Formazione

“Children before players”: una guida sulla promozione dei diritti dei bambini in particolare nel calcio

foto: Unicef
05 Lug 2022

L’Unicef Italia e la Figc (Federazione italiana giuoco calcio) hanno presentato la pubblicazione “Children before players”: una guida pratica sulla promozione dei diritti dei bambini nello sport, in particolare nel calcio, alla presenza della presidente dell’Unicef Carmela Pace, del presidente della Figc Gabriele Gravina e del direttore generale dell’Unicef Italia Paolo Rozera.
La pubblicazione, che ha avuto il patrocinio della Figc, è composta da un kit documentale e da una serie di check-list e suggerimenti per disciplinare le regole, le responsabilità e le modalità di gestione dei minorenni affidati ai Club, con l’obiettivo di contribuire a creare un ambiente sportivo volto al benessere di calciatori e calciatrici minorenni, in cui la promozione e la tutela dei loro diritti rappresentano aspetti fondamentali.
“Lo sport è unificante perché attraverso il gioco impariamo ad accogliere, a rispettare l’altro e le regole, nonché a sviluppare una sana competizione, animata dal giusto fair play. Ma per essere davvero un diritto, bisogna innanzitutto rispettare il bambino, investendo in pratiche di educazione e contrasto agli abusi e a qualsiasi forma di violenza fisica e psichica, che purtroppo ancora esistono. Ringrazio Unicef per il lavoro che svolge quotidianamente a difesa dei diritti dei bambini e in particolare per la collaborazione che promuove e rinnova ogni anno con le diverse realtà della Federcalcio”, scrive il presidente della Figc nella prefazione della pubblicazione.
“L’Unicef da sempre promuove lo sport come strumento di veicolazione dei diritti dei bambini. Attraverso questa guida ci rivolgiamo al mondo del calcio in particolare, e in generale al mondo dello sport, affinché tutti i club sportivi sviluppino e rendano attiva una politica sui diritti dei bambini che fornisca indicazioni chiare su ruoli, responsabilità, processi e linee di Comunicazione. Ringraziamo la Figc e il presidente Gabriele Gravina per aver dimostrato ancora una volta grande attenzione e sensibilità ai temi dell’infanzia e dello sport”, dichiara la presidente dell’Unicef Italia.
“Children Before Players” si basa sulla pubblicazione Unicef uscita nel 2021 dedicata a “I diritti dei bambini e degli adolescenti nello sport”, che identifica i diritti che ogni giovane atleta ha nella pratica sportiva, seguendo i dettami della Convenzione Onu sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, con un’attenzione ai principi generali espressi dal programma Sport for development: il diritto a vivere lo sport in un ambiente sicuro, la responsabilizzazione degli adulti che si occupano dei minorenni, il superiore interesse del minorenne; il diritto alla partecipazione.
La pubblicazione è stata realizzata nell’ambito del programma Unicef “Sport Amico dei bambini e degli adolescenti” che promuove lo sport come efficace strumento di veicolazione dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza e dei valori della solidarietà, del rispetto e dell’inclusione.

Salute

Mercoledì 6, si presenta a Roma l’VIII rapporto ‘MonitoRare’, sulle malattie rare

foto d'archivio Sir
05 Lug 2022

Si terrà mercoledì 6 luglio, alle 10.30, nel centro congressi Roma Eventi Fontana di Trevi (piazza della Pilotta, 4), la presentazione dell’VIII rapporto MonitoRare sulla condizione delle persone con malattia rara in Italia. Quest’anno la presentazione del Rapporto torna in presenza e si inserisce nella cornice della “Convention MonitoRare”: una giornata ricca di appuntamenti rivolti ai professionisti del sistema malattie rare, alle Associazioni, ai pazienti e alle famiglie.
La giornata prevede la plenaria di apertura della “Convention MonitoRare” alla presenza, tra gli altri, del sottosegretario alla Salute, Pierpaolo Sileri, e del vicepresidente Intergruppo parlamentare sulle disabilità del Parlamento europeo, Brando Benifei. Nel pomeriggio si terranno una serie di workshop plenari e paralleli dedicati all’approfondimento dei dati pubblicati dal Rapporto e all’individuazione di percorsi virtuosi per arrivare ad una equità di trattamento in tutto il Paese.
Il Rapporto, redatto da ‘Uniamo – Federazione italiana malattie rare’, intende fornire “il quadro di riferimento sull’epidemiologia, sull’accesso alla diagnosi, alle terapie, all’assistenza, sulla ricerca, oltre che sull’organizzazione socio-sanitaria, giuridica ed economica nazionale e regionale”.
“Il rapporto MonitoRare 2022, oltre alla sistematizzazione di tutti i dati, dà spazio a molti approfondimenti. Le novità di quest’anno riguardano un intero capitolo dedicato alla galenica, protagonista anche nella L. 175/2021, e vari esempi di esperienze regionali specifiche, una per sezione. Gli spunti offerti dal Rapporto e dall’Executive Summary che riassume le variazioni salienti potranno essere approfonditi nel corso delle sessioni parallele del pomeriggio. La Convention MonitoRare è un’occasione unica per mettere a confronto stakeholder pubblici e player privati a partire dal punto di vista delle persone con malattia rara, vere protagoniste dell’evento – afferma Annalisa Scopinaro, presidente di Uniamo –. In continuità con la variazione di brand identity iniziata nel 2021, la veste grafica è stata conseguentemente uniformata e studiato per questa edizione il nuovo logo del Rapporto. La versione on line sarà resa fruibile grazie all’apertura a pop-up dei vari approfondimenti, che non appesantiranno quindi la lettura”.

Francesco

Papa Francesco alle popolazioni di Congo e Sud Sudan: “Nutriamo la speranza di incontrarci presto”

foto gentilmente concessa da 'L'Osservatore romano'
05 Lug 2022

“Cari fratelli e sorelle della Repubblica democratica del Congo e della Repubblica del Sud Sudan, buongiorno! Come sapete, oggi sarei dovuto partire per un pellegrinaggio di pace e riconciliazione nelle vostre terre. Il Signore sa quanto è grande il mio rammarico per essere stato costretto a rinviare questa visita tanto desiderata e attesa. Ma non perdiamo la fiducia e nutriamo la speranza di incontrarci al più presto, appena sarà possibile”. Inizia così il videomessaggio che papa Francesco indirizza oggi alle popolazioni della Repubblica democratica del Congo e del Sud Sudan. “Vorrei dirvi intanto che, specialmente in queste settimane, vi porto nel cuore più che mai. Porto dentro di me, nella preghiera, le sofferenze che provate da tanto, troppo tempo. Penso alla Repubblica democratica del Congo, allo sfruttamento, alla violenza e all’insicurezza che patisce, in particolare nell’est del Paese, dove gli scontri armati si protraggono, causando sofferenze innumerevoli e drammatiche, acuite dall’indifferenza e dalla convenienza di tanti. E penso al Sud Sudan, al grido di pace della sua gente che, sfinita dalla violenza e dalla povertà, attende fatti concreti dal processo di riconciliazione nazionale, al quale desidero contribuire non da solo, ma peregrinando ecumenicamente insieme a due cari fratelli: l’arcivescovo di Canterbury e il moderatore dell’Assemblea generale della Chiesa di Scozia”.

Bergoglio afferma: “cari amici congolesi e sud sudanesi, le parole in questo momento non bastano a trasmettervi la vicinanza che vorrei esprimervi e l’affetto che provo per voi. Vorrei dirvi: non lasciatevi rubare la speranza! Non lasciatevi rubare la speranza! Pensate, voi che siete tanto cari a me, quanto più siete preziosi e amati agli occhi di Dio, che non delude mai quanti ripongono speranza in Lui! Avete una grande missione, tutti, a partire dai responsabili politici: quella di voltare pagina per aprire strade nuove, strade di riconciliazione, strade di perdono, strade di serena convivenza e di sviluppo. È una missione da assumere guardando insieme al futuro, a tanti giovani che popolano le vostre terre rigogliose e ferite, riempiendole di luce e di avvenire. Essi sognano e meritano di veder realizzati questi sogni, di vedere giorni di pace: per loro, in particolare, occorre deporre le armi, superare i rancori, scrivere pagine nuove di fraternità”.
Infine: “vorrei dirvi ancora una cosa: le lacrime che versate in terra e le preghiere che elevate al Cielo non sono inutili. La consolazione di Dio verrà, perché Egli ha ‘progetti di pace e non di sventura’ (Ger 29,11). Già da ora, in attesa di incontrarvi, chiedo che la sua pace scenda nei vostri cuori. E mentre cresce di giorno in giorno l’attesa di vedere i vostri volti, di sentirmi a casa nelle vostre vivaci comunità cristiane, di abbracciarvi tutti con la mia presenza e di benedire le vostre terre, la mia preghiera si intensifica, così come l’affetto per voi e per i vostri popoli. Di cuore vi benedico e chiedo anche a voi di continuare a pregare per me. Grazie di questo”.

 

Nella foto, papa Francesco visita il campo profughi del St. Sauveur (Bangui, 29 novembre 2015)

Emergenze sociali

Prof. Timpano (Un. Cattolica): “Fondamentale diversificare le fonti delle materie prime energetiche

“Al momento non è ancora chiaro quale possa essere il meccanismo operativo di implementazione del tetto ai prezzi”, spiega l’ordinario di Politica economica all’Università Cattolica

foto Sir/Marco Calvarese
05 Lug 2022

di Alberto Baviera

“Putin ha provocato un aumento mondiale dei prezzi delle materie prime energetiche per mettere sotto scacco gli europei che erano avviati sulla strada di un affrancamento dalla Russia. Se dovesse concretizzarsi il ‘price cap’ sul gas si capirà fino a che punto il leader del Cremlino vuole spingersi”. Ne è convinto Francesco Timpano, ordinario di Politica economica alla facoltà di Economia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, sede di Piacenza, commentando i risvolti dell’invasione russa dell’Ucraina sull’approvvigionamento delle materie prime energetiche per l’Italia e l’Europa.

Professore, la guerra ha già avuto e avrà conseguenze sull’economia mondiale. Tra le più tangibili, l’aumento dei costi di carburanti e fonti energetiche, il caro bollette. Quanto a lungo peserà questa situazione?
L’evoluzione del conflitto è ovviamente uno degli elementi di incertezza sul futuro soprattutto dell’economia europea, che non è però quella mondiale. Complessivamente, le previsioni sia per il 2022 sia per il 2023 sono ancora di crescita dell’economia globale. Anche per l’Europa, nonostante guerra e pandemia, le previsioni sono ancora positive.

Non c’è dubbio che a pesare sarà il tema energetico: se la Russia dovesse decidere di chiudere il rubinetto del gas, soprattutto a Germania e Italia, questo determinerebbe la necessità di rallentamenti anche nella produzione dei due Paesi con un impatto sulla crescita europea.

Un’eventualità che si collega alla questione del “price cap”.

Tema sul quale l’Italia con il premier Draghi ha spinto molto, chiedendo l’introduzione di un tetto al prezzo del gas. Ci aiuta a capirne di più?
Al momento non è ancora chiaro quale possa essere il meccanismo operativo di implementazione. Il tema è complicato e, semplificandolo al massimo, l’idea potrebbe essere quella che la Commissione Ue decida di centralizzare gli acquisti di gas dalla Russia provvedendo successivamente ad attribuire i rifornimenti ai Paesi, e quindi agli operatori pubblici o privati. A Gazprom si presenterebbe così un unico acquirente, la stessa Commissione o un’Agenzia, che dichiara di voler pagare il gas ad un certo prezzo, il famoso tetto. Questo scenario espone però al rischio che Putin si rifiuti di vendere il gas a quel prezzo e chiuda tutti i rifornimenti.

È possibile che questo accada?
Putin non può chiudere il gas dall’oggi al domani perché significherebbe azzerare una fonte fondamentale di proventi per un’economia che, sostanzialmente, ha poco altro: il grosso del Pil della Russia passa da gas e petrolio. Ma se decidesse di procedere alla chiusura, l’effetto sull’economia – soprattutto quella europea – sarebbe pesante. In ogni caso, questo è un elemento di incertezza molto forte.

A seguito dell’invasione dell’Ucraina, ci siamo scoperti molto dipendenti dalle fonti energetiche russe. Pensa che Putin abbia sfruttato questo fatto?
La Russia per anni ci ha rifornito gas a buon mercato, con un buon servizio, regolarmente. Dobbiamo ricordarci che ci è convenuto ridurre la nostra produzione di gas perché costava di meno approvvigionarsi in Russia. Il modello stava funzionando per l’Italia e l’Europa. Nel 2018 la Commissione Ue con l’Action Plan sulla finanza sostenibile ha chiamato a raccolta i capitali mondiali spiegando che in Europa verranno favoriti in modo pesante tutti gli investimenti che permetteranno il modello energetico basato sulle fonti fossili. L’anno scorso è stato deciso l’ingresso del gas nella tassonomia delle attività economiche sostenibili. Di fronte a questo scenario, nel quale cambia il modello produttivo europeo, per la Russia si profila un periodo complicato: per la prima volta l’Europa fa sul serio su questo fronte, con una sequenza di scelte e programmi, e Putin pare averlo capito. Magari è un’ipotesi azzardata, ma è possibile che prospettando una diminuzione di acquisto delle fonti fossili russe da parte dei Paesi Ue, Putin abbia provocato un aumento dei prezzi che costringe l’Europa ad approvvigionarsi in Russia ancora per qualche anno a prezzi più alti. Una strategia che è stata messa in atto quando i prezzi energetici già stavano aumentando, in una fase di grandissime tensioni in generale sui mercati delle materie prime e degli scambi internazionali dovute al riassestamento del sistema post-pandemia.

Negli ultimi mesi, il Governo italiano ha proceduto con la diversificazione delle fonti di approvvigionamento energetico. La dipendenza dal gas russo che l’anno scorso era il 40% si è ridotta al 25%, inoltre sono stati firmati accordi per forniture di gas da Algeria, Egitto, Congo, Angola e Mozambico. Poi ci sono Libia e Qatar… È la giusta strategia per il nostro fabbisogno?
Innanzitutto va premesso che negli scambi internazionali, oggi molto più che in passato, bisogna tener conto del rischio politico. Negli ultimi anni, come italiani e come europei, non abbiamo tenuto sufficientemente in considerazione questo aspetto con la Russia. Detto questo, diversificare le fonti di approvvigionamento è una regola fondamentale.

Le operazioni fatte e che si stanno facendo, ovviamente anche forzate e inevitabili vista la situazione, sono anche in prospettiva importanti. Non dobbiamo però dimenticarci che molti di questi Paesi con cui stiamo discutendo o abbiamo accresciuto i contratti di approvvigionamento sono caratterizzati da forte rischio politico, si tratta di Paesi non sempre tranquilli. E dobbiamo tenerne conto, andando sempre più ad approvvigionarsi nel limite del possibile in Paesi con cui si hanno rapporti politici stabili e nei quali la stabilità è una prospettiva di medio-lungo termine. L’Eni di Mattei ci insegna che questo è uno degli elementi di maggior delicatezza, soprattutto per le materie prime energetiche.

Tutto questo avviene mentre dovremmo essere impegnati nella transizione ecologia…
La situazione non è semplice, perché la transizione energetica non è facile da concretizzare. Ma è sicuramente necessaria e questi mesi ci insegnano che il tema dell’affrancamento dalle fonti fossili – o comunque della riduzione della nostra dipendenza – dobbiamo finalmente prenderlo sul serio.

Il problema più urgente è quello del prossimo inverno, per affrontare il quale bisogna dove possibile riattivare le centrali a carbone, diversificare gli approvvigionamenti, far partire la rigassificazione sulla quale ci siamo colpevolmente fermati… Questi sono interventi fondamentali, che condizioneranno anche il medio-lungo periodo.

C’è poi un problema di interconnessione delle reti energetiche tra Paesi europei. Ma questo nulla toglie al fatto che bisogna andare avanti sugli investimenti per l’elettrificazione di gran parte dei nostri sistemi di approvvigionamento di energia, l’adattamento di tutte le infrastrutture, le auto elettriche, la produzione di batterie… Non possiamo non affrontare questa sfida, consapevoli che il rapporto tra interessi nazionali e collettivi europei è molto delicato: non ne usciamo se pensiamo che ogni Paese possa fare da solo.

In questa situazione, individua qualche elemento di ottimismo?
L’unica “buona notizia” della vicenda che stiamo vivendo è che anche le famiglie e i consumatori stanno ragionando sulla necessità di cambiare modelli di consumo per dipendere meno dalle fonti energetiche utilizzate finora.

Stiamo tutti prendendo consapevolezza che le risorse sono scarse e che la scelta di un loro utilizzo a prezzi bassissimi non sta in piedi, come nel caso dell’acqua.

I cittadini sono sempre più coscienti che accendere la lampadina, utilizzare il gas per cucinare, viaggiare in auto non sono scelte libere ma per le quali ci sono alternative che possono essere adottate. Le Comunità energetiche – malgrado non siano risolutive – sono un segnale dell’aumento della consapevolezza collettiva che la produzione energetica è un tema serio per il quale bisogna dare un contributo in termini di scelte individuali e bene ha fatto la Chiesa italiana a rilanciarle.

Emergenze ambientali

Tragedia Marmolada: non solo il governo “deve riflettere” di fronte al “grido della natura”

Il cedimento del ghiaccio da quel catino del versante nord, con il suo carico di lutto per le vittime e di ansia per i dispersi, ha il suono cupo di quel “grido della natura”, per dirla con le parole della Laudato Si’

foto: Ansa/Sir
05 Lug 2022

di Diego Andreatta *

La commossa e impegnativa dichiarazione di Mario Draghi dopo l’incontro con i familiari delle vittime e dei dispersi in Marmolada risuona quasi come un ultimatum: “Il governo deve riflettere”, ha detto, a cogliere la decisione con cui eventi come questo riconducibili alla crisi ambientale devono essere affrontati nel futuro. Per “evitare che accadono” o almeno per ridurne al massimo la probabilità. Un ultimatum perché essi non saranno più straordinari: distacchi e crolli – sempre verificatisi nel corso epocale della storia e delle stagioni – tendono ora a presentarsi in modo più frequente a causa delle condizioni climatiche determinate anche dall’intervento dell’uomo sull’ambiente.

Il cedimento del ghiaccio da quel catino del versante nord della Marmolada, con il suo carico di lutto per le vittime e di ansia per i dispersi, ha il suono cupo di quel “grido della natura”, per dirla con le parole della Laudato Si’, che ogni uomo e ogni comunità deve saper cogliere in anticipo, ritrovando maggiore determinazione e anche unità d’intenti.

A proposito, ci è parso esemplare che l’arcivescovo di Trento Lauro Tisi e il vescovo di Belluno-Feltre Renato Marangoni siano stati i primi già domenica sera ad esprimere insieme una parola di cordoglio. I due pastori delle nostre terre confinanti sotto la Regina delle Dolomiti hanno così anticipato quella visione d’insieme e incoraggiato quell’impegno comune che la salvaguardia dell’ambiente richiede e che gli uomini del soccorso hanno poi dimostrato nella piena unità anche organizzativa, come evidenziato anche dal presidente Draghi.

 

(*) direttore di “Vita Trentina”

Salute

Ospedale S. Cataldo, slitta la consegna intanto la sanità tarantina è ancora bocciata

04 Lug 2022

di Silvano Trevisani

Ancora un rinvio per la consegna del nuovo Ospedale San Cataldo, che non avverrà più il 1° agosto, com’era stato stabilito dopo il precedente rinvio, ma il 18 novembre. Per sapere se questo significherà la reale attivazione di quello che è destinato, nelle intenzioni di politici e amministratori, a diventare un policlinico, bisognerà poi aspettare di conoscere la disponibilità dei 105 milioni di euro necessari per l’acquisto di apparecchiature e arredi. Soldi che sono stati stanziati ma non possono essere utilizzati.

A informare nel nuovo rinvio è stata la direzione dell’Asl di Taranto durante i lavori della I Commissione consiliare della Regione Puglia. Secondo il il report fornito dai dirigenti e dalla direzione dei lavori del nuovo ospedale nel corso dell’audizione, gli stati di avanzamento lavori sono al 73%, con 80 milioni di pagamenti effettuati.

Ma, mentre si attende l’apertura del nuovo ospedale, bisogna ancora fare i conti con i problemi di una sanità che, nel nostro territorio, non brilla in generale, fatte le dovute eccezioni per taluni settori d’eccellenza. I livelli di assistenza sono insufficienti, come del resto è sotto gli occhi di tutti: fine interminabili per visite ed esami, assoluta inadeguatezza del pronto soccorso, arretramento di alcuni settori di assistenza, per carenze di ogni genere, a partire dal personale sono solo alcuni dei problemi. Nei giorni scorsi è stato lo stesso ministero della Sanità a bacchettare la Puglia nel suo insieme per il livello di prestazioni erogate in questa fase post-covid, ma di recente anche la Scuola superiore Sant’Anna di Pisa, che annualmente esamina gli indicatori relativi al numero e alla qualità delle prestazioni, ha bocciato soprattutto le Asl di Taranto e Lecce, che si distinguono in negativo.

Su una base di 450 indicatori differenti, il sistema della sanità pugliese ha registrato per il 2021 performance altalenanti, con una valutazione “media” al 34,88%. Percentuali frutto della valutazione “pessima” fatta per le Asl di Taranto (41,67%) e Lecce (37,84%), rispettivamente ultima e penultima, per esempio, per controlli cardiologici in regione, e la performance “scarsa” dell’Asl di Brindisi (29%), penultima per controllo neurologici (-43,34%).

Intanto, nel 2020, rispetto al 2019, i costi sanitari pro-capite sono aumentati dell’11%, circa 237 euro a cittadino, con un picco di quasi 600 euro nella Provincia Autonoma di Bolzano, dove per altro (vale pure per Trento) l’efficienza dei pronto soccorso è altissima (oltre il 90% dei codici gialli è visitata entro la prima mezzora!). Tuttavia, soltanto una piccola quota della spesa aggiuntiva è andata alla medicina generale.

Sul nuovo rinvio della data di consegna del San Cataldo è intervenuto il consigliere regionale Vincenzo Di Gregorio, il quale sottolinea come “Taranto ha una situazione sanitaria molto grave, soffre una carenza infrastrutturale che penalizza i cittadini: lunghe attese per prestazioni e visite, reparti ospedalieri insufficienti quando non del tutto assenti, carenza di personale sono, purtroppo, all’ordine del giorno”.

In ordine all’utilizzo dei 105 milioni per la fornitura di apparecchiature ed arredi, egli spiega come alla Regione Puglia non sia ancora giunta alcuna comunicazione. “Su proposta del presidente della I Commissione, Fabiano Amati, saranno valutate soluzioni alternative (ad esempio anticipazioni e obbligazioni), per accelerare l’iter dei bandi. L’esito di tale verifica sarà illustrato nella prossima seduta della Commissione in programma lunedì 11 luglio”.

Abbiamo appreso – commenta Di Gregorio con un filo di ironia – che questa situazione riguarda anche le forniture di tubi in acciaio. Mi sembra paradossale vista la presenza a Taranto della più grande acciaieria d’Europa”.

Editoriale

Adesso è in gioco il futuro del mondo

Foto Sir
04 Lug 2022

di Emanuele Carrieri

Gira e rigira, dagli oggi e ridagli domani, a furia di dire e di ridire che il mondo stava cambiando, il mondo è cambiato per davvero. È ciò che è venuto a galla dai tre summit – Consiglio Europeo, Vertice G7 e Consiglio Nato – che, in meno di una settimana, hanno preso atto di un cambiamento iniziato, in realtà, molto prima dell’aggressione dell’Ucraina, ma diventato irreversibile dal 24 febbraio scorso. Che, poi, il mondo sia cambiato in peggio, lo hanno compreso tutti e ce ne stiamo rendendo conto tutti, giorno per giorno. Ma il problema è che le cose potrebbero peggiorare di più e molto più seriamente. Specialmente se Putin vincesse, come sta, purtroppo, anche se non irrimediabilmente, avvenendo. È inutile fingere di non sapere: sotto quel martellamento ininterrotto, di raid aerei, di missili e di colpi di cannone, che avanza come un fronte di fuoco carbonizzando tutto al proprio passaggio, compresi i centri commerciali e i palazzi pieni di innocenti, è praticamente impossibile resistere. In realtà, lo stato maggiore ucraino ha ordinato una serie di ritirate, definite tattiche, ma che ritirate, sia pure parziali, restano. Tutto ciò dovrebbe, forse, consigliare una capitolazione? Allora è chiaro che molti non hanno ancora capito di che pasta sono fatti gli ucraini. È conosciuta la loro tenacia, la loro caparbietà, la loro ostinazione, la loro perseveranza. Probabilmente è anche per distruggere ogni traccia di un passato per lui imbarazzante e pieno di sinistri presagi che lo zar di tutte le Russie, passate, presenti e future, ha fatto sgraffignare dal museo della storia locale di Melitopol, nell’Ucraina sudorientale, ora sotto il controllo militare russo, molte decine di manufatti in oro, argento e bronzo appartenuti ai lontani progenitori di un popolo che, stando al suo augusto parere, non merita nemmeno di esistere sulle carte geografiche. È il nuovo, preoccupante collegamento con Hitler, per via della nota passione del Fuhrer e dei suoi spietati gerarchi per il patrimonio artistico europeo razziato sistematicamente per finire nei musei del Terzo Reich a simboleggiare il successo del nazismo sugli odiati sistemi democratici e liberali. Per i quali oggi – questo è il senso vero dei tre summit di cui all’inizio – è arrivato il momento di prendere atto che la Guerra Fredda, cominciata al termine della seconda guerra mondiale, in realtà, non è mai finita. O, per lo meno, non è mai finita per chi ha solo finto di rinunciare ai propri progetti egemonici. Lo si arguisce dalla mostrata irritazione con cui Putin ha reagito all’allargamento della Nato a Svezia e Finlandia, per altro da lui stesso determinato proprio aggredendo l’Ucraina e senza che la stessa simboleggiasse la benché minima provocazione militare per la Federazione russa. È inutile cercare di ragionare con chi, succube oppure complice della propaganda del Cremlino, si intestardisce a sostenere il contrario. Lo si capisce ancora più chiaramente dai toni furibondi con cui Pechino ha etichettato l’esito del vertice Atlantico di Madrid argomentando di “sfida sistemica alla pace e alla stabilità nel mondo”. Affermazioni surreali, visto che provengono da chi ogni due per tre non fa che ripetere di essere pronto a invadere Taiwan. Ma, in realtà, più che comprensibili considerata la preoccupazione del Dragone di non potere più agire indisturbato nel cortile di casa inteso da Pechino come tutta l’area che va dall’Asia al Pacifico e da lì all’Africa e perfino all’America Latina. Per farla breve, in concreto tutto il globo terracqueo meno – bontà loro! – Stati Uniti ed Europa, ma solo quella che finisce dove iniziava la vecchia Cortina di ferro. Basterebbe questo per rendersi conto che la sfida che ci rincorrerà negli anni a venire sarà fra il nuovo imperialismo incarnato dall’asse Mosca – Pechino e il fronte delle democrazie che, in Occidente ma non solo, non intendono farsi demolire o sottomettere pezzo dopo pezzo. La prima linea di questa sfida, oggi, è l’Ucraina. È per questo che è non solo moralmente doveroso ma anche un preciso, diretto interesse – se vincono Putin e Xi Jinping il pallino su guerre, siccità, carestie, rincari dell’energia, cambiamenti climatici e riscaldamento globale saranno loro ad averlo in mano – fare tutto il possibile e fino a quando sarà indispensabile per sostenere la resistenza del popolo ucraino. Se si cessasse di farlo, ci si ritroverebbe in acque ancora più infide e tempestose. Il che vale anzitutto per il mare Mediterraneo, che l’Italia, per prima, ha tutto l’interesse a togliere al dominio degli avversari strategici – la Libia è piena zeppa di mercenari russi – dato che da lì transiterà la maggior parte dei futuri approvvigionamenti energetici. Sempre lì si scommetteranno i destini di un’altra partita decisiva: quella migratoria. Il mondo è cambiato e cambierà ancora. Soltanto affrontandolo uniti si potrà sperare di non finirne travolti.

Vita sociale

Jus scholae: in Italia un milione di studenti rimane ‘sospeso’

Sono coloro che frequentano la scuola interessati a una riforma della legge sulla cittadinanza che dimostra di non rispondere più alle trasformazioni della nostra società

ph Ansa-Sir
04 Lug 2022

di Andrea Casavecchia

Ci sarebbe circa un milione di studenti che frequentano la scuola interessato a una riforma della legge sulla cittadinanza che ormai ha compiuto trent’anni e dimostra di non rispondere più alle trasformazioni della nostra società. Però, lo jus scholae, la proposta che dovrebbe rinnovarla, sembrerebbe prendere la via della sospensione in Parlamento.

Il testo della riforma prevederebbe la possibilità per i minorenni che hanno completato cinque anni di scuola in Italia di poter acquistare la cittadinanza del paese nel quale vivono. Gli effetti della misura sarebbero estremamente circoscritti e – di fondo – riguarderebbe esclusivamente bambini e ragazzi. Eppure, la modifica non trova il favore di tutti. C’è una forte opposizione che induce varie argomentazioni più o meno realistiche, che nascondono una ragione ideologica: si vuole mantenere come principale via della cittadinanza lo jus sanguinis, cioè la discendenza diretta da italiano o italiana. Così si difende strenuamente una legge che era stata impostata per riconoscere la cittadinanza agli italiani emigrati in altri paesi, per sbarrare la strada a chi è nato nel nostro oppure è venuto ad abitarci da bambino.

Lo jus scholae non è il primo tentativo di modifica, ce ne sono stati altri almeno negli ultimi dieci anni dallo jus soli allo jus culturae. Tutti hanno finito per cadere nel dimenticatoio. Però bisognerebbe considerare che in questo modo alcune persone rischiano di rimanere in una posizione ambigua. Non totalmente inserite, non totalmente incluse.

C’è un rapporto diretto tra mancata inclusione e sfruttamento. Ci sono molte persone che si trovano a vivere lungo un margine. Sono inserite nella società. Affrontano il loro percorso di studi, entrano nel mondo lavorativo ma non sono completamente inseriti, possono essere curati dal sistema sanitario. Tuttavia, loro non sono completamente inseriti. Ognuno finisce per abitare uno spazio intermedio e subisce le conseguenze di questo suo stato. In quello spazio intermedio attecchisce lo sfruttamento. Lo sanno i migranti che barattano il loro sogno di futuro per un permesso di soggiorno lavorativo ottenuto per cogliere pomodori e vivere in fatiscenti strutture di lamiera. Lo sanno i giovani lavoratori che fanno finta di non conoscere alcuni dei loro diritti per cercare di mantenere l’occupazione per cui hanno studiato. Lo imparano presto i ragazzi e le ragazze di seconda generazione che sono in Italia, conoscono l’italiano e il dialetto della città dove vivono, hanno stili di vita identici ai loro amici e tifano le loro stesse squadre di calcio, ma a loro è impedito di sentirsi completamente accettati e inseriti.

Francesco

La lettera apostolica ‘Desiderio Desideravi’: la celebrazione è un reale coinvolgimento esistenziale con Gesù

La ‘Lettera’ di papa Francesco è uno studio della liturgia che guidi ogni fedele alla conoscenza affinché tutti siano capaci di comprendere i testi delle preghiere

foto Siciliani-Gennari/Sir
04 Lug 2022

di Giuseppe Midili *

Prosegue la riflessione di papa Francesco sull’attuazione della riforma liturgica. Dopo “Traditionis Custodes”, nella nuova Lettera apostolica “Desiderio Desideravi” egli consegna alla Chiesa un testo sulla formazione del popolo di Dio. Non un’istruzione pratica o un direttorio, ma piuttosto una meditazione che aiuta a comprendere la bellezza della verità della celebrazione liturgica (n. 21). Un invito a riscoprire, custodire e vivere la verità e la forza del rito, perché – scrive Francesco – la liturgia non ha nulla a che vedere con il moralismo ascetico. L’incontro con Dio non è il frutto di una ricerca interiore individuale del Cristo, ma è evento donato, che appartiene e coinvolge tutta la totalità dei fedeli riuniti in Lui. La comunità ecclesiale entra nel Cenacolo per la forza di attrazione del desiderio di Gesù che vuole mangiare la Pasqua con noi (Lc 22,15).

Il documento, suddiviso in sessantacinque paragrafi, propone una serie di spunti sulla teologia della liturgia, come fondamento dell’itinerario di formazione. La celebrazione, spiega il papa, non si può ridurre a una assimilazione mentale di una idea, ma è un reale coinvolgimento esistenziale con la persona di Cristo Gesù.

I ministri ordinati sono chiamati a prendere per mano i fedeli battezzati e iniziarli all’esperienza ripetuta della Pasqua. Il presbitero è una particolare presenza del Signore risorto, che è l’unico protagonista dell’azione celebrativa: “non lo sono di certo le nostre immaturità che cercano, assumendo un ruolo e un atteggiamento, una presentabilità che non possono avere” (57). È la celebrazione stessa, insieme con l’esercizio del ministero, che educa i sacerdoti a una qualità della presidenza, li forma con le parole e i gesti che la liturgia mette sulle loro labbra e nelle loro mani.

La Lettera “Desiderio Desideravi” chiarisce bene cosa significa nella Chiesa di oggi formazione liturgica: uno studio della liturgia, che – fuori del contesto esclusivamente accademico – guidi ogni fedele alla conoscenza dello sviluppo del celebrare cristiano, perché tutti siano capaci di comprendere i testi delle preghiere, i dinamismi rituali, la loro valenza antropologica (35). Tutto questo non si conquista una volta per sempre, ma occorre una formazione permanente, caratterizzata “dall’umiltà dei piccoli, atteggiamento che apre allo stupore” (38).

L’aver perso la capacità di comprendere il valore simbolico del corpo e di ogni creatura – chiarisce papa Bergoglio – rende il linguaggio simbolico della liturgia quasi inaccessibile all’umanità di questo tempo. C’è la tentazione di rinunciarvi, di scadere nel didascalico. L’umanità contemporanea – per citare Guardini – deve diventare nuovamente capace di simboli e questo recupero avviene solo riacquistando fiducia nei confronti della creazione. “Se le cose create sono parte irrinunciabile dell’agire sacramentale che opera la nostra salvezza, dobbiamo predisporci nei loro confronti con uno sguardo nuovo, non superficiale, rispettoso, grato” (46).

 

(*) direttore dell’Ufficio liturgico della diocesi di Roma e docente di Liturgia pastorale presso il Pontificio Istituto Liturgico Sant’Anselmo

Francesco

La domenica del papa – Insieme, non da soli

foto Vatican media/Sir
04 Lug 2022

C’è un fil rouge che lega le letture di questa domenica, quattordicesima del tempo ordinario: la pace. Scelse altri settantadue discepoli “e li inviò a due a due davanti a sé in ogni città e luogo dove stava per recarsi”. Li scelse – “designò” leggiamo in Luca – e li inviò per portare un messaggio di speranza e di consolazione, di pace e di carità. È questo l’impegno chiesto agli “operai” di Dio, cioè a coloro che “sono chiamati a operare, a evangelizzare mediante il loro comportamento”. La missione evangelizzatrice, afferma papa Francesco all’Angelus, “non si basa sull’attivismo personale, ma sulla testimonianza di amore fraterno, anche attraverso le difficoltà che il vivere insieme comporta”. Inviò, dunque, i settantadue discepoli, dicendo: prima di entrare “dite pace a questa casa”.

La pace è tema sempre attuale, e lo è in modo particolare in questo nostro tempo così confuso, tempo di esodi, di muri, di rifiuti; tempo in cui in nome di Dio si arriva a uccidere. Tempo in cui una guerra sacrilega si combatte nel cuore dell’Europa. Francesco prega per la pace in Ucraina. All’Angelus rivolge un appello ai responsabili delle nazioni e delle organizzazioni internazionali, affinché “reagiscano alla tendenza ad accentuare la conflittualità e la contrapposizione. Il mondo ha bisogno di pace. Non una pace basata sull’equilibrio degli armamenti, sulla paura reciproca. La crisi ucraina può ancora diventare, una sfida per statisti saggi, capaci di costruire nel dialogo un mondo migliore per le nuove generazioni”. Si può “con l’aiuto di Dio”; occorre “passare dalle strategie di potere politico, economico e militare a un progetto di pace globale: no a un mondo diviso tra potenze in conflitto; sì a un mondo unito tra popoli e civiltà che si rispettano”.

Nella basilica di San Pietro, messa per la comunità congolese – oggi doveva essere in Congo e poi in Sudan – il vescovo di Roma dice che la pace nasce “dal cuore di ciascuno”. Se vivi la pace di Gesù famiglia e società cambiano: “cambiano se per prima cosa il tuo cuore non è in guerra, non è armato di risentimento e di rabbia, non è diviso, doppio e falso. Mettere pace e ordine nel proprio cuore, disinnescare l’avidità, spegnere l’odio e il rancore, fuggire la corruzione, gli imbrogli e le furberie: ecco da dove inizia la pace”.

Settantadue discepoli. Come dire che Gesù li manda in tutto il mondo, testimoni della sua parola. Luca, nel Vangelo, con il numero settantadue fa riferimento alle nazioni straniere citate nella Genesi; così settanta, secondo la tradizione rabbinica, sarebbero i popoli che hanno ascoltato la legge al monte Sinai; sempre 70 gli anziani scelti da Mosè. E infine settanta, o settantadue, sarebbero coloro che hanno tradotto la Bibbia in greco, detta “dei settanta”. Ecco un legame ulteriore, una continuità tra Antico e Nuovo Testamento.

Li invia a due a due, perché la missione non sia dei “solitari”. I discepoli, ha affermato Francesco, “non sono dei battitori liberi, dei predicatori che non sanno cedere la parola a un altro. È anzitutto la vita stessa dei discepoli ad annunciare il Vangelo: il loro saper stare insieme, il rispettarsi reciprocamente, il non voler dimostrare di essere più capace dell’altro, il concorde riferimento all’unico Maestro”.

Le “istruzioni” che Gesù affida ai settantadue non sono tanto su “cosa devono dire” ma piuttosto “su come devono essere”. Perché, afferma il papa, “si possono elaborare piani pastorali perfetti, mettere in atto progetti ben fatti, organizzarsi nei minimi dettagli; si possono convocare folle e avere tanti mezzi; ma se non c’è disponibilità alla fraternità, la missione evangelica non avanza”.

Quindi chiede, com’è sua abitudine quando si rivolge, e coinvolge le persone, non solo all’Angelus: come portiamo agli altri la buona notizia: “lo facciamo con spirito e stile fraterno, oppure alla maniera del mondo, con protagonismo, competitività ed efficientismo”. Abbiamo “la capacità di collaborare”; ancora “sappiamo prendere decisioni insieme, rispettando sinceramente chi ci sta accanto e tenendo conto del suo punto di vista”; infine, “lo facciamo in comunità, non da soli. Infatti, è soprattutto così che la vita del discepolo lascia trasparire quella del Maestro, annunciandolo realmente agli altri”.

8xmille

Una ‘due giorni’ con i vincitori del concorso
che hanno raccontato sui settimanali ciò che è stato realizzato con l’8xmille

foto 8xmille
02 Lug 2022

Come sarebbe il nostro Paese senza i fondi di cui la Chiesa Cattolica può disporre grazie al sistema dell8xmille? Per rispondere a questa domanda, basta sfogliare le pagine cartacee o digitali delle quasi 200 testate aderenti alla Federazione italiana dei settimanali cattolici (Fisc).
Ogni giorno, ogni settimana vengono raccontate tante storie rese possibili grazie ai fondi dell’8xmille che giungono alle Chiese locali. Così la salvaguardia di monumenti artistici e culturali, altrimenti destinati alla rovina, si accompagna alla quotidianità di cooperative sociali, alle realizzazioni di luoghi di accoglienza per chi è più in difficoltà, alla proposta di iniziative di incontro per i giovani o gli anziani, senza dimenticare la testimonianza di quei sacerdoti che con il loro ministero divengono punto di riferimento per la comunità cristiana ma non solo. Storie che raccontano una solidarietà spesso silenziosa, che non vuole apparire o fare notizia ma che rappresenta un segno fondamentale di speranza anche in questi tempi così difficili. È ormai una consolidata tradizione che il Servizio per il sostegno economico della Cei (Spse) e la Fisc segnalino e premino alcune tra le storie più significative.
Perciò, Fisc e Spse della Cei organizzano una due giorni a Roma, il 5 e il 6 luglio, per i vincitori del concorso con cui chiedevano di raccontare sulle testate Fisc le opere realizzate grazie all’8xmille nelle diocesi. Ci saranno una ventina di partecipanti provenienti da tutta Italia. Si inizia martedì 5 luglio, presso la sede Cei in via Aurelia, 468, con la registrazione dei partecipanti, alle 10.30, e poi dalle 11 alle 12.30 è prevista la presentazione del Seminario di lavoro, con l’introduzione di Mauro Ungaro, presidente  della Fisc, e la condivisione dei video sulle esperienze delle diocesi sostenute dall’8xmille a cura dei partecipanti. Nel pomeriggio, dalle 15 alle 19, una tavola rotonda, che vedrà come relatori Massimo Monzio Compagnoni, responsabile del Servizio per la promozione del sostegno economico alla Chiesa cattolica, don Claudio Francesconi, economo della Cei, don Leonardo Di Mauro, responsabile del Servizio per gli interventi caritativi a favore dei Paesi del terzo mondo, don Luca Franceschini, direttore dell’Ufficio nazionale per i beni culturali ecclesiastici e l’edilizia di culto, Ferruccio Ferrante, responsabile dell’Ufficio comunicazione e segreteria di direzione Caritas italiana. Mercoledì 6 luglio è prevista una visita alle Ville pontificie Castel Gandolfo. Alle ore 9.45 arrivo del gruppo a Castel Gandolfo, alle 10 visita del Palazzo apostolico e alle 11 dei Giardini.