Società

Dilaga il ‘tu’, senza più modulare la confidenza con l’interlocutore

03 Mag 2022

di Silvia Rossetti

C’è stata un’epoca, ormai lontana secoli e secoli, in cui la conversazione era ritenuta un’“arte” ed esistevano modi diversi di rivolgersi all’interlocutore, a seconda delle circostanze. Era il tempo antico dei pronomi di cortesia: del “Lei”, del “Voi” e perfino del pomposo “Ella”.

Oggi dilaga il “tu” quasi in tutti gli ambienti: al supermercato, per la strada, al bar, negli uffici, sui social e anche a scuola. Non è il “tu” all’inglese, che peraltro è modulato da sottili sfumature linguistiche, ma proprio il nostro italianissimo “tu”, usato in precedenza soltanto in famiglia o fra gli amici.

I nostri figli, ascoltando gli adulti, faticano a dare del “Lei”. In effetti, alla primaria danno del tu alle maestre e a tutto il personale scolastico. Faticano poi a cambiare registro alla scuola secondaria di primo grado, dove non di rado occorre dedicare le lezioni di inizio anno proprio a insegnare ai nuovi alunni l’uso del “Lei”, corredato da spiegazioni varie che riguardano l’utilizzo dei diversi saluti dal “ciao”, al “buongiorno” al “salve”.

Qualche anno fa Umberto Eco dedicò una lectio magistralis, intitolata “Tu, Lei, la memoria e l’insulto”, proprio alla progressiva scomparsa di un certo formalismo. Attraverso un interessante excursus di carattere storico e risalendo alle origini dell’uso dei diversi pronomi, Eco precisava che “il problema del Tu generalizzato non ha a che fare con la grammatica ma con la perdita generazionale di ogni memoria storica”.

Il modo di rivolgersi all’interlocutore, infatti, non è semplicemente una questione di cortesia o di educazione. Il nodo ha una valenza culturale e appunto storica. Le nuove generazioni hanno sempre meno contezza del passato, lo testimoniano epocali gaffe fatte da giovani concorrenti in popolari quiz televisivi, poi divenute dei comici tormentoni. D’altronde, spiegava Eco già qualche anno fa, “una volta ci interessavamo molto al passato perché le notizie sul presente non erano molte, se si pensa che un quotidiano raccontava tutto in otto pagine. Con i mezzi di massa si è diffusa un’immensa informazione sul presente, e si pensi che su Internet posso avere notizie su milioni di cose che stanno accadendo in questo momento (anche le più irrilevanti)”.

Quindi la scomparsa dell’utilizzo dei pronomi di cortesia segnano un vero e proprio passaggio culturale. Si tratta di una evoluzione?

Qualcuno afferma che il pronome “Lei” soprattutto nelle aule tende a marcare la distanza tra adulti educatori e giovani studenti. Ancora una volta, un po’ come nella questione dell’abbigliamento a scuola, si rischia di prendere un granchio. Non sono certo i pronomi a far sentire gli studenti meno accolti e meno compresi dai docenti e dal personale scolastico. Un certo linguaggio è indispensabile per ridisegnare i confini dei ruoli e a sottolineare il rapporto pedagogico docente-discente. La distanza si accorcia attraverso l’empatia e l’ascolto attivo che ciascun insegnante dovrebbe destinare ai propri studenti, di sicuro non tramite la scorciatoia di un “tu”.

Aver sdoganato il “tu” non è una colpa grave. Ma lo è nella misura in cui, ancora una volta, il cambiamento taglia di netto la consapevolezza con cui dovrebbe essere accompagnato.

Il vulnus quindi è sempre lo stesso: la mancanza di consapevolezza, tratto dominante dei giovani dei nostri tempi che sono brillanti e intelligentissimi, ma non sempre centrati sulla realtà. D’altronde, l’uso del “tu” indiscriminato è stato favorito soprattutto dagli adulti, sedotti dalla chimera del giovanilismo e facili vittime di un certo narcisismo. Sentirsi dare del “tu” pur avendo i capelli ormai grigi, aiuta senz’altro a pensarsi più “inclusi” nel tempo presente così negligente, indifferente e persino crudele nei confronti del passato.

Vita sociale

Lavoro: in Italia quasi 8 milioni di occupati con contratto scaduto

È quanto emerge dal nuovo numero del Notiziario sul mercato del lavoro e la contrattazione. Tiziano Treu, presidente del Cnel: “Sono aumentate le diseguaglianze: serve un nuovo welfare”

03 Mag 2022

I contratti collettivi nazionali di lavoro vigenti nel settore privato, che sono depositati nell’Archivio nazionale dei contratti del Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro alla data del 3 febbraio 2022, sono 835 e riguardano 12.991.632 di occupati. Gli accordi scaduti sono 516 pari al 62% del totale e si riferiscono a 7.732.312 di lavoratori (il 59%). È quanto emerge dal nuovo numero del Notiziario sul mercato del lavoro e la contrattazione del Cnel che si apre con un focus sullo stato di avanzamento dell’Archivio nazionale dei contratti in seguito all’introduzione del Codice unico dei contratti, istituito dalla legge 120/2020 (decreto Semplificazioni) che ne ha assegnato l’attribuzione al Cnel ed è entrato definitivamente in vigore il primo marzo 2022.
“La pandemia – scrive il presidente del Cnel, Tiziano Treu, nell’editoriale del nuovo numero del Notiziario – ha aggravato non una ma molte dimensioni delle diseguaglianze già esistenti nel Paese, non solo nel lavoro e nel reddito delle persone, ma nella salute e la mortalità, la partecipazione scolastica e l’apprendimento, le relazioni sociali e le condizioni generali di vita”. Secondo Treu, “il vero problema è che la loro combinazione ne aggrava l’impatto anche perché molti di queste si concentrano sulle stesse persone, gruppi sociali e aree geografiche, di solito quelli più fragili e meno protetti”. “C’è l’urgenza – ammonisce il presidente del Cnel – di rivedere l’impostazione complessiva del nostro welfare, per andare oltre l’assetto ricevuto dal passato, che è di tipo lavoristico categoriale, per procedere in direzione di un sistema di protezione e di promozione sociale universalistico”.

 

 

Ecclesia

Proclamata beata Armida Barelli donna al centro della vita della Chiesa

03 Mag 2022

di Silvano Trevisani

Sabato 30 aprile, in un Duomo di Milano stracolmo di fedeli, Armida Barelli è stata proclamata beata assieme a don Mario Ciceri, sacerdote ambrosiano noto per le sue doti esemplari, nel corso di una solenne cerimonia presieduta dal cardinale Marcello Semeraro. Cofondatrice dell’Università cattolica del Sacro Cuore, dirigente dell’Azione cattolica italiana, cofondatrice delle Missionarie della regalità di Nostro Signore Gesù Cristo e dell’Opera della regalità di Nostro Signore G. C., Armida Barelli è universalmente nota.

Attivista, missionaria, politica, apostola, militante, leader, propagandista, organizzatrice: Armida Barelli è stata una donna che nella Chiesa ha svolto un ruolo che è andato molto al di là di quello che molti uomini erano disposti a riconsocere. Alle mille definizioni della sua vita inquieta, monumentale, instancabile, si è aggiunta ora quella di “beata”. Sale, così, sugli altari la prima delle femministe cattoliche, una rivoluzionaria senza bisogno di ribellioni, la sorella maggiore di milioni di ragazze credenti, quella che ha aperto loro la strada verso un’idea inaudita: che il protagonismo delle laiche, prima ancora che un diritto, è un dovere, una condizione necessaria senza la quale il mondo, e il Regno, rimarrebbero edificati solo a metà.

Sulla figura della beata Armida Barelli abbiamo rivolto alcune domande a Vincenzo Di Maglie, docente con una lunga militanza nell’Azione Cattolica, della quale è stato anche presidente diocesano.

Cos’ha da insegnare alle donne e agli uomini di oggi una donna come Armida Barelli?

Innanzitutto una laicità a tutto tondo, un fatto singolare per l’epoca in cui viveva. Due aspetti ritengo fondamentali, in questo senso. Il primo è quello di essere stata “itinerante”: pur essendo donna, a quel tempo, parliamo dei primi decenni del Novecento, girava in lungo e in largo l’Italia, investendo tantissimo nel costruire rapporti tesi all’emancipazione delle donne, forte anche di una “figura femminile” e di un certo grado di cultura. Se io dovessi fare un ponte tra quello che è stato l’aspetto significativo col quale, da donna, ha avviato un percorso di evangelizzazione in quel periodo, e la realtà odierna, con l’attualità persistente del suo insegnamento oggi, direi: la laicità, la presenza nel mondo. Il secondo aspetto, che certamente è molto particolare, lo individuerei nel suo modo di porsi alla pari con la gerarchia. Pur essendo molto rispettosa e attenta a quelli che erano i ruoli, riusciva ad essere al contempo schietta e diretta.

Ma le battaglie che portava avanti per l’emancipazione della donna non rischiavano di porla in contrapposizione con l’idea corrente al tempo?

Certamente. Ha rappresentato una pietra di scandalo, ma in quel periodo sapeva che era necessario investire nell’emancipazione, partendo dal percorso di alfabetizzazione. Per mia esperienza posso dire che in un paese piccolo come Fragagnano, quando da presidente dell’Azione cattolica visitavo le parrocchie, trovai donne avanti con l’età che ancora ricordavano benissimo le circolari, questi “fogli di popolarità” che venivano fatti circolare in quel periodo, con i quali Armida spiegava come fare in modo che le donne fossero autonome. Questa autonomia doveva derivare dalla loro emancipazione e la prima forma di emancipazione era proprio l’alfabetizzazione, imparare a leggere e a scrivere.

Ma lei, accanto alla promozione dell’alfabetizzazione, investiva molto del suo impegno nella cultura più “alta”.

Certo, con la formazione dell’Università cattolica. Dall’alto della sua cultura, del suo modo di essere, ha decisamente portato avanti un’apertura molto significativa per quel periodo. Era molto attiva e molto in anticipo su tutto. È stata certamente una donna che ha attraversato la storia in un periodo molto importante giocando un ruolo determinante.

foto: Istituto secolare missionarie della Regalità di Cristo

Politica italiana

Il Consiglio dei ministri vara gli aiuti per fronteggiare la crisi: in arrivo 14 miliardi di euro

I fondi stanziati saranno più del doppio di quelli che erano stati preventivati nei giorni scorsi e che venivano ritenuti insufficiente da partiti e sindacati

03 Mag 2022

di Stefano De Martis

Il nuovo pacchetto di aiuti per fronteggiare la crisi causata dalla guerra in Ucraina ammonta a 14 miliardi, più del doppio di quel che era stato preventivato nei giorni scorsi e veniva ritenuto insufficiente da partiti e sindacati. Il Consiglio dei ministri ha articolato l’operazione in due decreti-legge: uno per la proroga all’8 luglio del taglio delle accise, esteso anche al metano, l’altro per una serie di misure che si estendono a molte aree, come ha spiegato in conferenza stampa Mario Draghi. In primo piano alcune riforme che “ci permettono di accelerare la transizione ecologica”, di “fare uno scatto negli investimenti” in quelle energie rinnovabili che “contribuiranno a renderci più indipendenti dal gas russo”. Contestualmente i provvedimenti affrontano in modo diretto l’impennata del caro-vita, un’accelerazione che – ha spiegato il premier – “dipende in larghissima misura dai prezzi dell’energia e questo significa che si tratta di una situazione temporanea che va affrontata con strumenti eccezionali”. Con il decreto aiuti, tra l’altro, arriverà un contributo una tantum di 200 euro per lavoratori e pensionati fino a 35mila euro di reddito, una platea di circa 28 milioni di persone.

“Nel clima di grandissima incertezza che c’è, il governo fa il possibile per poter dare un senso di direzione, di vicinanza, a tutti gli italiani”, così Draghi ha sintetizzato il significato delle decisioni prese dal Consiglio dei ministri.

Nonostante l’ingente mobilitazione di risorse non sarà necessario uno scostamento di bilancio perché non si farà ricorso a nuovo indebitamento: gli 8 miliardi che si sono aggiunti al “tesoretto” iniziale – i circa 6 miliardi resi disponibili dall’eccezionale crescita dello scorso anno – saranno reperiti soprattutto attraverso un aumento delle tasse sui profitti extra realizzati dalle grandi imprese energetiche. Tra le misure viene previsto il rinnovo del bonus sociale per le bollette, che diventa di fatto retroattivo, e forme di sostegno per affitti e trasporti.Sul versante delle imprese particolare attenzione è riservata a quelle che hanno bisogno di grandi quantità di energia – con un’estensione del credito d’imposta – e a quelle che hanno forti interscambi con le zone direttamente investite dalla guerra, per le quali sono stabiliti aiuti a fondo perduto. Per le imprese che sono impegnate in appalti pubblici nell’ambito del Pnrr il governo prevede un aggiornamento periodico dei prezzi così da tener conto dei maggiori costi derivanti dalla situazione internazionale.
La gestazione dei provvedimenti è stata piuttosto complessa. Al mattino il governo ha incontrato i sindacati, poi alle 12 il Consiglio dei ministri si è riunito una prima volta per il decreto sulle accise. Quindi è stata convocata la “cabina di regia” con i capi delegazione dei partiti e a seguire, alle 18, una nuova seduta del Consiglio per il decreto aiuti. Gli esponenti del M5S non hanno partecipato al voto per protesta contro le norme sui poteri speciali in materia di rifiuti attribuiti al commissario per il Giubileo (il sindaco di Roma) che comprendono la possibilità di costruire un nuovo termovalorizzatore.

 

foto Ansa/Sir

Francesco

Papa Francesco: “Prima di andare a Kiev devo andare a Mosca: sono pronto a incontrare Putin”

In un’intervista rilasciata al Corriere della Sera, il pontefice parla degli sforzi diplomatici per incontrare il leader russo

Vaticano, 25 marzo 2022. Papa Francesco consacra a Maria Madre di Dio la Russia e l'Ucraina.
03 Mag 2022

“A Kiev per ora non vado, sento che non devo andare. Io prima devo andare a Mosca, prima devo incontrare Putin. Ma anche io sono un prete, che cosa posso fare? Faccio quello che posso. Se Putin aprisse la porta…”. Lo ha detto papa Francesco nell’intervista rilasciata al Corriere della Sera.
Il pontefice guarda per la possibilità di agire insieme al patriarca della Chiesa ortodossa Kirill. Cita il colloquio di 40 minuti via zoom del 15 marzo scorso e le “giustificazioni” della guerra citate da Kirill, e torna sul mancato appuntamento a giugno a Gerusalemme. “Ho ascoltato – afferma Francesco nell’intervista al Corriere della Sera – e gli ho detto: di questo non capisco nulla. Fratello noi non siamo chierici di Stato, non possiamo utilizzare il linguaggio della politica, ma quello di Gesù. Siamo pastori dello stesso santo popolo di Dio. Per questo dobbiamo cercare via di pace, far cessare il fuoco delle armi. Il patriarca non può trasformarsi nel chierichetto di Putin. Io avevo un incontro fissato con lui a Gerusalemme il 14 giugno. Sarebbe stato il nostro secondo faccia a faccia, niente a che vedere con la guerra. Ma adesso anche lui è d’accordo: fermiamoci, potrebbe essere un segnale ambiguo”.
L’intervista al quotidiano è centrata sul tema della guerra in Ucraina contro la quale il papa si è appellato sin dal primo giorno, il 24 febbraio scorso, e per la quale tanti sono stati finora i tentativi di mediazione, a partire dalla telefonata a Zelenski, alla visita all’ambasciata russa presso la Santa sede per chiedere di “fermare” le armi, e soprattutto con la disponibilità ad andare a Mosca fatta pervenire da subito al presidente Putin. “Ho chiesto al cardinale Parolin – racconta il papa -, dopo venti giorni di guerra, di far arrivare il messaggio a Putin che io ero disposto ad andare a Mosca. Certo, era necessario che il leader del Cremlino concedesse qualche finestrina. Non abbiamo ancora avuto risposta e stiamo ancora insistendo anche se temo che Putin non possa e voglia fare questo incontro in questo momento. Ma tutta questa brutalità come si fa a non fermarla? Venticinque anni fa con il Ruanda abbiamo vissuto la stessa cosa”.

 

foto Siciliani-Gennari/Sir

Mondo

Il premio Daphne Caruana Galizia del Parlamento Ue per la libertà di parola nel giornalismo

03 Mag 2022

In occasione della Giornata mondiale della libertà di stampa, il Parlamento europeo, riunito in sessione plenaria a Strasburgo, svolge un dibattito sull’argomento, con una particolare attenzione all’informazione in tempo di guerra. Diversi interventi segnalano il problema della sicurezza degli operatori dei media. Proprio oggi il Parlamento pubblica inoltre l’invito a presentare le proposte per il Premio Daphne Caruana Galizia per il giornalismo.
“Il premio è un riconoscimento annuale per il giornalismo d’eccellenza che promuove e difende i principi e i valori fondamentali dell’Unione europea, quali dignità umana, libertà, democrazia, uguaglianza, Stato di diritto e diritti umani”, specifica una nota diffusa a Strasburgo. La presidente del Parlamento europeo, Roberta Metsola, ha detto: “Il messaggio del Parlamento europeo è chiaro: l’Europa è al fianco di chi cerca la verità. La penna di Daphne è stata messa a tacere perché stava scoprendo la verità: non dovremmo mai permettere ai giornalisti di diventare bersagli e vittime. Con questo premio il Parlamento europeo continuerà a difendere la libertà di parola, la pluralità dei media e il giornalismo di qualità, e contribuirà a trasmettere questi valori alle generazioni future”.
Possono partecipare giornalisti o team di giornalisti di qualsiasi nazionalità, presentando inchieste approfondite pubblicate o trasmesse da mezzi di comunicazione con sede in uno dei 27 Stati membri dell’Unione. Il vincitore verrà scelto da una giuria indipendente, composta da rappresentanti della stampa e della società civile dei 27 Paesi dell’Ue e da rappresentanti delle principali associazioni dei giornalisti europee. La cerimonia di premiazione si terrà, come ogni anno, intorno al 16 ottobre, anniversario dell’omicidio di Daphne Caruana Galizia.
Il premio e i 20mila euro assegnati al vincitore “dimostrano il sostegno del Parlamento al giornalismo investigativo e l’importanza di una stampa libera”. Negli ultimi anni, il Parlamento “ha segnalato i tentativi, all’interno e all’esterno dell’Ue, di minare il pluralismo dei media. I deputati hanno denunciato attacchi ai giornalisti, in particolare da parte dei politici, e chiesto alla Commissione di presentare una proposta legislativa contro le azioni legali vessatorie. Il 27 aprile, la Commissione ha annunciato una proposta per affrontare le azioni legali nei confronti di giornalisti e attivisti”.
I giornalisti possono presentare i loro articoli sul sito https://daphnejournalismprize.eu/ entro le 23.59 del 31 luglio 2022.

 

foto Ansa/Sir

8xmille

Le nuove vite possibili grazie all’8×1000 alla Chiesa cattolica

02 Mag 2022

di Filippo Passantino

Un riparo per senza dimora, nelle notti gelide, a Bergamo. Un approdo per donne vittime di violenza, a Foggia. La certezza di un pasto per i poveri di Palermo. Nella mappa delle emergenze si accendono luci di speranza per chi ha bisogno di aiuto. E continuano a operare nel tempo. Tutto ciò grazie alla firma nella dichiarazione dei redditi in favore dell’8xmille alla Chiesa cattolica.
Sono oltre 8.000 i progetti che, ogni anno, si concretizzano in Italia e nei Paesi più poveri del mondo, grazie alle sottoscrizioni dei contribuenti, secondo tre direttrici fondamentali di spesa: culto e pastorale, sostentamento dei sacerdoti diocesani, carità in Italia e nel Terzo mondo. Per fare conoscere l’impegno di risorse e volontari, sacerdoti, religiosi e religiose per aiutare le persone in difficoltà anche quest’anno sarà diffusa dall’8 maggio dalla Conferenza episcopale italiana una campagna pubblicitaria. Il claim è “Non è mai solo una firma. È di più, molto di più“. Parole che mettono in evidenza il significato profondo della firma: un semplice gesto che vale migliaia di opere.
Così un dormitorio, un condominio solidale, un orto sociale diventano molto di più e si traducono luoghi di ascolto e condivisione, in mani tese verso altre mani, in occasioni di riscatto. Dal dormitorio Galgario che, nel centro storico di Bergamo, offre ospitalità e conforto ai più fragili alla Locanda San Francesco, un condominio solidale nel cuore di Reggio Emilia per persone in difficoltà abitativa; dalla casa d’accoglienza Madre Teresa di Calcutta, un approdo sicuro, a Foggia, per donne vittime di violenza a Casa Wanda che a Roma dà assistenza e supporto ai malati di Alzheimer e ai loro familiari, passando per la mensa San Carlo di Palermo, a pieno regime anche durante la pandemia per aiutare antiche e nuove povertà. Farsi prossimi con l’agricoltura solidale è, invece, la scommessa di Terra Condivisa, orto solidale di Faenza, che coltiva speranza e inclusione sociale.
L’8xmille consente anche di valorizzare il patrimonio artistico nazionale con preziose opere di restauro come è accaduto a Grottazzolina (Fermo) dove la chiesa del Ss. Sacramento e Rosario, da tempo inagibile, è stata restituita alla cittadinanza continuando a tramandare arte e fede alle generazioni future. Su www.8xmille.it sono disponibili anche i filmati di approfondimento sulle singole opere mentre un’intera sezione è dedicata al rendiconto storico della ripartizione 8xmille a livello nazionale e diocesano. Nell’area “Firmo perché” sono raccolte le testimonianze dei contribuenti sul perché di una scelta consapevole. Non manca la Mappa 8xmille che geolocalizza e documenta con trasparenza quasi 20mila interventi già realizzati.

“Terra condivisa” a Faenza: farsi prossimo con l’agricoltura solidale. A pochi chilometri da Faenza, nel cuore delle colline di Castel Raniero, si trova Terra condivisa, un orto dove si coltivano soluzioni all’emarginazione e alla disoccupazione. È un progetto di agricoltura sociale, promosso dalla Caritas di Faenza-Modigliana, destinato a persone svantaggiate, con l’obiettivo di fornire competenze utili per il lavoro agricolo e per l’inserimento in una nuova dimensione relazionale. “Terra, lavoro e persone – spiega Erica Squarotti, referente per il progetto – sono i cardini di questo progetto: tramite una formazione retribuita e imparando il mestiere del contadino nell’orto di ‘Terra Condivisa’ a Castel Raniero accompagniamo persone inoccupate e con situazione di svantaggio sociale in un percorso di autonomia, così che, una volta acquisite competenze spendibili nel mercato del lavoro, sia facilitato il loro inserimento nel tessuto produttivo locale”. Al centro del tirocinio formativo figurano tematiche specifiche come la sicurezza, l’orticoltura, la raccolta e la potatura senza trascurare la pratica della lingua italiana e la comprensione delle dinamiche legate all’impiego, affrontate nell’ottica di aumentare le future opportunità lavorative dei partecipanti.
Sostenuto nel primo triennio, dal 2019 al 2021, con 225.000 euro provenienti dai fondi 8xmille alla Chiesa cattolica, questo progetto di agricoltura solidale coniuga la formazione e il recupero delle tradizioni contadine. Questo avviene grazie ad un percorso sul “campo” assicurato dal coinvolgimento di ortolani esperti che condividono il proprio “sapere contadino” con le persone che vi partecipano, prima richiedenti asilo, ospitati sul territorio, e ora persone in fragilità socio-economica, con lievi disabilità e disoccupati che chiedono aiuto alla Caritas e ai servizi sociali.
Filiera corta e produzione a chilometro zero sono i tratti distintivi dell’orto, realizzato dall’Organizzazione di volontariato Farsi Prossimo. Su un ettaro di terreno viene coltivata una ricca varietà di ortaggi e verdure mentre un’area è dedicata alla produzione di cachi. Il fiore all’occhiello sono le fragole con una produzione annua che si attesta sui 1000 chili. I prodotti della terra, lavorati nel rispetto della natura, sono venduti ai privati e ad alcuni ristoranti della zona mentre le eccedenze vengono recuperate attraverso le mense Caritas o la distribuzione di alimenti.

Con Casa Wanda un centro diurno a Roma dove si cura il buio dell’Alzheimer. In Italia sono un milione e 400 mila le persone che soffrono di demenza, di cui 38.000 nel Lazio. Tra questi il 45% è affetto dalla forma più nota e grave: l’Alzheimer. L’incidenza è in costante aumento e, purtroppo, non coinvolge soltanto gli anziani. Per affrontare e curare la malattia la conoscenza è fondamentale, non solo per le persone ammalate ed i loro familiari, ma per tutta la comunità che deve farsi carico nel suo insieme di queste problematiche. Lo sanno bene a Casa Wanda, centro di sollievo per malati di Alzheimer situato nel cuore di Villa Glori a Roma, presso il complesso dell’ex Colonia Marchiafava, e ristrutturato grazie alla donazione della Fondazione Wanda, da sempre impegnata ad aiutare e assistere anziani fragili e soli. Promossa dalla Caritas di Roma e finanziata con i fondi 8xmille, la struttura accoglie gratuitamente fino a 20 persone al giorno. Qui gli ospiti si ritrovano in un luogo accogliente e stimolante, insieme con i propri familiari.
Ambienti interni sicuri e spazi esterni progettati con cura favoriscono una corretta stimolazione mentale e fisica grazie anche a laboratori e attività creative coordinati da personale specializzato. “Casa Wanda – spiega il responsabile Salvatore Grammatico – si è affermata come centro dedicato ai malati di Alzheimer gravi. Con la nostra equipe di professionisti offriamo ascolto e supporto psicologico a chi presenta un declino cognitivo, ai loro familiari e ai caregivers. Ci preoccupiamo, tramite diverse tecniche, di stimolare la memoria del corpo per far riaffiorare il potenziale dell’essere umano in qualunque condizione, anche di disagio estremo”.

La casa d’accoglienza Madre Teresa di Calcutta a Foggia: unapprodo sicuro per donne vittime di violenza. Viene considerata un porto sicuro per donne vittime di abusi, costrette a vivere in strada per sfuggire a uomini violenti e sfruttatori. A Foggia oepra la realtà della Casa di accoglienza Madre Teresa di Calcutta. Si trova nella parrocchia di San Salvatore. Ristrutturata con 30mila euro provenienti dai fondi 8xmille alla Chiesa cattolica, la struttura accoglie quattro giovani mamme nigeriane con i loro bimbi. Come Loveth, che si è presentata presso la casa quando era incinta di 6 mesi, perché aveva sentito parlare delle attenzioni e degli aiuti che la Caritas di Foggia da sempre rivolge ai ragazzi stranieri.

Oggi il piccolo Alessandro ha un anno ed è stato battezzato da don Carmelo, il nuovo parroco della parrocchia di San Salvatore. Quando è arrivata, Loveth ha raccontato una storia di violenza: il compagno, anch’egli nigeriano, la costringeva a prostituirsi ma, una volta rimasta incinta, per amore di se stessa e della creatura che portava in grembo, ha deciso di uscire dal giro della prostituzione, allontanandosi dall’uomo. La ragazza, che in poco meno di un anno ha imparato l’italiano, seguirà a breve un corso da aiuto cuoca che prevede un successivo inserimento presso uno dei ristoranti in contatto con la Caritas di Foggia. “Sono storie di coraggio e di riscatto di giovani donne arrivate in Italia con il miraggio di un lavoro e finite nelle mani di sfruttatori senza scrupoli. Il nostro progetto è partito nel 2016 – spiega Giuseppina Di Girolamo, direttore della Caritas di Foggia-Bovino – con l’obiettivo di intercettare quante non denunciano gli abusi, per minacce, difficoltà economiche o culturali con l’intento di metterle in salvo in un’abitazione protetta. In sei anni abbiamo accolto 75 donne con 16 minori, grazie al supporto del nostro team composto da 13 persone, tra volontarie ed operatori”.
Dopo un colloquio con il Centro Ascolto è stato offerto loro un piccolo alloggio, autogestito, nella struttura coordinata dalla Caritas. Qui le giovani donne vengono aiutate a reinserirsi nella società e nel mondo lavorativo e riacquistano la speranza in un futuro migliore. La Casa è il luogo ideale dove poter crescere in sicurezza il proprio bambino; la permanenza è garantita anche per periodi lunghi, fino a quando la giovane mamma non sarà ben integrata nella società.

A Palermo la Mensa San Carlo per i più poveri. Destinata a chi è in povertà estrema, per la maggior parte disoccupati, migranti, persone senza fissa dimora, in continuo aumento anche a Palermo, la Mensa San Carlo, nel cuore del centro storico, è una mano tesa rivolta a quanti sono a rischio di esclusione sociale. Opera segno della Caritas diocesana di Palermo, è aperta 365 giorni all’anno, anche a Pasqua e ad agosto, grazie ad una squadra di volontari.
In un ambiente familiare, gli operatori condividono con gioia alcuni momenti della giornata con gli ospiti: un aiuto gratuito che non si concretizza solo nella preparazione di un pasto caldo, ma anche nel reinserimento della persona nel contesto sociale. Accanto ai volontari, la ‘macchina’ della Caritas diocesana che organizza l’accesso, autorizzato da un apposito centro d’ascolto per valutare le reali esigenze e necessità dei richiedenti, ai quali viene rilasciato un tesserino personale. Dalle firme, nel quinquennio 2015-21, sono arrivati 644 mila euro che hanno permesso di offrire un servizio stabile di mensa sociale con un regime ottimale di funzionamento che si attesta sui 110 pasti giornalieri. “I fondi 8xmille – spiega il vice direttore della Caritas, don Sergio Ciresi – rappresentano la risorsa fondamentale che ha permesso di avviare la struttura nel 2004 e che consente di fare fronte alla gestione quotidiana. Sono un contributo che ci permette di sviluppare anche laboratori, come quello di musica e di pittura, e un servizio di prossimità attraverso attività di animazione”.
Sono oltre 40mila i pasti caldi serviti in un anno, 7 mila le famiglie seguite dalla rete Caritas e dalle associazioni per un totale di circa 22mila persone. Numeri che, dopo una prima fase di pandemia, sono lievitati a 15mila famiglie e 45.500 persone. “La crisi del Covid ha comportato pesanti ripercussioni nella nostra città. Sono migliaia – racconta don Ciresi – le persone che hanno dovuto affrontare molte difficoltà dovute al reddito insufficiente o alla disoccupazione, a problemi abitativi, familiari, di salute o legati al loro status di migranti. In quel periodo molti ‘nuovi poveri’ hanno bussato alla nostra porta, persone che non avevano mai avuto bisogno di una mano si sono rivolte a noi per un sostegno. Anche nel pieno del lockdown siamo rimasti sempre aperti, unica mensa a Palermo, garantendo, grazie alla nostra squadra di circa 500 volontari, la distribuzione di cestini da asporto”. La Mensa è il luogo ideale per raggiungere gli ultimi, anche con il Polo diurno e notturno che ospita 24 persone, accolte con un piano individualizzato di reinserimento sociale, la raccolta e redistribuzione di viveri, il servizio docce e lavanderia. Inoltre, l’Unità mobile offre un servizio di pronto intervento su strada ai senza fissa dimora con la consegna di pasti caldi, acqua e materiale igienico-sanitario.

L'argomento

Slow Food scommette su Taranto: in un paio di mesi anche l’etichetta della cozza

02 Mag 2022

di Marina Luzzi

La cozza nera tarantina è Presidio Slow Food, un marchio conosciuto a livello internazionale. Decine di mitilicoltori tarantini hanno aderito al disciplinare che segna un cambio di tendenza: si istituzionalizza la tipicità del nostro prodotto ma a patto che gli allevamenti siano sostenibili, che si utilizzino reti compostabili e non in plastica, che si promuova il lavoro e la legalità. Potrebbe essere il primo passo per superare abusivismo e criticità ma soprattutto è un’operazione che torna a dare alla cozza tarantina l’immagine di un prodotto sano, sicuro e controllato. Un lungo percorso, che segna un altro elemento positivo: il lavoro in squadra. Vi hanno infatti partecipato istituzioni, associazioni di categoria, stakeholder del territorio e, soprattutto, operatori del settore che hanno potuto dare un loro contributo. Nella gestione del “Presidio Slow Food della cozza nera tarantina” sono coinvolti Slow Food Puglia, il Comune di Taranto, l’Istituto di Ricerca sulle Acque CNR – Taranto e il Parco regionale del Mar Piccolo. È un progetto che rientra nella mission di ECO.PA.MAR – “Ecomuseo Palude La Vela e Mar Piccolo” e nelle finalità del “Parco regionale naturale del Mar Piccolo”. Di tutto questo abbiamo parlato con la direttrice di Slow Food Italia, Serena Milano.

Perché la cozza di Taranto?

«Iniziamo con il dire che è un prodotto della cui qualità si conosce, che ha una storia di generazioni. Questo però è un Presidio speciale, che va molto oltre il prodotto. È una scommessa sul futuro di questa città. Insieme ai mitilicoltori, Taranto guarda alla sua risorsa più importante, il mare, e mette insieme rispetto dell’ambiente e rispetto per il lavoro, per la cultura e per il sapere che si tramanda. Una sfida importante che, se si vince qui, in un contesto così complesso, può diventare un esempio, un simbolo per molte altre aree del Paese».

Quanto tempo ci avete messo?

«Tutto è iniziato 4-5 anni fa. È stato un percorso lungo. La prima volta che ci è stato proposto c’è stata un po’ di titubanza, preoccupazione, per via del contesto complesso. Ci domandavamo se potessimo essere tranquilli, sicuri, sulla qualità delle acque. Slow Food Puglia ci ha creduto tanto, sono stati tenaci, cercando di coinvolgere il Cnr, Novamont, azienda che produce le reti biodegradabili per la coltivazione dei mitili, al posto di quelle di plastica tradizionale. Serviva un supporto tecnico e scientifico allargato. Era un progetto di tale complessità che non si poteva fare da soli. C’è stata grande cautela proprio perché sapevamo che era una realtà complessa e bisognava fare bene. Non avevamo alcun dubbio sull’importanza del progetto, anche per la sua valenza sociale ed ambientale».

Cosa garantisce il disciplinare?

«Per prima cosa voglio dire che ero stupita che con questa storia millenaria di allevamento di cozze che avete,  non ci fosse ancora un regolamento. Il disciplinare è molto dettagliato, di una ventina di pagine e non lascia nulla di non detto. Spiega come devono essere allevate le cozze, in quale contesto, con quali caratteristiche. Per redigerlo sono stati coinvolte  associazioni di categoria, cooperative di mitilicoltori e chiunque abbia voluto far parte del processo. Ora le decine di mitilicoltori che hanno aderito al “Presidio Slow Food della cozza nera tarantina”, impegnandosi così ad applicare nelle loro produzioni il disciplinare tecnico, potranno utilizzare sui loro prodotti anche il marchio Slow Food riconosciuto a livello internazionale. Per noi il progetto dei Presìdi va oltre il prodotto, non è una lista di prodotti gourmet, ma un buon pretesto per attuare un progetto che metta al centro un territorio, una comunità, un ecosistema e in questo caso più che mai».

Nel disciplinare in che modo si inserisce il tema della sostenibilità?

«Le procedure del disciplinare tecnico prevedono una maggiore attenzione al rispetto e alla salvaguardia dell’ecosistema marino, interessando anche la produzione dei rifiuti e l’attuazione delle procedure per limitare l’impatto ambientale. Tra queste l’impiego delle reti biodegradabili. L’idea è che a fine stagione vengano raccolte e consegnate ad un impianto di compostaggio, per essere usate per il verde pubblico intorno a Taranto. Peraltro quella delle cozze è una forma di allevamento già molto sostenibile, a basso impatto sull’ambiente. Mettendo insieme tutti questi aspetti, Taranto è diventata per noi un presidio simbolico, significativo a livello politico, tanto che il 13 di maggio, ad un’anteprima di Terra Madre Salone del Gusto di Roma , porteremo questa come buona pratica e abbiamo invitato i mitilicoltori ionici a raccontarsi. Se questo progetto funziona, diventa di grande esempio per altri».

Negli scorsi giorni ha incontrato i mitilicoltori tarantini in Regione, per la presentazione ufficiale. Cosa vi siete detti?

«Io ho parlato con Luciano Carriero, che mi ha detto:”Per noi questo è un riscatto. Abbiamo pagato per anni questo immaginario collettivo negativo della cozza inquinata anche se in realtà ormai lavoriamo in un mar Piccolo dove le acque sono limpide e l’ecosistema è unico al mondo grazie ai citri. Ora abbiamo le acque più controllate d’Italia”. Un altro mi ha detto: “Per noi questo connubio con Slow Food è uno spiraglio di luce, dopo anni di inferno”. Non nascondo che se da una parte c’è orgoglio per questo, dall’altra sentiamo forte la responsabilità. Mi ha stupito vedere lo slancio, aver creato tanta fiducia. Ora  tutto dipenderà dalle persone: se ci credono e si impegnano oppure se vanno a traino ma quest’aspettativa enorme e questa fiducia sono già un risultato. Gli obiettivi sono due: coinvolgere ulteriori mitilicoltori e creare un’etichetta del prodotto, in modo che sia distinguibile da tutto il resto e venga promosso il lavoro fatto».

Quali sono i tempi per la nascita dell’etichetta?

«In un paio di mesi dovremmo farcela. A settembre avremo un evento importante a Torino, che attirerà migliaia di giornalisti da tutto il mondo e immaginiamo di far partecipare i mitilicoltori tarantini con il loro stand, la loro etichetta e che presentino la cozza».

 

.

Editoriale

Velate richieste di aiuto

02 Mag 2022

di Emanuele Carrieri

Due settimane fa, papa Francesco ha detto agli adolescenti italiani: “Voi avete “il fiuto”. E questo non perdetelo, per favore! Voi avete il fiuto della realtà, ed è una cosa grande. Il fiuto che aveva Giovanni: appena visto lì quel signore che diceva: “Buttate le reti a destra”, il fiuto gli ha detto: “È il Signore!”. Era il più giovane degli apostoli. Voi avete il fiuto: non perdetelo! Il fiuto di dire “questo è vero – questo non è vero – questo non va bene”; il fiuto di trovare il Signore, il fiuto della verità.” Il problema è che il fiuto, di tanto in tanto, non si lascia incardinare nei canoni che – lo si impara dall’esperienza – possono accompagnare verso la maturità, ossia l’equilibrio delle possibilità. L’adolescenza e la giovinezza sono sentieri talvolta impervi, faticosi, quasi mai scontati, spesso imprevisti e impensati, con dei fuoripista che possono portare a forme contraddittorie di ricerca di sé stessi. Questa è l’adolescenza, è la giovinezza: è la ricerca di sé in relazione all’altro, agli altri, ai molteplici contesti sociali, valoriali, agli interessi in campo. Gli episodi che di recente hanno riempito le cronache, e che tuttora le riempiono, relativi a forme di autolesionismo oppure a tipologie di incomunicabilità, di isolamento o di solitudine, fino a tentativi di suicidio, ci avvertono, a chiare lettere, che non si può e non si deve abbassare la guardia. Ciò significa stare allerta, essere in permanente stato di preallarme, significa riconoscere per tempo ogni campanello di allarme, magari a partire dai piccoli segnali nel comportamento e nel linguaggio, per la ragione che il disagio viene quasi sempre mascherato, a parte certe situazioni nelle quali invece assume forme estreme. Quasi come dire di una non sopportabilità, non tollerabilità dell’esistenza e dell’esistente. Si pensi alle forme di solitudine più estreme – in Giappone, gli hikikomori sono i ragazzi che scelgono di scappare dalla vita sociale, cercando livelli finali di isolamento e di confinamento – oppure di decisa riduzione di ogni impegno scolastico, atletico, musicale, ricreativo, di lavoro. Si pensi anche agli improvvisi, inaspettati, fulminei cambiamenti di umore, oppure a una comunicazione confusa, indecifrabile, ingarbugliata. E anche l’abbandono scolastico continua a fare paura, ovunque, al meridione come al settentrione, un fenomeno crescente e sempre più preoccupante, specchio implacabile di una società che fa fatica a occuparsi delle nuove generazioni. Comunque, gli adolescenti e i giovani, per lo più indirettamente, lanciano forme molto velate di richieste di aiuto. Come comprendere certi segnali, come decifrare alcuni messaggi? Si tratta di avere sempre la delicatezza, il garbo e l’accortezza, quando le situazioni si fanno problematiche, di aiutare ad aiutarsi, anzitutto a chiedere aiuto, superando anche il possibile senso di pudore o di vergogna. Chiedere aiuto è un passo in avanti, perché dice della volontà di ricerca di una possibile salvezza. E non si può improvvisare: è indispensabile l’intervento di persone molto competenti e capaci di dialogo. La pandemia – lo abbiamo detto e ridetto, ci è stato detto e ridetto – ha cambiati tutto e tutti. Ma è la salute mentale degli adolescenti e dei giovani, soprattutto, ad avere sofferto in maggior misura in questi due anni difficili e faticosi. Sono cresciuti gli accessi ospedalieri per malori neuropsichiatrici, rispetto al periodo precedente la pandemia. I problemi di gestione dell’ansia e i disturbi dell’umore sono più diffusi di quanto si pensi, assieme ad alti livelli di disordine, di sconvolgimento emotivo. Sono forme di disagio che affermano chiaro e tondo che la gestione delle sensazioni ed emozioni, incluse le sofferenze che possono tradursi in comportamenti autolesivi, non è affatto facile, non è mai facile. L’adolescenza, la giovinezza, oggi sono più complicate rispetto alle generazioni del passato, perché ci sono meno punti fermi. Non solo sul piano sociale, del lavoro, ma anche a livello di convinzioni, di un pensiero autonomo, di prospettive sull’avvenire. Ciò porta, anzitutto i giovani, a concentrarsi sull’immediato, sul presente, mettendo fra parentesi e fra virgolette (“ci penserò domani”) la risposta sul futuro possibile. Anche gli stessi legami sentimentali, per esempio, non possono più pretendere quel “finché morte non ci separi” in vigore ufficialmente nei decenni scorsi. Per cui si tende a vivere per l’oggi, e – leggere in continuità – per il domani («chi vivrà vedrà»). Questo tempo è l’età dei frammenti, ma senza fili conduttori visibili. Questi ultimi due anni, prima con l’immenso bisogno relazionale messo in crisi, oggi con una guerra ogni giorno riprodotta a livello di filmati, dicono a tutti noi che non solo “del domani non v’è certezza”, anche per l’oggi “non v’è certezza”. Gli adolescenti, i giovani sono la nostra speranza di futuro. Forse il vero problema per loro siamo noi adulti. Forse perché loro hanno bisogno di incontrare autorevolezza, non autorità. Quando c’è autorevolezza, in famiglia, a scuola, nel lavoro, in politica, nella società, loro non si tirano indietro. Si impegnano, si donano, si dedicano, si applicano. Ma hanno bisogno di avere punti di riferimento autentici, credibili, seri. Se, invece, non trovano adulti coerenti, che dicano anche alcune verità importanti, non sanno da che parte girare lo sguardo: si isolano, si deprimono, si arrendono – come i neet, i giovani non impegnati, nello studio, nella formazione, nel lavoro – e perdono la capacità di addentare la vita, di azzannare il mondo. Per cambiarlo, per migliorarlo.

Francesco

LA DOMENICA DEL PAPA – Mi ami? “Il Risorto lo chiede anche a noi oggi”

Santa Messa nella domenica della Misericordia Divina e Angelus in piazza San Pietro nella foto Papa Francesco
02 Mag 2022

Primo maggio, Festa dei Lavoratori, ma anche momento per ricordare che ancora oggi ci sono operai che muoiono mentre lavorano, “una tragedia molto diffusa, forse troppo”. Chiede, il Papa, un rinnovato impegno “perché dovunque e per tutti il lavoro sia dignitoso”; e, inoltre, “che dal mondo del lavoro venga la volontà di far crescere un’economia di pace”.

Primo maggio, inizio del mese dedicato a Maria, e il pensiero del vescovo di Roma va subito alla città ucraina di Mariupol, la ‘città di Maria’, barbaramente bombardata e distrutta, e rinnova “la richiesta che siano predisposti corridoi umanitari sicuri per le persone intrappolate nell’acciaieria di quella città. Soffro e piango, pensando alle sofferenze della popolazione ucraina e in particolare ai più deboli, agli anziani e ai bambini. Giungono persino notizie terribili di bambini espulsi e deportati”.

Per Francesco “si assiste a un macabro regresso di umanità”, e chiede, insieme a tante persone angosciate, “se si stia veramente ricercando la pace; se ci sia la volontà di evitare una continua escalation militare e verbale; se si stia facendo tutto il possibile perché le armi tacciano”. Quello che sembra mancare in questo conflitto è proprio la volontà di mettersi attorno a un tavolo per trovare una soluzione: “non ci si arrenda alla logica della violenza, alla perversa spirale delle armi. Si imbocchi la via del dialogo e della pace”.

Terza domenica di Pasqua, domenica in cui il Vangelo di Giovanni ci narra la terza manifestazione del Signore dopo la resurrezione, presso il lago di Tiberiade. Il lago, la barca, i discepoli soli e il Signore che è presente sulla riva, che si manifesta nella ferialità della vita, in quelle occupazioni quotidiane che scandiscono il tempo e gli impegni di ogni donna e uomo. Tempo e luoghi di ogni giorno in cui è importante annunciare che il Signore si manifesta sempre, anzi è presente nella vita della chiesa e della comunità cristiana.

Ecco come si presenta la scena nel racconto di Giovanni: Simon Pietro, è sfiduciato, il Signore non è con loro, e allora esce per pescare, seguito dai suoi amici Tommaso, Natanaele, i figli di Zebedeo, e da altri due. Chi sono? Giovanni non lo dice, quasi interrogativo che lascia ai lettori. Escono nel mare di Galilea, il luogo della chiamata dei primi discepoli: Pietro e Andrea, Giacomo e Giovanni, ma tornano con le reti vuote. Escono nella notte e il Signore li aspetta, seduto sulla riva; è ancora lui a cercarli. Le reti sono vuote, un po’ come la loro esperienza con Gesù: lo avevano conosciuto, lasciando tutto per seguirlo, pieni di speranza… e adesso? Una voce domanda loro “figlioli, non avete nulla da mangiare?”, e li invita a “gettate la rete dalla parte destra della barca”. Si fidano dell’uomo seduto sulla riva e prendono il largo: infruttuosa la pesca della notte, ma all’alba del nuovo giorno le reti trattengono una grande quantità di pesci. Allora riconoscono Gesù. “Può succedere anche a noi – commenta il Papa – per stanchezza, delusione, magari per pigrizia, di scordarci del Signore e di trascurare le grandi scelte che abbiamo fatto, per accontentarci di qualcos’altro. Ad esempio, non si dedica tempo a parlarsi in famiglia, preferendo i passatempi personali; si dimentica la preghiera, lasciandosi prendere dai propri bisogni; si trascura la carità, con la scusa delle urgenze quotidiane. Ma, così facendo – ha aggiunto – ci si ritrova delusi, con le reti vuote”.

Quando ci muoviamo con i nostri falsi idoli siamo un po’ come la barca nel buio del lago; quando riconosciamo la voce che ci chiama dalla riva, come Pietro non avremo paura di gettarci in acqua. Come Pietro “anche noi abbiamo bisogno di una scossa”, dice il Papa. Abbiamo bisogno di uno “slancio nuovo”, di “tuffarci nel bene senza la paura di perdere qualcosa, senza calcolare troppo, senza aspettare che comincino gli altri. Perché per andare incontro a Gesù bisogna sbilanciarsi”. Francesco chiede: siamo capaci di “scatti di generosità, oppure freno gli slanci del cuore e mi chiudo nell’abitudine, nella paura?”

E alla fine del racconto Giovanni ricorda la domanda di Gesù, ripetuta tre volte, a Pietro. Mi ami? “Il Risorto lo chiede anche a noi oggi”, dice il papa, “perché a Pasqua Gesù vuole che anche il nostro cuore risorga; perché la fede non è questione di sapere, ma di amore”.

Otium

In cerca di raffinata evasione con “Downton Abbey. Una nuova era”

02 Mag 2022

di Sergio Perugin

Dopo 52 episodi, 6 stagioni della serie Tv britannica da record (2011-16) e un primo film al cinema dal solido botteghino nel 2019, la magia e il trasporto verso la saga della famiglia Crawley e dei loro amati domestici nell’Inghilterra del XX secolo non smette di incantare. Dal 28 aprile è infatti nei cinema “Downton Abbey. Una nuova era” diretto dal regista Simon Curtis e firmato in maniera impeccabile ancora una volta da Julian Fellowes.

 Credit: Ben Blackall / © 2022 Focus Features LLC

Finalmente Downton! Dopo 52 episodi, 6 stagioni della serie Tv britannica da record (2011-16) e un primo film al cinema dal solido botteghino nel 2019, la magia e il trasporto verso la saga della famiglia Crawley e dei loro amati domestici nell’Inghilterra del XX secolo non smette di incantare. Dal 28 aprile è infatti nei cinema “Downton Abbey. Una nuova era” diretto dal regista Simon Curtis e firmato in maniera impeccabile ancora una volta da Julian Fellowes. Tornano tutti gli apprezzati interpreti, a cominciare da Maggie Smith, Michelle Dockery, Hugh Bonneville e Jim Carter. New entry sono Hugh Dancy, Dominic West e Nathalie Baye. Rimanendo in atmosfera inglese, su Netflix la miniserie “Anatomia di uno scandalo” firmata dal geniale David E. Kelley, creatore di “Big Little Lies”. Il punto Cnvf-Sir.

“Downton Abbey. Una nuova era” (al cinema)
Tornare a Downton è come tornare a casa: si viene assaliti immediatamente da emozioni avvolgenti e da un senso di gioiosa leggerezza.Infiamma il cuore. È quanto si sperimenta alla visione del film “Downton Abbey. Una nuova era” (“Downton Abbey. A New Era”), che prosegue il racconto della famiglia Crawley, posizionando temporalmente queste nuove vicende un anno dopo gli avvenimenti raccontati nel film del 2019.

La storia. Inghilterra 1928, residenza di Downton Abbey. Alla vigilia delle nozze tra Tom Branson (Allen Leech) e Lucy Smith (Tuppence Middleton), due importanti eventi giungono ad animare la quotidianità della famiglia Crawley: anzitutto Lady Violet (Maggie Smith), da poco tornata al castello per motivi di salute, viene a sapere di aver ereditato da un ex spasimante di gioventù una villa in Costa Azzurra; inoltre, una troupe cinematografica al seguito del regista Jack Barber (Hugh Dancy) chiede di poter girare un film nelle sale di Downton. Mentre quindi Lord Grantham (Hugh Bonneville) e Lady Cora (Elizabeth McGovern) si dirigono, con parte della famiglia e il fidato maggiordomo Carson (Jim Cater), nel Sud della Francia per sapere di più sulla misteriosa eredità ricevuta, dall’altro lato Lady Mary (Michelle Dockery) presiede le riprese del film “The Gambler”, fronteggiando i capricci delle star hollywoodiane Myrna Dalgleish (Laura Haddock) e Guy Dexter (Dominic West) e al contempo le ambizioni artistiche nella servitù, Molesley (Kevin Doyle) in testa.

Credit: Ben Blackall / © 2021 Focus Features, LLC

Cambio della guardia per la regia del film “Downton Abbey”: dopo Michael Engler autore del titolo del 2019, passato ora al set della fortunata serie Tv “The Gilded Age” (sempre targata Julian Fellowes), dietro la macchina da presa questa volta troviamo Simon Curtis (“My Week with Marilyn”, 2011; “Vi presento Christopher Robin”, 2017). Il londinese classe 1960 si inserisce perfettamente nel team produttivo del rodato “Downton Abbey”, mettendo in campo una regia abile ed esperta, capace di tenere perfettamente in equilibrio toni narrativi e piani del racconto.

A garantire la piena riuscita di “Downton Abbey. Una nuova era” è però la sapiente ed elegante scrittura di Julian Fellowes, che non sbaglia davvero un colpo dal Premio Oscar per il copione di “Gosford Park” del 2002.Fellowes è acuto nell’intrecciare i fili della storia, inserendo anche scenari e personaggi nuovi, persino un curioso richiamo alla storia del cinema, alla Hollywood classica: l’avvento del sonoro, la crisi improvvisa di film e interpreti del muto, e l’urgenza di riconvertire la produzione in corso in un film parlato-doppiato (“talkie”), come successe ad Alfred Hitchcock nell’opera “Il ricatto” (“Blackmail”, 1929).

“Downton Abbey. Una nuova era” non è però solo questo. Ritroviamo infatti tutti gli elementi chiave dell’apprezzata serie, le dinamiche Upstairs-Downstairs, ossia tra piani alti della nobiltà e quello terreno della servitù, quest’ultima però tratteggiata sempre con rispetto, al pari della famiglia Crawley. Nei quasi 130 minuti della storia, l’autore riesce con astuzia a dare spazio a ciascun personaggio, sottraendosi dall’inciampo della macchietta o del facile narrativo. Anzi, compone un copione agile, fluido, puntellato da ironia brillante (sempre irresistibili le battute di Lady Violet/Maggie Smith, da applausi!), sbilanciato verso una colta e raffinata evasione, senza rinunciare però a raccordi tematici di matrice storica o a approfondimenti valoriali di senso. La sceneggiatura risulta uno spartito di temi ed emozioni di respiro familiare. C’è tutto: gioia, allegria, amore, complicità, solidarietà, dedizione, dolore, distacco, e diffusa tenerezza.

“Downton Abbey. Una nuova era” si conferma pertanto puro e intelligente godimento, in primis per gli appassionati, che ritrovano anche tutto l’incanto di scenografie, costumi e acconciature impeccabili nella chiara tradizione britannica, ma capace di suscitare liete emozioni anche nei nuovi spettatori che vi si accostano. Nell’insieme, “Downton Abbey. Una nuova era” è consigliabile, brillante e per dibattiti.