Hic et Nunc

Assistenza sanitaria ai più deboli: ecco lo Sportello “Don Tonino Bello”

04 Apr 2022

di Silvano Trevisani

Garantire un’assistenza sanitaria ai più deboli, che spesso non conoscono neppure la loro malattia e comunque non sanno come affrontarla, è l’impegno assunto dall’associazione Amici di Manaus e dalla Concattedrale Gran Madre di Dio che hanno dato vita allo sportello di accompagnamento sanitario “Don Tonino Bello”. Il servizio, che ha sede in un locale della parrocchia, in via Blandamura 7, è stato inaugurato domenica 3 aprile dal parroco, don Ciro Marcello Alabrese, che ne aveva dato annuncio nella messa del mattino, in occasione del venticinquesimo anniversario del suo sacerdozio. Con lui, a dare l’annunzio Giovanni De Giorgio, presidente di Amici Manaus, che ha lanciato un appello a tutti i medici del territorio a donare qualche ora del loro tempo ai bisognosi che non possono permettersi adeguate cure sanitarie.

Allo sportello possono rivolgersi, per ricevere gratuitamente assistenza, tutte le persone in difficoltà che vogliono essere aiutate a comprendere meglio le loro problematiche di salute e avere informazioni sul percorso più indicato per risolverle; potranno ricevere, inoltre, assistenza legale per lo svolgimento delle pratiche inerenti la sfera sanitaria in enti come Asl Taranto, Inps e Inail.

Ad Adriano D’Altri, vicepresidente dell’associazione Amici di Manaus abbiamo rivolto alcune domande.

In cosa consiste esattamente l’accompagnamento che l’associazione vuole offrire?

Il termine ‘accompagnamento’ è indicativo, perché il presupposto è quello di mettersi in ascolto dell’altro. Una cosa è trattare la malattia quando ne è affetta una persona che è economicamente e anche culturalmente attrezzata, un’altra cosa è trattare con una persona che vive in un contesto degradato o comunque deficitario. Il tentativo è quello di aiutare queste persone a risolvere i loro problemi.

Quali possono essere i loro problemi?

Cominciamo col dire che il primo problema è quello di aiutare a capire in quale situazione si trovano, se e quali patologie hanno sviluppato, poi cercare di indirizzare al medico giusto a seconda della patologia riscontrata. Per questo noi stiamo costituendo una rete di medici volontari che possano darci una mano, o anche rivolgendoci al sistema sanitario nazionale, dal momento che molti non hanno nessuna assistenza, anche per semplice ignoranza… per non avere mai svolto le pratiche burocratiche. In certi casi, poi, le prenotazioni hanno tempi lunghissimi, in alcuni casi i malati non hanno i soldi neppure per pagare il ticket. Poi aiutiamo anche le persone che hanno specifici problemi di “burocrazia sanitaria”. Si è messo a nostra disposizione l’avvocato Marco Zito il quale ci darà, sempre gratuitamente, una mano per questi casi.

Ma le persone come arrivano allo sportello di via Blandamura?

Intanto l’associazione Amici di Manaus assiste qui a Taranto oltre cento famiglie; poi la porta è aperta a tutte le persone bisognose, che è preferibile però che vengano indirizzate a noi da altre associazioni, dal Comune o dalle parrocchie. Anche in questo senso, stiamo cercando di costruire una rete di collaborazione con altre associazioni, stiamo già coinvolgendo “Noi e Voi” ed “Europa solidale” che hanno dato la loro disponibilità e nelle prossime settimane cercheremo di realizzare un protocollo d’intesa. L’iniziativa è nata grazie alla disponibilità del parroco don Ciro Alabrese e all’apertura mentale del presidente Giovanni De Gorgio e insieme stiamo realizzando un sogno del fondatore dell’associazione Amici di Manaus, Mimmo Vitti, scomparso un paio di anni fa. Il quale soleva dire “amiamo volare in cielo ma coi piedi sempre per terra”. Spero che ci sa disponibilità da parte dei medici e delle istituzioni e che le persone comincino a rivolgersi a noi.

Coordinati dal dottor Francesco Zito, neurologo in pensione, hanno già dato la loro disponibilità alcuni specialisti presso i quali potranno essere indirizzati pazienti che avrebbero difficoltà anche solo a pagare il ticket di una visita specialistica o che, in molti casi, hanno patologie che richiedono una diagnosi più celere rispetto a quella delle liste di attesa della sanità pubblica, ma che non possono permettersi una visita a pagamento.

I professionisti che vorranno diventare “volontari della salute” possono contattare l’associazione “Amici di Manaus” onlus, in viale Magna Grecia 100 a Taranto,

tel. 099.339539               cell. 3270113955

mail consulenzamedica@amicidimanaus.it

Hic et Nunc

Si inaugura la facciata restaurata dei Santi Medici in città vecchia

04 Apr 2022

Dopo la benedizione della facciata restaurata di San Domenico, è la volta di quella dei Santi Medici, sempre in città vecchia.

La confraternita Santa Maria di Costantinopoli sotto il titolo dei Santi Medici, annuncia che giovedì 7 aprile, alle 16.30, dalla chiesa di Sant’Anna muoverà la Via Crucis che percorrerà via Cava, largo San Gaetano, via di Mezzo, per giungere infine alla chiesa dei Santi Medici.

Mons. Filippo Santoro impartirà quindi la benedizione alla facciata della chiesa al termine dei lavori di restauro voluti da don Emanuele Ferro, parroco delle chiese dell’Isola.

Quindi l’arcivescovo Santoro presiederà la celebrazione eucaristica.

Hic et Nunc

Torna il Medimex e si fa in due

04 Apr 2022

Torna il Medimex con i suoi attesissimi live.

Si comincerà a Taranto dal 16 al 19 giugno e si proseguirà a Bari, la città dove è nato, dal 13 al 15 luglio.

Due i super ospiti già annunciati: Nick Cave and the Bad Seeds il 19 giugno a Taranto sulla Rotonda del lungomare, e The Chemical Brothers il 14 luglio a Bari.

Ritornano anche le mostre: Pink Floyd a Taranto, e Queen a Bari. Ricco sarà pure il calendario degli eventi collaterali: incontri d’autore, scuole di musica, attività professionali, showcase, proiezioni.

Il programma completo del Medimex sarà pubblicato nei prossimi giorni.

Ecclesia

Presentato il restauro della facciata della Santa Teresa

04 Apr 2022

di Marina Luzzi

La vecchia chiesa di santa Teresa si rifà il look. I lavori di restauro della facciata sono stati presentati alla stampa sabato sera da mons. Paolo Oliva, storico parroco. «La Santa Teresa è stata costruita nel 1931 e non è stata più toccata. Insomma a 90 anni serviva un restauro conservativo. Grazie alla collaborazione della Regione Puglia – commenta – e all’imprescindibile sostegno dei parrocchiani, siamo riusciti a rimettere a nuovo tutta la facciata esterna. Parlo di quella principale ma anche di quelle laterali. Noi vorremmo ora completare il lavoro, restaurando gli interni. L’abside ha delle raffigurazioni sulla vita di santa Teresa che è un peccato lasciare all’incuria: nella parte superiore, come comunemente avviene, c’è la raffigurazione della santa in gloria, mentre nella parte inferiore altri due dipinti: la visita di santa Teresa a papa Leone XIII, prima di entrare nel monastero carmelitano di Liseaux, dato che essendo minore serviva l’autorizzazione, e la rappresentazione della sua vita nella celletta mentre scriveva, su indicazione della madre superiora, la sua autobiografia. Sono dipinti su intonaco molto delicati, che risalgono al 1934. Hanno un valore storico e affettivo, più che artistico.

Le infiltrazioni d’acqua hanno compromesso gran parte di queste belle immagini da parete. Speriamo di riuscire a farle tornare a splendere». In attesa di capire a quanto potrebbero ammontare le spese per questo ulteriore lavoro di ripristino, mons. Paolo Oliva fa un appello ai donatori. «La nostra parrocchia, insediata a ridosso delle cosiddette “palazzine”, è uno dei quartieri periferici di Taranto che risalgono all’inizio del XX secolo più popolosi e sono certo che una gran parte di tarantini è nata, cresciuta e vissuta in questo quartiere. Quindi il legame affettivo e territoriale è forte. Inoltre la vecchia chiesa viene ancora utilizzata come cappella quotidiana, per le adorazioni eucaristiche, per incontri di catechesi allargati, perché contiene un buon numero di persone. Aiutateci con entusiasmo e collaborazione a lasciare un segno importante in un piccolo pezzo di storia di Taranto».

Sport

Taranto, un punto con la Juve Stabia: il bicchiere è mezzo vuoto

04 Apr 2022

di Paolo Arrivo

“Sono settimane difficili per i tifosi del Taranto, vissute col timore di veder sfuggire un obiettivo dato per acquisito a metà campionato. (…) Non ci sono alibi che reggano, il destino è nelle nostre mani e il finale è ancora tutto da scrivere”. Così l’associazione di promozione sociale “Taras 706 a.C.” alla vigilia di Taranto-Juve Stabia. L’auspicio di tutti, sostenitori autentici, quelli incapaci di commettere atti d’inciviltà per esprimere il loro dissenso, era rivedere il sorriso sul volto degli uomini allenati da Giuseppe Laterza. Ma l’appuntamento con la vittoria è stato rinviato ancora. Con la formazione campana, infatti, non si è andati oltre lo 0 a 0 nell’incontro disputatosi ieri sera allo stadio Erasmo Iacovone, per la 35esima giornata di serie C. Il punto accontenta più la Juve Stabia nella corsa alla salvezza.

IL MATCH: Nel primo tempo il Taranto cerca di fare la partita, su un avversario remissivo, senza riuscire a rendersi pericoloso. La squadra dimostra comunque una condizione fisica migliore – dopo la disfatta di Palermo i rossoblu potevano subire anche il contraccolpo psicologico. Ci provano Giovinco e Di Gennaro. Il primo su punizione; l’altro allo scadere con un sinistro che non inquadra lo specchio della porta. Al 28’ Versienti cerca di impensierire il portiere ospite. Nel secondo tempo il copione non cambia. De Maria, al minuto quindici, si accentra e calcia dal limite impegnando Dini: è l’unica occasione dei rimanenti minuti regolamentari. Nel finale gli ionici appaiono un po’ in affanno, in debito d’ossigeno, ma mantengono il possesso palla. Il pubblico prova a spingere i calciatori al goal della vittoria. L’unico sussulto al 94’ con il colpo di testa di Granata su cross di Di Gennaro da punizione. Niente di insidioso.

IL CAMPIONATO: Il Taranto, salito a quota 37 punti in classifica, scenderà di nuovo in campo mercoledì prossimo 6 aprile (ore 14.30) per il recupero della prima delle due partite non giocate a causa del Covid. Allo Iacovone stavolta ci sarà il Monopoli, che ha sconfitto in casa la Paganese. Fare punti contro la terza forza del campionato sarà difficile.

Ecclesia

A Martina Franca, una giornata di evangelizzazione del Rinnovamento nello Spirito

04 Apr 2022

di Mario Di Serio

Continuano gli appuntamenti di ascolto e preghiera con la diocesi di Taranto e la famiglia del Rinnovamento nello Spirito Santo: domenica l’auditorium della parrocchia Divino Amore di Martina Franca è stato teatro di momenti di evangelizzazione, testimonianze e preghiera carismatica.

“Seguimi, ed egli si alzò e lo seguì” (Mt 9,9), è il passo biblico nel vangelo di Matteo che ha ispirato la giornata e che al tempo stesso indica il percorso da seguire se si vuole intraprendere un cammino cristiano, di fede, con cuore generoso dove la preghiera e l’incontro con Cristo, per mezzo dei fratelli, può diventare esperienza quotidiana che riedifica la vita.

“È bello stare insieme, è bello ritrovarci dopo tanto tempo, si deve ritornare a vivere la preghiera insieme ed in presenza, non è possibile pensare di continuare a pregare e condividere la fede dietro un teleschermo”: queste le parole del coordinatore regionale Rns Massimo Partipilo, che poi ha posto in evidenza storia e missione del movimento carismatico, oggi istituzione della chiesa: “Le origine del Rinnovamento carismatico partono da un gruppo di ragazzi americani che nel 1967 sperimentò un modo nuovo di pregare, alla ricerca di un incontro con Gesù in un dialogo intimo, mettendo a nudo debolezze, peccati ed insicurezze.

Oggi siamo una realtà ecclesiale, con uno statuto che rende la nostra grande famiglia un’associazione riconosciuta ed organizzata con un unico fine: testimoniare la Parola di Dio nelle nostre vite e contribuendo ad aiutare gli altri”.

“La vostra presenza è un motivo di gioia, perché il vostro movimento mette al centro la preghiera, e attraverso la vostra testimonianza si suscita nei nostri cuori un percorso di santità a cui noi tutti siamo chiamati”: così don Giuseppe Ancora, parroco del Divino Amore che non esclude altri appuntamenti di evangelizzazione da realizzare nel corso dell’anno con i fratelli e sorelle del Rinnovamento.

Si può rinascere nello Spirito dopo una vita dissoluta, resa complicata dall’insorgere di malattie, problemi economici, legami che inquinano il cuore, che offuscano le nostre menti, erroneamente consapevoli che tutto può cambiare grazie alle azioni umane senza affidarsi realmente al Signore, attraverso lo strumento della preghiera e la partecipazione assidua con lo spirito alla celebrazione eucaristica ed ai sacramenti. È l’espressione delle testimonianze che si sono avvicendate contribuendo anche ad evangelizzare tra i fratelli e le sorelle dove la conversione ha permesso crescita umana e spirituale in ogni ambito della propria vita, da quello professionale a quello familiare.

Spazio poi ai ricordi vivi nei nostri cuori di momenti di evangelizzazione, di formazione cristiana: sensibili ed emozionanti gli interventi di papa Francesco: “Il Rinnovamento carismatico cattolico proclama la signoria di Gesù Cristo ed è venuto qui a sostenere i poveri”. Un appello è lanciato dal monsignor Filippo Santoro, arcivescovo della diocesi di Taranto: “Questo carisma, questi talenti presenti nella chiesa attraverso il Rinnovamento nello Spirito, si effondano su tutta la società”.

Infine tanta allegria con i canti di gioia e le danze che hanno scandito gli ultimi attimi di un pomeriggio di festa, dove la voglia di vivere nonostante le avversità del mondo, è tanto forte quanto la voglia di sentirsi famiglia cristiana, con il desiderio e la convinzione di poterlo testimoniante, appunto, evangelizzando.

Hic et Nunc

Giornata sulla consapevolezza dell’autismo: l’incontro con Francesco

04 Apr 2022

Il Papa: “Si tratta di sostenere il loro progetto di vita attraverso l’accesso all’educazione, all’occupazione e agli ambiti del tempo libero”

 

“Un aspetto essenziale della cultura dell’inclusione è la possibilità per le persone con disabilità di partecipare attivamente. Metterle al centro vuol dire, oltre che abbattere le barriere fisiche, anche far sì che possano prendere parte alle iniziative della comunità civile ed ecclesiale dando il loro contributo”. Lo ha detto papa Francesco, ricevendo in udienza venerdì 1° aprile mattina, nel Palazzo apostolico vaticano, i membri della Fondazione italiana autismo, in occasione della Giornata mondiale della Consapevolezza dell’autismo che ricorre ogni 2 aprile. “A tale scopo – ha aggiunto -, si tratta di sostenere il loro progetto di vita attraverso l’accesso all’educazione, all’occupazione e agli ambiti del tempo libero, in cui socializzare ed esprimere la propria creatività. Questo richiede un cambiamento di mentalità. Grandi passi sono stati fatti in tal senso, ma rimangono ancora pregiudizi, disuguaglianze e discriminazioni”. Dal papa l’auspicio che “le stesse persone con disabilità diventino sempre più protagoniste di questo cambiamento, come voi oggi avete testimoniato collaborando insieme, istituzioni civili ed ecclesiali”.

Sinceri e semplici, i circa quaranta ragazzi con autismo o disturbi dello spettro autistico al cospetto di una persona altrettanto sincera e semplice come papa Francesco. “Tutto andrà al di là delle nostre aspettative”, era la previsione, a proposito dell’incontro,di don Andrea Bonsignori, membro della Fondazione italiana per l’autismo e direttore scuole del Cottolengo. “In udienza – dice – avremmo voluto portare solo autistici. Ma non è stato possibile perché non possono stare da soli. Saremo quindi in 60, compresi i familiari e gli accompagnatori”.

Un ragazzo di venti anni, Filippo, si è fatto portavoce e testimone delle necessità, della gioia di vivere e delle difficoltà.“Lui studia alla facoltà di Lettere – spiega don Andrea –, dopo aver frequentato le scuole del Cottolengo, e ha un disturbo certificato migliorato negli anni grazie a interventi precoci. Ma ci sono anche ragazzi che non riescono nemmeno a parlare. Al papa abbiamo cercato di mostrare il ventaglio enorme dello spettro.Filippo per una settimana ha preparato il suo discorso ed era molto emozionato. Al papa ha detto come lui e gli altri desiderano vivere la vita appieno, libera, vicino ai propri cari, tenuto conto delle particolarità, per puntarci sopra e farne dei punti di forza”.

Nelle parole pronunciate dal giovane c’è anche il riferimento alla solitudine e alla fatica di chi ha un disturbo diagnosticato e che si allarga come un’ombra su genitori e parenti. In Italia si stima che almeno una famiglia su 77 condivida la stessa esperienza, scontrandosi a volte contro sacche di ignoranza e indifferenza.

Anche per mostrare il loro valore, alcuni ragazzi dopo l’udienza hanno distribuito il pranzo ai poveri nella mensa del Pontefice. “Il loro è un modo per dire: ‘non siamo un peso, siamo una risorsa”, commenta il rappresentante della Fondazione. E fra le imprese impegnate nel servizio, c’è la BreakCotto, nata solo un anno fa con l’obiettivo di rispondere al bisogno di socialità e occupazione delle persone con autismo. “L’impresa sociale – dice don Andrea, che ricopre la carica di presidente – è in tutta Italia nel settore del vending. Nel prossimo anno prevediamo di dare lavoro a 400 persone mentre oggi sono già 40. Vorremmo farlo in modo non caritatevole ma per offrire maggiore dignità. I ragazzi sono di tutte le età e vengono occupati in tantissime attività, a seconda delle capacità di ognuno”.

Fra gli scopi della Fondazione, nata nel 2015, c’è anche quello di non lasciare sole le persone e di curare il loro ruolo nella società. “Facciamo tante cose – spiega il sacerdote -. La nostra è una fondazione di terzo livello: non ci occupiamo infatti direttamente delle difficoltà delle famiglie ma cerchiamo di affrontare il tema in maniera sistemica. Raccogliamo per esempio i fondi per la ricerca sull’autismo che in Italia è molto indietro. Facciamo bandi per la ricerca pedagogica ed educativa per avere una ricaduta anche sulle famiglie. La fondazione è composta da tantissime sigle associative e enti dei genitori, dei servizi e della ricerca scientifica impegnate sul territorio. È nata proprio con l’obiettivo di unire l’infinita e logica varietà di associazioni che si occupano di autismo. Cerchiamo di dare la voce a tutti, convinti che l’unione fa la forza”.

Da ottobre 2021, la Fondazione ha attivato anche il progetto del telefono blu (numero 800031819, attivo dal lunedì al venerdì dalle 9.30 alle 12.30), implementato dall’Associazione nazionale genitori per persone con autismo (Angsa), per offrire un primo aiuto alle famiglie alle prese con una diagnosi che possono essere indirizzate ai centri sul territorio, anche solo per non sentirsi sole. In occasione della Giornata mondiale, inoltre, è partita il 28 marzo e durerà fino al 10 aprile, la campagna #sfidAutismo22 che permetterà la raccolta di fondi attraverso un sms solidale al 45592 in favore della Fondazione.

Ai ragazzi con autismo oggi serve accoglienza secondo don Andrea. “L’autismo non è un problema solo delle famiglie. A volte gli autistici vengono visti in maniera scettica, invece devono essere aiutati, compresi. Servirebbe una diffusione più ampia degli atteggiamenti che aiutano le persone con questa disabilità. Il mio sogno è che fra dieci anni si parli dell’autismo come oggi parliamo della sindrome di Down”.

I due anni di pandemia hanno posto una grande pausa sul tema nella società: “Certamente – osserva – una cosa positiva è aver considerata la particolarità dei ragazzi con autismo, registrando un po’ di deroghe sulle uscite. Questo è già molto positivo. Ma c’è ancora molta diffidenza nelle classi scolastiche”. Anche la fede può sembrare un elemento lontano dalle vite di chi è affetto da autismo o disturbi dello spettro autistico. Ma non è sempre così. “Le esperienze sono varie. Per alcuni il mistero della fede è racchiuso in loro. Per altri invece le manifestazioni sono tenere e chiare allo stesso tempo. Come per Giuseppe che per pregare, infila la testa dentro la maglietta perché sa che Gesù è nel cuore”.

Ecclesia

Francesco ai migranti: “Naufragio della civiltà
minaccia non solo i profughi, ma anche noi”

04 Apr 2022

di M. Michela Nicolais

Incontrando 200 migranti ad Hal Far, il papa ha dato al viaggio a Malta una valenza paradigmatica: “Quella del naufragio è un’esperienza che migliaia di uomini, donne e bambini hanno fatto in questi anni nel Mediterraneo. E purtroppo per molti è stata tragica”

 

“Dal giorno in cui andai a Lampedusa, non vi ho mai dimenticato”. A confessarlo ai 200 migranti incontrati al Centro “Giovanni XXIII Peace Lab” di Hal Far, ultimo incontro pubblico e culmine del viaggio apostolico a Malta, è stato il Papa, che oltre al suo primo viaggio a Lampedusa ha citato anche il viaggio a Lesbo del dicembre 2021 – “sono qui per dirvi che vi sono vicino, sono qui per vedere i vostri volti, per guardarvi negli occhi” – tracciando così un “filo rosso” che lega la sua preoccupazione per la questione migratoria, considerata la sfida maggiore del nostro tempo fin dall’inizio del pontificato. “Vi porto sempre nel cuore e siete sempre presenti nelle mie preghiere”, le parole di Francesco che hanno fatto eco alle testimonianze di due ospiti del Centro ascoltate poco prima: “ci avete aperto il vostro cuore e la vostra vita, e nello stesso tempo vi siete fatti portavoce di tanti fratelli e sorelle, costretti a lasciare la patria per cercare un rifugio sicuro”.

“Quella del naufragio è un’esperienza che migliaia di uomini, donne e bambini hanno fatto in questi anni nel Mediterraneo. E purtroppo per molti di loro è stata tragica. Proprio ieri si è avuta notizia di un naufragio in Libia: preghiamo per i nostri fratelli che sono morti in mare. Ma c’è un altro naufragio che si consuma mentre succedono questi fatti: è il naufragio della civiltà, che minaccia non solo i profughi, ma tutti noi”, scandisce il Papa conferendo una valenza paradigmatica al viaggio a Malta. “Come possiamo salvarci da questo naufragio che rischia di far affondare la nave della nostra civiltà?”, si è chiesto Francesco: “Comportandoci con umanità. Guardando le persone non come dei numeri, ma per quello che sono, cioè dei volti, delle storie, semplicemente uomini e donne, fratelli e sorelle. E pensando che al posto di quella persona che vedo su un barcone o in mare alla televisione, o in una foto, al posto suo potrei esserci io, o mio figlio, o mia figlia… Forse anche in questo momento, mentre siamo qui, dei barconi stanno attraversando il mare da sud a nord… Preghiamo per questi fratelli e sorelle che rischiano la vita nel mare in cerca di speranza. Anche voi avete vissuto questo dramma, e siete arrivati qui”.

“Le vostre storie fanno pensare a quelle di migliaia e migliaia di persone che nei giorni scorsi sono state costrette a fuggire dall’Ucraina a causa di questa guerra ingiusta e selvaggia”, osserva Francesco: “Ma anche a quelle di tanti altri uomini e donne che, alla ricerca di un luogo sicuro, si sono visti obbligati a lasciare la propria casa e la propria terra in Asia, in Africa e nelle Americhe. A tutti loro vanno il mio pensiero e la mia preghiera in questo momento”. Al centro del discorso di Francesco, le testimonianze dei migranti, che partendo hanno dovuto staccarsi dalle proprie radici. “È uno strappo. Uno strappo che lascia il segno. Non solo un dolore momentaneo, emotivo. Lascia una ferita profonda nel cammino di crescita di un giovane, di una giovane. Ci vuole tempo per risanare questa ferita; ci vuole tempo e soprattutto ci vogliono esperienze ricche di umanità: incontrare persone accoglienti, che sanno ascoltare, comprendere, accompagnare; e anche stare insieme ad altri compagni di viaggio, per condividere, per portare insieme il peso… Questo aiuta a rimarginare le ferite”. Di qui l’importanza che i centri di accoglienza “siano luoghi di umanità”, perché in ogni continente “la realtà delle migrazioni è un segno dei tempi dove è in gioco la civiltà”.

“Che voi migranti, dopo aver sperimentato un’accoglienza ricca di umanità e di fraternità, possiate diventare in prima persona testimoni e animatori di accoglienza e di fraternità”, il “sogno” del Papa, per cui è “molto importante che nel mondo di oggi i migranti diventino testimoni dei valori umani essenziali per una vita dignitosa e fraterna”.

I diritti fondamentali di milioni di migranti “sono violati, purtroppo a volte con la complicità delle autorità competenti”, la denuncia di Francesco. Il punto-chiave è la dignità della persona: “Voi non siete numeri, ma persone in carne e ossa, volti, sogni a volte infranti. Da questo si può e si deve ripartire: dalle persone e dalla loro dignità”. “Non lasciamoci ingannare da chi dice: ‘Non c’è niente da fare’, ‘sono problemi più grandi di noi’, ‘io faccio gli affari miei e gli altri si arrangino’”, l’invito: “Non cadiamo in questa trappola.

Rispondiamo alla sfida dei migranti e dei rifugiati con lo stile dell’umanità, accendiamo fuochi di fraternità, intorno ai quali le persone possano riscaldarsi, risollevarsi, riaccendere la speranza. Rafforziamo il tessuto dell’amicizia sociale e la cultura dell’incontro, partendo da luoghi come questo, che certamente non saranno perfetti, ma sono laboratori di pace”.
L’altro momento centrale della seconda giornata del Santo Padre a Malta è stata la Messa nel piazzale dei Granai di Floriana, bagno di folla alla presenza di oltre 12mila persone. Diventare “testimoni instancabili di riconciliazione: di un Dio per il quale non esiste la parola ‘irrecuperabile’; di un Dio che sempre perdona, continua a credere in noi e dà ogni volta la possibilità di ricominciare”, l’invito del Papa ai maltesi, nella parte finale dell’omelia. “Dio perdona tutto, non c’è peccato o fallimento che, portato a lui, non possa diventare un’occasione per iniziare una vita nuova, diversa, nel segno della misericordia”, ha assicurato il Papa sulla scorta dell’episodio evangelico della donna adultera. “In queste isole si respira il senso del popolo di Dio”, l’omaggio di Francesco ai maltesi, prima dell’Angelus. Infine, come all’inizio del viaggio, una preghiera per la pace, “pensando alla tragedia umanitaria della martoriata Ucraina, ancora sotto i bombardamenti di questa guerra sacrilega”.

Ecclesia

Taranto in piazza per la pace con AC e Agesci

04 Apr 2022

Grande partecipazione alla veglia di preghiera per la pace organizzata da Azione Cattolica e Agesci.

Piazza Garibaldi si è animata dei colori della bandiera della pace e di quelli delle tante parrocchie che hanno aderito all’appello lanciato nei giorni scorsi. L’arcivescovo Santoro ha invitato tutti a pregare e a e a non stancarsi mai di ricucire insieme la pace.

Di seguito una galleria delle più belle immagini dell’iniziativa.

Ecclesia

Papa Francesco a Malta: “Nella notte della guerra
non facciamo svanire il sogno della pace”

04 Apr 2022

di M. Michela Nicolais

“Ora, nella notte della guerra che è calata sull’umanità, per favore non facciamo svanire il sogno della pace”. E’ l’ennesimo, intenso e appassionato appello per la pace lanciato dal Papa dall’inizio della guerra in Ucraina. “Proprio dall’est dell’Europa, dall’Oriente dove sorge prima la luce, sono giunte le tenebre della guerra”, ha affermato Francesco dal palazzo del Gran Maestro a La Valletta, che nel suo primo discorso in terra maltese, rivolto alle autorità e al Corpo diplomatico, ha messo in guardia dal rischio di una “guerra fredda allargata”. “Pensavamo che invasioni di altri Paesi, brutali combattimenti nelle strade e minacce atomiche fossero ricordi oscuri di un passato lontano”, ha ribadito: “Ma il vento gelido della guerra, che porta solo morte, distruzione e odio, si è abbattuto con prepotenza sulla vita di tanti e sulle giornate di tutti”.

“E mentre ancora una volta qualche potente, tristemente rinchiuso nelle anacronistiche pretese di interessi nazionalisti, provoca e fomenta conflitti, la gente comune avverte il bisogno di costruire un futuro che, o sarà insieme, o non sarà”, il bagno di realismo del Papa subito prima dell’appello per la pace. “Malta, che brilla di luce nel cuore del Mediterraneo, può ispirarci, perché è urgente ridare bellezza al volto dell’uomo, sfigurato dalla guerra”, ha proseguito.  “La tenerezza delle madri, che danno al mondo la vita, e la presenza delle donne sono l’alternativa vera alla logica scellerata del potere, che porta alla guerra”, la tesi di Francesco: “Di compassione e di cura abbiamo bisogno, non di visioni ideologiche e di populismi, che si nutrono di parole d’odio e non hanno a cuore la vita concreta del popolo, della gente comune”. Poi la citazione di Giorgio La Pira, le cui parole risultano sorprendentemente attuali, 60 anni dopo: “La congiuntura storica che viviamo, lo scontro di interessi e di ideologie che scuotono l’umanità in preda a un incredibile infantilismo, restituiscono al Mediterraneo una responsabilità capitale: definire di nuovo le norme di una Misura dove l’uomo lasciato al delirio e alla smisuratezza possa riconoscersi”.

“Quanto ci serve una ‘misura umana’ davanti all’aggressività infantile e distruttiva che ci minaccia, di fronte al rischio di una ‘guerra fredda allargata’ che può soffocare la vita di interi popoli e generazioni!”, il commento del Papa: “Quell’infantilismo, purtroppo, non è sparito”, la denuncia: “Riemerge prepotentemente nelle seduzioni dell’autocrazia, nei nuovi imperialismi, nell’aggressività diffusa, nell’incapacità di gettare ponti e di partire dai più poveri.

Oggi è tanto difficile pensare con la logica della pace: siamo abituati a pensare con la logica della guerra. Da qui comincia a soffiare il vento gelido della guerra, che anche stavolta è stato alimentato negli anni”.

 “E’ triste vedere come l’entusiasmo per la pace, sorto dopo la seconda guerra mondiale, si sia negli ultimi decenni affievolito, così come il cammino della comunità internazionale, con pochi potenti che vanno avanti per conto proprio, alla ricerca di spazi e zone d’influenza”, la fotografia dell’oggi: “E così non solo la pace, ma tante grandi questioni, come la lotta alla fame e alle disuguaglianze sono state di fatto derubricate dalle principali agende politiche”. Ma i problemi globali richiedono soluzioni globali, ha obiettato Francesco: “Aiutiamoci ad ascoltare la sete di pace della gente, lavoriamo per porre le basi di un dialogo sempre più allargato, ritorniamo a riunirci in conferenze internazionali per la pace, dove sia centrale il tema del disarmo, con lo sguardo rivolto alle generazioni che verranno! E gli ingenti fondi che continuano a essere destinati agli armamenti siano convertiti allo sviluppo, alla salute e alla nutrizione”.

Al cuore del suo discorso, oltre ai venti di guerra, la questione dei migranti. “L’allargamento dell’emergenza migratoria – pensiamo ai rifugiati dalla martoriata Ucraina – chiede risposte ampie e condivise”, l’appello dall’isola da lui definita centro del Mediterraneo: “Non possono alcuni Paesi sobbarcarsi l’intero problema nell’indifferenza di altri! E non possono Paesi civili sancire per proprio interesse torbidi accordi con malviventi che schiavizzano le persone”.

“Il Mediterraneo ha bisogno di corresponsabilità europea, per diventare nuovamente teatro di solidarietà e non essere l’avamposto di un tragico naufragio di civiltà. Il Mare Nostrum non può diventare il cimitero più grande dell’Europa”, il grido d’allarme del Papa, che citando l’accoglienza dei cittadini maltesi nei confronti di San Paolo, menzionata anche negli Atti degli apostoli, ha riaffermato: “L’umanità viene prima di tutto e premia in tutto”.

Secondo l’etimologia fenicia, Malta significa “porto sicuro”, ha ricordato Francesco, ma oggi “nei confronti di chi attraversa il Mediterraneo in cerca di salvezza, prevalgono il timore e ‘la narrazione dell’invasione’, e l’obiettivo primario sembra essere la tutela ad ogni costo della propria sicurezza”. “Aiutiamoci a non vedere il migrante come una minaccia e a non cedere alla tentazione di innalzare ponti levatoi e di erigere muri”, l’invito. Perché “l’altro non è un virus da cui difendersi, ma una persona da accogliere. Non lasciamo che l’indifferenza spenga il sogno di vivere insieme!”.

“Non possiamo accoglierci solo tra di noi, all’ombra delle nostre belle Chiese, mentre fuori tanti fratelli e sorelle soffrono e sono crocifissi dal dolore, dalla miseria, dalla povertà e dalla violenza”, l’appello lanciato dal Santuario di Ta’Pinu a Gozo, insieme a quello ad “accendere fuochi di tenerezza quando il freddo della vita incombe su coloro che soffrono”. 

Mondo

Pacifiche, ma fortemente simboliche, espressioni di dissenso

Nella chiesa di San Massimiliano a Monaco di Baviera è appesa una gigantesca figura di Cristo. Blu, con un perizoma giallo sul quale è stato riportato il tryzub, il ‘tridente ucraino’, lo stemma dell’Ucraina

04 Apr 2022

di Irene Argentiero

Le linee d’espressione disegnate dalla vita sul suo volto sembrano parlare. I suoi occhi conoscono l’orrore della guerra, sanno fin troppo bene quanto salate possono arrivare ad essere le lacrime. Lei sa che il governo russo ha vietato ogni forma di protesta contro la guerra. Sa anche che decine di migliaia di russi di ogni età sono stati arrestati dalla polizia perché sono scesi nelle strade e nelle piazze per chiedere la pace. Ma è più forte di lei. D’altronde non è necessaria la parola per dar voce al dissenso.

Statuaria, avvolta nei colori dell’Ucraina, un’anziana donna russa guarda con ferma determinazione dritto davanti a sé, mentre se ne sta seduta nella metropolitana di Mosca, con la sua giacca gialla e il viso incorniciato da un foulard blu.

“Metropolitana di Mosca. A volte l’atto di resistenza non deve essere forte o audace, deve solo esserci”: accompagnata da queste parole, il 27 febbraio scorso, la foto di questa donna ha fatto in poche ore il giro del mondo grazie a Twitter.

Da un paio di settimane, a 2.315 km di distanza da Mosca, nella chiesa di San Massimiliano a Monaco di Baviera è appesa una gigantesca figura di Cristo. Blu, con un perizoma giallo sul quale è stato riportato il tryzub, il ‘tridente ucraino’, lo stemma dell’Ucraina.

“È stato realizzato 8 anni fa con un tronco di quercia, alto sette metri – spiega il parroco Rainer Maria Schießler ai microfoni di Domradio.de –. Pesa 500 chili. Nel terzo superiore inizia la ramificazione, che dà forma alle braccia di Gesù, tese verso l’alto. L’artista bavarese Harry Seeholzer l’ha intagliato usando una motosega e l’ha interamente dipinto di blu. Il progetto iniziale prevedeva che questa grande figura venisse appesa in una cascata in Tirolo. Per qualche motivo, forse anche per ragioni di rispetto dell’ambiente, questo non è stato possibile. Qualche anno fa Seeholzer mi ha offerto la sua opera, ma avevamo già delle installazioni in chiesa. All’inizio di quest’anno, quando ancora non era scoppiata la guerra, è tornato a propormela ed ho accettato. È iniziata la guerra e la statua è arrivata in chiesa, trasportata con uno speciale autoarticolato. Blu com’era e come è sempre stata”. Qualcuno ha proposto di dipingerne una metà di giallo, quale segno di solidarietà con il popolo ucraino. “Abbiamo subito rifiutato la proposta – sottolinea Schießler –. Cristo non è un simbolo politico, così come si può illuminare un ponte o un municipio”.

Poi è arrivato il tweet della protesta silenziosa della donna russa nella metropolitana di Mosca.

“Quella foto su Twitter – prosegue Schießler – ci ha colpito molto. Quella donna anziana manifestava in silenzio contro la guerra ed ora che il suo volto è noto a tutti grazie ai social, la sua vita è in pericolo”. Da qui è nata l’idea di realizzare un perizoma in cartapesta giallo, che può essere rimosso. “Come quella donna nella metropolitana, questo Cristo è qualcuno che protesta chiaramente contro questa guerra – sottolinea il parroco – l’idea ci è piaciuta e ne siamo orgogliosi”. Un Cristo con il volto lacerato che è immagine del dolore e grido, richiesta d’aiuto di fronte alla guerra.

La mastodontica opera, che i più hanno conosciuto grazie alle foto pubblicate sul suo profilo Ig dall’Arcidiocesi di Monaco-Frisinga, non è però piaciuta a tutti. La protesta si è levata sui social, dove non sono mancati i leoni da tastiera, pronti – come di consueto – a dare libero sfogo a esternazioni di ogni tipo. “A protestare sono state persone che non hanno visto l’installazione dal vivo, qui in chiesa – puntualizza Schießler –. C’è stato chi ha scritto che questa installazione è una bestemmia. Posso assicurarvi che qui nessuno sta bestemmiando. E questa immagine del Cristo non è blasfema”.

“Sabato 19 marzo – prosegue Schießler – abbiamo organizzato in chiesa un grande concerto di beneficenza con Werner Schmidbauer (presentatore televisivo tedesco, musicista e cantautore, ndr) e Fany Kammerlander (violoncellista professionista, ndr) e abbiamo raccolto tante offerte. Il nostro obiettivo era quello di pregare perché questo conflitto abbia fine e di assicurare le cure necessarie ai bambini ucraini. Al centro questo Cristo illuminato. C’è stato chi ha pianto. Questa è un’immagine potente. Non è un atto politico, populista, ma qualcosa che per noi ha un significato molto speciale”.

Il concerto si è concluso sulle note di “Sag mir, wo die Blumen sind” (“Where Have All the Flowers Gone?”, il titolo della versione inglese), canzone folk antimilitarista interpretata negli anni Sessanta da Marlene Dietrich. “L’abbiamo cantata tutti insieme e la gente piangeva mentre la cantava”, racconta Schießler.

Dimmi dove sono i fiori/ dove sono rimasti? Dimmi dove sono i fiori/ cos’è successo? (…)/ Dimmi dove sono gli uomini?/ Partiti, la guerra è iniziata./ Dimmi, dove sono i soldati?/ Sopra le tombe soffia il vento/ Dimmi dove sono le tombe?/ I fiori sbocciano nel vento estivo./ Dimmi dove sono i fiori?/ Le ragazze li raccolsero velocemente.

“Signore, fa scendere sugli uomini, senno, cuore e amore”: questa la preghiera che il parroco Schießler leva al cielo guardando il Cristo blu che domina oggi nel presbiterio della chiesa di San Massimiliano. “Questo gigantesco Cristo, con le sue braccia tese verso il cielo – conclude – è una figura implorante. Signore, fa’ che questa guerra finisca”.

L'argomento

Suicidi: nasce l’Osservatorio nazionale perché la luce vinca sul buio

Roma 12 ottobre 2016. Generazione nè nè ( NEET ). Il problema del lavoro tra i giovani e la sfiducia
02 Apr 2022

Un dolore mentale insopportabile e un profondo senso di abbandono, spesso accompagnati dall’idea che chiedere aiuto sia un gesto di cui vergognarsi in una società dominata dalla logica dell’efficienza e del successo, all’interno della quale spesso la fragilità è difficilmente accolta e ascoltata. Se ne è parlato il 24 marzo a Torino, presso la sede della Regione Piemonte, nel corso dell’evento di presentazione alla stampa dell’Osservatorio nazionale suicidi (Ons) che prevede un Centro di ricerca nazionale di cura e di prevenzione del suicidio ma soprattutto, esordisce Raffaele Abbattista, ideatore dell’Osservatorio, “un luogo dove la consapevolezza generi sensibilità e attenzione” per “sviluppare strumenti preventivi e terapeutici di contrasto al fenomeno dei suicidi, creando una cultura della vita che sia responsabilità collettiva”. Raffaele sa bene di che cosa sta parlando: il fratello Giuseppe si è suicidato a 28 anni. Per ricordarlo, per tentare di scongiurare gesti disperati come il suo e per trasformare il dolore in speranza, Raffaele e i genitori Antonio e Nunzia hanno pensato all’Ons, acronimo che, spiegano, significa anche “Operazione nuova speranza”.

Secondo l’Oms, ogni anno nel mondo si suicidano circa un milione di persone: una persona ogni 40 secondi. In Italia, secondo gli ultimi dati Istat disponibili, nel solo 2019 i suicidi sono stati 3.680, con un’incidenza maggiore nelle regioni del nord. Altri istituti di ricerca parlano di circa 4mila suicidi l’anno. Il tasso più alto in Piemonte: 0,82 ogni 10mila abitanti. E se il Rapporto sull’uso dei farmaci rivela la presenza di almeno 3 milioni di persone depresse su tutto il territorio nazionale, il fenomeno ha conosciuto una crescita drammatica con la pandemia. Per questo i genitori e il fratello hanno dato vita al “Comitato per la Fondazione Giuseppe Abbattista” con il compito di supportare il progetto Ons che prevede la nascita di una struttura ambulatoriale specializzata con studi medici, laboratori e un centro diagnostico dove svolgere visite ed esami anche in regime di day hospital, sia in modalità privata sia in supporto al Centro di salute mentale territoriale. Il progetto prevede inoltre un coworking medico-scientifico, una biblioteca, uno spazio eventi e un percorso di alta formazione con l’istituzione di tre master dedicati al tema del suicidio: uno in sociologia, uno in psicologia e uno in giornalismo.

“Il fatto che nel mondo si tolga la vita, mediamente, una persona ogni 40 secondi rappresenta un dato inaccettabile, ma anche uno stimolo per affrontare con convinzione ed efficacia un tema trattato in passato in maniera forse superficiale, o ritenuto da alcuni quasi ineluttabile”, afferma Chiara Caucino, assessore regionale alla Famiglia e alle fragilità. La scienza ci dice che una prevenzione tempestiva è in grado di evitare migliaia di suicidi – prosegue -, ed è nostro dovere, come istituzioni, andare in questa direzione”. Di qui il pieno sostegno all’iniziativa.

Per Roberto Merli, direttore Struttura complessa Psichiatria Asl Biella, “considerate le dimensioni del fenomeno e la stretta relazione con molti aspetti della sofferenza umana”, il suicidio è “un’importante questione sanitaria e sociale e quindi pertinente alla salute pubblica”.

Tuttavia, per “organizzare un’azione preventiva” è indispensabile “conoscere sempre più e meglio i numerosi elementi in gioco”, tenendo conto che la pandemia ha contribuito ad aggiungere “ulteriori fattori di rischio” colpendo “direttamente o indirettamente settori cruciali come scuola e lavoro”. Essenziale per la prevenzione il lavoro in rete: azioni di supporto, accompagnamento e superamento delle crisi suicidarie da parte del Sevizi di salute mentale, ma anche “mirate misure di sostegno da parte degli amministratori pubblici” e “un’operazione culturale di formazione ed informazione sull’argomento rivolta sia ai professionisti della salute sia al pubblico”.

“Il silenzio è il rumore più violento che l’essere umano possa udire – conclude Abbattista -. Il buio il luogo più impervio in cui ci si possa perdere. Per questo immaginiamo uno spazio dove la luce vinca sul buio e il dialogo sia consapevolezza”. Declinare l’acronimo Ons come Operazione nuova speranza significa allora “sensibilizzare tutti i cittadini creando una coscienza rispetto al tema dei suicidi” e costruire uno spazio “dove tutte le istituzioni, le associazioni e gli enti del Terzo Settore che lavorano su questi temi, possano trovare casa”. Il suicidio, “non è una questione strettamente personale o familiare, la sua prevenzione non è responsabilità esclusiva del sistema sanitario nazionale, riguarda la società nel suo complesso. Il suicidio riguarda ciascuno di noi”.

Ma rimane ancora molto da fare affinché non sia più avvolto nel silenzio e chiedere auto non sia più una vergogna.