 6, alle 20.15 nella chiesa Angeli Custodi e giovedì 7 aprile, stessa ora, nella chiesa Sant’Antonio a Taranto, in programma una delle più importanti produzioni dell’ottava edizione del Mysterium Festival: “Misa criolla” di Ariel Ramirez eseguito dal gruppo Inty Raymi e il L.A. Chorus diretti dal Maestro Sergio Lella. Anche in questo caso, ingresso libero su prenotazione (green pass e mascherina ffp2 obbligatori).

Giovedì 7 alle 19,30, nella Chiesa della Madonna del Carmine di Grottaglie, terza catechesi quaresimale tenuta da monsignor Benigno Luigi Papa, che verterà sul tema: “La parrocchia luogo di formazione e di esercizio dello stile sinodale”.

Giovedì 7 si apre, nell’antico oratorio della Confraternita del Purgatorio di Grottaglie, in piazza Regina Margherita, la mostra fotografica sulla settimana Santa di Grottaglie. Foto amatoriali a cura di Alfonso Manigrasso; Carmela Caiazzo e Ciro Stefani. Orario di apertura serali: 16/19 – sabato e domenica mattina 09/12 pomeriggio 17/20.

Venerdì 8, alle 18, nel Centro ricerca Crac, in corso Vittorio Emanuele II n. 17, a Taranto, l’Associazione #Ante Litteram, in collaborazione con la Fondazione Rocco Spani e il Comitato per la qualità della vita, incontro sul tema: “Alda Merini e il poema della croce”. Dopo l’introduzione di Giulio de Mitri, presidente del Crac, Annalisa Adamo, presidente di #Ante Litteram, dialogherà con monsignor Franco Semeraro già arciprete di Martina Franca, e Silvano Trevisani. Seguirà un reading di Giovanni Guarino, che leggerà alcune poesie di Alda Merini tratte dal libro “Il poema della croce” (edito da Frassinelli) e verrà eseguita – dalla pianista Vittoria Macheda – l’inedita composizione musicale della stessa Alda Merini “Perché risorgo padre”

Venerdì 8 a Grottaglie torna “Pathos La Settimana Santa a Grottaglie. Riti e tradizioni”, gli appuntamenti culturali dedicati alla scoperta del mondo suggestivo di arte, storia e tradizione che ruota intorno alla Pasqua. Ore 17, Visita guidata esclusiva alla scoperta degli oratori delle Confraternite nel centro storico di Grottaglie. Il giorno coincide con il Venerdì di Passione quando la Confraternita del SS. Nome di Gesù dà inizio ai Riti con la processione della Desolata. Luogo d’incontro: Castello episcopio.

Venerdì 8 alle ore 20 nella Chiesa di Cristo Re a Martina Franca è in programma un appuntamento con la grande musica sacra europea. Verranno eseguite le Leçon de Ténèbres, tre composizioni scritte da François Couperin (1668-1733) tra il 1713 e il 1717 per le liturgie della Settimana Santa nell’abbazia di Longchamp. Protagonisti saranno Annamaria Bellocchio soprano, Ester Facchini soprano, Antonella Parisi viola da gamba, Gaetano Magarelli organo, Antonio Magarelli maestro al cembalo. Il Concerto è organizzato dal Centro artistico musicale Paolo Grassi in collaborazione con la Fondazione Paolo Grassi e la parrocchia di Cristo Re. Ingresso libero fino ad esaurimento posti.

Venerdì 8, alle ore 20, bella parrocchia Madonna del Carmine di Grottaglie incontro in preparazione della Settimana Santa con l’arte. “Pietro e Giuda Sentieri di misericordia”. Relazione Roberto Carbotti, seminarista del Seminario teologico.

Sabato 9, nella parrocchia Santi Patroni d’Italia di San Giorgio Jonico, alle 19.30, canto a cappella polifonico a cura del coro polifonico Giuseppe Verdi, diretto dal maestro Giuseppe Parabita. All’organo: Francesco Lacorte, al Clarinetto: Leonardo Dicursi. Con la partecipazione straordinaria del cantautore Giuseppe Cionfoli

Domenica 10, nel Castello episcopio di Grottaglie, largo Maria Immacolata, alle ore 19 sarà inaugurata la mostra fotografica “Settimana Santa in Puglia”, organizzata dall’Associazione Duepunootto. Espongono: Anna Calabrese, Gianfranco Corvino, Federico D’Amuri, Daniele De Marco, Max Germinario, Luigi Petraroli, Mimmo Zinzanella. La mostra è visitabile nei seguenti orari: da martedì a venerdì: 10-13, 15.30-18,30; sabato, domenica e festivi: 10.30-13, 15.30-19.

Lunedì 11, alle ore 20 nella Parrocchia di San Lorenzo da Brindisi di Taranto ritorna “Pasqua nei Quartieri”, con l’evento conclusivo: il concerto dell’Orchestra da camera del Liceo Musicale Archita di Taranto, diretta dalle professoresse Mina Melucci e Laura Mazzaraco.
Il doppio appuntamento della rassegna pasquale nelle Parrocchie di periferia di Taranto, alla sua IV edizione, è stata fortemente voluta da Carmen Galluzzo Motolese, sostenuta da Associazione Marco Motolese, Club per l’Unesco Taranto e Associazione ArmoniE OdV, e quest’anno ha il pregio di essere abbinata al Mysterium Festival.

Lunedì 11 aprile, alle 20, nella Chiesa della Madonna del Carmine di Grottaglie, sarà presentato il libro “Emozioni sotto il cappuccio”, viaggio attraverso le emozioni e i sentimenti legati ai Riti della Settimana Santa di Taranto, di Chiara Lucia Palumbo.

Serie tv

Una vita sulle punte

05 Apr 2022

di Sergio Perugini

“Ballerina”. È uscita nel 2016 l’animazione franco-canadese “Ballerina” diretta da Eric Summer e Éric Warin, con le voci di Sabrina Ferilli ed Eleonora Abbagnato, cartoon capace di dare forma avventurosa alle aspirazioni di una giovane orfana che sogna un futuro nella danza classica. Non è il primo né l’ultimo tentativo di portare sullo schermo il faticoso cammino sulle punte: da ricordare degli anni Duemila, ad esempio, l’inglese “Billy Elliot” (2000) di Stephen Daldry, che unisce racconto sociale, la periferia povera inglese segnata dalla crisi delle miniere anni ’80, e la volontà di mettere in moto l’ascensore sociale superando le selezioni alla rinomata Royal Ballet School di Londra; ancora, Darren Aronofsky nel 2010 mostra scena e retroscena della danza classica nel thriller claustrofobico “Il cigno nero”. Ora su Sky e la piattaforma Now è disponibile la serie francese “L’Opéra” (8 episodi, produzione Orange Studio), scritta e diretta da Cécile Ducrocq (“Chiami il mio agente!”, “Le Bureau”): un viaggio nel tempio della danza parigina tra atmosfere sognanti e feroci…

Vita da étoile. Zoé è una étoile trentacinquenne dell’Opéra national de Paris. Ha uno stile di vita deragliato, dopo delusioni e sofferenze. Quando il nuovo direttore Sébastien avvia la causa per il suo licenziamento, la donna prova a rimettersi sulle punte. Decide di aiutare anche l’esordiente Flora, che si batte per un ingresso come ballerina stabile…

Pros&Cons. La danza, ma non solo. È di certo una serie stratificata “L’Opéra”, novità Sky-Now da marzo 2022. Si tratta di un racconto drammatico che esplora la vita di ballerine e ballerini professionisti o aspiranti tali, mostrati attraverso lunghe sessioni di prove, esercizi alla sbarra, audizioni, rapporto con il cibo, rivalità e frustrazioni. Non siamo però in una scuola qualsiasi, ma l’Opéra national de Paris, luogo ambitissimo, iconico ed elitario. La serie, dunque, prende il via con premesse ottime, ossia mostrare il quotidiano di “soprannumerari”, pronti a cogliere l’occasione della vita, come pure la difficile esistenza delle étoile, spaventate dal passare del tempo e dalle fragilità del fisico. Unico neo è la linea narrativa, sovraccaricata da un’eccessiva problematizzazione delle storie: in particolare è il personaggio di Zoé che risulta poco riuscito– anche se l’attrice Ariane Labed è portentosa! –, tratteggiata attraverso una sequela di eccessi, in una vertigine di alcol, droghe e relazioni occasionali. Funziona invece Flora (molto espressiva Suzy Bemba), ventenne di colore che viene dalla periferia irrequieta di Parigi, che scalza con tenacia i non pochi ostacoli sul suo cammino, tra commenti velenosi e pregiudizi razziali. Nell’insieme il racconto affascina per lo sguardo sul teatro, sui suoi artisti e la preparazione dei balletti, perde invece mordente per l’avvitarsi problematico delle piste narrative. “L’Opéra” è una serie complessa e problematica, indicata per adulti.

Hic et Nunc

Mysterium Festival, mercoledì 6 e giovedì 7, l’opera di Ariel Ramirez

05 Apr 2022

Misa Criolla, la gioia della preghiera

Mercoledì 6 aprile alle 20.15 nella chiesa Angeli Custodi e giovedì 7 aprile, stessa ora, nella chiesa Sant’Antonio a Taranto, in programma una delle più importanti produzioni dell’ottava edizione del Mysterium Festival: “Misa criolla” di Ariel Ramirez eseguito dal gruppo Inty Raymi e il L.A. Chorus diretti dal Maestro Sergio Lella. Anche in questo caso, ingresso libero su prenotazione (green pass e mascherina Ffp2 obbligatori).

Composta dal musicista argentino nel 1963, l’opera utilizza un testo liturgico spagnolo approvato dalla Chiesa cattolica (Kyrie, Gloria, Credo, Sanctus, Agnus Dei) sovrapponendolo alle forme musicali folkloristiche dell’America Latina. Per sottolineare il carattere universale e atemporale di questa musica, l’opera viene interpretata con strumenti classici (chitarra, pianoforte e contrabbasso) insieme con strumenti tipici del folklore andino pre e post-colombiano (charango, bombo, sikus, quena e una serie di percussioni di ogni tipo). La nuova veste musicale che ascolteremo in questa occasione arricchisce la preghiera di significati gioiosi e restituisce un valore autentico alle parole che spesso recitiamo senza pensare.

Non solo chiese ad ospitare l’intera rassegna, ma anche luoghi di interesse storico e culturale: il Museo archeologico nazionale della Magna Grecia (MArTA), la sede dell’Università “Aldo Moro” ex Caserma Rossarol, il Castello aragonese, l’ex chiostro della chiesa del SS. Crocifisso, il santuario dei Santi Medici in città vecchia, infine il teatro comunale Fusco e il teatro Orfeo.

La direzione artistica del Mysterium Festival è del maestro Pierfranco Semeraro, quella dell’Orchestra Magna Grecia del maestro Piero Romano. La rassegna di eventi di fede, arte, storia, tradizione e cultura è promossa dall’Arcidiocesi di Taranto, insieme con l’Orchestra della Magna Grecia, il L.A. Chorus, il Comune di Taranto, la Regione Puglia, il Ministero della Cultura e Le Corti di Taras, con la collaborazione di “Fondazione Puglia”, “Programma Sviluppo”, “BCC San Marzano di San Giuseppe”, “Comes”, “Chemipul”, “Fondazione Taranto e la Magna Grecia”.

Ingresso libero su prenotazione. Richiesti: green pass e mascherina Ffp2. Info: Orchestra della Magna Grecia, via Giovinazzi 28 (392.9199935); prenotazione possibile anche sul sito eventbrite (www.eventbrite.it).

Letteratura

Le letture consigliate da Nuovo Dialogo

05 Apr 2022

di Marco Testi
Un’antologia poetica, la dimensione del femminile nel rapporto con Dio, e i quarantenni lontani dalla Chiesa

La semplicità e l’estrema coerenza tra fede cristiana e modo di vivere fanno di Igor Barreto uno dei più rilevanti esempi nel panorama della poesia contemporanea. Nato in Venezuela ma di origini italiane, Barreto pubblica ora una antologia poetica (che però contiene alcuni frammenti di prosa con “coda” lirica), “Ultimo giorno di viaggio”, tradotto da Alessio Brandolini. La grandezza di questa poetica è la coincidenza tra realtà e interiorità, nel senso che l’amore per la natura, per gli animali (Barreto vive in una casetta di campagna vicino Caracas allevando galline e coltivando l’orto) non esclude la coscienza del male. I suoi punti di riferimento sono tra l’altro esplicitati nelle liriche in una sorta di colloquio segreto, come nel caso del poeta russo Mandel’stam, morto di stenti in un lager sovietico e di Rimbaud che in “Il muro di Mandel’stam” (2018) tornano a chiedere semplicemente il primo la riappropriazione della tenerezza perduta (“ancor più in questo paese/ dove la tenerezza/ è una comune difficoltà”) e il secondo una “gamba artificiale” per riprendere i suoi vagabondaggi dopo l’amputazione per un tumore. Barreto fa i conti con la mancanza di senso senza arrendersi, perché le contraddizioni fanno parte di una circolarità il cui dolore è soprattutto scaturigine dalla ossessione umana di razionalizzare e di nominare le cose. I canti delle creature ricordano echi di un giardino perduto ma che manda ancora bagliori di senso: “il mio gallo/ è un pennuto che canta come l’arcangelo Gabriele/ spaventando le ombre”. San Giovanni della Croce ma anche Whitman, Guénon e il misticismo, cristiano e orientale, Orazio, ma soprattutto il Monte Analogo di Daumal che, pur non citato fa capolino nel viaggio immaginario di “Annapurna” (2012), fanno di “Ultimo giorno di viaggio” un itinerario nella letteratura contemporanea, in particolare la poesia di chi è escluso dal gotha della letteratura, o messo in un cantuccio per motivi politici e ideologici.

Igor Barreto, “Ultimo giorno di viaggio”, Edizioni Fili d’Aquilone, 158 pagine, 15 euro

 

La dimensione del femminile emerge con tutta la sua potenza creativa e la sua forza in “Dieci volti del mistero. Donne che parlarono con Dio”: il percorso di recupero delle storie di Ildegarda di Bingen, Brigida di Svezia, Maria di Gesù d’Agreda, Anna-Katharina Emmerick, Luisa Piccarreta, Elena Aiello, Alexandrina Maria da Costa, Maria Valtorta, Faustina Kowalska, Teresa Musco da parte di Saverio Gaeta, che ha alle spalle molte ricerche su apparizioni e miracoli, passa attraverso lacerti della loro vita, documenti e testimonianze. Il mistero del contatto urticante del divino soprattutto con ragazze povere e non istruite, con le dovute eccezioni di nobili e destinate al trono, come Brigida, ci porta a fare i conti con le domande che la cultura laica ci pone. Se non che proprio Brigida e Ildegarda ci mostrano come il richiamo del sacro non dipenda dalla fragilità emotiva e dalla scarsa razionalità culturale, ma da altro, che non è né suggestione né cedimento all’irrazionale e ai fantasmi interiori. Non solo perché esistono degli elementi costanti nei dialoghi con il divino (la richiesta di espiazione per gli errori dell’umanità: guerre, armi terrificanti, massacri di milioni di persone) ma perché gli elementi sovrannaturali delle stimmate, delle bilocazioni, della levitazione, se da una parte portano alle dovute cautele, dall’altra aprono le porte al mondo del non visibile e dell’intervento divino nel nostro qui e nel nostro ora. Lo stesso peregrinare di alcune, come Brigida, in questo libro rivela la sua vera dimensione di ubbidienza alla voce altra e non ad una fissazione o peggio ad una volontà di conoscere nuovi luoghi: la compatrona d’Europa si sentiva “ormai priva di forze”, e desiderava non intraprendere quelli che allora erano massacranti viaggi, ma la Voce la incoraggiò a recarsi a Gerusalemme e di non preoccuparsi, perché la avrebbe sorretta nel viaggio. Sono queste dei “Dieci volti del mistero” pagine in cui la Storia con la maiuscola, dei principati, degli imperi e della Chiesa si fonde con le singole storie di donne di tutti i ceti sociali, unite dal desiderio di salvare gli altri attraverso il sacrificio di sé su questa terra.

Saverio Gaeta, “Dieci volti del mistero. Donne che parlarono con Dio”, San Paolo, 307 pagine, 18 euro

 

Come riportare Peter Pan non solo e non tanto in chiesa, ma alla preghiera e alla comunità? Cerca di dare una risposta a questo drammatico (visto lo spopolamento dei luoghi sacri) quesito Armando Matteo, docente all’Urbaniana di Roma e sottosegretario aggiunto della Congregazione per la dottrina della fede, con il suo “Convertire Peter Pan”. Il senso del libro è ben concentrato nel sottotitolo: Il destino della fede nella società dell’eterna giovinezza, perché l’autore non si nasconde, e non la nasconde al lettore, la difficoltà di ricondurre al Senso un universo di quaranta-cinquantenni -e non solo- che con l’avvento di un consumo sempre più esasperato pompano muscoli in palestra, programmano vacanze esotiche, si dedicano al benessere 24 ore su 24. Dimenticando la vecchia, saggia e realista massima “se Atene piange, Sparta non ride”, nel senso che questo benessere apparentemente progressivo e perenne potrebbe finire. Non è tanto per l’avviso che poco gentilmente ci sta inviando l’universo delle pandemie (di cui il Covid non è che una rilevante punta, David Quammen ci aveva messo in guardia con il suo documentato “Spillover”), quanto per la constatazione che i mercati vanno incontro a drammatici periodi di crisi che gettano sul lastrico centinaia di migliaia di famiglie. Se lo “spartano” giovane-maturo-e anche oltre, se la gode nei centri di benessere, l’”ateniese” che non ha di che sfamare i figli dovrebbe rappresentare e un monito e un momento di sano -e opportuno- ripensamento. Matteo attribuisce al complesso di Peter Pan una buona parte della desertificazione della Chiesa, intesa non solo come luogo di culto, e questo è vero solo in parte. Anche perché, quelle stesse ideologie scaturite da marxismo deterministico, darwinismo a senso unico, superomismo (che l’autore tiene giustamente da conto) hanno anch’esse, ma solo in parte, contribuito a formare quello che è lo spirito del tempo post-bellico. La memoria della fame o della povertà passata ha spinto i nonni a tentare di far oltrepassare quegli scogli a figli e nipoti. Non potevano tener conto delle conseguenze della lenta ascesa al benessere. L’autore propone delle possibili cure a questa crisi di valori che è anche e soprattutto crisi di fede, e non si può che essere d’accordo, soprattutto quando si parla di un diverso modo di fare comunità e di rapportarsi con chi potrebbe di nuovo timidamente far ritorno, o entrare per la prima volta, nelle solitarie chiese del nuovo millennio.

Armando Matteo, “Convertire Peter Pan”, Ancora, 124 pagine, 13 euro.

Hic et Nunc

Grande partecipazione al concerto di Passione in San Domenico Maggiore

05 Apr 2022

Grande partecipazione al concerto della Fanfara dipartimentale del Comando Sud di Taranto, diretta dal maestro Michele di Sabato, che si è tenuto ieri nell’ambito delle iniziative per la Passione a Taranto.

Sono state eseguite le marce della tradizione tarantina accompagnate dalle riflessioni di mons. Alessandro Greco, vicario generale dell’arcidiocesi di Taranto.

Si tratta di un evento molto atteso giunto alla XLVIII edizione grazie alla dedizione della confraternita Maria SS. Addolorata e San Domenico guidata dal commissario arcivescovile, Giancarlo Roberti, e dal padre spirituale, mons. Emanuele Ferro.

Le foto di Peppe Leva in galleria

Otium

“La pace va oltre”: il 12 aprile, maratona
televisiva (Tv2000) e radiofonica (InBlu2000)

Su Tv2000 e Radio InBlu2000, con lo scopo di sensibilizzare e raccogliere fondi a favore degli interventi di Focsiv e di Caritas italiana

05 Apr 2022

Sono il Libano, l’Iraq, ma anche la Siria, la Giordania, la Turchia e la Terra Santa – Israele e i Territori palestinesi – al centro della Campagna “La pace va oltre” promossa da Caritas italiana e Focsiv dedicata al Medio Oriente, che sarà inaugurata ad aprile e proseguirà fino al 31 dicembre. Primo e importante appuntamento sarà la Maratona televisiva e radiofonica “Insieme per gli ultimi” che andrà in onda per l’intera giornata del 12 aprile 2022 su TV2000 e Radio InBlu2000, con lo scopo di sensibilizzare e raccogliere fondi a favore degli interventi di Focsiv e i suoi soci e di Caritas italiana in Libano, Iraq, Siria, Giordania, Turchia e Terra Santa, tramite l’sms solidale 45582. La nuova Campagna di Caritas italiana e Focsiv  intende “ricostruire in Medio Oriente la speranza grazie ai giovani, semi del futuro”. L’iniziativa è stata ispirata dall’attenzione che Francesco ha dedicato alle periferie ed in particolare alle “terre di cerniera” come il Libano, l’Iraq, la Bosnia, l’Ucraina. Ossia “luoghi che potrebbero essere il gancio di un possibile mondo migliore – spiegano i promotori della campagna -. Se in questi Paesi sussiste una pacifica convivenza allora questi possono assumere il loro ruolo: quello di tener insieme, di saldare e di permettere che la pace sia salva, ma se la cerniera si apre allora si precipita nell’uso della forza e della violenza”. In questi luoghi, spiegano, “si può ritrovare il senso profondo del messaggio di papa Francesco nell’enciclica ‘Fratelli tutti’, in quel essere fratelli poiché uguali, pur se diversi. È in quella diversità che ci si incontra, si è più coesi, come i denti di una cerniera. Di questo la pace si nutre e si consolida”.

Sport

Handbike, Leonardo Melle “esagerato” protagonista al Giro d’Italia

05 Apr 2022

di Paolo Arrivo

In una mattinata di pioggia il Guerriero può riposare. Qualche ora prima, a Bari, Leonardo Melle ha realizzato un’altra impresa prendendo parte alla prima tappa della 12esima edizione del Giro d’Italia Handbike. “Ho esagerato a partecipare, ma a questo primo appuntamento non potevo mancare”, confida al nostro giornale. Pochi giorni fa il campione paralimpico manduriano è stato investito da un’auto pirata: “Non so come sono uscito vivo. Pieno di lividi e contusioni, ma nulla di rotto, grazie a Dio”. La ripartenza è stata immediata, condivisa con una sessantina di atleti, attraverso una “gara bellissima, una festa del ciclismo, del paralimpico in particolare, vissuta all’insegna dell’inclusione e della socializzazione. Quanto alle caratteristiche tecniche, il percorso era piatto e molto veloce”. Il vicecampione del mondo è atteso da una settimana di impegni in vista della seconda tappa del Giro d’Italia, in programma a Bellaria Igea Marina, sulla riviera adriatica: “Oggi giornata di riposo, farò qualcosa nel pomeriggio per ossigenare i muscoli, fare scarico. Poi si torna al lavoro: l’adattamento al nuovo triciclo peraltro, quello che usavo, non è facile”.

Tornando all’incidente del quale è stato vittima sulla Sava – San Marzano di San Giuseppe nella mattinata del venticinque marzo, dichiara, con riferimento all’impatto, che “è come essere colpiti alla testa, alle spalle, da una mazza da baseball, e ti ritrovi venti minuti a terra privo di sensi: mi sono risvegliato in ambulanza (veniva portato all’ospedale Santissima Annunziata di Taranto, ndr), grazie alla coppia di anziani che, dopo avermi creduto morto sulla strada, ha dato l’allarme”.

Questa non è la prima prova che affronta l’uomo 52enne: “Oltre all’aneurisma cerebrale ho avuto un altro incidente in bicicletta: mi stavo allenando in discesa, per migliorarmi, quando mi ritrovai con la testa in un muro a secco, per l’attraversamento di un animale. Casco spaccato ma niente di rotto, anche in quella circostanza”. L’atleta, vicecampione del mondo di triciclo della sua classe, sa rialzarsi. E al di là delle prestazioni, delle medaglie, dei trofei conquistati, (primo di categoria a Bari, ha chiuso la prova in 1:11:34), la sua missione è dare esempio di resilienza forza rinascita. A chi lo ha preso in pieno senza curarsene, diciamo: le forze dell’ordine potrebbero anche non trovarti, potresti farla franca, ma la tua coscienza non ti lascerà in pace, richiamandoti al gesto di responsabilità. Alla gioia del riscatto che ha in nuce ogni essere umano. A tutti gli altri ricordiamo quanto sia indispensabile formare, insistere su una cultura del rispetto per la prevenzione degli incidenti stradali: i numeri sono sempre drammatici in Italia (la media giornaliera è di tre ciclisti investiti ricoverati in condizioni gravi, 180 morti nel 2021) e, più delle leggi speciali da varare, conta affidarsi alla sensibilità di ogni singola persona, di ogni automobilista. Che ricordi di non essere l’unico utente della strada.

Editoriale

Si voterà il 12 giugno per amministrative e referendum

04 Apr 2022

di Stefano De Martis

Il 12 giugno si voterà in quasi mille Comuni per l’elezione dei sindaci e in tutta Italia per cinque referendum abrogativi in materia di giustizia. L’appuntamento era da molto tempo nelle agende dei partiti e già ne condizionava in qualche modo comportamenti e strategie. Adesso però che c’è una data precisa, con la conferma dell’abbinamento tra amministrative e referendum, è scattato il conto alla rovescia e i ritmi sono inevitabilmente destinati a cambiare. Nelle grandi città e nei centri maggiori in cui si vota, complice il sistema elettorale e istituzionale dei Comuni, questo passaggio sarà inevitabilmente considerato anche come una prova generale delle alleanze in vista del rinnovo delle Camere che, salvo imprevisti, è in programma tra meno di un anno. Quanto ai referendum, voluti in origine dai radicali e dalla Lega, essi sono per loro natura trasversali e vanno per di più a incidere in ambiti su cui ferve la discussione dentro e fuori il Parlamento, alle prese con una delle riforme più importanti e controverse tra quelle richieste dal Pnrr. In entrambi i casi la maggioranza di governo sarà sottoposta a uno stress test interno molto rischioso e impegnativo, come se non bastassero gli immani problemi innescati dall’aggressione russa all’Ucraina.
Ma una democrazia autentica non può essere intimorita dalla chiamata dei cittadini alle urne. L’esperienza sempre più ravvicinata e traumatica della cruda realtà dei regimi illiberali dovrebbe piuttosto riaccendere la consapevolezza di quanto sia preziosa l’opportunità di votare, a ogni livello, in modo libero e garantito. E di quanto sia altrettanto preziosa la possibilità di un confronto motivato e pluralistico che metta gli elettori nelle condizioni migliori per esprimersi a ragion veduta su temi e candidature. Questa, almeno, è la fisiologia di un sistema democratico degno di questo nome. Nulla a che vedere con la sua caricatura demagogica, quella che si nutre di attacchi scomposti e di proclami ideologici; che specula sul disagio sociale e sulle paure delle persone invece che contribuire al loro superamento; che antepone il pur legittimo interesse di partito a quello della comunità nazionale.
Di fronte alla follia della guerra e a una tragedia umanitaria di proporzioni sconvolgenti, con conseguenze pesantissime anche sulle economie degli Stati europei e dei loro abitanti, è troppo chiedere ai nostri partiti di non trasformare i prossimi due mesi in una sfida all’ok corral e l’ultimo scorcio della legislatura in una campagna elettorale permanente? No che non è troppo. Poi, certo, i cittadini dovranno fare la loro parte praticando un discernimento esigente. In un tornante della storia in cui le autocrazie mostrano drammaticamente il loro vero volto, ogni esercizio maturo di democrazia, per quanto circoscritto, è un segnale di civiltà.

Tracce

Cercasi libertà disperatamente

epa09784672 Russian policemen detain a protestor during a rally against the entry of Russian troops into Ukraine in Moscow, Russia, 25 February 2022. On February 24, Russian President Vladimir Putin announced the start of a military operation in Ukraine in connection with the situation in the Donbass. The Russian military leadership assured that nothing threatens the civilian population of the country, the goal is to disable the military infrastructure of Ukraine. EPA/MAXIM SHIPENKOV
04 Apr 2022

di Emanuele Carrieri

Anna Politkovskaja, firma di punta della Novaja Gazeta, fu freddata nell’ascensore del suo palazzo, mentre rincasava. Prima e dopo di lei, altri cinque giornalisti di quel periodico sono stati ammazzati. È proprio un brutto vizio quello di raccontare ciò che accade. Adesso la Novaja Gazeta, al cui direttore Dmitrij Muratov è stato conferito il premio Nobel per la pace nel 2021, ha gettato la spugna. Ha lottato come ha potuto in questa terribile stagione di guerra quel team di giornalisti, finché ha sospeso le pubblicazioni. Era l’unico modo per evitare la chiusura definitiva dopo l’avvertimento, il secondo in poco tempo, del minculpop per aver omesso di definire agente straniero una Ong. In russo si chiama Roskomnadzor: è il “servizio per la supervisione nella sfera della connessione e comunicazione di massa”, che controlla i mezzi di comunicazione di massa e decide i relativi oscuramenti, che definisce “operazione militare speciale” la invasione dell’Ucraina, che bolla come fake news i raid e che spinge centinaia di giornalisti, locali e stranieri, a lasciare la Russia. Sono un sopruso, una prepotenza, un abuso quei quindici anni di carcere per chi si discosti dalla narrazione ufficiale. Non c’è verso di aggirare la censura: il cartello “no war” che Marina Ovsyannikova, giornalista di Canale Uno della televisione di stato russa, aveva mostrato nel notiziario di punta è stato oscurato, l’intervista a Zelenskyj non è mai uscita. Così l’ultimo giornale indipendente è uscito con due pagine bianche, simbolo di ciò che non aveva potuto scrivere. Può sembrare poco ma era tanto, e ora pure questo è finito. In Russia c’è solamente il racconto dei media ufficiali. Uno scenario, questo, che innesca una riflessione sulla nostra libertà di informare, sul nostro diritto a essere informati. Del resto lo ha detto anche il presidente del Consiglio Mario Draghi, in conferenza stampa al termine del Consiglio europeo: “Forse non è una sorpresa che l’ambasciatore russo si sia così inquietato: lui è l’ambasciatore di un Paese in cui non c’è libertà di stampa, da noi c’è, è garantita dalla Costituzione. E da noi si sta molto meglio”. Se no, l’ambasciatore della Russia in Italia, Sergey Razov, non avrebbe presentato una denuncia per istigazione a delinquere e apologia di reato contro il direttore della Stampa, Massimo Giannini e contro il giornalista Domenico Quirico, per un articolo dal titolo “Se uccidere Putin è l’unica via d’uscita”, in cui esclude che ciò sia efficace. Certe volte non basta leggere per capire: è indispensabile sapere leggere fra le righe e cioè che, nelle dittature, al peggio non c’è mai fine. Ed è proprio qui la grande contraddizione, una tra le tante, degli attuali tempi, sempre più bui: ci si accapiglia sui contenuti dei programmi televisivi, sulle diverse posizioni, sull’opportunità di dare più o meno spazio a ospiti più o meno competenti e qualificati, e non si riflette che, a poche ore di aereo, ciò è addirittura inimmaginabile perché il taglio è alla radice. Solamente per questo, forse, si dovrebbe trattare con molta cura, come si fa con i beni più preziosi, la nostra libertà di espressione, garantita dalla Costituzione, che consente a chiunque di parlare e di sparlare, a proposito e addirittura a sproposito. Invece non si sottolinea mai abbastanza il difficile e faticoso lavoro dei tanti cronisti sul campo, molti con le garanzie offerte dalle testate per cui lavorano, altri tutelati semplicemente da sé stessi, che rischiano per tutelare il nostro diritto a essere informati. È pressoché impossibile trovare fra quelli italiani giornalisti come i russi Alexey Bobrovsky o Petr Fedorov che negano dai nostri teleschermi la guerra in Ucraina o che dichiarino: “Non stiamo facendo la guerra al popolo ucraino, i nostri colpi sono indirizzati solamente ad obiettivi militari”. Da noi i giornalisti non scompaiono, come sta accadendo ai cronisti ucraini rapiti dai militari russi o dai mercenari al loro servizio, che al ritorno riportano autentiche brutalità: li attirano con l’inganno, mettono un sacco di plastica sulla testa, li portano chissà dove, li interrogano, li massacrano e minacciano perfino di sterminare le loro famiglie per sapere nomi, cognomi, indirizzi, luoghi. È la strategia del terrore che si intreccia con i missili e con le bombe, orrori che si aggiungono al dramma delle guerre, di tutte le guerre, anche quelle dimenticate, perché lontane dai nostri occhi, dalle nostre orecchie, e proprio per questo non fanno paura. Noi che possiamo scrivere e raccontare e commentare, criticare o giudicare senza rischiare la vita o la galera abbiamo una responsabilità in più di fronte a chi ci legge e ascolta e segue. Così come ognuno ha la libertà di credere o no a quello che legge, ascolta, guarda, di preferire una bufala o una fake news a una notizia verificata, di parteggiare per chi la pensa come lui e criticare gli altri. Purché ci ricordi sempre che niente è scontato, che nessun diritto è sottinteso, nessuna libertà è gratis, e, soprattutto, niente è per sempre.