Eventi a Taranto e provincia

All’Amaldi di Statte un incontro su olocausto e rispetto delle diversità

L’iniziativa si inserisce nel progetto “Biblioteca chiama scuola” ideato dal comune di Statte per creare un rapporto di dialogo costruttivo fra ente civico e scuole del territorio

foto Martino Marzella
09 Feb 2023

Si è tenuto mercoledì 8 febbraio, all’Itis ‘Amaldi’ di Statte un incontro sul tema: “Perdere il passato significa perdere il futuro”. Relatrice d’eccezione
Silvia Godelli, docente emerita di psicologia clinica all’Università di Bari e già assessore al Mediterraneo della Regione Puglia.
L’iniziativa si inserisce nel progetto “Biblioteca chiama scuola” ideato dalle politiche culturali del comune di Statte per creare un rapporto di fitta interlocuzione e di costruttivo dialogo fra ente civico e scuole del territorio.
L’occasione d’incontro nasce dall’urgenza di mantenere vivo il ricordo degli orrori dell’olocausto e sensibilizzare i giovani sul rispetto delle diversità.
“Io mi sento ebrea. Da sempre – ha affermato la Godelli -. E cioè sento che le mie radici, quelle più profonde, quelle costitutive del mio essere, derivano da un passaggio intergenerazionale di valori, di cultura, di etica, di sentimenti di giustizia che sono quelli dell’ebraismo. E questo patrimonio mi aiuta anche a sopportare e a elaborare la trasmissione emozionale dei traumi che hanno segnato la mia famiglia di origine”.
“Ringrazio la professoressa Godelli per la generosa e sapiente dissertazione e per la disponibilità con cui si è offerta al confronto con gli studenti. – ha detto nel suo intervento Deborah Artuso, presidente del consiglio comunale di Statte con delega alla cultura e pubblica istruzione -. Un momento arricchente e di altissimo valore pedagogico. Desidero esprimere gratitudine al dirigente scolastico Francesco Raguso e alla professoressa Laura Pavone per la costante e preziosa collaborazione con il Comune.
Un ringraziamento speciale infine a Mario Pennuzzi, operatore culturale cui si deve l’incontro di cui peraltro è stato sapiente moderatore.

Ecclesia

Mons. Santoro all’inaugurazione della mostra: “La Passione ci sollecita alla fede e alla solidarietà”

08 Feb 2023

di Silvano Trevisani

È stata inaugurata mercoledì 8 sera, alla presenza di un pubblico particolarmente numeroso, la mostra “Facies Passionis”, ovvero “I volti della Passione. Fede, arte, cultura” che riprende, dopo la pausa di due anni imposta della pandemia, una bella tradizione iniziata nel 2018 e giunta oggi alla quarta edizione, con un allargamento dello sguardo panoramico a un maggior numero di realtà. Sono ben quattordici i simulacri, che rappresentano la Passione di Cristo, di proprietà di alcune confraternite e di privati del sud Italia, con la partecipazione delle regioni di Puglia, Basilicata, Calabria e Sicilia, esposti nella Chiesa del Carmine (l’elenco è consultabile nell’articolo già pubblicato), dove resteranno visitabili, in modo libero e gratuito, tutti i giorni dalle 9 alle 22 sino a domenica 12 febbraio, giorno di chiusura. Un evento importante che sta caratterizzando l’attività della Confraternita del Carmine, in collaborazione con la diocesi e il Comune di Taranto.

“È un cammino – ha detto l’arcivescovo, intervenendo alla cerimonia inaugurale svoltasi nel foyer del Teatro comunale Fusco – che si innesta in una tradizione popolare molto sentita dalla nostra gente, a Taranto come un po’ in tutto il Mezzogiorno, e che va valorizzata. Papa Francesco ha parlato della pietà popolare come strumento specifico di evangelizzazione. C’è anche l’aspetto del folklore, ma è un aspetto collaterale che riguarda la sensibilità della gente, ma il nucleo è proprio la forza evangelizzatrice della pietà popolare, cioè il mettersi di fronte all’annuncio della fede: passione, morte e resurrezione di Nostro Signore. Anche le nostre processioni sono un momento di sinodalità, cioè del camminare insieme nella chiesa, per viver allo sesso tempo la sofferenza e la speranza. E questo cammino lo sviluppiamo attraverso i “volti” della Passione. È molto positivo che si allarghi il coinvolgimento delle varie realtà confraternali dell’Italia Meridionale, proprio come un’esperienza da valorizzare.

Ricordano come, nell’ultimo incontro con le confraternite il Papa abbia sollecitato a incarnare l’esperienza confraternale nel presente, monsignor Santoro ha invitato tutte le confraternite a un gesto di solidarietà nei confronti delle popolazioni colpite dal terremoto in Turchia e in Siria.
“Nei volti di quelle mamme e di quei bambini ha detto – ritroviamo espressa la stessa sofferenza del Signore e della Madre di Dio, che ci chiama e ci sollecita”.

Ha poi avuto anche un riferimento provocatorio sostenendo: “Non possiamo essere sopraffatti da Sanremo, anche col rispetto dovuto alla cultura popolare, ma il dramma di quelle popolazioni tocca profondamente tutti quanti noi. E perciò torno a sottolineare lo stretto rapporto tra la pietà popolare e la solidarietà, la gratuità”.

“Incrociare il volto di Cristo in una situazione come questa – ha concluso – è fonte di speranza”.

L’incontro di presentazione, presentato dal collega Domenico Palmioti, è stato aperto dall’intervento del priore della confraternita, Antonello Papalia che ha ricordato come l’iniziativa di “Facies Passionis” sia nata dallo sollecitazione dello stesso arcivescovo a dare una profondità nuova, che coniughi la fede, l’arte e la cultura, alla vita del sodalizio, che da sempre cura la processione dei Misteri di Taranto.

Sono, quindi, intervenuti, il vicario episcopale della diocesi di Trapani, coinvolta attivamente nella mostra, don Alberto Genovese, che ha potato i saluti dell’arcivescovo della città siciliana, in “nostro” monsignor Pietro Maria Fragnelli, che è stato anche a lungo direttore di “Nuovo Dialogo”; monsignor Marco Gerardo, padre spirituale della confraternita, che si è soffermato sul significato spirituale e sociale dell’iniziativa, e l’assessore comunale alla Cultura, Fabiano Marti che, portando il saluto del sindaco, ha sottolineato l’interesse con il quale il Comune collabora a un’iniziativa che asseconda perfettamente quelli che sono gli interessi e le disposizioni della città di Taranto.

Il vicario di Trapani ha poi fatto dono a monsignor Santoro di una riproduzione artistica della Vergine venerata nella sua diocesi, mentre l’arciconfratenita del Carmine ha consegnato alla diocesi di Trapani una somma destinata a un gesto benefico in memoria di Tiziana, referente di quella diocesi che aveva collaborato alla prima edizione della mostra, poi prematuramente scomparsa.

È seguita la visita alla mostra, allestita in maniera davvero suggestiva e che ha evidenziato come la bravura degli artigiani cartapestai, la passione di privati e sodalizi confraternali abbia permesso di operare sintesi mirabili.

Dopo la visita alla mostra abbiamo chiesto a monsignor Sartoro:

Quali sensazioni e quali insegnamenti può fornire un’operazione come “Facies Passionis”?

Queste immagini sono, oltre che manifestazioni di fede, attraverso la rappresentazione della Passione di Gesù, dell’Addolorata e di altri momenti del mistero della Redenzione, un’espressione altamente artistica. Costituiscono un’unità tra la fede, il dramma umano e l’arte. Ti colpiscono, ti feriscono, ti fanno guardare. Guardando al Signore sofferente, che porta la croce, che muore in croce, viene spontanea un’invocazione: “salva quelli che stanno soffrendo oggi, quelli che sono morti per il terremoto, per la guerra, per i drammi dell’uomo: un sentimento di vicinanza ai miseri della vita e il desiderio che questo mistero sia totalmente redento della ricchezza della resurrezione”.

È importante saper guardare, quindi. La pastorale può dunque comprendere anche un’educazione allo sguardo?

Certo, perché nel modo di guardare si vive il rapporto. Perché lo sguardo può mostrare distrazione, o vacuità, oppure relazione, cioè interesse nei confronti della gente, degli altri. Sapere guardare e scegliere cosa e come guardare è fondamentale.

Foto G. Leva

Solidarietà

Ventiduemila persone curate nel Burkina Faso grazie al Movimento Shalom di Taranto

foto Shalom
08 Feb 2023

L’anno scorso 22.002 persone hanno ricevuto cure nel poliambulatorio realizzato dal Movimento Shalom di Taranto in Burkina Faso, nell’Africa Sub-sahariana, un risultato straordinario che ha portato il ministero della Sanità e dell’Igiene pubblica dello stato africano a concedere alla struttura un importante riconoscimento.
Il centro sanitario polivalente Shalom, infatti, offrendo cure sanitarie di alto livello è stato insignito di un’attestazione che lo pone al secondo posto tra le migliori strutture sanitarie private del distretto di Koudougou per il miglioramento della qualità della vita della popolazione.
È stata suor Marie Jeanne Jamba dell’Ordine locale dell’Immacolata Concezione, la responsabile del centro polivalente in cui oggi lavorano 14 sanitari, a comunicare al Movimento Shalom il significativo aumento delle prestazioni sanitarie dell’anno scorso: 2.947 bimbi malati curati, 1.842 cure contro la malnutrizione, 2.195 bimbi vaccinati, 7.000 visite mediche ad adulti e bambini, 2.155 ecografie, 3.465 analisi presso il laboratorio e 208 parti.
È un risultato che premia l’impegno del Movimento Shalom di Taranto, referente per la Puglia e il Sud Italia, che dieci anni fa ha inaugurato a Koudougou, nella regione Centro-ovest del Burkina, un Centro Maternità per offrire assistenza medica alle donne dei villaggi costrette, per la povertà del paese, a partorire senza alcun sussidio sanitario.
In tutti questi anni il centro, dotato di sala travaglio, sala parto, sala degenza, sala di visita, sala per il personale, sala per la vaccinazione dei neonati, ha garantito cure mediche e assistenza sanitaria alle donne incinta e ai neonati, in una regione in cui spesso la mancanza delle necessarie condizioni igienico-sanitarie e di personale medico causano il decesso di molte madri.
In seguito la sezione Shalom di Taranto, prodigandosi nell’ennesima raccolta fondi, ha potuto dotare la struttura di un ecografo, mentre nel 2017 vi ha allestito anche una pediatria, dedicata alla memoria della socia di Massafra Rosa Laera, che offre cure mediche e vaccinazioni ai bimbi di Koudougou e dei villaggi limitrofi, una zona in cui scarseggiano strutture sanitarie, contribuendo così a ridurre l’elevato tasso di mortalità infantile.
Grazie al sostegno di soci, privati, eventi e campagne per la raccolta fondi, infine, l’anno scorso il Movimento Shalom tarantino ha dotato il Centro anche di un Centro Analisi che offre alla popolazione esami diagnostici per consentire ad adulti e bambini di essere curati in modo più appropriato.

Editoriale

La guerra in Ucraina e il tabù violato

08 Feb 2023

di Giuseppe Casale

Sembra che parlare di disfatta sistemica della Russia non sia più tabù. Al Forum di Monaco sulla Sicurezza (la “Davos militare”) sono risuonate le parole di Kasparov, rivale di Putin dai primi anni del dopo-Eltsin, e Khodorkovsky, ex oligarca caduto in disgrazia: i due incoraggiano a condurre la Russia alle soglie del collasso, così da propiziarne la defenestrazione della leadership.

A fare eco diversi analisti che, Oltreoceano, teorizzano la capitolazione come sola garanzia per l’Occidente, in assenza di garanzie sul successore di Putin. Concordi sulla soluzione, le divergenze riguardano il metodo.

La tesi “dilazionatoria” ambisce a un conflitto di lunga durata, modello Siria o addirittura Israele, sino a condurre la Russia esausta di fronte al dilemma tra l’implosione e la resa incondizionata resa. Eppure si può obiettare che per arrendersi occorrono due condizioni. La prima è la capacità di confrontare costi/benefici tra la continuazione e la cessazione del conflitto: gli andamenti curvilinei della guerra, dovuti alle incertezze sincopate sulle forniture all’Ucraina, impediscono alla Russia di escludere la vittoria sul campo. La seconda è la fiducia reciproca, in realtà compromessa ab initio dalla diffidenza russa verso una Nato pronta a fare dell’Ucraina la pistola puntata su Mosca. Né aiutano in questo senso gli sfoghi di Merkel e Hollande, quando ammettono che gli stalli degli Accordi di Minsk servirono a Kiev per guadagnare tempo in vista di una guerra che la diplomazia franco-tedesca voleva scongiurare.

Inoltre anche il logoramento è reciproco. La grande manifestazione di Praga contro il bellicismo governativo ha mostrato che persino le nazioni del Gruppo Visegrad, ieri tacciate di antieuropeismo xenofobo e oggi (Ungheria a parte) araldi del nuovo euroatlantismo, non risultano poi così coese, immuni dallo scollamento tra narrazione politica e opinione pubblica che già interessa i soci fondatori della Ue: a riprova dell’inconsistenza di quest’ultima quale attore geopolitico, su cui il Cremlino conta ancora.

Infine c’è da chiedersi quante altre morti e distruzioni l’Ucraina saprebbe sopportare, ora che anche la Brigata Mozart, la compagnia privata creata per reclutare la “legione straniera” antirussa, si scioglie a causa di contrasti interni sui finanziamenti.

La tesi “velocista” invece preme per una svolta decisiva, riempiendo di armi l’Ucraina e isolando indiscriminatamente la Russia: bloccandone l’intero commercio estero, negando i visti ai cittadini e censurandone i canali social, confiscando beni anche alle famiglie dei militari. Dichiarare la Russia uno Stato terrorista forzerebbe lo sfilacciamento delle solidarietà con Mosca. Il tutto però prima che la campagna per le presidenziali porti Biden a frenare per non esporsi al dissenso dell’elettorato mediano e ai grimaldelli della maggioranza repubblicana alla Camera.

Ma le pressioni per il divorzio da Mosca non rafforzerebbero l’antiamericanismo delle periferie globali? Inoltre, a un anno esatto dalla dichiarazione congiunta sull’“amicizia senza limiti”, Pechino ha dichiarato la volontà di approfondire la partnership strategica. Anziché cedere alla lusinga di cannibalizzare la Russia e aprire così una faglia nel blocco asiatico, la Cina, presa dal difficile rilancio economico, non rinuncia alla variabile russa: per l’energia a basso costo, certo, ma anche per diversificare i soggetti utili a tenere occupati gli Usa.

Dilazionatori e velocisti confidano si possa riadattare la ratio di quanto emerge dal carteggio tra Casa Bianca e Downing Street, che negli anni ’40 pensarono di estenuare dal cielo le popolazioni dell’Asse, per aizzarle contro i rispettivi regimi. E sul Foreign Affairs c’è chi ritiene gestibile un uso limitato del nucleare tattico in terra Ucraina, con la certezza che Mosca non voglia suicidarsi azionando, con l’arsenale strategico, la “mutua distruzione assicurata”.

A entrambi gli ottimismi rispondono due constatazioni. A investire sulla sindrome dell’accerchiamento è proprio Putin, che salda il consenso interno rievocando i panzer hitleriani a Stalingrado e dipingendo una Nato livida di odio antirusso. Quanto alla linea rossa, la sindrome può trasmettersi anche al Cremlino che, come previsto da Kennan decenni or sono, considera la Nato in Ucraina una minaccia esistenziale. Sicché i think tank che discettano sui nessi tra l’umiliazione militare e la déblâcle sistemica non giovano a dissuadere Mosca dal giocarsi la partita vitale: non c’è bisogno di Medvedev per ricordare che la dottrina russa, come quella Usa, prevede l’arma nucleare in caso di pericolo esiziale per lo Stato.

In questi giorni anche la leadership ucraina si sta curando del consenso, attraverso le purghe nell’amministrazione centrale e nei governi locali. Vero che i repulisti mediatizzati, spesso privi di seguiti giudiziari, si ripetono da anni in Ucraina. Tuttavia la tempistica di quelli odierni attiene alla trasferta della Commissione Ue a Kiev per discutere delle riforme atte a soddisfare i requisiti di adesione all’Unione: su tutte, democratizzazione e contrasto alla corruzione. Le teste cadute e le perquisizioni dimostrative – anche a casa del magnate Kolomoisky, tra i fautori dell’ascesa di Zelensky – combaciano con l’invito di von der Leyen al varo di una legge anti-oligarchi. A Zelensky preme prenotare il futuro, accreditandosi in Occidente come unico interlocutore possibile a Kiev. E sul lato interno preme sottrarsi al destino dei leader di guerra, spesso scaricati a conflitto chiuso (si parva licet, Churchill tra le vittime illustri). Ciò vale tanto più per il capo di un partito populista di stampo personalistico, cui urge ribadire periodicamente il piglio originario, dopo avere già visto il proprio indice di gradimento precipitare dal 79% delle presidenziali nel 2019 al 20% nei sondaggi condotti due mesi prima dell’invasione russa. Un dato che può avere pesato sulla scelta di Putin di sabotare l’attentato dei ceceni al leader ucraino un anno fa, preferendo arrestare la pressione dell’esercito alle porte di Kiev ed esortare gli ucraini a rovesciare il governo. Si è visto quanto sbagliasse sul conto dell’astro nascente della politica mondiale. Ma sembra storia lontana. Piuttosto conta l’oggi di una popolazione brutalizzata dallo scempio delle armi, in balia di cinismi incrociati, egualmente distanti dal principio di realtà: il meglio è nemico del bene, per gli ucraini, per i russi, per noi tutti. A quando una presa di coscienza?

Tracce

Il cammino verso l’autonomia differenziata

agensir
08 Feb 2023

di Stefano De Martis

Uno dei punti critici del disegno di legge per l’attuazione dell’autonomia differenziata (il cosiddetto ddl Calderoli) riguarda il ruolo del Parlamento. All’interno di una procedura molto complessa, i “competenti organi parlamentari” potranno esprimere “atti di indirizzo” ma non intervenire sul testo delle intese tra il Governo e le singole Regioni. E se alla fine del percorso è prevista l’approvazione da parte delle Camere, queste ultime potranno soltanto approvare o bocciare in toto le intese stipulate, senza poterne modificare il contenuto. E’ come se l’autonomia differenziata fosse essenzialmente un problema racchiuso nel circuito tra l’esecutivo centrale e le Regioni di volta in volta interessate e non rappresentasse invece una grande questione nazionale, destinata ad avere conseguenze profonde e di lungo periodo su tutto il Paese, su tutti i cittadini a prescindere dalla Regione di residenza. Si sta parlando del trasferimento di funzioni di portata capitale, in settori come la sanità e la scuola, ma anche l’energia e le infrastrutture. Bisognerà innanzitutto chiarire senza ambiguità se attraverso un’interpretazione massimalista delle “ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia” previste dall’art.116 della Costituzione riformato nel 2001 (riforma rimasta incompiuta e come tale foriera di innumerevoli contraddizioni) si intenda in realtà perseguire un cambiamento radicale degli assetti della Repubblica. E comunque la si pensi nel merito, la portata delle questioni in campo è tale da non poter prescindere da un ampio dibattito all’interno del Parlamento e non solo. In questo senso, una volta superata la strettoia elettorale del voto in Lombardia e nel Lazio, l’iter del ddl Calderoli può diventare l’occasione per un confronto e un approfondimento che non si soffermi soltanto sui dettagli tecnici delle procedure. Tanto più che parallelamente al percorso parlamentare di questo disegno di legge dovrà essere portata avanti la definizione dei Livelli essenziali nelle prestazioni, i Lep di cui tanto si parla, e dei relativi costi e fabbisogni standard. La definizione di tali livelli, che dovrebbero garantire condizioni di uguaglianza nei diritti civili e sociali su tutto il territorio nazionale, è un presupposto indispensabile per il trasferimento di funzioni alle Regioni nei settori coinvolti. Ma soprattutto è un’operazione attesa da oltre vent’anni, che potrebbe finalmente consentire il superamento di quel criterio della “spesa storica” a cui dobbiamo la perversa cristallizzazione delle disuguaglianze tra i territori. E’ un’operazione in un certo senso epocale e che implica scelte finanziarie di grande impatto. Anche perché, detto in parole semplici, per portare tutti a una soglia accettabile o si aumenteranno le risorse complessive – ammesso che tali risorse siano reperibili nell’attuale contesto – oppure a qualcuno bisognerà dare e a qualcun altro togliere. Forse anche per questo la definizione dei Lep è stata affidata a una “cabina di regia” presso Palazzo Chigi e sarà attuata con lo strumento dei Decreti del presidente del Consiglio dei ministri, i Dpcm che abbiamo imparato a conoscere al tempo dell’emergenza pandemica. Anche in questo caso per il Parlamento solo “pareri” consultivi.

Società

Quattrocento chilometri di gioia

08 Feb 2023

La fatica c’è e si sente, anche tra i più giovani. Le gambe sono doloranti, ma questo non scalfisce l’entusiasmo del gruppo

“Non ci sono i fondi? E allora a Juba ci andremo a piedi!”. Quella che era nata come una semplice battuta si è trasformata in una vera e propria esperienza di Chiesa in cammino.

Rumbek, 25 gennaio, ore 6.40. La sveglia suona presto nella capitale dello stato dei Laghi, in Sud Sudan. Per 60 giovani quello che si apre è un giorno nuovo. Provengono da 16 parrocchie. Molti di loro, a causa delle rivalità tra tribù, normalmente non si possono incontrare per svolgere insieme attività culturali. Ma questa volta è diverso. Con il vescovo mons. Christian Carlassare ed insieme a 24 accompagnatori, partiranno alla volta di Juba. Nove giorni di strada a piedi, oltre 400 chilometri, per andare ad incontrare Papa Francesco. Con loro c’è anche Monica, studentessa laureanda in matematica del Politecnico di Torino. Attraverso la fondazione Cesar (Coordinamento enti solidali a Rumbek) – onlus italiana creata una ventina d’anni fa da mons. Cesare Mazzolari (Brescia 1937- Rumbek 2011) per sostenere con progetti di cooperazione e solidarietà internazionale l’attività pastorale portata avanti nella diocesi sudsudanese – Monica si trova nel Paese africano per approfondire i programmi e i metodi dell’insegnamento della matematica. Ed è proprio la giovane studentessa italiana a raccontare, attraverso la pagina Fb e il sito della Fondazione Cesar, l’esperienza del pellegrinaggio “Walking for peace” che ha come protagonisti i giovani di Rumbek.

Monica si è unita al gruppo il 21 di gennaio e insieme ai ragazzi ha partecipato anche alle sessioni di allenamento: 8 chilometri di strada a piedi, sotto il sole cocente.

“22 gennaio. Sveglia all’alba nel compound delle Loreto Sisters di Rumbek e inizio allenamento in preparazione al pellegrinaggio che prenderà avvio il prossimo mercoledì – si legge sul sito della Fondazione – Ecco Monica insieme alle ragazze della Loreto School che alle 6.15 di questa mattina si sono messe in cammino…”.

Il selfie di rito scattato il 25 gennaio e postato su Fb, poco prima della partenza, racconta la gioia e l’entusiasmo delle giovani della Secondary School.

La prima tappa porta il gruppo fino a Pacong. 20 chilometri percorsi quasi di corsa. Il 27 gennaio il gruppo raggiunge Thonadhuel. 16 chilometri di strada sterrata sotto il sole. Il caldo e la fatica iniziano a farsi sentire, ma l’entusiasmo del gruppo non si spegne.

Il 28 gennaio i giovani pellegrini arrivano nella missione di Mapuordit. La fatica c’è, ma è nulla a confronto con la gioia per il cammino condiviso. Una gioia contagiosa, che coinvolge anche quanti incontrano.

Qualche ora di riposo e poi si riparte. È domenica e i giovani si mettono di nuovo in cammino. C’è ancora tanta strada da fare. La destinazione del giorno è la missione di Yrol, dove ad attenderli c’è una grande festa.

Trascorrono i giorni e i chilometri. È giovedì 2 febbraio. Sono le 8.30 del mattino quando il gruppo arriva a Juba. Anche qui, per accogliergli, sono stati preparati canti e danze. La fatica c’è e si sente, anche tra i più giovani. Le gambe sono doloranti, ma questo non scalfisce l’entusiasmo del gruppo.

“La tentazione di prendere una scorciatoia c’è stata – sottolinea mons. Carlassare, intervistato al suo arrivo a Juba –, ma penso che quando siamo tutti insieme ed abbiamo un ideale comune da perseguire, questo a sì che camminiamo gli uni accanto agli altri e affrontiamo il dolore sostenendoci a vicenda, condividendo con i compagni l’acqua, un piccolo pasto, parlando tra di noi. Certamente quando si parla di cosa c’è dentro il nostro cuore e si condivide con i compagni tutto questo lungo la strada, sembra quasi che i chilometri del tragitto diventino più corti. E il cammino diventa un piacere”.

Giusto il tempo per riprendere fiato e riposare un po’ ed ecco che il gruppo è di nuovo in strada. Con il suo striscione, le bandiere, le magliette colorate, i cappellini e i grandi sorrisi. Il sole splende in cielo e loro sono lì, in strada, ad attendere il passaggio del Papa. Desiderano salutarlo e anche Francesco – ha fatto sapere mons. Carlassare – desidera incontrarli.

“È stata un’esperienza unica! – scrive Monica sul sito della Fondazione Cesar –. Di certo non facile: pellegrinaggio vuol dire alzarsi alle 5, camminare per 4 o 5 ore, preparare il pranzo, dormire per terra e condividere ogni momento; però vuol dire anche vivere tutto con gioia, sentire veramente di essere una comunità e provare sulla propria pelle che può esistere un Sud Sudan senza guerra! È stato molto stancante ma bellissimo, i ragazzi sono molto emozionati per l’esperienza, alcuni non erano mai usciti dal Lakes State, mai visto Juba o il Nilo”.

Vita sociale

7 febbraio, Safer Internet Day, Valditara (min. Istruzione): “Sviluppare competenze digitali di bambini e ragazzi”

08 Feb 2023

“Molte possono essere le opportunità offerte dalla rete: dallo sviluppo delle abilità di ricerca e di valutazione critica delle informazioni al potenziamento di un senso di competenza, dalla possibilità di incrementare le abilità socio-relazionali all’opportunità di entrare in contatto con interlocutori di tutto il mondo. Ma l’altra faccia della medaglia è rappresentata dai rischi di diffusione di informazioni riservate, di esposizione a materiale inappropriato, di cyberbullismo o di dipendenza”. Lo ha detto questa mattina il ministro dell’Istruzione e del merito (MiM) Giuseppe Valditara, intervenuto in videomessaggio all’evento nazionale promosso a Roma per il mondo  della scuola in occasione del Safer Internet Day. Il ministro si è soffermato sulla necessità di “lavorare sullo sviluppo delle competenze digitali di bambini e ragazzi, costruendo un vero e proprio percorso di consapevolezza e di cittadinanza digitale. Qui la scuola può e deve avere un ruolo fondamentale. E non è un caso che noi investiremo 2 miliardi e 100 milioni di euro proprio sulla cittadinanza digitale”.
Alla base delle riflessioni della giornata, i dati della ricerca realizzata da “Generazioni connesse” che quest’anno ha coinvolto 3.488 studentesse e studenti delle scuole secondarie di I e II grado. Nei dati uno spaccato sul mondo dei giovani, dalle ore passate sul web, all’uso dell’intelligenza artificiale. In occasione del Safer Internet Day, la Direzione generale per i fondi strutturali per l’istruzione, l’edilizia scolastica e la scuola digitale del ministero dell’Istruzione e del merito ha lanciato oggi il concorso di idee “Online: on life”, rivolto a tutte le scuole di ogni grado. I partecipanti dovranno raccontare la giornata tipo di uno studente in rete, attraverso lo strumento digitale che si ritiene più opportuno: cortometraggio, storytelling, display wall, videogiochi, risorse realizzate attraverso il coding, esperienze realizzate con l’utilizzo dell’intelligenza artificiale e altro. Si potrà aderire entro e non oltre le ore 23:59 del 31 marzo. Obiettivo: sviluppare nelle studentesse e negli studenti la capacità di individuare i rischi e i pericoli provenienti dal mondo del web, ma anche l’utilizzo critico e creativo degli strumenti tecnologici nella vita scolastica.

Emergenze ambientali

Spreco alimentare, occorre fare di più e meglio

08 Feb 2023

di Andrea Zaghi
All’indomani della Giornata nazionale di sensibilizzazione, numeri e fatti indicano che la strada verso un “consumo etico” è ancora lunga.

Meglio di una volta, ma pur sempre ancora troppo per un mondo che deve fare i conti con una forte crisi economica, con la necessità di parsimonia, con tensioni internazionali formidabili e con una incertezza diffusa e persistente. Lo spreco alimentare continua ad essere uno degli scandali universali. E occorre riparlarne all’indomani della Giornata nazionale dedicata proprio a sensibilizzare l’opinione pubblica sul tema.
Certo, l’Italia non è tra i paesi più virtuosi ma nemmeno tra quelli più disattenti. Stando ad una indagine di Coldiretti e Censis, con la crisi economica scatenata dal conflitto in Ucraina, il 58% degli italiani ha iniziato a cucinare pietanze utilizzando gli avanzi dei pasti precedenti. Pratica, quella di riutilizzare gli avanzi, che si è diffusa anche negli uffici, e che indica passi in avanti verso la consapevolezza della necessità di porre attenzione all’alimentazione.
Si chiama “strategia di consumo etico” quella che si sta diffondendo tra le persone. Che probabilmente stanno acquisendo maggiore attenzione nei confronti della parsimonia alimentare, ma che vengono spinte in questa direzione anche da una indubbia difficoltà economica che sta investendo sempre più famiglie. Sempre il Censis, a testimonianza di tutto questo, indica che l’81% degli italiani avrebbe preso l’abitudine di fare una lista ponderata degli acquisti da effettuare per mettere sotto controllo le spese d’impulso, evitando di farsi guidare troppo dalla molteplicità di stimoli che sono attivati nei punti vendita. E tra gli scaffali il 92% della popolazione è attento a controllare la data di scadenza per acquistare solo cibo da consumare nel breve periodo.
Sfida comunque ancora tutta da vincere quella contro lo spreco alimentare. Che, fa notare Confagricoltura, può essere vinta non solo con la sensibilizzazione e l’educazione ma anche con la tecnologia e la ricerca. Queste ultime, viene fatto notare dall’organizzazione agricola, insieme agli strumenti applicati all’agricoltura possono da un lato permettere maggiori produzioni preservando le risorse naturali, e, dall’altro, contribuire a combattere lo spreco alimentare lavorando sulla durata e la conservazione degli alimenti, sui packaging innovativi, sui trasporti.
Accanto a tutto questo, viene fatto rilevare dagli imprenditori agricoli, è necessario comunque puntare su stili di vita e consumi alimentari più sani e consapevoli, oltre ad acquisire maggiore coscienza sul ruolo che ognuno può avere nella riduzione dello spreco e nel contribuire alla sicurezza dell’approvvigionamento alimentare. In questa operazione di educazione al consumo – dice ancora l’organizzazione degli imprenditori agricoli – è necessaria la collaborazione e il dialogo tra le filiere direttamente impegnate nel processo produttivo, le organizzazioni di rappresentanza, le istituzioni, ma anche le scuole, le università e i consumatori.
Percorso sicuramente complesso è difficile, quest’ultimo. E, in attesa di abbattere ulteriormente le percentuali di spreco, rimangono comunque i numeri della situazione odierna. Coldiretti, Confagricoltura e altre organizzazioni degli agricoltori e dei consumatori, riportano tutte gli stessi dati. Secondo l’ultima rilevazione dell’Osservatorio Waste Watcher International, gli italiani sprecano il 12% in meno di cibo rispetto ad un anno fa, che si traduce in un valore complessivo pari a 6,48 miliardi di euro. Continuiamo però a sprecare quasi mezzo chilo di cibo a persona a settimana, in particolare frutta, pane, insalata, verdure, aglio e cipolle.

Calamità

Terremoto in Turchia e Siria, Caritas: “Sempre più drammatico il bilancio della catastrofe”

foto Ansa/Sir
08 Feb 2023

Si fa sempre più drammatico il bilancio della catastrofe che ha colpito il Sud-est della Turchia e il Nord della Siria. I bisogni umanitari sono enormi. “Manca l’acqua potabile, l’elettricità, le vie di comunicazione sono interrotte, c’è bisogno di tutto”, queste le parole del vescovo Paolo Bizzeti, vicario apostolico dell’Anatolia e presidente della Caritas in Turchia, a poco più di 24 ore dal terremoto. Gli stessi uffici delle Caritas locali coinvolte dal sisma sono rimasti danneggiati rendendo complicata l’operatività. In tutta l’area colpita dal sisma le condizioni metereologiche, con neve e temperature sotto lo zero, rendono i soccorsi più complicati acuendo la sofferenza e la paura della popolazione e facendo temere per l’incolumità dei tantissimi sfollati. In Turchia la Caritas, in coordinamento con le autorità locali, sta accogliendo gli sfollati in luoghi sicuri all’aperto. Ha già distribuito coperte e pasti caldi per le persone sfollate a Iskenderun. Presso l’episcopio sono stati messi a disposizione spazi all’aperto che al momento restano i più sicuri. In Siria, la Caritas locale era già attiva in gran parte del territorio colpito da prima del terremoto, con programmi di assistenza umanitaria, sanitaria e riabilitazione economica. Un’area particolarmente complessa che accoglieva già molti sfollati di una guerra che ha ancora focolai di conflitto. L’assistenza ai moltissimi sfollati e ai feriti è ora la sfida principale. “Servono prima di tutto cure mediche per i feriti, alloggi di emergenza, cibo, acqua potabile e generi di prima necessità”, dichiara il direttore di Caritas Siria Riad Sargi. È stato attivato tutto lo staff che sta valutando la situazione per monitorare i bisogni e organizzare i primi aiuti nelle città di Aleppo, Lattakia, Hama e Tartous. Caritas ha espresso vicinanza, solidarietà e cordoglio alle Chiese locali ed è in costante contatto con Caritas Turchia, Caritas Siria e la rete Caritas internazionale, per sostenere l’organizzazione degli aiuti e il coordinamento. Due operatori sono in partenza per Istanbul per affiancare Caritas Turchia nella gestione dell’emergenza considerata la complessità e la dimensione della crisi. È possibile sostenere gli interventi di Caritas Italiana per questa emergenza, utilizzando il conto corrente postale n. 347013, o donazione on line tramite il sito www.caritas.it, o bonifico bancario specificando nella causale “Terremoto Turchia-Siria 2023” tramite: Banca Popolare Etica, via Parigi 17, Roma –Iban: IT24 C050 1803 2000 0001 3331 111; Banca Intesa Sanpaolo, Fil. Accentrata Ter S, Roma – Iban: IT66 W030 6909 6061 0000 0012 474; Banco Posta, viale Europa 175, Roma – Iban: IT91 P076 0103 2000 0000 0347 013; UniCredit, via Taranto 49, Roma – Iban: IT 88 U 02008 05206 000011063119.

Calamità

Terremoto in Turchia e Siria. Chiarabba (Ingv): “Non è il punto della Terra più caldo”

Aleppo (foto Avsi)
08 Feb 2023

di M. Elisabetta Gramolini

Il pianeta non nasconde nulla di sé: si sa che in alcune aree è frequente che le placche si muovano e a volte si scontrino. Non si sa però quando. Per questo anche i più sofisticati strumenti che l’uomo ha finora inventato non hanno potuto fare molto. Anche il terremoto fra Turchia e Siria, costato la vita a oltre 7mila persone, non era stato annunciato dai sismografi ma messo in conto. L’area è considerata calda dagli esperti per l’alta pericolosità. Ma non è l’unica, anzi, ce ne sono altre vicine considerate più a rischio. “Ci sono – ci spiega  Claudio Chiarabba, direttore dipartimento terremoti dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia (Ingv) – altre aree nel Mediterraneo orientale che hanno questa attenzione perché ci sono stati eventi nel passato. A livello di pericolosità del lungo termine, siamo su valori confrontabili ma ci sono zone che ricevono più attenzione perché sono più abitate”.

Direttore, il sisma fra Turchia e Siria è avvenuto in un punto caldissimo dal punto di vista sismico?
È un punto molto caldo, non il più caldo della zona, ma comunque ad alta pericolosità.

Ci sono altri punti di scontro fra placche simili nell’area mediterranea?
Ci sono altre aree nel Mediterraneo orientale che hanno questa attenzione perché ci sono stati eventi nel passato. A livello di pericolosità del lungo termine, siamo su valori confrontabili ma ci sono zone che ricevono più attenzione perché sono più abitate.

C’è chi dice che fosse atteso un “big one” nell’area.
È impossibile avere informazioni sull’imminenza puntuale. È come dire che per alcune zone ce lo aspettiamo: può avvenire ora o fra vent’anni, che per i tempi geologici della faglia sono la stessa cosa.

Sono state registrate ripercussioni in altre aree?
La strumentazione ha registrato l’evento in tutto il mondo.  Alcune onde fanno il giro della Terra più volte.

Lo sciame sismico durerà giorni?
Dopo un evento così grande è possibile prevedere una serie di repliche, una perturbazione nel tempo e nello spazio abbastanza prolungata. Dopo un evento di magnitudo così forte anche le scosse di assestamento sono forti per cui possono anche aumentare il danno stesso.

Per l’Italia è rientrato il rischio tsunami. Potremmo avere altri effetti?
No, la propagazione delle onde è avvenuta. Quello che può accadere è in funzione delle repliche e eventuali eventi di simile magnitudine se venissero in qualche modo innescati.

I dati satellitari che secondo il presidente dell’Ingv, Carlo Doglioni, dovrebbero darci un quadro più chiaro perché sono così importanti?
Le informazioni sulla cinematica del terremoto, cioè su quello che è avvenuto durante la propagazione dell’evento, le possiamo avere da una serie di dati sismologici e geodetici. Le informazioni satellitari arricchiscono molto perché ci fanno vedere l’intera deformazione continua di tutta l’area, l’indicazione sul tipo di meccanismo e sulla sorgente del terremoto.

Solo nel 2022 secondo l’Istituto in Italia ci sono state 16mila scosse.
Questo dato è relazionato ai terremoti da una certa magnitudine in su, cioè quelli che siamo in grado di registrare. I terremoti in funzione della magnitudine possono essere registrati e localizzati. Per andare a localizzare gli eventi più piccoli, abbiamo bisogno di strumenti più sofisticati. Se mi spingo a misurare quelli a magnitudine zero, il risultato sarà cento volte quelli a magnitudine due.

Confraternite

Da mercoledì 8 febbraio pomeriggio, al via il progetto religioso e culturale Facies Passionis – I volti della passione

08 Feb 2023

Nella giornata di mercoledì 8 febbraio 2023, alle ore 18 nel foyer del teatro comunale Fusco in via Ciro Giovinazzi 49 a Taranto, alla presenza delle autorità civili e militari di Taranto, dei rappresentanti istituzionali, degli esponenti delle confraternite e comunità partecipanti, prenderà il via il progetto religioso e culturale Facies PassionisI volti della passione.

Subito dopo alle ore 18,30 nella Chiesa del Carmine, con il taglio del nastro fatto dall’arcivescovo di Taranto, Mons. Filippo Santoro, sarà inaugurato il percorso artistico espositivo che permetterà ai visitatori di ammirare i quattordici simulacri di proprietà di alcune Confraternite e di privati del sud Italia, con la partecipazione delle regioni di Puglia, Basilicata, Calabria e Sicilia. Nell’antistante piazza Carmine ci sarà lo schieramento dei Gonfaloni comunali.

L’ingresso, senza necessità di prenotazione, sarà libero e gratuito tutti i giorni dalle 9 alle 22 sino a domenica 12 febbraio, giorno di chiusura.

L’intera organizzazione è stata curata dall’arciconfraternita del Carmine, con l’importante supporto dell’Arcidiocesi di Taranto, del Comune di Taranto, di Taranto Capitale di mare e della Banca di Credito Cooperativo di San Marzano.

Il percorso itinerante permetterà ai visitatori di ammirare:

  • Gesù nell’Orto del Getsemani, affidato al Ceto degli Ortolani di Trapani;
  • Il Bacio di Giuda, della famiglia Bellizzi di Loseto (Bari);
  • Flagellazione di Gesù della Confraternita Maria SS. Addolorata di Rossano (Cosenza);
  • Ecce Homo della Confraternita Opera Pia del Rosario di Carbonara (Bari);
  • La Condanna, della famiglia Abbinante di Valenzano (Bari);
  • Cristo porta croce, dell’Arciconfraternita del Rosario di Torremaggiore (Foggia);
  • Incontro con la Veronica, Chiesa dell’Immacolata di Montescaglioso (Matera);
  • Gesù spogliato dalle vesti, della famiglia Burdi-Palladino di Ceglie Del Campo (Bari);
  • Gesù Morto, Chiesa di Sant’Agostino di Montescaglioso (Matera);
  • Maria Santissima Addolorata, della Confraternita Maria Santissima Immacolata di Supersano (Lecce);
  • La Pietà, della Confraternita del Carmine e Purgatorio di Mottola (Taranto);
  • Gesù deposto e trasportato al sepolcro, della Congrega Maria Santissima dei Sette Dolori di Corigliano (Cosenza);
  • Il ritorno dal calvario, della Confraternita Maria Santissima del Carmine di Francavilla Fontana (Brindisi);
  • Il Crocifisso dell’Arciconfraternita di Maria Santissima del Carmine di Taranto.

L’iniziativa promossa dallo storico sodalizio, arrivata alla quarta edizione dopo un fermo forzato dovuto alla pandemia, ha l’ambizione di raccontare il grande momento di religiosità popolare, non solo attraverso le statue o i complessi statuari ma, anche, tramite le note musicali che caratterizzano i momenti di fede che ci avvicinano alla Settimana Santa.

Per questo è stato attuato un programma di concerti che affiancheranno l’iniziativa, così articolati:

  • Mercoledì 8 febbraio alle ore 18,30 nella Chiesa del Carmine, si terrà il concerto del Coro Diocesano di Taranto “Giovanni Paolo II” diretto dal M° Rev.do Don Fabio Massimillo;
  • Giovedì 9 febbraio ore 18,30 Chiesa del Carmine concerto della corale polifonica “San

Nicola” città di Lizzano (TA) diretto dal M° Annamaria Lecce;

alle 19,30 in piazza Carmine, concerto del complesso bandistico “G. Verdi” città di

Francavilla Fontana (BR) diretto dal M°Andrea Di Castri;

  • Venerdì 10 febbraio ore 18,30 Chiesa del Carmine, concerto del coro “Alleluja” della

Rettoria di San Domenico Maggiore – Taranto diretto dal M° Cristiano Triuzzi;

alle 19,30 in piazza Carmine concerto del complesso bandistico “G. Chimienti” città di Montemesola (TA) diretto dal M° Lorenzo De Felice;

  • Sabato 11 febbraio ore 18,30 Chiesa del Carmine, concerto del coro “Monte Carmelo” di

Taranto diretto dalla Prof.ssa Anna D’Andria;

alle 19,30 in piazza Carmine concerto del complesso bandistico “M. Lufrano” città di Triggiano (BA) diretto dal M° Davide Abbinante;

  • Domenica 12 febbraio ore 11,30 in piazza Carmine, concerto del Complesso Bandistico

“S. Cecilia – G. Sgobba” città di Noci (BA) diretto dal M° Giacomo Lasaracina;

alle 20,00 nella Chiesa del Carmine, concerto della corale “San Francesco di Paola” città di Corigliano (CS) diretto dai m° Valeria Oranges – m° Pio Antonio Santella.

È stato realizzato un catalogo d’arte, ricco di fotografie degli elementi statuari esposti e di approfondimenti storici, artistici e culturali, con particolare attenzione alla storia dei Sodalizi che hanno offerto la possibilità di ammirare i simulacri; la narrazione dei dettagli della loro creazione, il significato più profondo in termini di religiosità, di fede e d’interpretazione artistica, declinando i modi, i tempi e i luoghi in cui il simulacro è impiegato durante lo svolgimento dei Riti del territorio cui appartiene.

Musica

Non solo amore-cuore: storia di un Sanremo non Sanremo

08 Feb 2023

di Marco Testi
Dietro le rime amore-cuore, dietro le facili ironie, dietro gli attacchi iper-intellettualistici, Sanremo nasconde altro. Breve storia di un Festival che ha saputo parlare molti linguaggi
Dietro le rime amore-cuore, dietro le facili ironie, dietro gli attacchi iper-intellettualistici, Sanremo nasconde altro. “Lo portarono via in duecento, peccato fosse solo quando se ne andò” cantò nel 1976 Francesco De Gregori (anche De Andrè si ricordò di quel tragico 1967 in “Preghiera in gennaio”) rammentando che cosa significò l’esclusione dalla finale per Luigi Tenco. Eppure il carrozzone è andato avanti, grazie ad una gestione attenta a non restare troppo indietro con i tempi.Anche se con (in)consapevole ritardo. Quando cioè il fenomeno ha perso il suo impatto trasgressivo ed è diventato digeribile, con qualche piccolo sussulto per i papà e i nonni abituati al massimo a qualche audace minigonna, a qualche piccola sensualità tanto per non sembrare bacchettoni.

Ed è così che nel 1983 approda nel mar ligure uno dei campioni del rock progressivo con i Genesis, di cui era frontman variopinto e mascherato. E lì si vide chiaramente cosa c’era sotto, perché Peter Gabriel interpretò, con il suo gruppo tardo-punk, “Shook the monkey”, un po’ animalista e un po’ attacco alla gelosia come possesso, in play back: praticamente il rovesciamento di tutto quello che era stato e che per fortuna Gabriel continuerà ad essere, nel panorama della ricerca musicale planetaria.

Come d’altronde i Depeche Mode, ospiti di gran rilievo, e per la quarta volta, a Sanremo ‘23.

Se è per questo, nell’anno della contestazione e delle barricate, il palco nazional-popolare aveva visto l’esibizione di un gigante, uno degli artefici del passaggio tra spiritual, blues, jazz e canzone moderna. Perché nel fatidico Sessantotto Louis Armstrong non solo cantò al Festival, ma, tenetevi forte, era in gara. Visto che gli offrivano 32 milioni di lire, Satchmo pensò ad un intero concerto, e nessuno gli spiegò che si trattava di una canzone e via. Pippo Baudo fece qualche fatica a farlo uscire dalla scena.

Stavolta come ospite, nel 1996 a Sanremo, canterà Bruce Springsteen. Solo che lui si informa, e allora ecco le sue condizioni, prendere o lasciare: un solo faro, per il resto buio senza inquadrature maliziose e cerca-famosi o emozioni tra il pubblico, microfono, chitarra, tutto dal vivo e senza interviste. Anche perché la canzone, “Il fantasma di Tom Joad” era un omaggio a Furore, romanzo di Steinbeck dedicato alla gente che lasciava la propria terra alla ricerca di un destino migliore e di un pezzo di pane.

Ma, a parte altri incredibili presenze, chi in gara, chi ospite, David Bowie, Ray Charles, Sting (lo so, difficile da digerire, ma anche lui in playback), Cat Stevens, ora Yusuf Islam, Stevie Wonder, tra le canzoni in competizione ci sono stati autentici gioielli, a partire da “Il ragazzo della via Gluck” di Celentano, anno 1966, anticipazione profetica della colonizzazione cementizia e della cancellazione della natura.

Nel 1971 sul palco risuonano le parole di “4 marzo 1943”, un tributo alle ragazze-madri che allevano coraggiosamente i propri figli, eseguita da Lucio Dalla e da uno dei primi gruppi beat italiani: l’Equipe 84.

Simone Cristicchi ha affrontato, nel 2007, con “Ti regalerò una rosa”, il tema della follia e dei manicomi, mentre il trio Morandi-Tozzi-Ruggeri con “Si può dare di più”  aveva invitato nel 1987  a non rimanere indifferenti di fronte alla fame, alle distruzioni, alle fughe da una non-vita.

Malika Ayane cantò nel 2015 “Adesso e qui (nostalgico presente)”, ispirata, soprattutto nel video, ad un film di Patrice Leconte, “La ragazza sul ponte”. La prova che una voce totale, calda e nello stesso tempo “spezia rara ed aspra” secondo Paolo Conte, può caricare di nuovi contenuti una storia vera e perciò ambigua, con quei “silenzi per cena” che va oltre, fino al dolore di una famiglia in cui non si parla e in cui si tocca con mano la sofferenza interiore.

Senza dimenticare che José Feliciano, nel 1971 aveva cantato, assieme ai Ricchi e Poveri, “Che sarà”, prova provata che anche la canzone popolare può cogliere la realtà dell’abbandono dei piccoli paesi, della triste necessità di andarsene via con il pianto in gola. E rimanere nell’immaginario canoro.

Sono solo pochi esempi, lo spazio è tiranno, di quello che Sanremo ha significato sopra e dietro le quinte di uno spettacolo che nasconde altro.