Arte

Taras Bike Tour e Progetto Target alla scoperta di arti e architetture contemporanee a Taranto

05 Set 2022

Nuova tappa del Taras Bike Tour promosso da Ethra Archeologia e Turismo, in collaborazione con le ragazze ed i ragazzi del Progetto Target. Dopo il percorso dello scorso 6 agosto incentrato sulle testimonianze della Taranto antica, questa volta si cambia registro e periodo storico con il “Tour del Contemporaneo, arti e architetture contemporanee a Taranto”, itinerario guidato su due ruote alla scoperta delle testimonianze della Taranto del 900.

L’appuntamento è per sabato 10 settembre, con partenza alle 19 dalla concattedrale Gran Madre di Dio, di Gio Ponti, un capolavoro dell’architettura del XX secolo. Da qui i cicloesploratori raggiungeranno piazza Ebalia, poi il monumento ai Marinai. Dopo aver attraversato il Ponte girevole il tour arriverà a piazza Fontana e piazzale Democrate. Come tradizione la ciclo-esplorazione terminerà con l’aperitivo finale al Caffè Letterario Cibo per la mente, in via Duomo, nel cuore della città vecchia.

Il progetto “Target le mani sulla città” è stato realizzato nell’ambito del bando Fermenti in Comune dell’Anci (Associazione nazionale comuni italiani), capofila il Comune di Taranto in collaborazione con Programma Sviluppo e Obiettivo Borgo Antico. Sono stati selezionati trenta giovani di Taranto tra i 18 ed i 35 anni, con i quali sono state ideate e realizzate strategie e proposte di valorizzazione e rilancio dei quartieri Tamburi, Salinella, città vecchia. La sosta a piazzale Democrate, infatti, sarà utile per mostrare e raccontare l’allestimento urbano di panchine in legno con gli ideatori dell’intervento di rigenerazione urbana.

Nell’ambito del progetto Target, Ethra ha svolto attività di formazione sul patrimonio culturale, promuovendo ed organizzando eventi di divulgazione come, appunto, il Taras Bike Tour.

Partenza: ore 19 dalla concattedrale Gran Madre di Dio. Lunghezza del percorso: 12 km, difficoltà bassa, durata 2,30 ore. Si consiglia di indossare casco da bicicletta e abiti comodi. Prenotazione obbligatoria al 379 11 82 464.

Evento gratuito organizzato da Ethra Archeologia e Turismo in collaborazione con il Comune di Taranto. Possibilità di noleggio della bicicletta a prezzo convenzionato presso MF Cycling Bikestore, Corso Italia 316/318-74123 Taranto-Tel. 379 11 82 464.

Cinema

VENEZIA79 – In gara Guadagnino con “Bones and All” e Wiseman con “Un Couple”. Al Lido anche “Padre Pio” di Ferrara

(Credits: La Biennale di Venezia – Foto: ASAC – ph G. Zucchiatti)
05 Set 2022

di Sergio Perugini

Luca Guadagnino è il primo dei cinque registi italiani a sfilare sul tappeto rosso di Venezia79. Presenta “Bones and All”, racconto della periferia americana attraverso l’on the road di due giovani deragliati, con Timothée Chalamet e Taylor Russell. Tra lirico e macabro. Torna poi in gara al Lido il veterano Frederick Wiseman, che presenta un inedito ritratto della famiglia Tolstoj attraverso la prospettiva della moglie Sofia. Infine, nella sezione Giornate degli Autori, è il giorno di “Padre Pio” firmato Abel Ferrara, che tratteggia l’arrivo del Santo di Pietrelcina in Puglia sulle macerie della Grande Guerra. Il punto Cnvf-Sir dalla Mostra

(Ph. Metro_Goldwyn_Mayer_Pictures)

Luca Guadagnino è il primo dei cinque registi italiani a sfilare sul tappeto rosso di Venezia79. Autore dallo stile fortemente internazionale, ormai di casa Hollywood, presenta “Bones and All”, racconto della periferia americana attraverso l’on the road di due giovani deragliati, con Timothée Chalamet e Taylor Russell. Tra lirico e macabro. Torna poi in gara al Lido il veterano Frederick Wiseman, regista statunitense che presenta un inedito ritratto della famiglia Tolstoj attraverso la prospettiva della moglie Sofia. Infine, nella sezione Giornate degli Autori, è il giorno di “Padre Pio” firmato Abel Ferrara, che tratteggia l’arrivo del Santo di Pietrelcina in Puglia sulle macerie della Grande Guerra. Il punto Cnvf-Sir dalla Mostra.

“Bones and All” – in Concorso
L’ultima volta che aveva partecipato in gara a Venezia era stato nel 2018 con “Suspiria”. A distanza di quattro anni Luca Guadagnino, regista palermitano classe 1971, si presenta in Concorso con un film profondamente a stelle e strisce, “Bones and All”, opera che prende le mosse dall’omonimo romanzo di Camille DeAngelis. Un viaggio on the road nel cuore degli Stati Uniti, nella periferia desolata, popolata da un’umanità che appare fragile e dispersa. Disgraziata. Attraverso il macabro e angosciante “percorso di formazione” di due giovani ventenni, Guadagnino racconta un timido desiderio di riscatto.Ha dichiarato: “C’è qualcosa nei diseredati, in coloro che vivono ai margini della società che mi attira e commuove. Amo questi personaggi. Il cuore del film batte teneramente e affettuosamente nei loro confronti. Mi interessano i loro viaggi emotivi. Voglio vedere dove si aprono le possibilità per loro”.

La storia. Usa anni ’80, Maren (Taylor Russell) è una diciottenne che si sposta di città in città con il padre. Una sera la giovane, mossa da un istinto irrefrenabile, morde una compagna di scuola. Nello spaesamento, comprende di avere istinti cannibali sin dalla prima infanzia. Lasciata sola dal padre, Maren si mette in viaggio alla ricerca di risposte, anzitutto sulle tracce della madre scomparsa (Chloë Sevigny). Tra le prime conoscenze c’è il vagabondo Lee (Timothée Chalamet) che condivide gli stessi tormenti…

Sceneggiato da Dave Kajganich, “Bones and All” non è un film facile da affrontare. Sulle prime appare non poco respingente, soprattutto per il tema del cannibalismo.C’è da dire, però, che Guadagnino stupisce e sorprende, perché maneggia materia incandescente con acuta eleganza, accostando note macabre a passaggi marcati da grande lirismo.

Senza nascondere dunque passaggi crudi e asciutti, che lasciano poco spazio all’immaginazione, a ben vedere “Bones and All” sembra comporsi come una complessa metafora dell’emarginazione sociale.Maren e Lee sono due giovani cresciuti in uno sfondo periferico condizionato da difficoltà, povertà e violenze; sentendosi dei mostri per gli incontrollabili istinti che li assalgono, si mettono in viaggio in cerca di risposte. Due solitudini che si incontrano e tentano di salvarsi reciprocamente, provando ad arrestare la vertigine del Male che dimora in loro.Una tragica ricerca della salvezza.

Si rimane interdetti al termine della visione, suggestionati da immagini terrificanti legate al cannibalismo, ma al contempo affascinanti da un racconto allegorico di ultimi in cerca di futuro. “Bones and All” risulta una poesia che rischia però di rimanere impantanata nel raccapricciante. Complesso, problematico e per dibattiti, il film è indicato per adulti.

“Un couple” – in Concorso
Bostoniano classe 1930, Frederick Wiseman è un veterano dei festival. A Venezia, oltra a partecipare diverse volte in Concorso – l’ultima volta nel 2017 con il documentario “Ex Libris: The New York Public Library” –, è stato omaggiato nel 2014 con il Leone d’oro alla carriera. Novantenne si mette ora nuovamente in gioco dirigendo il suo primo film di finzione dopo una carriera nel documentario: è “Un couple”, racconto della relazione tra lo scrittore Lev Tolstoj e sua moglie Sofia attraverso le parole di quest’ultima, un monologo ambientato nell’isola di Belle Île, sulle coste della Bretagna. A interpretarlo è l’attrice Nathalie Boutefeu, che firma anche la sceneggiatura a quattro con Wiseman.

La storia. Sofia Tolstoj è sola, a passeggio tra la campagna e la costa francese. Rilegge ad alta voce la sua lunga relazione trentennale con lo scrittore Lev Tolstoj, conosciuto all’età di soli diciotto anni. Nel corso di tre decenni la coppia ebbe tredici figli, condividendo tutto, dall’arte al sentimento…

Un’opera di breve durata, appena 64’, che risulta però “torrenziale”. Una sola voce, quella di Sofia, che ripercorre la storia del suo matrimonio alternando la tenerezza dell’incontro con Tolstoj ai tormenti del quotidiano, segnati spesso da assordanti silenzi. Nel monologo emerge il racconto di una donna sfiancata dal rimanere accanto a un uomo di tale statura, che spesso però le riservava poca attenzione. Un flusso di pensieri e sentimenti contrastanti, che apre uno sguardo laterale (non marginale) su un grande scrittore. La regia di Wiseman dà il suo meglio nei dettagli ambientali, nella messa in cornice del monologo;nell’insieme l’opera va apprezzata per la capacità di sperimentazione di un autore che fonde natura, cinema e teatro. Un racconto raffinato e puntuale, senza però sussulti. Consigliabile, semplice, per dibattiti.

“Padre Pio” – Giornate degli Autori
A trent’anni dalla sua opera più celebre “Il cattivo tenente” (1992), il regista newyorkese Abel Ferrara torna a confrontarsi (non dimenticando “Mary” del 2005) con i temi della fede e del Mistero.Nella sezione Giornate degli Autori di Venezia79 presenta “Padre Pio”, una coproduzione Italia-Germania che racconta l’arrivo di Padre Pio a San Giovanni Rotondo sul finire della Prima guerra mondiale.

La storia. Nel territorio foggiano, sul finire della Grande guerra, si consuma un duro scontro di rivendicazione sociale mosso da istanze socialiste. I lavoratori della campagna reclamano più diritti, ma l’ordine politico reggente reprime con i fucili il dialogo. In quei confusi e tragici eventi, Padre Pio compie i primi gesti miracolosi sperimentando al contempo i tormenti del Male, allucinazioni e tentazioni come Gesù nel deserto.

Il lavoro di Ferrara esplora le direttrici della Storia e gli orizzonti della fede.Si accosta alla figura di Padre Pio con rispetto, addentrandosi soprattutto nelle sue “zone d’ombra”, ossia i momenti di tentazione da parte del Male. Con efficacia Shia LaBeouf si mette a servizio del personaggio dosando espressività e gestualità. Un lavoro acuto e misurato. A ben vedere, lo sguardo su Padre Pio è la parte più riuscita del progetto; i raccordi storici risultano infatti non poco didascalici. Consigliabile, problematico, per dibattiti.

La nota critica di Massimo Giraldi, presidente Cnvf – Giuria Signis
“Ancora una volta Luca Guadagnino dimostra di possedere una grande forza espressiva. In ‘Bones and All’ dimostra di saper passare con disinvoltura e forza d’urto dalle più dolci sfumature del sentimento alla ferocia di situazioni sul confine dell’horror. I due ragazzi diventano protagonisti di una storia on the road che si snoda nelle immense periferie americane, senza intravedere mai una luce di uscita. Un racconto fosco e disperante, dove il tema del cannibalismo si fa palese metafora di situazioni contemporanee.Al contrario, Wiseman con ‘Un couple’ ci riporta sulle rotte di un cinema di matrice classica. L’autore come sempre si distingue per inquadrature descrittive di grande suggestione e bellezza; la sua vis narrativa nei terreni della finzione appare però poco memorabile”.

Libri

Alla ricerca di qualcosa che è stato nostro

foto SIR/Marco Calvarese
05 Set 2022

di Marco Testi

Un libro che dovrebbero leggere in parecchi, tra uomini di scienza, credenti, agnostici, scettici, tiepidi, filosofi questo provocatorio (nel titolo) “La fede salverà la scienza. Conoscenza scientifica e credenza religiosa in dialogo” (San Paolo, 304 pagine, 22 euro) del filosofo Roberto Giovanni Timossi. Un vero e proprio attacco allo scientismo radicale e soprattutto alla presunzione di quanti profetizzano la morte della religione perché le nuove scoperte avrebbero reso inutile la fede. Timossi non va a senso unico, anzi, ammette, come nel caso Galilei, gli errori di una Chiesa che però poi ne ha fatto ammenda, e mette in guardia contro l’utopia di una tecnica onnisciente che tenta di sostituirsi a Dio: Heisenberg, premio Nobel 1932 per la Fisica, lo aveva messo in chiaro, il nostro è uno sguardo parziale e interno al sistema osservato. Con uno smitizzante ritorno al “caso” Darwin, che non aveva in realtà nessuna intenzione di demolire la fede (cosa che è stata tentata dal darwinismo rampante degli epigoni). E Darwin tornerà, guarda caso sempre in territorio cattolico, in altri libri di cui parliamo qui. Non solo: l’autore giustamente rimarca la fallibilità e la parzialità dello sguardo scientifico, emerse nei dibattiti, spesso finiti in risse e improperi tra uomini di scienza che non hanno offerto esattamente una prova di oggettività e imparzialità; anche perché, e fa bene Timossi a ricordarlo (anche se sarebbe meglio non anteporre ai nomi di alcuni il termine un po’ troppo semplicistico ateo), nei campi di concentramento quella scienza era al servizio dello sterminio senza senso. Né religioso né umano.
Si accennava alla fine del “caso Darwin” visto come triste banditore di una crociata anti-religiosa: anche Paolo Alliata, sacerdote e responsabile dell’Ufficio per l’Apostolato biblico della diocesi di Milano nel suo “Un sentiero per la gioia. Passeggiate letterarie” (In Dialogo, 160 pagine, 18 euro) ne parla senza timore: il sacerdote dichiara addirittura di amarlo per la sua capacità di stupirsi, lui scienziato dallo sguardo imperturbabile, di fronte alle “innumerevoli forme, bellissime e meravigliose” (sono parole del teorico dell’evoluzione della specie) che offre lo spettacolo di una natura in continua trasformazione. Alliata mostra come la letteratura squaderna ai nostri occhi lo spettacolo dello stupore del pascoliano Fanciullino che riesce a meravigliarsi di fronte a un’alba magari vista dalla abituale finestra di casa nostra. Un po’ come l’Uomovivo di Chesterton, che deve andarsene per poter tornare e scoprire la bellezza di quel ritorno, anche se gli altri lo prenderanno per matto. L’autore si rivolge poi al Grande Gatsby di Francis Scott Fitzgerald: il genio dello scrittore americano riesce a mettere insieme il fascino profondo del personaggio e insieme il suo fallimento. Ragazzino povero, deve affrontare la fine di un amore da lui idealizzato, diventa ricco in modo equivoco e finalmente potrebbe prendersi la sua rivincita. Ma noi scopriamo che la sua non è altro che una fissazione, anche se nobile e cavalleresca, che gli impedisce di vedere il mondo, di guardare le altre bellezze. Un po’ come lo Scrooge del Canto di Natale di Dickens, tutto teso ad una paranoica accumulazione, in un percorso di solitudine e tristezza. Quando la letteratura può insegnarci la via attraverso la bellezza delle piccole cose.

La filosofia, la scienza (della cui pretesa assoluta obiettività stiamo scoprendo i limiti) gli abissi della psiche, Darwin, Freud e quel Dio che certe letture di Nietzsche vorrebbero morto, fanno parte del percorso di un’altra riscoperta: quella del bene in noi, operata della compianta Anne Dufourmantelle (1964-2017), psicoanalista morta nel tentativo di aiutare due bambini in difficoltà nel mare di Saint Tropez. Il suo “La potenza della dolcezza” (Vita e Pensiero, 136 pagine, 15 euro) non è solo un itinerario attraverso il bene che ci aiuta a capire come non tutto nell’esistenza sia ritorno al primitivo e alla violenza. L’autrice, che ha messo drammaticamente in pratica la sua convinzione che il rischio sia parte integrante e motrice della nostra vita, ci porta non nel quadretto alla Peynet, ma dentro le contraddizioni che il sopravvivere della dolcezza comporta nelle reazioni di quei tanti che non ci sono abituati. Nella letteratura, dove i personaggi del bene assoluto in Dostoevskij, o in Flaubert, Hugo, Melville scatenano la resistenza, l’odio, lo scherno, nello stesso Nietzsche, nella musica, ad esempio Mozart, nell’arte, con Rembrandt o il Beato Angelico. E l’autrice sta molto attenta a non confondere la dolcezza profonda con la debolezza e il “manierismo”, perché essa è in realtà un ritorno alla comunione con il tutto, che fa pensare anche ad Eliot e a quella geniale declinazione musicale di Bacalov, interpretata dal gruppo napoletano degli Osanna in “There will be time”: “Ho passato interminabili pomeriggi contando i giorni con i cucchiaini di caffè, alla ricerca di qualcosa che è già stato mio”. La dolcezza non è svenevolezza, ma riappropriazione delle profondità dell’essere.

E, parlando di Eliot, come non ricordare i cento anni del suo capolavoro, “La terra desolata” (tra le varie edizioni, ora in Poesie, Bompiani, – con la splendida, “storica” prefazione di Roberto Sanesi –, 487 pagine, 15 euro), diario poetico di una crisi che portò il poeta statunitense, ma naturalizzato britannico, alla conversione, alla fede, al giardino ritrovato dopo l’assenza e l’apparente dimenticanza. Proprio come nella psicoanalisi della dolcezza di Anne Dufourmantelle, il poeta cammina nel mondo delle contraddizioni, della violenza, dell’egoismo, ma in ogni suo verso si intuisce profeticamente la presenza di qualcosa che preme per tornare in superficie, la memoria archetipa del “luogo di grazia” di cui parlerà nel Mercoledì delle ceneri. Senza contare che quel titolo deriva dal Dante del XIV dell’Inferno, in cui Virgilio parla di “paese guasto”, la decaduta isola di Creta. Non è quindi una poesia triste, perché in essa si intuisce la persistenza della dolcezza nascosta in quel – così a noi contemporaneo – colloquio di chi è stanco e nauseato e può solo confessare “ho i nervi a pezzi stasera”. Nasce nel 1922 una delle basi della poesia di oggi. Gli amanti stanchi che si chiedono se quel loro incontrarsi solo fisicamente abbia ancora un senso, l’angoscia del volere, e dell’avere, tutto e subito. Una mancanza di senso che può essere letta benissimo in questa torrida estate perché così vicina alla speranza di un senso ritrovato, di una lacrima che redime, di una pioggia che cura e non solo la terra.

Festival

Venezia79 – Vibrante accoglienza per ‘Argentina, 1985’ di Mitre

credits: La Biennale di Venezia - foto ASAC ph Giorgio Zucchiatti
05 Set 2022

Applausi e commozione alla 79a Mostra del Cinema della Biennale di Venezia: è il giorno di “Argentina, 1985”, legal drama storico di Santiago Mitre che affronta il difficile processo pubblico che portò alla condanna dei vertici militari durante la dittatura di Videla per le atrocità commesse; un processo che sancì di fatto l’inizio della democrazia in Argentina. Da segnalare un intenso Ricardo Darín, da Coppa Volpi. Ancora, in Concorso il secondo italiano Andrea Pallaoro con “Monica”, film che esplora una famiglia dispersa in cerca di nuovo dialogo. Infine, il francese “Athena” di Romain Gavras, un thriller sociale di grande realismo che si snoda nelle periferie d’oggi, nei quartieri-ghetto pronti a deflagrare in rivolte. Il punto Cnvf-Sir dalla Mostra.

“Argentina, 1985” – in concorso
Accolto da fragorosi applausi in sala e in conferenza stampa tra gli addetti ai lavori, “Argentina, 1985” di Santiago Mitre conquista subito il Lido, candidandosi seriamente per il palmares di Venezia79. Sarà probabilmente l’argomento di grande impegno civile a colpire: il processo pubblico ai vertici militari in Argentina nella metà degli anni ’80,che ha fatto luce sul dramma dei desaparecidos durante la dittatura. Un racconto di matrice storica, che mette a tema il valore della memoria e della testimonianza civile.

La storia. Tra la fine del 1984 e l’inizio del 1985 a Buenos Aires parte il processo contro i crimini compiuti sotto la reggenza del generale Jorge Rafael Videla, con la messa in stato d’accusa dell’ex dittatore e dei vertici delle forze armate. A guidare l’accusa in tribunale il procuratore Julio Strassera (Ricardo Darín) e il suo vice Luis Moreno Ocampo (Peter Lanzani), che si avvalgono di un team di giovani professionisti che non si lasciano intimidire dall’entità del lavoro e dalle continue minacce.

Kenya Films – Infinity Hill – ph Lina Etchesuri

Scritto dallo stesso Mitre insieme Mariano Llinás, “Argentina, 1985” è un film che ha il coraggio di esplorare il trauma sociale della dittatura in Argentina, le ripetute atrocità commesse dai militari. È il dramma dei desaparecidos, una frattura mai del tutto ricomposta e sanata nel Paese. Come sottolinea l’autore: “Ricordo ancora il giorno in cui Strassera formulò l’atto di accusa: il boato dell’aula del tribunale, l’emozione dei miei genitori, le strade finalmente in grado di festeggiare qualcosa che non fosse una partita di calcio, l’idea di giustizia come un atto di guarigione”.

Correndo sul binario di un incalzante legal drama di matrice hollywoodiana, puntellato però anche da un’insolita (ma riuscita) cifra ironica, il film di Mitre tratteggia con meticolosità e crescente pathos un avvenimento storico del proprio Paese, che di fatto ne sancisce la svolta democratica. Copione e regia traggono ulteriore compattezza ed efficacia dall’interpretazione del cast, tutto perfettamente in parte,a cominciare dal capofila Ricardo Darín, che sagoma con mestiere e classe il procuratore Strassera. “Argentina, 1985” è un’opera attesa, doverosa e importante, la cui vocazione è la custodia della memoria e la condivisione di un messaggio di futuro. Un film corroborante. Raccomandabile, problematico, adatto per dibattiti.

“Monica” – in concorso
A cinque anni da “Hannah” (2017), che ha permesso a Charlotte Rampling di vincere la Coppa Volpi a Venezia74, il regista trentino Andrea Pallaoro, classe 1982, si presenta nuovamente in gara al Lido con una storia dal respiro a stelle e strisce– come Guadagnino anche Pallaoro è “sbilanciato” Oltreoceano, verso l’industria hollywoodiana – intimista e familiare, che vira da note di sofferenza a bagliori di tenerezza e pacificazione.

La storia. Stati Uniti, oggi. Quando la madre sessantenne (Patricia Clarkson) si aggrava per un tumore, la trentenne Monica (Trace Lysette) decide di tornare a casa, in famiglia, dopo anni di lontananza. Era stata costretta a prendere le distanze dai propri cari, soprattutto dalla madre, quando giovanissima aveva espresso la volontà di cambiare identità, passando da uomo a donna. Dinanzi alla chiamata del fratello e della cognata, Monica accetta di accompagnare la madre nell’ultimo tratto di vita che le resta….

Con estrema delicatezza e compostezza il regista Pallaoro ci consegna il ritratto di una famiglia americana dispersa che cerca di ricomporsi, di ritrovarsi, sulle macerie di un evento drammatico.Un tumore maligno. Nonostante i temi in campo siano non poco densi e spinosi, il film “Monica” si snoda con grande agilità e rispetto, componendo una storia d’amore giocata sul rapporto madre-figlia e fratello-sorella. Un racconto di pacificazione, teso a ricomporre silenzi e fratture sedimentati nel tempo.La famiglia tiene, e salva, perché risponde a fragilità e difficoltà dell’esistenza. Complesso, problematico, per dibattiti.

“Athena” – in concorso
Il quarantenne Romain Gavras, figlio del noto Costa-Gavras, arriva in Concorso a Venezia79 con “Athena”, una produzione targata Netflix: si tratta di un racconto sociale potente e incalzante che esplora la precarietà della periferia francese, occidentale tutta, un luogo dove vive un’umanità scartata, pronta a sollevarsi per esasperazione.Un film che assume i contorni di un pericoloso deragliamento del nostro presente, proprio come aveva tratteggiato il messicano Michel Franco in “Nuevo Orden”, in gara al Lido nel 2020.

La storia. Francia oggi, alla morte di un minore nel caseggiato-ghetto Athena, un’uccisione la cui responsabilità viene addossata alla Polizia, esplode nella comunità abitativa una violenta protesta. A tentare di contenere la rivolta è il trentenne Abdel (Dali Benssalah), che oltre a lavorare tra le fila della Polizia è anche il fratello della vittima. Sull’onda di una povertà che morde il fianco e di un’integrazione culturale mai del tutto raggiunta, la situazione di Athena vira verso la tragedia. Irreparabilmente…

Credits Netflix

Scritto da Romain Gavras, Ladj Ly (suo è “Les Misérables” del 2019) e Elias Belkeddar, il film “Athena” fa convergere i riferimenti culturali della tragedia greca con le brucianti fratture del nostro presente, scandagliando quelle periferie abbandonate a se stesse dove non c’è traccia né di Stato né di futuro. A colpire è soprattutto la regia di Gavras, potente e vigorosa, che giova di una freschezza visiva tipica dei formati brevi, dei videoclip. A ben vedere forse non tutto torna del film, appesantito da qualche furbizia narrativa qua e là, ma nell’insieme l’opera dimostra ritmo e incisività nonché riverberi sociali di indubbio interesse. Complesso, problematico, per dibattiti.

La nota critica di Massimo Giraldi, presidente Cnvf – Giuria Signis
“Tre registi quarantenni, classe 1980-82, danno una forte scossa al Lido, mettendo in campo tonalità e stili differenti.Anzitutto l’argentino Santiago Mitre si muove su un canovaccio narrativo consolidato, il legal drama, dando voce per la prima volta a un avvenimento che ha cambiato il corso della storia argentina in chiave democratica. Un film riuscito, compatto, in grado di confrontarsi con le ferite della Storia attraverso uno sguardo impreziosito da umorismo. Andrea Pallaoro con ‘Monica’ regala un personaggio che lascia il segno per la sua misura e delicatezza, andando a sanare anche qui ferite, quelle di una famiglia. Infine, sono fratture invece senza rimedio quelle che racconta il francese Romain Gavras in un dramma sociale disperante; una narrazione che si ciba del linguaggio della contemporaneità, nervoso e concitato. Tre autori che lasciano il segno!”

L'argomento

Mattarella: Dalla Chiesa, “eroe del nostro tempo”

05 Set 2022

“Quell’estremo gesto di sfida contro un eroe del nostro tempo, un Carabiniere protagonista della difesa della democrazia contro il terrorismo, si ritorse contro chi lo aveva voluto. La comunità nazionale, profondamente colpita da quegli avvenimenti, seppe reagire dando prova di compattezza e di unità d’intenti contro i nemici della legalità, delle istituzioni, della convivenza civile”. Lo afferma il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ricordando il gen. Carlo Alberto Dalla Chiesa in occasione del 40° anniversario dell’uccisione avvenuta a Palermo per mano mafiosa. Per l’agguato del 3 settembre 1982 morirono anche la signora Emanuela Setti Carraro e l’agente Domenico Russo. Morti brutali che “gettarono Palermo, la Sicilia, il Paese intero nello sgomento. Ancora una volta la ferocia della violenza criminale mafiosa, in un crescendo di arroganza, non risparmiava un servitore della Repubblica né le persone che avevano l’unica colpa di essergli vicine”.
Ma dopo quanto accaduto – nota il capo dello Stato – “strumenti più incisivi di azione e di coordinamento vennero messi in campo, facendo tesoro delle esperienze di Dalla Chiesa, rendendo più efficace la strategia di contrasto alle organizzazioni mafiose. Quello sforzo fu sostenuto e accompagnato da un crescente sentimento civico di rigetto e insofferenza verso la mafia, che pretendeva di amministrare indisturbata i suoi traffici, seminando morte e intimidazione. Commozione e sdegno alimentarono le speranze dei siciliani onesti, ne rafforzarono il rifiuto della prepotenza criminale”.
Per Mattarella, “la lezione di vita del prefetto Dalla Chiesa, la memoria delle vittime di quel vile attentato vivono nell’impegno delle donne e degli uomini che nelle istituzioni e nella pubblica amministrazione operano per la difesa della legalità, dei giovani che vogliono costruire una società più giusta e trasparente, dei tanti cittadini che, consapevoli dei loro diritti e doveri, avversano responsabilmente la cultura della sopraffazione e della prevaricazione”.

 

Angelus

La domenica del Papa – È beato il Papa del sorriso

Cerimonia in una piazza San Pietro bagnata dalla pioggia, e gremita di fedeli venuti in gran parte dal Veneto

foto Siciliani-Gennari/Sir
05 Set 2022

di Fabio Zavattaro

Un pontificato durato 33 giorni, il tempo di un sorriso, come titolò il quotidiano parigino Le Monde. Domenica Francesco ha proclamato beato Giovanni Paolo I, il papa che “con il suo sorriso è riuscito a trasmettere la bontà del Signore”. Cerimonia in una piazza San Pietro bagnata dalla pioggia, e gremita di fedeli venuti in gran parte da Belluno, l’Agordino, Vittorio Veneto e Venezia. Sulla facciata della basilica vaticana il ritratto ufficiale del nuovo beato, opera di un artista cinese, Yan Zhang, originario della provincia di Sichuan. L’artista, che ha vissuto in Tibet, spiritualità buddhista, nel ritratto ha voluto mettere in primo piano proprio il tema del sorriso, trasmesso da tutto il corpo di Luciani, omaggio al Papa che, con il suo sorriso, ha mostrato “una Chiesa con il volto lieto, il volto sereno, il volto sorridente, una Chiesa che non chiude mai le porte, che non inasprisce i cuori, che non si lamenta e non cova risentimento, non è arrabbiata, non è insofferente, non si presenta in modo arcigno, non soffre di nostalgie del passato cadendo nell’indietrismo”.

La misura dell’amore, per papa Luciani, è un “amore intramontabile” perché il Signore “ha sempre gli occhi aperti su di noi – diceva Giovanni Paolo I il 10 settembre 1978 – anche quando sembra ci sia notte. È papà; più ancora è madre”.

Humilitas il motto di Luciani, che si lega bene con la pagina evangelica di questa domenica, dove Luca ci ricorda che lo stile di Dio “non è quello di chi cerca il potere, ma quello di chi ama anche se questo “costa la croce del sacrificio, del silenzio, dell’incomprensione, della solitudine, dell’essere ostacolati e perseguitati”. Un Dio che “non ha il culto dei numeri, non cerca il consenso, non è un idolatra del successo personale. Al contrario, sembra preoccuparsi quando la gente lo segue con euforia e facili entusiasmi. Così, invece di lasciarsi attrarre dal fascino della popolarità – perché la popolarità affascina –, chiede a ciascuno di discernere con attenzione le motivazioni per cui lo segue e le conseguenze che ciò comporta”.

Ecco quell’umiltà che Giovanni Paolo I ha praticato lungo tutto il suo servizio. Amare, dunque, “anche se costa la croce del sacrificio, del silenzio, dell’incomprensione, della solitudine, dell’essere ostacolati e perseguitati”. Se vuoi baciare Gesù crocifisso, diceva Albino Luciani il 27 settembre, ultima udienza del suo pontificato, “non puoi fare a meno di piegarti sulla croce e lasciarti pungere da qualche spina della corona, che è sul capo del Signore”. Seguirlo, per Francesco, “non significa entrare in una corte o partecipare a un corteo trionfale, e nemmeno ricevere un’assicurazione sulla vita. Al contrario, significa anche “portare la croce: come lui, farsi carico dei pesi propri e dei pesi degli altri, fare della vita un dono, non un possesso, spenderla imitando l’amore generoso e misericordioso che egli ha per noi”.

In Luca leggiamo che per essere discepoli di Gesù bisogna essere pronti a lasciare la propria casa, amarlo più del proprio padre, della propria madre, moglie e figli. Andare dietro al Signore, ricorda nell’omelia papa Francesco, significa non fare scelte “mondane”, non cercare “la mera soddisfazione dei propri bisogni, la ricerca del prestigio personale, il desiderio di avere un ruolo, di tenere le cose sotto controllo, la brama di occupare spazi e di ottenere privilegi, l’aspirazione a ricevere riconoscimenti”. Questo non è lo stile di Gesù, che invece chiede “scelte che impegnano la totalità dell’esistenza”; per questo desidera che il discepolo non anteponga nulla “neanche gli affetti più cari e i beni più grandi”.

Umiltà, dunque. Giovanni Paolo I, nella sua prima udienza generale, 6 settembre, ha voluto parlare proprio della grande virtù dell’umiltà, affermando – “a rischio di dire uno sproposito”, dirà – che il Signore “tanto ama l’umiltà che, a volte, permette dei peccati gravi. Perché? perché quelli che li hanno commessi, questi peccati, dopo, pentiti, restino umili. Non vien voglia di credersi dei mezzi santi, dei mezzi angeli, quando si sa di aver commesso delle mancanze gravi. Il Signore ha tanto raccomandato: siate umili. Anche se avete fatto delle grandi cose, dite: siamo servi inutili. Invece la tendenza, in noi tutti, è piuttosto al contrario: mettersi in mostra. Bassi, bassi: è la virtù cristiana che riguarda noi stessi”.

Ecclesia

L’Ac nazionale: “Taranto una città viva, che fa rete”

04 Set 2022

di Marina Luzzi

Dopo Lampedusa, Arquata del Tronto e Genova, quest’anno è toccato a Taranto essere il fulcro dell’ “esperienza – segno” realizzata dal Settore Adulti e dal Movimento Lavoratori di Azione Cattolica. Nello scorso weekend, sono arrivati in città, delegati diocesani da tutta Italia e presidenza nazionale. Hanno incontrato istituzioni, sindacati, mondo dell’associazionismo. Obiettivo: guardare alla città, oltre la classica narrazione dell’ultimo decennio. “Possiamo dire che è  stata una sorpresa per molti versi positiva. Abbiamo incontrato una città vivace – racconta il vice presidente nazionale del settore adulti di Ac, Paolo Seghedoni, tracciando un bilancio a freddo – una realtà delle associazioni e anche delle istituzioni, molto attenta anche aldilà di quello che, arrivando da fuori, ci si può aspettare. Naturalmente tante sofferenze, e d’altronde il titolo che abbiamo voluto dare alla nostra tre giorni è stato proprio ‘Taranto, una città che si racconta tra sofferenze e speranza’ ma anche uno squarcio di positività che ci è sembrato importante provare a dare e che la città dimostra di sapere ancora avere. Sono stati tre giorni ricchi di tante cose: esperienze, volti, storie, incontri”. Tra questi quelli con Sergio Prete, presidente dell’Autorità di Sistema Portuale del mar Ionio, con Gianfranco Solazzo, segretario generale della Cisl di Taranto e Brindisi, con l’assessore comunale Mattia Giorno, con il fondatore di Peacelink Alessandro Marescotti, con la presidente della Commissione Ambiente dell’Ordine dei Medici di Taranto, con don Antonio Panico, vicario episcopale per la Custodia del Creato, con Carmen Sale, dottoranda di ricerca, con Luigi Stasi, da anni nell’Ac diocesana e adesso presidente dell’associazione “Trama(N)dare aps”,  con i cuochi e i camerieri del ristorante sociale “Art.21”, dove detenuti o ex detenuti, migranti e ragazzi delle periferie, lavorano in cerca di riscatto. “Non abbiamo scoperto solo i luoghi, come per la Città vecchia, ad esempio, ma una realtà  di associazioni, di attivisti, di istituzioni che ci hanno fatto una buona impressione perché hanno voglia di fare rete – prosegue Seghedoni -di  mettersi insieme, di provare insieme a chiedere risposte, anche quando arrivano in modo parziale o non arrivano proprio. Questa idea di alleanze in cui anche l’Azione Cattolica è coinvolta ed ha un ruolo significativo, in cui abbiamo incontrato una Chiesa locale che attraverso don Antonio Panico ma non solo, cerca di costruire ponti, ci ha dato grande impulso.  Tenere aperto un dialogo anche con chi a volte sembra non voler sentire, non è facile. Eppure abbiamo incontrato anche tante realtà laiche, del territorio, che non chiedono solo per se stesse ma per la collettività, per il bene comune. E questo la cosa più importante che ci portiamo a casa dalla tre giorni di Taranto”.

Sport

Football americano: dalle spiagge ai campi di gioco, le Vespe riprendono il volo

03 Set 2022

di Paolo Arrivo

Sport e integrazione sociale. Un binomio perfetto, tenuto insieme dal football americano, disciplina ancora poco nota in Italia, rappresentata sul territorio dalle Vespe San Giorgio Jonico. Con loro, anche quest’anno, ci saranno i ragazzi di Babele: associazione di promozione sociale, ente di tutela per richiedenti e titolari di protezione internazionale e umanitaria, attiva nel campo della tutela dei diritti dei migranti e nel contrasto di tutte le discriminazioni, con l’obiettivo di affermare i principi di uguaglianza solidarietà giustizia. “I ragazzi hanno cominciato con il pon di Francavilla Fontana ed ora li stiamo inserendo gradualmente tra flag e tackle”, ha detto il presidente delle Vespe, Andrea Melpignano, al quale va riconosciuto inoltre il merito dell’attività promozionale svolta questa estate sulle spiagge del litorale ionico. La finalità era proprio quella di valorizzare questo sport intercettando il pubblico che non lo conosce. La stessa attività di promozione, denominata Vespe Beach Tour, è stata utile agli atleti, occasione per cominciare la preparazione. Ovvero per farsi trovare pronti agli appuntamenti che contano.

LA NUOVA STAGIONE. Dopo le prime amichevoli, giocate tra luglio e agosto, lo start è stato dato ufficialmente il primo settembre. La squadra senior è impegnata negli allenamenti al “Renzino Paradiso” di Talsano; le piccole Vespe saranno protagoniste tutti i sabato di settembre e il primo di ottobre attraverso gli open day organizzati al Villaggio San Giovanni di San Giorgio Jonico. Sul piano agonistico c’è da onorare il prossimo campionato CSI a 7. “Tanti saranno gli impegni di quest’anno: cominceremo sicuramente con quest’importante manifestazione che ci vedrà impegnati a novembre e a dicembre, poi parteciperemo ad altri tornei”, ha assicurato AM auspicando che per le gare casalinghe, da disputare in questa stagione, si possa trovare un “palcoscenico consono a questo sport, di cui vogliamo far innamorare la città”.

Otium

Nasce a Grottaglie il Music Festival “San Francesco De Geronimo”, sei appuntamenti per pianoforte e canto

02 Set 2022

di Silvano Trevisani

È stato denominato Music Festival “San Francesco De Geronimo” ed è l’ultima rassegna nata in ordine di tempo in questa estate ricca di eventi culturali e soprattutto musicali.

La rassegna, che si svolgerà tra settembre e novembre a Grottaglie, è dedicata alla musica classica, e in particolare, per la prima parte allo strumento principe: il pianoforte, per la seconda parte al canto. Il progetto nasce, in occasione del ventennale dell’Amj, Associazione musicale jonica Paisiello, da una collaborazione con il comitato organizzatore dei festeggiamenti per San Francesco de Geronimo, affiancato dalla Pluriassociazione che è intitolata al santo grottagliese, con cui ha organizzato da alcuni anni concerti nel Santuario, in occasione della festa patronale. Il progetto prende, quest’anno, una nuova dimensione e strutturandosi in un vero e proprio Festival.

Sei gli appuntamenti in programma, che si articolano, come accennavamo, in due momenti diversi: il primo che include quattro date, in concomitanza con la festa patronale, a partire da oggi 2 settembre, con il concerto pianistico di Luciano Lanfranchi dedicato a Ciaikovski, che include gli appuntamenti del 6, 9 e 11 settembre. Questi primi quattro concerti si terranno, a partire dalle 21, nel Castello Episcopio e hanno come protagonista il pianoforte.

La seconda serie di date è fissata per la fine novembre, ed esattamente il 22 ed il 27, gli appuntamenti saranno alle 19, al Santuario di San Francesco nel cuore del Centro storico di Grotta-
glie e hanno come protagonista il canto.

Per il presidente dell’Amj Francesco Colonna, col Music Festival, si realizza un sogno. “Vivo questa fase di nascita del Festival con lo spirito e con l’emozione tipici di chi è cresciuto con la musica proprio in una delle due associazioni promotrici dell’evento, e ha fatto della musica la sua vita”. Da parte sua, il maestro Nunzio dello Jacovo, direttore artistico del Festival, nonché fondatore con Franco Caputo, sottolinea come l’Associazione Amj festeggi quest’anno il ventennale di attività scolastica, divulgazione musicale e concerti, e lo fa dedicandosi una serata ad hoc, quella di domenica 11 settembre, con un concerto di docenti ed ex docenti della anessa Scuola di musica C.D. Franco.

Gli altri appuntamenti di settembre prevedono, per il 6 un concerto di Anna Solopero e della pianista ucraina Kristina Papiieva, per il 9, la presentazione discografica delle “Complte Synphonies for piano duo” di Alexander Scriabin. Si tratta di un’importante produzione discografica, realizzata in occasione del 150° anniversario della nascita del grande compositore, che vede protagonisti il noto concertista grottagliese, maestro Nunzio Dello Iacovo e la pianista Vittoria Caracciolo.

È stato possibile concretizzare il Music Festival San Francesco De Geronimo grazie all’intervento
di alcuni partner: in primis la pluri Associazione San Francesco De Geronimo; a livello economico determinante è stato il sostegno dell’amministrazione comunale di Grottaglie, e di alcuni sponsor.

Società

Caro-bolletta – Tagliapietra (Università Cattolica): “La priorità ora è ridurre la domanda del gas”

foto Sir/Marco Calvarese
02 Set 2022

In altri Paesi europei i governi hanno già iniziato le campagne di sensibilizzazione per invitare la popolazione a ridimensionare il consumo di gas. In Italia invece l’argomento è poco dibattuto, complice la campagna elettorale in corso. Non c’è però alternativa secondo il professor Simone Tagliapietra, ricercatore presso la Facoltà di Scienze Politiche e Sociali dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, se non vogliamo trovarci impreparati di fronte a un eventuale stop totale del gas russo. “Alla gente non vanno chieste lacrime e sangue ma di ridurre semplicemente di due gradi il termostato e consumare in maniera più accorta l’energia”, afferma l’esperto. “Il rischio è che altrimenti arriviamo a marzo senza il gas necessario, il che genererebbe problemi più importanti”.

Professore, oggi la Russia ha di nuovo interrotto le forniture di gas all’Europa attraverso il gasdotto Nord Stream.

I russi hanno già tagliato il gas di due terzi rispetto al volume che generalmente mandavano all’Europa. Un minimo storico che prelude i prossimi stop. Il tema è: l’Europa è pronta a vivere un inverno senza il gas russo? Questo è possibile se sul lato della domanda si va a intervenire in modo deciso.

Abbiamo un problema di sbilanciamento, dobbiamo quindi, da una parte, trovare tutte le alternative possibili sul lato dell’offerta, per cui nei mesi scorsi il governo Draghi si è mosso, ma, dall’altra, dobbiamo ridurre la domanda di gas e elettricità perché ci serve a far fronte al calo delle forniture russe.

Le imprese iniziano già a produrre di meno ma in Italia vanno fatte massicce campagne di sensibilizzazione già partite in Francia e Germania.

Cosa va chiesto alla gente?

Non servono lacrime e sangue ma semplicemente va chiesto di ridurre di due gradi il termostato e di consumare in maniera più accorta l’energia. È importante che ognuno faccia il suo: che a casa si faccia un uso più accorto, che le industrie possano rimodulare le produzioni, cercando di non consumare nei momenti di picco ricorrendo a altre fonti anche in modo temporaneo. Il rischio è che altrimenti arriviamo a marzo senza il gas necessario, il che genererebbe problemi più importanti. Prima di pensare al problema del prezzo, bisogna pensare alla sicurezza energetica che è una questione di quantità.

Va fatta una campagna di sensibilizzazione verso le famiglie?

Sì, spiegare che se tutti consumiamo di meno, insieme riusciamo ad avere un risultato importante. Le imprese dovranno usare di più il carbone. Questo va bene, anche se temporaneamente. In visione dei prossimi inverni, bisogna accelerare sull’efficienza energetica e sulle rinnovabili. È molto importante continuare sulle semplificazioni normative perché abbiamo bisogno di più energie alternative.

Nei mesi scorsi l’Italia ha rafforzato gli accordi con l’Algeria per la fornitura di gas. Ciò ci ha fatto credere di stare meglio rispetto ad altri Paesi europei.

Rispetto ad altri Paesi siamo messi meglio per la nostra geografia e gli impianti che abbiamo come i rigassificatori. Abbiamo una diversificazione storica che ci mette in una posizione di vantaggio, per esempio, rispetto alla Germania. Dobbiamo però considerare che il problema del tempo è cruciale. L’Algeria infatti non ci manderà questo inverno grandi volumi in più perché ci vuole tempo. almeno uno o due anni. Abbiamo bisogno di gas nei prossimi mesi. Per farlo, dobbiamo usare di più i rigassificatori che abbiamo, prenderne altri, i fluttuanti che stanno arrivando, e avere così la possibilità di attrarre gnl (gas naturale liquefatto, ndr) che è l’unica cosa che nel breve periodo può dare un contributo aggiuntivo. Nonostante tutto questo sforzo sul lato dell’offerta, dobbiamo comunque ridurre la domanda di circa il 10% che è tra l’altro ciò che ha negoziato il governo Draghi con l’Europa.

Se non riusciamo a ridurre effettivamente sia il gas sia l’elettricità (in Italia prodotta in parte con il gas, ndr) non potremo far tornare i numeri se i russi taglieranno le forniture.

Come siamo messi sul piano delle rinnovabili in Italia?

L’Italia sta facendo di più sul piano delle rinnovabili rispetto ad altri in Europa. Siamo stati fra i primi a raggiungere i target del 2020 perché abbiamo molto avanzato l’idroelettrico e perché Enel è leader nel settore a livello mondiale. L’Italia ha un grande potenziale ma dobbiamo fare molto di più.

Il prossimo 9 settembre il Consiglio dei ministri dell’Energia dovrebbe fissare il price cap sul gas. Basterà?

In Europa non c’è una visione chiara sul price cap. Ci sono molte proposte sul tavolo. C’è quella del governo Draghi ma anche quella spagnola, portoghese e greca. Quello che si sta facendo è considerare le varie proposte e cercare di capire se una possa essere messa in essere a livello europeo. É una cosa complessa tecnicamente. Va ribadito però che il tema del price cap potrebbe essere utile per far fronte al tema dei prezzi ma non ci aiuta sul fronte della domanda e dell’offerta della materia prima.

È necessario dire che la priorità è ridurre la domanda che ci permetterà di arrivare alla fine dell’inverno. Quello che è certo è che ci dobbiamo aspettare uno scenario possibile ovvero l’interruzione totale del gas russo.

La situazione è difficile e seriamente emergenziale, andrà gestita con grande attenzione per capire la complessità di questo sistema che richiede tempi lunghi. Le conseguenze su famiglie e imprese saranno molto importanti. Bisogna mettersi in testa che non ci sono scorciatoie o illudersi che soluzioni, come il price cap, magicamente risolva. Qualche sacrificio va fatto.

Se fra due mesi la Russia interrompe l’erogazione, in Italia e in Europa cosa potrebbe accadere?

In Italia abbiamo un livello di stoccaggio molto alto. Se nel frattempo però riduciamo la domanda in modo ordinato riusciremo ad arrivare alla primavera senza scossoni importanti. Se invece consumiamo, non riduciamo la domanda di gas e giunge una interruzione dobbiamo arrivare a misure drastiche come la chiusura di imprese a livello locale per settimane.

Archeologia

Domenica 4 settembre ingresso gratuito nei musei e parchi archeologici statali

02 Set 2022

Nuovo appuntamento con la domenica al museo. Si rinnova anche il prossimo il 4 settembre l’iniziativa, introdotta nel 2014 dal ministro Dario Franceschini, che consente l’ingresso gratuito per tutti nei musei e nei parchi archeologici statali.
Protagonista la cultura in tutto il Paese, con le visite nei diversi siti che si svolgeranno negli orari ordinari di apertura e dovranno avvenire nel pieno rispetto delle misure di sicurezza (dl n. 24 del 24 marzo 2022) con la forte raccomandazione all’utilizzo della mascherina all’interno dei luoghi chiusi.
Alcune delle sedi interessate sono visitabili esclusivamente su prenotazione. L’elenco completo degli istituti coinvolti è consultabile all’indirizzo https://cultura.gov.it/domenicalmuseo.

Comece

Comece: documento dei vescovi sullo “Spazio europeo dell’istruzione”

Analisi e raccomandazioni nell’ottica di una educazione integrale

foto: Laudato si'
02 Set 2022

La Commissione delle Conferenze episcopali dell’Unione europea (Comece) ha pubblicato oggi un contributo sul tema dello “spazio europeo dell’istruzione”. Il documento di una quindicina di pagine è stato preparato dal “Gruppo di lavoro della Comece sulla cultura e l’istruzione” e vuole offrire alcuni “input per la riflessione e l’azione”, dice l’introduzione, in relazione alla comunicazione della Commissione europea del 2020 su “Achieving the European Education Area by 2025”. Il punto di partenza della riflessione è “l’antropologia della persona umana” e il concetto di “educazione integrale”, proposto da papa Francesco. Dopo l’analisi della “situazione dell’istruzione nell’Ue”, il documento offre, per ognuna delle sei dimensioni dello spazio dell’istruzione europea (qualità, inclusività, transizione verde e digitale, insegnanti e formatori, istruzione superiore, dimensione geopolitica), alcune raccomandazioni. Esse pongono in evidenza, spiegano le conclusioni, “la necessità di una maggiore cooperazione tra il settore pubblico e privato e la necessità di entrare in dialogo con tutte le parti interessate” coinvolte nell’istruzione, comprese le Chiese e le comunità di fede, in modo che “gli studenti siano rispettati nella loro dignità, trovino la loro vocazione nella vita, pongano in essere processi creativi e trasformatori per il bene comune e il futuro dell’umanità”.